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Tra Padre Matteo e Pif. Quando la fede interroga

Abbiamo bisogno come il pane di testimoni. Aveva ragione Paolo VI quando diceva che “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. Lo abbiamo toccato con mano, in questo fine settimana, in tre situazioni che sembrano tanto lontane tra loro ma che invece hanno proprio nella fede vissuta e quindi testimoniata, ciò che le rende molto più vicine di quanto pensiamo.

La mattina di sabato 18 aprile scorso un parco cittadino di Chiaravalle è stato intitolato alla memoria di padre Matteo Pettinari, sacerdote missionario della nostra diocesi (nato a Chiaravalle e cresciuto a Monte San Vito), morto due anni fa in un incidente stradale in Costa d’Avorio, terra africana della sua missione. L’iniziativa è stata presa dal Comune chiaravallese e certifica ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, quanto la vita di padre Matteo, spesa per il Vangelo fino alla fine, abbia toccato tante altre vite, suscitando interesse, ammirazione e gratitudine per questo ‘missionario instancabile’ capace di avvicinare all’essenza più bella del messaggio di Gesù Cristo. Nel pomeriggio c’è stata la Messa in suo ricordo nella chiesa di Borghetto di Monte San Vito, in occasione della quale è stata inaugurato un piccolo spazio (vedi foto sopra), in fondo all’edificio sacro, dedicato al missionario. Un angolo arricchito dalle sue parole e dal suo sorriso in cui potersi fermare, dialogare intimamente nella preghiera aiutati anche dalle tante riflessioni che Matteo ha scritte nel corso della sua giovane vita.
A Messa c’erano tante, tantissime persone. E c’era anche padre Richard, tanzaniano, missionario della Consolata anche lui: parlando nell’omelia del suo confratello lo ha definito come un ‘pozzo inesauribile’. “Di padre Matteo – ha detto – più conosciamo la sua vita più ne scopriamo la sua meravigliosa capacità di donarsi a tutti e tutte. È come attingere ad un pozzo la cui acqua non smette mai di dissetare, nutrire, donare continue sorprese; pensavamo di conoscere tanto di lui, del suo impegno missionario, in realtà ogni giorno scopriamo qualcosa di nuovo pensato e realizzato per il bene della sua gente, mosso continuamente dal desiderio di portare ad ogni persona il Vangelo della vita”. Come non pensare all’incontro di Gesù con la donna samaritana, proprio accanto ad un pozzo e lei che domanda al Maestro dell’acqua viva che disseta per sempre…

Cambio di scena, un incontro intenso anche questo, seppure con tutte le differenze del caso. Il giorno prima, venerdì sera, il cinema ‘Gabbiano’ di Senigallia ha accolto Pif, Pierfrancesco Diliberto (nella foto), geniale scrittore, regista, attore arrivato con il suo film ‘Che Dio perdona a tutti’. Pif, studi dalle suore e dai salesiani, curriculum catechistico classico, progressivo allontanamento dalla frequenza religiosa e oggi agnostico dichiarato. Non si è mai stancato, però, di porsi domande ‘pesanti’ e questo film ne è la prova provata. Storce il naso nel vedere la distanza tra il modo di essere di tanta Chiesa e le parole di Vangelo, chiede di conoscere come è fatto il Dio dei cristiani, vuole anzitutto da se stesso coerenza e scelte di bene. Poi i tre ‘fatali’ incontri con papa Francesco, il toccare con mano un modo diverso e più familiare di approcciarsi alle persone, di parlare di Dio. Da qui la voglia di scrivere un libro da cui poi è nato il film e suscitare anche grazie a questi più di una riflessione sul senso del credere.

Di là una chiesa, qui una sala cinematografica, gremita anche questa, che ha voglia di confrontarsi con leggerezza, senza rinunciare alla profondità, sulla spiritualità, su ciò che urge oggi in una società sempre più distante dalla pratica tradizionale e lontana dalle parrocchie. Una società in evidente affanno relazionale ma che non smette di avere voglia di ‘cose dello spirito’. Interpellata da vite donate e credibili (come in questo caso quelle di p. Matteo e papa Francesco), vuole attingere a sorgenti zampillanti, continuamente irrorate da donne e uomini capaci di accogliere frammenti di eternità, già su questa terra

Laura Mandolini

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