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Tag: Andrea Scaloni

Ospiti di Radio Duomo Senigallia Leonardo Badioli e Andrea Scaloni per parlare di «A discùrr nun è fatìga. Le parole da salvare in dialetto senigalliese», un glossario che vuole preservare un tesoro linguistico sempre più minacciato dall'italiano

«A discùrr nun è fatìga»: un libro per salvare le parole del dialetto di Senigallia

C’è chi si prende cura dei beni pubblici, chi salva le opere d’arte e chi salva le parole. Andrea Scaloni e Leonardo Badioli hanno scelto quest’ultima strada, dando vita a «A discùrr nun è fatìga. Le parole da salvare in dialetto senigalliese», un glossario che vuole preservare un tesoro linguistico sempre più minacciato dall’italiano. Ospiti di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) nei giorni scorsi, i due autori hanno raccontato origini e curiosità di un dialetto che affonda le radici nella storia, anzi, nelle storie che hanno interessato questo territorio. L’intervista è disponibile in formato audio grazie al lettore multimediale.

Il senigalliese non è una corruzione dell’italiano, precisano, ma un’evoluzione parallela dal latino, proprio come il toscano che ha dato origine alla lingua nazionale. Risente però di influenze antiche, alcune più vicine, altre più lontane a livello geografico e cronologico: la koinè adriatica, il longobardo, il greco e il bizantino, oltre a un sostrato celtico che ancora oggi riemerge in alcune parole.
Un esempio? “Sbrulìn” – al plurale “sbrulinni” – con cui i senigalliesi indicano la vegetazione spontanea che si ritrova nelle dune sabbiose del litorale nord. La parola viene dal celtico e significava “piccolo giardinetto”. Ma la sorpresa è che si ritrova anche in Dante: nel Purgatorio, il poeta usa “brolo”, stesso etimo, per descrivere una ghirlanda floreale in testa ai partecipanti di una processione.
Altrettanto affascinante è la parola “dèlma”, di origine bizantina, che significa “impronta” o “modello”; oppure “gàida”, termine longobardo che indicava la “parananza” delle donne di campagna in cui si trovavano tutti gli strumenti utili, oggi anche toponimo di zone pianeggianti a bacino. E ancora “p’dossa” – dal latino ad pedem dorsi, “ai piedi di un dosso” – che descrive una posizione riparata dal vento: concetto intraducibile in italiano senza ricorrere a una perifrasi.

È proprio questa intraducibilità di molti termini dialettali uno dei motivi più forti per cui il libro esiste. «Fa le lontananze», spiegano gli autori, non ha equivalente: significa appostarsi in disparte cercando di osservare qualcuno senza farsi vedere. Oppure il verbo “custodì”, che in dialetto non vuol dire soltanto “custodire” ma anche “prendersi cura” – di sé, di una persona, di qualcosa di prezioso – richiamando il celebre motto di don Milani.

Il dialetto cambia però nel tempo e nello spazio. Scaloni sottolinea come le forme più arcaiche, come gli imperfetti “andass’m” o “facess’m”, siano ormai quasi scomparse anche tra gli anziani. Le si ritrova, stranamente, in chi è emigrato decenni fa: una signora del New Jersey, partita da Senigallia negli anni ’60, conserva ancora intatto un dialetto cristallizzato che in città non si sente più. Ce ne aveva parlato anche Simone Tranquilli in una recente e simpatica intervista, sempre per Radio Duomo Senigallia, sull’associazione “Gent’d’S’nigaja”, che potete riascoltare cliccando qui.

C’è poi la differenza tra parlata urbana e campagnola – «quando ero piccolo, se sentivo dire “tu” invece di “te”, l’interlocutore era irrimediabilmente perduto», ricorda Leo Badioli (che avevamo già intervistato qui per i suoi numerosi libri) – e persino tra i vari rioni della città.

Il volume raccoglie circa 350 voci. Non è un esercizio nostalgico fine a se stesso, tengono a precisare gli autori: ragionare sull’etimologia delle parole dialettali significa avere più cura di come si parla, in qualsiasi lingua. Salvare “p’dossa”, “crucàl”, “nicò”, “sciapigott” non è un vezzo da eruditi, ma un modo per non perdere sfumature di pensiero che l’italiano, semplicemente, non riesce a rendere in maniera così intensa e genuina.

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Simone Tranquilli a Radio Duomo per parlare di Gent'd'S'nigaja

Gent’d’S’nigaja: il dialetto che non molla. Intervista a Simone Tranquilli su un progetto culturale di oltre dieci anni

C’è una parola, nel dialetto senigalliese, che dà un senso di protezione: “P’dossa”. Letteralmente “ai piedi del dosso” e indica un luogo al riparo dal vento. Ed è proprio questo che il progetto “Gent’d’S’nigaja” sembra voler essere per la nostra lingua locale: un riparo sicuro contro l’oblio che il tempo porta con sé. Ospite negli studi di Radio Duomo Senigallia InBlu, Simone Tranquilli ha ripercorso la storia di un’avventura culturale nata nel 2013 insieme ad Andrea Scaloni e al compianto Leo Barucca.

Quello che era iniziato come uno scambio tra blogger appassionati – sì, “allora” c’erano i blog – è diventato un fenomeno social da circa 13 mila follower, capace di unire generazioni e superare oceani. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi, è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

«Il dialetto è un magma che muta continuamente – ha spiegato Tranquilli -. Oggi i ragazzi parlano uno slang diverso, ma la curiosità per le nostre radici è viva». Una curiosità che ha portato il gruppo di “Gent’d’S’nigaja” fin dentro le scuole, dove si scopre che il dialetto può diventare persino una sorta di codice segreto per giovanissimi studenti dalle origini più disparate.

Il progetto ha vissuto momenti di grande intensità, come la raccolta fondi “A mollo ma non mollo” dopo l’alluvione che ha interessato Senigallia nel 2014 causando anche vittime. Questa iniziativa ha cementato il legame tra l’associazione e la città.

Ma la voce di “Gent’d’S’nigaja” arriva lontano: dalla storia di Lidia, in Argentina, a quella di Bruna, nel New Jersey, il dialetto viaggia sul web, sui social soprattutto, tornando anche a chi lo ha “cristallizzato” nella memoria partendo negli anni ’50 e che oggi ancora parla il dialetto di 70 anni fa.

Il calendario 2026 di Gent'd'S'nigaja

Il simbolo tangibile di questo impegno è il calendario 2026, ormai un appuntamento fisso. Quest’anno, il filo conduttore di “Gent’d’S’nigaja” è l’arte: dodici quadri famosi “prestano” la tela a fumetti e battute rigorosamente in vernacolo. Un modo ironico e colto per tenere viva una tradizione che è, prima di tutto, identità.

L’intervista si è chiusa con un ricordo commosso per Leo Barucca, anima intellettuale e poetica del gruppo: «Ogni volta che siamo su un palco, Leo è con noi».

Per chi volesse portarsi a casa un pezzo di questa storia, il calendario è disponibile presso l’edicola della Pace di Simone Tranquilli in via Sanzio, in quella di Andrea Fioretti “in fondo” a corso II Giugno (vicino al fiume) e al Bar Gallery al centro commerciale Saline.

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Le parole da salvare in dialetto senigalliese

“Dopo il successo della prima edizione del 2023, torna nelle librerie “A discùrr nun è fatìga. Le parole da salvare in dialetto senigalliese” di Andrea Scaloni e Leonardo Badioli, in una nuova edizione riveduta e ampliata. In copertina campeggia sempre il nostro Mónch in Piazza, che però stavolta ha assunto una colorazione particolare, come se avesse preso una pillolina blu. Il glossario dialettale, che raccoglie annotazioni storiche, etimologiche e idiomatiche, è dedicato ad Angelo Cicconi Massi, recentemente scomparso”.

L’annuncio è risuonato in diversi canali: ‘A discùrr nun è fatiga” è tornato (alcuni avrebbero preferito ‘A discorr’ n’è fatìga’, ma si sa ogni territorio, seppure vicinissimo, ha le sue abitudini linguistiche) ed è una buona notizia. Perché significa avere ancora voglia di prendersi cura della propria piccola storia, guardare da vicino il carattere, forse meglio dire il ‘caratt’rin‘ della città, coglierne le peculiarità più significative e gli spigoli più respingenti. E’ un’operazione culturale, identitaria e popolare al tempo stesso. Perché cultura ha a che fare con quanto viviamo, a tanti livelli e con il linguaggio che ha tessuto negli anni il nostro stare insieme. “Tutti i dialetti sono metafore e tutte le metafore sono poesia” scriveva Gilbert Chersterton. Possiamo forse accontentarci di ‘umanità’, se dovessimo essere a corto di poesia, ma sempre essenza di ciò che siamo si tratta!
Dialetto, dialogo, dialettica… quasi sinonimi di relazioni, condivisione, confronto. E quando sono ‘di casa’, le parole creano un di più di comunità, di identità aperte all’alterità. Tra queste pagine c’è passione per la memoria viva, l’ironia sorniona di Senigallia, che come tutte le città si trasforma, ci auguriamo in meglio. Ricordare, riportare al cuore il colore delle nostre parole è un tassello prezioso per guardare avanti, senza dimenticare chi eravamo.

Laura Mandolini

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