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Racconti da un’arena, terza puntata: Mariano Rigillo, Eduardo De Filippo e noi

Parlare con Mariano Rigillo significa sfogliare molte delle pagine più belle e significative del teatro, del cinema, di tanta televisione. Te ne accorgi quando dallo scrigno della sua lunga vita biografica e artistica tira fuori volti, esperienze e progetti che hanno fatto la storia culturale di questo Paese. Ne parla ad un gruppo di giovani, impegnati nella giuria del‘Gabbiano’ – che a fine stagione assegnerà il premio ‘migliore opera prima’ – con una precisione sorprendente: ricorda nomi, dettagli, autori, aneddoti che incantano gli interlocutori, consapevoli di avere dinnanzi a loro un gigante della scena artistica italiana e non solo.
Rigillo ha animato l’arena accompagnando ‘La salita’, primo lungometraggio da regista dell’attore Massimiliano Gallo. Qui ha accolto l’enorme sfida di dare volto e voce ad un monumento del calibro di Eduardo De Filippo. È lo stesso attore a confidare: “Ero praticamente l’unico candidato al ruolo e mi sono affezionato subito all’idea, anche con una certa intensità. Allo stesso tempo, però, la prima riflessione è stata molto chiara: dovevo evitare un rischio preciso, quello di scivolare in un’imitazione superficiale e banale o peggio interpretarne quasi una macchietta”. Sfida vinta in ogni senso, non solo l’Eduardo di Rigillo è più credibile che mai, ha anche la capacità dei restituirci tutta la bellezza di una sensibilità umana e artistica che ha portato il grande drammaturgo a promuovere laboratori di teatro nell’istituto penale minorile di Nisida. Una storia vera che Gallo ha voluto raccontare con maestria e delicatezza in questo suo riuscito esordio.

Continua ad essere attento alla scena artistica del nostro Paese, denunciando la miopia di una classe dirigente che ‘non mette mai piede dentro un teatro e continua – ha detto Rigillo – a privilegiare il teatro pubblico, con un irrazionale dispendio di denaro a discapito delle straordinarie esperienze teatrali private, spesso lasciate a loro stesse”. Anche attraverso questa accorata denuncia si avverte tutta l’urgenza di preservare la nostra linfa culturale, la sua grandissima ricchezza. Si tratta di conoscere e mettersi in ascolto della storia per guardare avanti, per non tradire l’anima più autentica del nostro patrimonio culturale .“Il famoso metodo Stanislavskij – ha aggiunto – il rivoluzionario sistema di recitazione psicologica e fisica attinge a piene mani dalla migliore tradizione teatrale italiana, praticamente lo abbiamo inventato noi”.

Napoli in arena, a Senigallia, per riscoprire bellezza condivisa, per toccare con mano come quel luogo  ai piedi del Vesuvio sia tanto di più di una città: è un mondo che non smette di donare vita anche fuori dai suoi confini, a nutrire passioni e umanità, ironia e calore di cui avvertiamo un gran bisogno. Napoli continua a parlare a tutti e va ascoltata! La vita è ‘in salita’, come la strada che porta al carcere minorile incastonato nella stupenda isola del golfo partenopeo. E il teatro, il cinema continuano ad essere possibilità alla portata di tutti e tutte per affrontarla con più coraggio. Memoria condivisa, soprattutto con le giovani generazioni, esperienze educative e di responsabilità civile che attraggono ancora, da proporre ed incentivare. Ci accorgiamo che sono molto più di sola rappresentazione; sono possibilità concreta di trasformazione, dentro o fuori dalle mura di una prigione, per vivere davvero.

Laura Mandolini

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