Ricostruzione post terremoto 2016, 2022 e 2023: a Roma il punto sui beni culturali religiosi

Non sono solo pietre. I luoghi di culto delle aree interessate dai terremoti del centro Italia (2016), Ancona (2022) e Umbertide (2023) sono stati al centro di un vertice a Roma, presso la sede della Conferenza Episcopale Italiana, con il commissario alla ricostruzione Guido Castelli. Un momento cruciale per ribadire che il patrimonio culturale e religioso ferito dagli eventi sismici degli ultimi anni deve rinascere. E lo rifarà.
La Consulta per i beni culturali di interesse religioso ha riunito il Segretario Generale della CEI, Mons. Giuseppe Baturi, e il Commissario Straordinario alla ricostruzione, Guido Castelli, insieme ai rappresentanti di 26 Diocesi, tra cui i delegati senigalliesi. Per la Diocesi di Senigallia hanno partecipato all’incontro il vicario generale don Aldo Piergiovanni, l’economo diocesano don Giuseppe Giacani, nonché il cancelliere e segretario Alessandro Berluti.
Al centro del dibattito, un territorio vastissimo che comprende Abruzzo, Lazio, Marche e Umbria, colpito a più riprese da vari terremoti che hanno danneggiato moltissimi edifici e luoghi di culto. I numeri presentati durante l’incontro descrivono un’opera di restauro senza precedenti: sono infatti oltre mille gli interventi finanziati, con uno stanziamento complessivo che ammonta a diverse centinaia di milioni di euro.
Per la sola cattedrale di San Pietro Apostolo a Senigallia, lo scorso marzo era stato approvato il primo stralcio del piano di ricostruzione, con lo stanziamento dei primi 600 mila euro destinati alla progettazione dell’intervento su un totale di circa 6 milioni di euro. Nel frattempo la funzione di cattedrale è svolta nella chiesa di santa Maria assunta, conosciuta come “chiesa dei Cancelli” in via Arsilli.
«Il lavoro sinergico tra i soggetti coinvolti sta producendo risultati concreti», ha commentato il commissario Castelli, sottolineando come la ricostruzione del patrimonio ecclesiastico stia entrando in una fase dinamica. L’obiettivo, tuttavia, non è puramente ingegneristico: «Vogliamo restituire i luoghi di culto come elementi fondamentali dell’identità culturale e sociale. Restituire una chiesa significa restituire un punto di riferimento a comunità che hanno sofferto troppo».
L’incontro è servito anche per iniziare a programmare le iniziative in vista del 2026, anno che segnerà il decimo anniversario della sequenza sismica del centro Italia iniziata ad Amatrice. Un traguardo simbolico che impone una riflessione su quanto fatto e sulla qualità degli interventi necessari per garantire tempi certi e sicurezza sismica.
Per mons. Giuseppe Baturi, il monitoraggio costante e il dialogo istituzionale sono atti di cura pastorale: «Ricostruire significa dare nuova vita e, allo stesso tempo, custodire quanto ci appartiene. La memoria è il collante per comprendere il presente e guardare al domani con fiducia». Secondo il segretario della CEI, la chiesa del paese non è solo un monumento storico, ma il luogo dove si fortificano i legami umani. L’auspicio è che nessun borgo venga lasciato indietro nel complesso mosaico della ricostruzione italiana.
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