Quando il giovane Fabri Fibra fuggì da Senigallia sul treno dei desideri, destinazione Milano…
Di certo aziende di promozione turistica non ingaggerebbero mai Fabri Fibra quale testimonial della sua città natale. Su Vanity Fair, in una recente intervista che lancia il suo nuovo album ‘Mentre Los Angeles’, commentando il brano ‘Milano baby’, il cantante dice di Senigallia: “Una città di provincia che non ti offre tante opportunità e spesso la noia e la mentalità ti spingono ad andare via se hai delle ambizioni”. E ancora: “(Fabri Fibra) ha svoltato quando ha trovato il coraggio di seguire il suo sogno milanese. “Mi ha dato tanto e tolto tutto”. Eppure il bilancio è positivo: “Se sono salvo, è perché a Milano qualcuno ha creduto in me”. Parla della sua famiglia disfunzionale – queste, in verità, le troviamo ad ogni latitudine – ed il suo racconto continua: “Egoisticamente, poi, le dico che questa vita – i concerti, lo studio, la creatività in generale – è da film e me ne accorgo quando stacco. È bellissima, perché mi ha salvato dal vuoto, dall’autodistruzione. Dal niente che stavo rischiando di essere a Senigallia”.
Fabri Fibra è uno che ce l’ha fatta. Piaccia o meno, ha uno straordinario talento e ancora tante cose da dire. Va a segno anche stavolta, miscelando desideri e nostalgia, atmosfere metropolitane e sguardi introspettivi. Sincero nel raccontarsi, sollecitato dall’ennesima domanda sulla sua provenienza – ormai lo sanno tutti dove è nato! – va giù duro anche stavolta. Classe 1976, a fine anni Novanta molla tutto e sale su un treno per Milano, mai vista in vita sua una metropolitana, dalla costa adriatica è catapultato nella sconosciuta metropoli dei sogni. Gavetta e sacrifici, sperimentazioni riuscite, altre meno, più di una persona che ha visto in lui qualcosa di speciale e c’ha scommesso, vincendo.
Se sei un visionario, un musicista, uno con il pallino dell’arte, tanto più con la fissa di un genere a quei tempi ai margini, se non sospettoso, va così. Ti devi schiodare dalla provincia. Difficile immaginare una carriera al top se rimani da queste parti. Solo un altro grande illustre suo concittadino, Mario Giacomelli, è riuscito a conquistare, giusto per fare un esempio, il Moma di New York rimanendo saldamente a casa, senza quasi muovere un passo, se non per scattare le sue famosissime fotografie, dalla sua tipografia di via Mastai. Ecco, l’altro grande nome senigalliese, Pio IX , che però non aveva tanta possibilità di scelta sul dove vivere da papa.
E oggi? Chi sono quelli mossi dalla volontà, se non di uscire dal ‘niente’ di cui parla Fabri Fibra, di respirare altra aria? Sembra che neanche Milano basti più. Il Cnel parla chiaro: “In tredici anni, dal 2011 al 2023, circa 550mila giovani tra i 18 e 34 anni sono emigrati. E accade soprattutto al Nord Italia, dove il 35% dei giovani residenti si prepara a trasferirsi all’estero”. Tra questi migranti contemporanei ci sono anche tanti giovani senigalliesi, basta un breve ed informale sondaggio per scovare qualche giovane conoscente con le valigie pronte. Una grossa ipoteca per il sistema Italia, una grande responsabilità politica, sociale, imprenditoriale che interpella competenze e volontà in grado di invertire la rotta, pur sapendo che si tratta di fenomeni planetari dalle cause e variabili più diverse.
Altra impellente domanda. E per chi resta qui? La Senigallia del giovane Fabrizio Tarducci è cambiata, tanto. Nella capacità di valorizzare i suoi punti di forza, nell’essere polo d’attrazione turistica e gastronomica, nelle nuove scommesse imprenditoriali, soprattutto in ambito di innovazione digitale, che hanno creato qualche possibilità professionale in più. Una piccola città, conosciuta e molto apprezzata, che vive le stesse dinamiche di tanta altra provincia – che poi è la maggioranza del vivere italiano -, offre servizi e qualità della vita sognati nelle grandi aree urbane. L’accessibilità al web accorcia le distanze del mondo (alla faccia della rete dei trasporti che può trasformare un viaggio da qui verso la Capitale, o semplicemente al di là degli Appennini, in una vera e propria traversata) e le fruizioni sociali e culturali sono alla portata di tutti, o quasi. L’isolamento periferico si vince anche così.
Qualcosa del triste sentore del giovane Fibra, però, è rimasto. Da tempo è una città che fa poco o niente per i suoi adolescenti, i suoi giovani, quelli ancora non decimati dal calo demografico. I luoghi aggregativi classici (oratori, sport, associazionismo) sono in affanno e toccano una minoranza, scarse le alternative all’orizzonte, se non altri e stupidi modi di trascorrere il tempo libero, raccontati troppo spesso sulle pagine di cronaca locale. La noia, quella che neanche uno schermo a portata di mano riesce a neutralizzare è la stessa che nutre vandalismi, che elegge a luoghi di ritrovo i centri commerciali e che trasforma il branco in agitate pattuglie alla ricerca di emozioni forti. Noia, per il Fabrizio più famoso, motivo di partenza, musa rappata per rime da creare e cantare. Per gli altri, i comuni mortali, nemico numero uno di giornate girate a vuoto.
Laura Mandolini
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