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Le lacrime per Kunta Kinte e la risoluzione Onu

Ho pianto tanto per Kunta Kinte. È il protagonista del romanzo ‘Radici’ di Alex Haley, conosciuto da migliaia di persone grazie alla miniserie televisiva omonima ad esso ispirata che andò in onda sulla seconda rete della nostra tv pubblica nel 1978. Sgranavo gli occhi su quel volto color ebano, occhi tristi, spesso spaventati, in un corpo costretto e segnato da un’inquietante ‘collana’ di ferro sigillata nel suo giovane collo. Intuivo si trattasse di una storia tanto grande che avrebbe cambiato le sorti di milioni di vite. E del nostro pianeta. Kunta Kinte era un giovane uomo catturato nel villaggio di Jufureh, in Gambia (Africa), reso schiavo, venduto e trasportato ad Annapolis, negli Stati Uniti.

Mia nonna, stupita dalle mie lacrime che bagnavano praticamente ogni puntata, per consolarmi diceva che era “tutto finto, come Sandokan”, l’altro sceneggiato – allora si chiamavano così – andato in onda, con grandissimo successo un anno prima. Nonna si sbagliava. Certo, quei due erano frutto della creatività di abili scrittori, ma quella fantasia era stata nutrita da storie, una più tragica dell’altra, realmente accadute. Da grande capì che Kunta Kinte e Sandokan, oltre alla ‘K’ nel nome, avevano più cose in comune di quanto una piccola testolina potesse immaginare. La brutta storia coloniale, con annessi e connessi, di cui a quanto pare non ci siamo mai liberati.

Proprio quella storia torna alla ribalta, ma neanche tanto. Figuriamoci se in tempi di forti fibrillazioni nazionali e mondiali troviamo tempo e voglia di parlare della tratta degli schiavi. Eppure, proprio due giorni fa, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il principale organo rappresentativo e deliberativo dell’organizzazione internazionale, ha approvato una risoluzione per definire la tratta transatlantica degli schiavi provenienti dall’Africa «il più grave crimine contro l’umanità».

L’Onu non gode di buona salute, anzi, sopravvive grazie ad un accananimento terapeutico di chi non si rassegna a buttarla a mare. In molti staccherebbero volentieri la spina, ma nonostante questa crisi quasi irreversibile, iniziata da anni, la risoluzione è un importante giro di boa nella coscienza – sporca – della comunità internazionale, almeno per la sua parte più ricca e prepotente.
Che l’Africa ed il Sud del mondo abbiano cambiato passo nel rivendicare il diritto ad una storiografia giusta, non scritta soltanto dai potenti, lo si avverte da tempo, specie da quando i presunti valori occidentali stanno crollando sotto i colpi di una vergognosa arroganza bellicista che manda all’aria quel poco di convenzioni giuridiche internazionali ancora vigenti. Con quale faccia, oggi, osiamo ancora presentarci come difensori della dignità umana, portatori (se non addirittura esportatori) di valori democratici e di buona convivenza?

Le risoluzioni, ormai sappiamo anche questo, hanno sostanzialmente un  valore simbolico, non sono vincolanti e non hanno effetti concreti immediati. Questa, però, ha qualcosa di originale: incoraggia gli stati membri delle Nazioni Unite ad avviare azioni riparative per il loro eventuale ruolo nella tratta degli schiavi. Per esempio attraverso pubbliche scuse, risarcimenti, la restituzione di opere d’arte rubate durante il periodo coloniale o l’avvio di attività interne di formazione e sensibilizzazione sul colonialismo. Complimenti, i grandi promotori dell’uguaglianza tra i popoli tutti a battere le mani, unanimità garantita, finalmente una storia più giusta per tutti. Poveri illusi! Non è andata così.

Bocciature ed astensioni pesano come macigni. La risoluzione, proposta dal Ghana, è sì stata approvata da 123 paesi. Ma i tre che hanno votato contro (Stati Uniti, Israele e Argentina) e i 52 astenuti, paesi dell’UE, Italia compresa, dicono tanto. Il Regno Unito sostiene, ad esempio, di non dover pagare le conseguenze di azioni intraprese in altri tempi e da governi passati; altri tirano fuori l’esigenza di avere più tempo per studiare meglio tutta la pratica. Altri, i più, stanno tranquilli perché tanto non cambierà nulla. Ci si dimentica di tutto, figuriamoci della tratta delle africane, degli africani: si sa che certe vite valgono un po’ meno di altre.

L’idea alla base della risoluzione era quasi ingenua nella sua formulazione, complicata nella sua attuazione, ma assolutamente condivisibile: i paesi che hanno subìto colonialismo e schiavismo (si stima che tra il Cinquecento e l’Ottocento le persone catturate in Africa e portate in America come schiave siano state tra i 12 e i 15 milioni e che oltre due milioni morirono nel tragitto) ne scontano ancora oggi le conseguenze sotto forma di diseguaglianze sociali e povertà, discriminazioni e razzismo. E tutto questo dovrebbe essere riconosciuto anche nelle sedi ufficiali del vivere insieme. Quelle popolazioni, quei luoghi privati di così tante giovani vite, vivono anche oggi le pesanti eredità di quella emorragia umana senza pari nella storia.
I ‘grandi’ della Terra, però, non la pensano così, per loro è ora di voltare pagina, di guardare avanti, hanno le mani pulite, loro nemmeno c’erano a quei tempi… Pazienza se tanta ricchezza degli schiavisti di ieri e dei potenti di oggi sia stata possibile proprio grazie a quella forza lavoro gratuita, garantita per secoli nell’impunità e mille connivenze.

Aveva ragione quella bambina, Kunta Kinte meritava le sue lacrime. Quelle che all’Onu, in troppi, non hanno voluto far scendere sulle loro disumane facce.

Laura Mandolini

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