Quando la campagna era un mondo a parte e il lavoro un affare di famiglia: una mostra a Corinaldo racconta la società tra ‘800 e ‘900

Una fotografia non ritrae soltanto un volto o un mestiere. Ferma il tempo. Cattura un’insegna, uno scorcio di facciata, un brano di manifesto strappato. Da tutto questo si può ricostruire un intero mondo che non c’è più. Ne è convinto Raoul Mancinelli, giornalista e saggista, che ha curato il catalogo della mostra “Economia e società. Il lavoro dei corinaldesi tra ‘800 e ‘900“, visitabile al teatro Goldoni di Corinaldo fino a giugno. Su Radio Duomo Senigallia (95.2 fm) è andata in onda la sua intervista, oggi disponibile anche qui.
La mostra è promossa dall’Archeoclub di Corinaldo. Da anni raccoglie e valorizza materiali e fotografie d’epoca legate alla storia del comprensorio della valle del Misa-Nevola. L’esposizione si concentra sul mondo del lavoro in un arco temporale di grandi trasformazioni sociali, politiche, industriali ed economiche: quello in cui l’Italia periferica iniziava, con fatica e ritardo, ad affacciarsi alla modernità industriale.
Il racconto si concentra sull’economia mezzadrile, che nelle Marche dell’Ottocento rappresentava molto più di un semplice rapporto contrattuale tra proprietario e coltivatore. Era un sistema che strutturava la vita nella sua interezza. Che coinvolgeva tutti i componenti della famiglia. Chi voleva emigrare doveva chiedere il permesso al padrone, perché sottrarre un membro alla famiglia significava sottrarre braccia alla terra. Allora la logica familiare permeava ogni ambito della vita e dell’economia locale. Dall’artigianato al commercio, tutti i settori ruotavano attorno all’agricoltura e questa dettava i ritmi, i vincoli, persino le gerarchie.

Uno degli aspetti più significativi che Mancinelli mette in luce riguarda la frattura tra mondo rurale e urbano. A Corinaldo, nella seconda metà dell’Ottocento, solo un quarto della popolazione risiedeva nel centro abitato. Il resto viveva in campagna e accedeva raramente ai servizi del paese: si andava in città la domenica per la messa, dal medico in caso di malattia, dal padrone per necessità. Il mercato settimanale era il solo momento che univa le due realtà, il luogo in cui si comprava e si vendeva, certo, ma anche il principale spazio di socialità condivisa.
Proprio da quella frattura nacque la tradizione cooperativistica di Corinaldo. Si proponeva esplicitamente di includere i mezzadri e i piccoli coltivatori, fornendo servizi a categorie tradizionalmente ignorate o respinte. Promossa dal cento più agiato e dal clero locale con una spiccata vocazione solidaristica, diventa il primo ponte strutturato tra la città e la campagna. Nel dopoguerra quella tradizione si consoliderà con la cantina sociale e la stalla sociale, esperienze che hanno lasciato un segno duraturo nell’identità del territorio.
Cosa si è perso in questa trasformazione secolare? La risposta di Raoul Mancinelli è: la dimensione comunitaria, familiare, di prossimità che teneva insieme persone e generazioni. Il mondo iperconnesso ha prodotto un paradosso: siamo più vicini a chi è lontano e più lontani da chi ci sta accanto. Eppure qualcosa si era guadagnato. La disuguaglianza sociale, pur tornando oggi a crescere, ha conosciuto nel ‘900 una significativa compressione.
Tutto questo viene raccontato senza tante parole in una mostra – “Economia e società. Il lavoro dei corinaldesi tra ‘800 e ‘900“ – che è stata inaugurata lo scorso 18 aprile. Rimarrà visitabile fino al 21 giugno al teatro Goldoni di Corinaldo. L’iniziativa è promossa dall’Archeoclub di Corinaldo. Il catalogo è curato da Raoul Mancinelli.
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