Senigallia si avvia ad accogliere l’XI festival dell’outsider art e dell’arte irregolare, in programma dal 15 al 18 ottobre 2026. Si tratta di una manifestazione itinerante di rilevanza nazionale, nata con l’obiettivo di valorizzare la produzione artistica di autori che operano all’esterno dei tradizionali circuiti espositivi e al di fuori dei canoni estetici convenzionali.
L’iniziativa ha preso vita nel 2014 da un’idea de Il Nuovo Comitato il Nobel per i Disabili Onlus e del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, proponendosi come punto di incontro tra il settore della salute mentale e la cultura d’avanguardia. Dopo la prima edizione tenutasi nel 2016 presso la Libera Università di Alcatraz, il progetto si è sviluppato negli anni coinvolgendo alcune delle realtà più rappresentative del panorama nazionale e internazionale.
L’organizzazione dell’edizione 2026 è affidata a Lapsus, associazione di promozione sociale e culturale attiva a Senigallia dal 2013 come centro di ricerca, produzione artistica e condivisione aperto alla comunità.
In vista dell’appuntamento autunnale, Lapsus ha promosso un ciclo di laboratori nelle scuole primarie cittadine, coinvolgendo circa sessanta alunni provenienti dai quattro Istituti Comprensivi locali, Pascoli, Puccini, Rodari e Leopardi. Le attività pratiche e teoriche hanno offerto ai partecipanti l’opportunità di confrontarsi con il concetto di Outsider Art a partire da un interrogativo pedagogico e concettuale: «Può ciò che sembra un errore diventare una possibilità?».
Il percorso formativo ha previsto una prima fase di lavoro individuale su frammenti di carta tagliati o strappati. Attraverso il disegno e l’uso del colore, ogni elemento incompleto è stato rielaborato fino a diventare una forma espressiva autonoma. Successivamente, le singole produzioni sono state messe in relazione in coppia, in piccoli gruppi e infine in una composizione collettiva, per esplorare la trasformazione delle peculiarità individuali all’interno di un’opera condivisa.
I lavori realizzati dalle classi sono stati rielaborati dal punto di vista grafico e integrati nella campagna di affissione del Festival. I manifesti sono visibili negli spazi pubblici della città a partire dal 28 luglio, portando nel contesto urbano il lavoro svolto nelle aule scolastiche e segnando una tappa del percorso di avvicinamento alla manifestazione di ottobre.
C’è chi l’arte la produce e chi, con altrettanta dedizione, la insegue, la studia e cerca di valorizzarla. Piero Sbaffi appartiene a questa seconda categoria. Ospite della trasmissione “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM, in onda tutti i giorni alle 13:10 e alle 20), questo appassionato senigalliese ha ripercorso un po’ la storia e le vicende di un patrimonio artistico locale che troppo spesso rimane nell’ombra, quando non rimane invece per anni in un magazzino polveroso. L’intervista è andata in onda nei giorni scorsi, ma l’audio è disponibile insieme a questo articolo.
La sua storia comincia tra le suggestioni di un bambino quasi adolescente che si trova per la prima volta sotto il campanile di Giotto a Firenze. «Era una giornata di sole e quella cascata di marmi colorati mi ha segnato l’anima», racconta. Da quel momento, il modo di guardare le chiese, i monumenti, gli edifici non è stato più lo stesso. Un imprinting che si è consolidato negli anni del liceo e poi nella vita professionale, per anni di stanza a Venezia, immerso quotidianamente nella bellezza e nella sua salvaguardia. Piero Sbaffi è però esplicito su una scelta di fondo che ha guidato la sua esistenza: non fare dell’arte una professione. «Il modo migliore per amarla, non essendo un artista, è stato tenerla come diletto», spiega. Non produttore di bellezza, dunque, ma testimone attento e instancabile ammiratore. Una sentinella del bello. È proprio questo ruolo – quello di libero per usare una metafora calcistica – che gli ha permesso, nel tempo, di sollevare dubbi e questioni anche scomode sulla gestione del patrimonio artistico cittadino in alcuni articoli pubblicati su Vocemisena.it.
Ma Piero Sbaffi ha censito opere che appartenevano a Senigallia e che oggi si trovano altrove. La più preziosa tra tutte è la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Altrettanto significativa è la perdita dell’Annunciazione di Giovanni Santi, padre di Raffaello, e del ritratto del dottor Arsilli. Le sue segnalazioni riguardano anche ciò che c’è e che nessuno (o quasi) vede. Come il busto settecentesco di papa Lambertini, ritrovato da lui e dall’amico Leonardo Badioli in un seminterrato della biblioteca comunale, nascosto dietro vetri sporchi insieme ad altre sculture abbandonate. Grazie alla loro insistenza, il busto è stato collocato all’auditorium San Rocco, trovando finalmente una degna sistemazione. O come la Madonna attribuita a Carlo Maratti, custodita per anni sotto chiave nel convento di San Martino e poi consegnata alla Diocesi nel 2025, oggi visibile a Palazzo Mastai.
Lo sguardo di Piero Sbaffi si sofferma anche su un’intuizione di grande interesse storico-artistico: i cosiddetti “confini di Caravaggio“. Senigallia non ha mai ospitato opere del grande pittore lombardo né lui vi ha mai messo piede, eppure custodisce due opere di artisti che ne delimitano la parabola. La prima è del Cavalier d’Arpino, il maestro presso cui Caravaggio andò a bottega a Roma, presente in città con un ritratto di Papa Clemente VIII. La seconda è di Giovanni Baglioni, rivale e primo biografo di Caravaggio, la cui pala d’altare nella chiesa di Sant’Angelo è stata di recente riconosciuta come opera autografa. Due poli temporali che, messi in dialogo, potrebbero diventare uno spunto espositivo originale e di richiamo.
Non mancano accenni a un altro capitolo poco noto: il soggiorno marchigiano di Francesco Trevisani, pittore istriano del ‘700 incaricato di realizzare copie dei capolavori di Paolo Veronese. Queste opere sono oggi ancor più preziose perché gli originali del Veronese sono in parte perduti o mutilati. Quelle tele, attualmente di proprietà bancaria e un tempo esposte a Senigallia a palazzo Marcolini, meriterebbero secondo Piero Sbaffi di tornare in città, auspicabilmente a palazzo Gherardi, ancora in attesa di un restauro che ne sblocchi l’accessibilità.
In chiusura, il nostro appassionato d’arte ha voluto sottolineare proprio l’assenza di luoghi davvero adeguati alla raccolta e all’esposizione di opere d’arte, il che potrebbe limitare anche l’iniziativa di altri soggetti, pubblici o privati. Il sogno sarebbe un polo museale cittadino degno di questo nome, capace di raccogliere donazioni e valorizzare ciò che esiste già, disperso tra archivi, conventi e magazzini. Altro sogno, e questo ben più facilmente realizzabile, è quello di rivedere esposta nella Pinacoteca diocesana la Madonna e Santi del Perugino, oggi collocata nell’abside della chiesa delle Grazie in posizione difficilmente godibile, e comunque al di fuori dei circuiti turistici principali. «I turisti là non ci vanno», sottolinea. «La chiesa è periferica, fuori dai circuiti. Un capolavoro del Perugino merita ben altra visibilità».
Un foglio bianco, il suono della musica in sottofondo e il coraggio di dare un colore al proprio stato d’animo. Non è il racconto di un atelier d’artista, ma ciò che è accaduto all’interno dell’ospedale di Senigallia grazie al progetto di arteterapia “Io albero della stessa foresta”. L’iniziativa, condotta dall’arte terapeuta e designer Isabella Giampieretti, in collaborazione con la direzione medica, ha trasformato per alcune settimane una stanza ospedaliera in uno spazio di ascolto e rinascita. In questo articolo vi proponiamo una sintesi di quanto emerso dall’intervista a Isabella Giampieretti e alla dirigente della direzione medica ospedaliera di Senigallia Valeria Benigni, andata in onda nei giorni scorsi. Per riascoltare le loro parole, basterà cliccare sul tasto “play” o “riproduci”.
Studio aperto tra cura e benessere
Il cuore del progetto è stato il protocollo dello “Studio Aperto”: due giorni a settimana, per otto ore, pazienti provenienti da reparti diversi – oncologia, neurologia, ortopedia – e utenti del centro diurno della Cesanella hanno potuto varcare la soglia di un setting preparato ad hoc. «L’arteterapia si occupa della sfera del benessere e della relazione d’aiuto – spiega Isabella Giampieretti – Attraverso immagini, musiche e materiali artistici, le persone hanno potuto portare sul foglio i propri sentimenti, abbassando i livelli di ansia e dando voce a pensieri spesso inespressi». I numeri testimoniano il successo dell’iniziativa: oltre 235 frequentazioni in pochi mesi, un segnale chiaro del bisogno di focalizzare il proprio stato d’animo, ma anche dell’esigenza di leggerezza in contesti di fragilità.
La persona dietro il paziente
A sostenere il progetto è la dottoressa Valeria Benigni, dirigente della direzione medica ospedaliera, che sottolinea come il benessere psicologico ed emotivo sia parte integrante della guarigione. «Oggi parliamo di umanizzazione delle cure, un concetto che affonda le radici nella definizione di salute dell’OMS del 1948: non solo assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale», afferma. Il percorso non ha coinvolto solo i pazienti: una fase pilota ha visto la partecipazione degli stessi operatori sanitari, aiutandoli a prevenire il burnout e a gestire il carico emotivo di reparti complessi come l’oncologia.
Le testimonianze
Le storie emerse durante il progetto sono frammenti di vita e toccano corde sensibili. C’è chi è arrivato con un carico di depressione e ha dichiarato di aver finalmente «alzato lo sguardo», e chi, partendo da disegni monocromatici e negativi, è approdato a colori sgargianti, riscoprendo non solo un proprio talento ma soprattutto la fiducia nel futuro. Un aspetto fondamentale è stata la condivisione: le opere venivano affisse su un pannello comune, una foresta simbolica dove ogni immagine individuale diventava parte di una comunità. «Essere visti dagli altri ha creato un legame profondo tra i partecipanti», aggiunge Giampieretti.
Le nuove sfide
Il bilancio positivo, seppur con qualche criticità superabile, apre ora la strada a nuove sfide. La richiesta è quella di estendere l’esperienza, magari portando l’arte terapia direttamente nelle sale d’attesa della pediatria o degli altri reparti dove magari i/le pazienti e le persone a loro collegate possono arrivare con meno difficoltà. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione Gabbiano e da donazioni private, dimostra che la medicina del futuro non può prescindere dalla bellezza. E giova ricordare le parole della dottoressa Benigni: «Il paziente è prima di tutto una persona. Auspico che questo percorso diventi una realtà sempre più consolidata».
Vi sono state a Senigallia opere d’arte ormai da tempo espatriate. Una perdita considerevole per la città privata della loro presenza. L’orgoglio cittadino sarebbe stato accresciuto se fossero rimaste nel posto originario. Un po’ come la città di Pergola che ha avuto risonanza grazie ai bronzi dorati di Cartoceto; un po’ come Fano, che sa benissimo l’attrattiva culturale e turistica se avesse indietro il “Lisippo” oggi custodito al Getty Museum di Los Angeles. Ma la storia, nelle sue imprevedibili dinamiche, sottrae e concede. Bisogna farsene una ragione.
Nella nostra città furono almeno tre le presenze importanti che non ci sono più.
Piero della Francesca, “Madonna di Senigallia”, dipinto, 1470-85, conservato nella Galleria Nazionale delle Marche, Urbino. Fonte: Wikimedia
La più rilevante di tutte queste opere d’arte è la celebre “Madonna di Senigallia”. Si tratta di un dipinto supremo dell’arte occidentale, come lo sono gran parte delle tavole dell’artista che l’ha creata. Senza di lui lo spazio d’invenzione sarebbe stato mutilo, meno definita la comprensione del processo di formazione della struttura dell’immagine. Sarebbe mancato un anello importante nell’evoluzione pittorica del nostro sguardo.
Piero della Francesca è l’artefice della “Madonna di Senigallia” (l’immagine è tratta da qui), opera di equilibrio algido e matematico nella costruzione dello spazio, tuttavia non esente da atmosfere di intimità domestiche di sapore fiammingo. Nella corte urbinate, dove l’artista operò, si incontravano presenze di Fiandra come Giusto di Gand, che vi lasciò diversi dipinti; è accertato un incontro con Rogier Van der Weyden, che profuse la sua arte presso gli Estensi di Ferrara, non tanto discosto dalla città ducale.
La “Madonna di Senigallia” è universalmente conosciuta con questo nome perché si trovava nella chiesa conventuale di Santa Maria delle Grazie quando, agli inizi del secolo scorso, venne ospitata per motivi di sicurezza presso la Galleria Nazionale di Urbino. Fu trafugata nel 1975 e poi fortunatamente ritrovata insieme a opere d’arte come la “Flagellazione”, sublime capolavoro di prospettiva lineare di Piero, e la “Muta” di Raffaello. Ma non è l’unico esempio.
Giovanni Santi, “Annunciazione”, dipinto 1476-ante 1494, conservato alla Galleria Nazionale delle Marche, Urbino. Fonte: Catalogo dei beni culturali
Altro espatrio conobbe la tempera di Giovanni Santi, l’uomo a cui toccò una figliolanza di genio. Sicuramente fu ventura, ma anche un po’ sventura, perché l’artista non godé sempre di buona considerazione, vittima dell’inevitabile confronto con l’inarrivabile figlio Raffaello Sanzio. Poteva essere solo un minore al cospetto di colui che fu tra i maggiori di tutti i tempi. Il Vasari disse “…da lui, quando visse, la natura temette d’essere vinta, ora che egli è morto, teme di morire”. Il padre scontò sicuramente nell’apprezzamento del mondo il legame di sangue con un genio. Se la progenie lo sopravanza in grandezza, non per questo è da trascurare le qualità d’artista del padre.
Per Senigallia, Giovanni Santi dipinse una “Annunciazione”, allocata originariamente nella chiesa della Maddalena (che non è quella che conosciamo ora) e fu eseguita in occasione della nascita di Francesco Maria I della Rovere, figlio di Giovanni della Rovere e della consorte Giovanna da Montefeltro, figlia del duca Federico. Il dipinto (l’immagine è tratta da qui) offre una tavolozza di morbidi colori pastello e presenta moduli edilizi fuori scala, ancora memori delle sproporzioni tardogotiche tra figure e architetture, ma tutto sommato di impatto armonioso per il riuscito esercizio di prospettiva.
Sebastiano Del Piombo, ritratto di Francesco Arsilli, conservato alla Pinacoteca Podesti di Ancona. Fonte: Serenissima News
Un’altra dipartita riguarda il dipinto di Sebastiano del Piombo. Una tela con tanto di firma dell’autore piazzata sotto il ritratto dell’amico e nostro concittadino Francesco Arsilli. Si tratta del medico e umanista senigalliese, frequentatore della corte papale. Dopo le vicende drammatiche del sacco di Roma nel 1527, talmente terrorizzato, decise di far ritorno nella sua città natale.
Nel ritratto di Sebastiano del Piombo, Francesco Arsilli è disegnato a mezza figura, semivoltato, col viso di tre quarti verso lo spettatore e con l’indice della mano destra che indica un suo componimento poetico. Curioso è il mantello col pellicciotto che gli avvolge il collo da farlo sembrare un nobiluomo nordico abbigliato per rigori climatici diversi da quelli della nostra penisola.
Il dipinto (l’immagine è tratta da qui) fu di proprietà della famiglia Augusti Arsilli di Senigallia: decenni fa emigrò alla Pinacoteca di Ancona dove oggi ha stabile dimora e lo si può ammirare. Purtroppo nessuna istituzione cittadina di allora riuscì a trattenerlo in casa.
Il lungo fine settimana con la festività mariana dell’Immacolata ha visto la Pinacoteca di Senigallia aperta sabato 6 dicembre e lo sarà anche domenica 7 e lunedì 8, sempre con orario 9-12 e 16-19. Sarà così possibile visitare l’esposizione “Et incarnatus est – Un itinerario per riscoprire il dono della vita” il grande evento espositivo giubilare della Diocesi senigalliese con la curatela di Elide Oro e Lorenza Zampa.
Un percorso nella ricca galleria museale dell’appartamento del cardinale affacciate sull’elegante piazza Garibaldi dal cielo stellato di luci e che ha il suo cuore nella mostra “Immagini di maternità. La bellezza della vita che nasce”. Un progetto che unisce nell’Anno Giubilare tutte le Diocesi marchigiane, grazie alla sinergia tra Chiese locali, Conferenza Episcopale Marchigiana e Regione Marche, per una iniziativa di vasto respiro, con la volontà di fare rete tra le diverse realtà.
Un percorso che avrà – come ogni domenica d’autunno e sino al 6 gennaio – anche il 7 dicembre un appuntamento di vera eccezione grazie alle visite guidate gratuite in programma alle ore 17 (non occorre prenotazione, visita in lingua italiana sino a disponibilità dei posti) per un approfondimento fra arte e cultura.
La Pinacoteca di Senigallia è aperta sabato, domenica e festivi, in orario 9-12/16-19, con ingresso gratuito.
“Venere e Adone morente con amorini” (particolare), dipinto di Francesco Trevisani (1656-1746), Collezione Intesa Sanpaolo
Dal dialogo virtuoso tra la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi e Intesa Sanpaolo è nato un progetto espositivo che va ben oltre la semplice mostra: “Francesco Trevisani. Il mito ritrovato”, allestita a Palazzo Bisaccioni, è una raffinata operazione di tutela e valorizzazione di un patrimonio artistico privato che torna finalmente a disposizione della collettività.
Il percorso espositivo, curato da Roberta Angalone con apparati didattici di Sara Tassi e Beatrice Ruggeri, riporta in scena il ciclo mitologico del grande pittore seicentesco Francesco Trevisani, cinque imponenti tele appartenenti alle collezioni Intesa Sanpaolo, già commissionate nel Settecento da una nobile famiglia senigalliese, gli Augusti.
Dopo secoli di passaggi, restauri e spostamenti, le opere si trovano oggi a Jesi, in uno spazio capace di restituirne la piena leggibilità e la potenza narrativa. Il progetto, inoltre, non si limita all’allestimento: durante l’intero periodo dell’esposizione, le tele sono restaurate in itinere, consentendo al pubblico di assistere a un vero e proprio “cantiere della bellezza”, in cui l’arte si mostra nella sua dimensione più fragile e viva.
Il percorso storico delle cinque opere costituisce esso stesso una narrazione affascinante, segnata da passaggi di proprietà, vicende familiari e mutamenti urbani. Documenti conservati presso l’Archivio Storico Comunale di Senigallia (Fondo Augusto Arsilli) attestano con certezza che i dipinti furono venduti nel 1753 dal conte senigalliese Agostino Augusti – verosimilmente anche il committente – al signor Giuseppe Serra, in occasione della tradizionale Fiera di Senigallia. In un secondo momento, i quadri vennero poi acquistati dalla nobile famiglia Baviera, entrando a far parte delle decorazioni di Palazzo Baviera di via Arsilli, dove adornavano un sontuoso salone noto come il Camerone. Qui il marchese Alessandro Baviera li descrisse allora come “cinque grandi quadri parietali, copie del Veronese”, espressione che ne rivela la magnificenza e l’impatto scenografico. Quel piano nobile, abitato da Romualdo Baviera e da sua moglie Eleonora Antici, zia di Giacomo Leopardi, era considerato un autentico scrigno di arte e raffinatezza.
Dopo il terremoto del 1930, che distrusse parte dell’appartamento, le tele furono con ogni probabilità trasferite altrove, trovando ospitalità nel più celebre Palazzetto Baviera in piazza del Duca. In seguito, il ciclo fu acquistato dalla Banca Popolare di Senigallia, che scelse di conservarlo presso la sala conferenze dello stesso Palazzetto Baviera, rendendolo visibile alla cittadinanza. A partire dal 1989, infine, l’intera serie trovò nuova dimora nel Palazzo Marcolini di Corso II Giugno, sede della Banca, dove fu sottoposta a un accurato restauro prima dell’attuale collocazione nelle collezioni Intesa Sanpaolo.
A inaugurare la serie dei restauri è stato il dipinto “Venere e Adone morente con amorini” (olio su tela, 235 x 176 cm), prima opera a ritrovare la sua originaria luminosità. Il racconto ovidiano della dea innamorata e del giovane cacciatore ferito a morte da Marte si traduce, nel linguaggio morbido e struggente di Trevisani, in una scena di intensa umanità. Venere tenta di trattenere l’amato, mentre gli amorini, testimoni silenziosi, sostengono il corpo esanime: il dolore diviene pittura, la tragedia si fa gesto, e la luce si posa sulle figure come una carezza che addolcisce il destino.
Con “Il mito ritrovato”, Jesi si fa custode di un dialogo tra passato e presente, dove il restauro non è soltanto recupero materiale, ma atto d’amore verso la memoria. Le tele di Trevisani tornano così a parlare, testimoniando la continuità di un linguaggio artistico capace di unire storia e bellezza.
“Venere e Adone morente con amorini” (olio su tela, 235 x 176 cm), dettaglio del dipinto di Francesco Trevisani (1656-1746), Collezione Intesa Sanpaolo
Un’artista a tutto tondo, capace di spaziare dalla grafica alla fotografia commerciale, dalla street photography al ritratto in studio e al reportage di viaggio: è Laura Giammichele, volto noto a Senigallia e non solo, che si prepara a inaugurare la sua mostra personale “Camei”. L’abbiamo intervistata per Radio Duomo Senigallia (95.2 FM): l’audio, andato in onda nei giorni scorsi, è ancora disponibile qui grazie al lettore multimediale.
L’esordio con l’analogico e la rinascita con il digitale
La sua passione per la fotografia è iniziata in gioventù, quando regnava l’analogico e la camera oscura permetteva – seppure nella sua complessità – di comprendere quali errori si commettevano e quali percorsi portavano alla giusta direzione. Impara l’arte e poi mettila da parte… e così ha fatto: per anni si è dedicata alla sua professione di grafica. «La fotografia è tornata nella mia vita circa 15 anni fa, con l’avvento del digitale che ha reso tutto molto più semplice», racconta l’artista. Un nuovo approccio, coinciso con la sua grande passione per i viaggi. «Quando viaggio, soprattutto da sola, mi muovo con una lentezza diversa – continua Laura Giammichele. Mi siedo in un bar o in una piazza, mi guardo intorno e qualcosa accade». Il suo non è un approccio tecnico accademico, bensì un mix di «esperienza, pratica, casualità e passione», che la porta a volte anche a prevedere una scena e decidere se raccontarla.
La persona al centro: in studio e in strada
Il punto focale della sua produzione è senza dubbio la persona, l’essere umano colto nelle sue espressioni e dettagli più autentici. «C’è sempre un film, un qualcosa che si rinnova in strada, un dettaglio che mi interessa» spiega. Laura Giammichele non si limita alla fotografia di viaggio e di strada, ma si dedica con altrettanta passione al ritratto in studio, sottolineando la differenza e il fascino di entrambi i generi. «La persona in strada è più ‘reale’ – ammette – ma è altrettanto bello creare una sintonia con chi si mette in posa davanti a te, vedere come l’iniziale imbarazzo lasci spazio alla personalità». Una parte significativa del suo lavoro è legata alla collaborazione decennale con un marchio commerciale senigalliese, per il quale realizza servizi fotografici che fondono moda e street photography.
“Camei”: il gioiello ritratto
La mostra che verrà inaugurata sabato 25 ottobre, alle ore 18 alla galleria Box/3 in via Fagnani 3 a Senigallia per la curatela di Simona Zava, si intitola “Camei”: è il frutto di una duplice passione. Da una parte un gioiello di famiglia, custodito gelosamente alla bambina che fu e che si lasciò affascinare dal piccolo ritratto inciso a bassorilievo; dall’altra il cinema, con quelle brevi apparizioni cinematografiche: una celebrazione dei protagonisti dei suoi scatti. L’esposizione presenterà un allestimento variegato: 14 ritratti a colori di amici e conoscenti, affiancati da una serie di ritratti in bianco e nero di sconosciuti catturati per strada. Un alternarsi voluto per mostrare le diverse sfaccettature della sua arte.
Un nuovo progetto di arteterapia, lo “Studio Aperto – Io albero della stessa foresta“, è stato avviato all’ospedale di Senigallia. Ideato dall’artista e arteterapeuta Isabella Giampieretti, l’iniziativa mira ad aiutare i pazienti a esplorare le proprie emozioni e a favorire un senso di comunità attraverso l’espressione artistica. Per saperne di più abbiamo intervistato la promotrice dell’iniziativa: la nostra chiacchierata è in onda mercoledì 11 e giovedì 12 giugno alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre a una replica domenica 15 alle ore 17 circa, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’audio integrale è disponibile anche a fianco di questo testo, grazie al lettore multimediale.
Lo “Studio Aperto” si trova nel blocco D1, al sesto piano dell’ospedale, e sarà attivo per sei mesi, ogni martedì, mercoledì e venerdì, dalle 14:30 alle 18:00. I partecipanti potranno utilizzare diversi materiali artistici – tempere, acquarelli, pastelli, matite e creare collage – in un ambiente silenzioso e rispettoso della privacy. Un aspetto fondamentale del progetto è che non sono richieste abilità artistiche. «Più si è liberi dai propri schemi, più si riesce a esprimersi in modo autentico», spiega Giampieretti.
L’iniziativa è rivolta principalmente ai pazienti, ma con possibilità per l’eventuale presenza di familiari o accompagnatori se necessario. La caratteristica distintiva dello “Studio Aperto” è la sua flessibilità: i pazienti possono entrare e uscire quando desiderano, rimanere per il tempo che preferiscono e partecipare una o più volte. Ogni opera creata sarà esposta su un grande cartellone raffigurante una foresta, simboleggiando il senso di appartenenza e condivisione delle esperienze.
Isabella Giampieretti
L’arteterapia, sebbene poco diffusa localmente, ha radici consolidate negli ambienti ospedalieri internazionali. A Senigallia, è la prima volta che un progetto di questa portata viene avviato, coinvolgendo vari reparti come medicina, cardiologia, oncologia e psichiatria. «Aiuta a dare una voce a ciò che a volte non riusciamo a dire», afferma Giampieretti, sottolineando il ruolo dell’arte nel superare le barriere comunicative e riscoprire parti assopite di sé stessi, un bisogno emerso con forza anche dopo la pandemia.
Isabella Giampieretti, con un background nella grafica pubblicitaria e una specializzazione in arteterapia, ha unito la sua passione per l’arte con un profondo interesse per il sociale. Le sue esperienze spaziano dai bambini agli adulti, dimostrando come l’arteterapia sia uno strumento efficace per l’umanità intera, capace di facilitare la consapevolezza e la crescita personale.
Il progetto è stato realizzato grazie al sostegno della Fondazione Gabbiano, in collaborazione con l’AST di Ancona. L’obiettivo è continuare a promuovere l’arteterapia nella regione, offrendo un percorso di cura e benessere attraverso l’espressione creativa.
Sabato 14 settembre alle ore 17, presso palazzetto Baviera, sarà inaugurato il secondo periodo espositivo della Biennale istituzionale d’arte diretta da Pablo T, maestro dell’astrattismo extrasensoriale di fama internazionale, e organizzata dalla direttrice di Asti art gallery, Romina Tondo. La Biennale ospiterà una vera e propria autorità del mercato dell’arte contemporanea: il prof. Giammarco Puntelli, critico d’arte internazionale, art mental coach, con oltre 260 curatele e 22 direzioni artistiche nazionali e internazionali al suo attivo.
Interverranno al vernissage anche la dott.ssa Annalisa Puntelli Sacchetti, storica dell’arte, e l’assistente alla curatela, il dott. Paolo Calcari.
La Biennale Istituzionale d’Arte si svilupperà in due tempi: presso palazzetto Baviera il pubblico e la stampa potranno assistere alla presentazione degli organizzatori e degli ospiti da parte del maestro Pablo T e delle autorità cittadine, poi inizierà la presentazione di “Profili d’Artista”, collana prestigiosa dell’Editoriale Giorgio Mondadori.
Il prof. Puntelli, inoltre, aprirà il cuore pulsante della manifestazione, la mostra “Storie di Artisti” alla galleria Expo Ex: una straordinaria collettiva d’arte contemporanea che coinvolgerà nomi di grandi maestri, tra cui quello di Stefano Solimani. La mostra alla Expo Ex resterà aperta dal 14 al 29 settembre. Oltre a sabato 14, dopo l’inaugurazione, sarà visitabile nei seguenti orari: martedì pomeriggio dalle ore 16 alle 19, mercoledì, giovedì, venerdì e sabato dalle 10 alle 12 e dalle 15.30 alle 19; domenica pomeriggio dalle 16 alle 19. Lunedì chiuso.
Lorenza Zampa, la guida della mostra “Il tempo dei papi” allestita a Palazzo Mastai a Senigallia
E’ stata inaugurata lo scorso 27 giugno e rimarrà fruibile, a ingresso gratuito, fino al 6 gennaio 2025 la nuova mostra dal titolo “Il tempo dei papi. Antichi orologi della collezione di Palazzo Mastai e l’orologio di Pio IX dal Torrino del Quirinale” e allestita a Palazzo Mastai – Casa Museo Pio IX. L’evento nasce dal ritorno nella sede espositiva, dopo un restauro lungo circa tre anni, di quattro orologi antichi da tavolo appartenuti a Papa Pio IX nel periodo del suo lungo pontificato. Della mostra e di tutto ciò che ruota attorno all’ultima iniziativa promossa dalla Diocesi di Senigallia abbiamo parlato con Lorenza Zampa, operatrice museale di palazzo Mastai e della pinacoteca diocesana. L’intervista andrà in onda venerdì 26 luglio alle ore 13:10 e alle ore 20; sabato 27 negli stessi orari e infine domenica 28 a partire dalle ore 16:50, la terza di tre interessanti interviste tutte da riascoltarsi per quanti se le fossero perse. Chi vorrà potrà proseguire con la lettura ma l’audio integrale della chiacchierata è disponibile anche cliccando il tasto play del lettore multimediale.
Cosa si può vedere in questa mostra? Il percorso è articolato con alcuni meccanismi di orologi da torre esposti sulla scalinata di accesso al piano nobile di casa Mastai che quindi vanno ad arricchire i pezzi in mostra, mentre è stato allestito nel salone d’onore il grosso dell’esposizione, il monumentale meccanismo di orologio del Torrino del Quirinale. Si tratta del meccanismo che proprio il pontefice senigalliese fece installare nel 1858 nell’allora residenza dei papi, oggi sede della presidenza della Repubblica. Un orologio a pendolo con ruote dentate e un sistema di pesi e contrappesi in uso fino al 1961. A contornare il perimetro della sala ci sono quattro pregevoli esempi di orologi da tavolo, o parigine, realizzati in vari materiali che esprimono il gusto artistico di Pio IX. C’è anche un orologio a cucù in legno intagliato oppure un altro con l’effigie del pontefice.
Erano oggetto di donazioni o collezionismo? Sappiamo che sono stati collezionati dal papa e che sono sempre stati qui a palazzo Mastai ma da tempo non erano fruibili per un lungo restauro. Pio IX diede avvio a una vera e propria rivoluzione nel computo del tempo per gli Stati romani: il passaggio dalle ore italiche alle ore francesi, quelle da noi oggi correntemente usate.
Cioè? La giornata era sempre suddivisa in 24 ore, ma nel sistema francese il nuovo giorno iniziava a mezzanotte, mentre in quello all’italiana scattava un’ora dopo il tramonto, quindi era più impreciso e soggetto alla variazione delle stagioni. Poteva andare bene in periodi contraddistinti dalle operazioni agricole, ma non ai tempi moderni, più frenetici. Con l’orologio del Torrino del Quirinale diede proprio il via a questa rivoluzione che non venne inizialmente ben accolta, ingenerando confusione.
Hanno ancora valore questi oggetti? Indubbiamente si. Anche se non sono funzionanti nei meccanismi, hanno un valore economico, estetico, storico, anche per il legame con Pio IX, personaggio importante per la storia di questo paese pur tra le travagliate vicende. In uno compare un papa un po’ austero nonostante i suoi dipinti lo ritraggano sempre con un abbozzo di sorriso. Una di queste parigine porta la firma di un famoso orologiaio parigino, Honoré César Pons (1773-1851), come scoperto durante il restauro dalla d.ssa Raffaella Marotti dell’Università degli studi di Urbino. Un valore aggiunto a questi oggetti dalla qualità artistica indiscussa.
Qual è la loro datazione storica? Più o meno sono dello stesso arco temporale, della metà del 19esimo secolo, ci sono vari elementi che ci portano a comprendere la datazione, ma lascio la sorpresa a quanti verranno in visita.
Hai accennato a un aneddoto… Sì, il meccanismo del torrino del Quirinale venne trafugato qualche anno fa dai depositi a Roma e successivamente ritrovato grazie alle indagini del nucleo dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Rischiava di essere venduto in maniera illecita nel mercato dell’antiquariato.
Sono in programma altre iniziative legate alla mostra? C’è già un buon interesse di senigalliesi e turisti per questa mostra, con visitatori anche da Argentina e Irlanda. Faremo un mini catalogo, parte di una raccolta di quaderni sulle esposizioni diocesane, con schede di restauro e saggi che riguardano il lavoro sugli oggetti esposti in queste mostre. Ci sarà una presentazione non appena sarà pronta la pubblicazione, ma anche altri eventi collaterali, convegni e incontri sul tema dell’orologeria e del tempo, sempre molto affascinante.
L’esposizione è visitabile tutti i giorni feriali in via Mastai, 14 a Senigallia, a Palazzo Mastai – Casa Museo Pio IX, sempre a ingresso gratuito. Dal lunedì al giovedì l’orario è 9-14; il venerdì e il sabato l’orario è pomeridiano dalle 15 alle 20 (ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura).
Forse non tutti sanno che a Montecarotto esiste dal 1984 il MAM, il Museo della Mail Art, l’unico museo pubblico italiano che si occupa della “mail art”, ovvero arte per corrispondenza. Si tratta di un genere di arte contemporanea ed esperienze artistiche “viaggiate” attraverso i mezzi postali: la busta, il francobollo, la cartolina, il plico, condizionate dal supporto ma anche dal formato fino ad assumere una connotzaione specifica. Tante le iniziative in corso, che si sono estese anche al museo Nori de’ Nobili di Trecastelli e al Musinf di Senigallia. Le tre strutture hanno attualmente un denominatore comune, il professore Stefano Schiavoni, che dei primi due è direttore mentre del terzo polo culturale è all’interno del comitato scientifico. Abbiamo chiesto a lui di farci una panoramica degli eventi in corso e di quelli futuri ma soprattutto di dirci perché è così importante questo ramo artistico. L’intervista è in onda oggi, lunedì 27 maggio alle 13:10 e alle 20, e domani, martedì 28, con gli stessi orari, su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), mentre domenica lo sarà a partire dalle 16:50. L’audio è disponibile anche cliccando il tasto play del lettore multimediale, mentre chi vuole può proseguire con la lettura testuale.
Partiamo dall’ultima esposizione in corso Fe/Mail Art è una rielaborazione, una attualizzazione di una mostra storica che io e Chiara Diamantini facemmo anni fa in occasione di un convegno nazionale alla Rocca di Senigallia di alcuni decenni orsono. È divisa in due parti e due sedi: una più internazionale esposta al museo della mail art di Montecarotto con artisti maschili e femminili e una dedicata solo alle artiste, esposte al museo Nori de’ Nobili di Trecastelli. Sono materiali estrapolati dall’archivio del Musinf, ma molto attuali.
Cosa possono vedere gli utenti? Ci sono aspetti importanti dal punto di vista filologico e anche linguistico. A Montecarotto ci sono materiali più strettamente mailartistici, sul formato e sulla tipologia dell’opera: buste, francobolli e strutture legate alla posta ordinaria che sono state riutilizzate e reinventate o ricostruite dal circuito dei mailartisti di allora ma che esiste ancora oggi, provenienti da circa 50 paesi del mondo; a Trecastelli uno spaccato del mondo femminile, sempre con nomi di spicco di allora, un po’ una storia dell’arte contemporanea, ma nel frattempo sono trascorsi quasi 30 anni.
Perché sono interessanti? Per vari aspetti: c’è una visione più curiosa per una lettura più semplificata, per così dire; poi ci sono aspetti più formali e artistici che danno una testimonianza dell’arte di allora e di oggi. Ormai nel 2024 dobbiamo sempre parlare di arte contemporanea in termini storici.
Sono, per lo meno quelle esposte al MAM di Montecarotto, opere viaggiate attraverso un medium, oggi in disuso. Sì, ma molti artisti ancora lo usano, in maniera per così dire “classica”. E tra l’altro il mezzo condiziona con i suoi formati l’arte stessa.
Stefano Schiavoni
In che senso? Nel senso che dagli anni ’60 a oggi la mail art ha seguito dimensioni e formati degli uffici postali, quelli proposti dagli uffici postali in base alle regole di spedizione. Regole che rispecchiavano però gli standard internazionali. Le opere assunsero quindi quei formati e seguirono quelle regole. Forse un limite, ma secondo me più un’opportunità per gli artisti.
Solo mail tradizionale? No, c’è anche quella elettronica, quella che gli artisti veicolano attraverso social e pagine elettroniche, forse quella più difficile da registrare e conservare.
Che collezione conserva il Mam? E’ aperto dal 1984 e continua a essere l’unico museo pubblico aperto, in Italia, che si occupa della mail art. Offre uno spaccato conoscitivo di tutto il mondo abbastanza importante. E’ un patrimonio della collettività. Siamo invitati in varie zone d’Italia e non solo per parlare dei nostri progetti. L’ultimo al Thetis di Venezia, il prossimo all’università di Pavia.
Prossimi progetti? Stiamo – io e i vari collaboratori e artisti legati al Mam – lavorando a una grande mostra internazionale che va proprio a omaggiare quegli artisti, molti scomparsi, che fanno parte di una rete di impegno artistico, sociale e politico fondamentale per la ricerca di libertà dei paesi dei propri artisti. Vorremmo realizzare un ponte tra New York e Montecarotto, se ci riusciamo. Poi altre mostre-omaggio, una su Marcello Diotallevi, maestro fanese della mail art, e poi altre ancora, come l’iniziativa “Guerra alla guerra”.
Cioè? Noi mandiamo una mail agli artisti del circuito internazionale della mail art sul tema della guerra. Loro elaborano le proprie opere, ce le inviano, ovviamente via mail o via posta, e poi organizziamo mostre in giro per il mondo con quei materiali.
E per Senigallia e Trecastelli? Per il Musinf curo la parte scientifico-artistica ma col Comune di Senigallia stiamo cercando un percorso per la valorizzazione dell’archivio del museo d’arte moderna. Vorrei far visionare a tutti il grandissimo patrimonio artistico di quel polo messo in piedi da Bugatti. A Trecastelli sappiamo che il museo Nori de’ Nobili è dedicato alla grande pittrice e a tutta la sua complessità, ma ospita anche il centro studi sull’arte moderna. Oltre alla sezione sulla Fe/Mail art, stiamo cercando di creare due percorsi espositivi con due artiste molto importanti, ma dobbiamo capire se riusciremo a farli andare in porto.
Una parte importante è quella di far conoscere certe realtà museali e le varie attività… Sì, a volte mi preoccupo del fatto che a Venezia, Milano, Roma conoscano le iniziative del nostro territorio ma qui invece non se ne sappia granché. Ci dovremo lavorare ancora.
Dopo più di dieci spettacoli, saggi e rappresentazioni, dopo i lavori all’impiantistica del teatro che hanno reso il palco del Portone sempre più professionale, era giunto il momento di un’intervista. Così abbiamo colto la palla al balzo per una nuova puntata di “Venti minuti da Leone”, con protagonista Giovanna Diamantini, direttrice artistica del teatro Portone di piazza della Vittoria a Senigallia.
L’intervista è in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) oggi, lunedì 20 maggio, e domani, martedì 21, alle ore 13:10 e alle 20, con replica anche domenica 26 a partire dalle 16:50. Sarà possibile ascoltarla anche cliccando il tasto play del lettore multimediale, mentre sotto troverete la versione testuale. Buon ascolto!
Qual è il tuo ruolo all’interno del teatro Portone? Sono la direttrice artistica ma sono affiancata da varie persone che rendono possibile tutto quanto, anche a livello tecnico. E poi seguo la regia e l’organizzazione dei corsi di teatro e di musical che da anni facciamo qui dentro, curandone ogni aspetto. Il primo ha ormai circa 25 anni, il secondo corso una decina.
Partiamo dalla stagione del teatro Portone che si sta concludendo: com’è andata? Quest’anno è stato piuttosto ricco di pubblico, ne siamo felici, in molti appuntamenti c’è stata un’ottima risposta. Due sono produzioni del teatro Portone: il musical “Forza venite gente”, che nasce come saggio del gruppo di musical che abbiamo replicato perché era andato molto bene ma anche perché è un must tra i musical e manda dei bellissimi messaggi; e poi “Il povero Piero” con il gruppo di teatro, avevamo fatto un bellissimo lavoro ed è andata bene. Da saggio a spettacolo è stato un bel salto anche per loro.
Poi c’erano i gruppi dialettali e non solo… Sì, sono una forza della città e lì la risposta è sempre molto vivace, quasi automatica direi. Inoltre abbiamo avuto anche Max Paiella che già c’era stato l’anno scorso. Infine, una compagnia di Roma con una nostra concittadina, Beatrice Gregorini, che rischia di essere conosciuta più altrove che nella sua città. Ha portato “Trucchi per l’Anima”, un thriller psicologico ma molto divertente, un viaggio dentro l’animo umano che ha fornito spunti di riflessione ma anche fatto ridere.
Quante persone sono venute a teatro e chi sono? Circa duemila persone, di varie età; c’erano tanti ragazzi, sia perché i corsi di teatro e musical ne hanno coinvolti diversi, sia perché c’erano compagnie con persone di Senigallia; c’erano anche bambini con spettacoli simpatici, una bella presenza con un pubblico misto.
Il teatro Portone si è ritagliato un ruolo oltre la famiglia nel panorama cittadino. Il concetto della “Famiglia va a teatro” c’è ancora, così come è nato con don Giuseppe Bartera e Vittorio Saccinto di Teatro Time; poi abbiamo pian piano allargato, anche con i corsi, il nostro pubblico.
Corsi di teatro e musical: perché? Il corso di teatro c’è sempre stato e vediamo che coinvolge tante persone, tanto che abbiamo avviato anche corsi per bambini. Il musical l’ho fortemente voluto perché innanzitutto sono un’appassionata e ho frequentato anche una scuola di Bologna ma soprattutto perché ho trovato persone che come me avevano voglia di mettersi in gioco. Un’esperienza che dura tutto l’anno e che vuole mandare un messaggio di cura delle persone al di là della fase di canto o ballo, perché non vuole creare competizioni tra le persone. E ci ha permesso di crescere anche a livello di iscrizioni.
Siamo alla fase finale della stagione… Sì abbiamo diversi allestimenti tra gli spettacoli dei bambini junior e baby e dei corsi degli adulti. Richiede tanta energia perché coinvolge circa 120 persone.
Quali difficoltà dato che le risorse sono limitate? Bisogna buttare tutto sulla passione per superare vari ostacoli, il primo è il tempo. Non ce n’è mai abbastanza! E poi le realtà sono perlopiù amatoriali, per cui cerchiamo di accomodare gli impegni di tutti e questo crea qualche problema per far incastrare gli appuntamenti della stagione. Non ci si sente mai pronti ma poi, quando è il momento, scatta qualcosa di magico. Finora è andata sempre così.
Chiudiamo con i progetti per il futuro. Beh, ovviamente c’è l’organizzazione della nuova stagione teatrale, così come dei nuovi corsi, ma siamo sempre di corsa. Siamo stati contattati da diverse compagnie e cercheremo di accontentare tutti. Sicuramente ci saranno gli spettacoli delle realtà dialettali del territorio, ma mi piacerebbe anche allargare un po’ il nostro orizzonte anche con compagnie professioniste. Speriamo di riuscire a offrire una piacevole stagione anche il prossimo anno.
In foto, l’appassionato d’arte Piero Sbaffi e l’opera in questione, una Madonna al sepolcro, probabilmente attribuibile al pittore Carlo Maratta
Recentemente è emersa un’interessante questione nell’ambito dell’arte a Senigallia. Si tratta di un piccolo dipinto su tela raffigurante una Madonna che orienta uno sguardo di toccante dolcezza verso il vuoto sepolcro dove era custodito il corpo del Figlio. L’opera è contenuta, ma non esposta al culto, nel convento dell’Ordine dei Servi di Maria (adiacente alla chiesa di San Martino a Senigallia): è di dimensioni contenute, presenta nel retro una firma non perfettamente leggibile ma probabilmente attribuibile all’illustre pittore Carlo Maratta. E sta destando un acceso dibattito tra gli esperti del settore e gli appassionati d’arte. Ecco perché.
L’opera in questione presenta alcune singolari somiglianze con il dipinto “Visitazione al Sepolcro con la Vergine e tre Marie” della fondazione Sorgente Group di Roma, anche se la versione di Senigallia risulta meno dettagliata e più scarna di particolari. Alcuni esperti sostengono che la qualità artistica del dipinto sia sufficientemente alta da poter essere attribuita direttamente alla mano del Maestro, mentre altri sono più scettici e ipotizzano che possa trattarsi di una copia o di un lavoro eseguito da un altro artista sotto la sua supervisione.
Carlo Maratta, talvolta menzionato anche come Carlo Maratti, è stato uno dei più eminenti artisti del tardo barocco italiano, nato a Camerano il 13 maggio 1625. La sua fama e la sua abilità gli valsero il titolo di principe dell’Accademia di San Luca a Roma, dove visse e lavorò per gran parte della sua vita. Sempre a Roma morì nel 1713. Le sue opere adornano importanti musei in Italia e all’estero e la sua firma su un dipinto suscita sempre grande interesse nel mondo dell’arte.
La Diocesi di Senigallia ha avanzato una richiesta di prestito all’Ordine dei Servi di Maria, detentore dell’opera, per esporla in pinacoteca in occasione dell’anno giubilare 2025. Anno che coincide con il quarto centenario della nascita dell’artista. Questo evento potrebbe fornire l’occasione ideale per approfondire lo studio e la discussione sull’autenticità del dipinto.
L’indagine sul dipinto di Carlo Maratta rappresenta un affascinante enigma che potrebbe essere risolto solo attraverso un’analisi approfondita da parte di più critici d’arte. «L’interesse per quest’opera – afferma l’appassionato d’arte Piero Sbaffi, in FOTO con l’opera in questione – potrebbe portare ulteriori riflessioni sul dipinto, fornendo preziosi elementi di conoscenza del periodo artistico a cui appartiene. Inoltre – conclude – sarebbe auspicabile riuscire ad allestire un’esposizione presso la pinacoteca diocesana, magari proprio in occasione dei 400 anni dalla nascita dell’artista, nella quale il quadro senigalliese possa essere messo in comparazione diretta con il dipinto di proprietà della fondazione romana».
Oltre alla “Madonna della Risurrezione”, la chiesa di San Martino di Senigallia, affidata in cura ai Servi di Maria, custodisce altri tesori artistici: tra questi vi sono la recentemente restaurata pala d’altare del Guercino (al secolo Giovanni Francesco Barbieri, nato a Cento nel 1591 e morto a Bologna nel 1666) e un olio su tela di Girolamo Donnini da Correggio (Correggio, 1681, morto anch’egli a Bologna, nel 1743), raffigurante “I Sette Santi Fondatori dell’Ordine dei Servi di Maria”. Opere che testimoniano la profonda devozione religiosa e la ricca tradizione artistica della città di cui sarebbe bene avere una conoscenza più approfondita.
Si trova a Barcellona, in Spagna, uno dei dipinti trafugati nel 2004 dal liceo classico Perticari di Senigallia. L’opera “Rebecca al pozzo”, una delle più imponenti conservate nell’aula magna dell’istituto quando ancora aveva sede nello storico palazzo Gherardi in via Portici Ercolani, è stata però tagliata e restaurata in alcune parti anche con il ripristino dei colori originari. Quella rinvenuta a Barcellona ritrae appunto la fanciulla nei pressi del pozzo.
Ad annunciarne il ritrovamento è il comitato “Salviamo il Classico” che racconta come sia stato possibile grazie alle indagini dei carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale ed artistico i quali hanno mostrato le foto ai portavoce del comitato, l’avvocato Roberto Paradisi e il professor Giulio Moraca per il riconoscimento. I due sottolineano anche come il dipinto fosse stato spacciato per opera della scuola fiamminga, quando invece si tratta di un dipinto della scuola settecentesca del centro-Italia, raffigurante l’episodio biblico di Eliezer e Rebecca: era tra le proprietà del conte Gherardi che ne fece dono, assieme ad altri suoi beni, alla città di Senigallia.
Un’opera di “inestimabile valore” spiegano i due esponenti del comitato, che auspicano “un rapidissimo procedimento per il sequestro in Spagna del dipinto”, così come sperano di fare finalmente chiarezza a distanza di quasi venti anni da quel clamoroso furto al liceo su ciò che avvenne realmente: l’ipotesi è che un probabile basista aprì le porte della scuola abbandonata in fretta e furia ai malviventi.
Un’altra opera, il ritratto del cardinale Giuseppe Doria, era stata ritrovata tempo fa a L’Aquila: venne realizzata per ringraziare il cardinale dell’opera prestata quando era Nunzio apostolico ad Urbino. Il dipinto fu spacciato per ritratto di anonimo cardinale francese e quotato 1.500 euro per facilitarne la vendita illegale. Proprio nel capoluogo abruzzese è aperto il processo per il reato di ricettazione a seguito del furto nel 2004 dei quadri del “Perticari” dopo un dettagliato esposto da parte del comitato “Salviamo il Classico”.
Continuano anche a settembre a Senigallia le visite guidate alla mostra “Omaggio a Perugino”, ma si trasferiscono alla domenica pomeriggio. Dal 3 settembre e sino al 5 novembre alla pinacoteca diocesana prosegue l’iniziativa “Un maestro del Rinascimento: Perugino nelle meraviglie della Pinacoteca” in cui, accanto ai tesori di storia e arte della galleria, sarà possibile ammirare con particolare attenzione le opere che compongono l’Omaggio a Perugino che la città di Senigallia, con la Regione Marche, tributa ad uno dei massimi esponenti del Rinascimento italiano correndo il quinto centenario dalla morte.
La partecipazione alle visite guidate, con inizio alle ore 17 di ogni domenica, è gratuita, non occorre prenotazione, e darà occasione per vivere un itinerario nell’arte legato a quel Misericordiae Vultus che caratterizza l’esposizione di Senigallia, con preziose opere provenienti da importanti prestiti come dalla Galleria Nazionale delle Marche al Palazzo Ducale di Urbino.
Prosegue pertanto il successo riscosso durante il periodo estivo per questo evento espositivo che omaggia uno dei grandi maestri rinascimentali italiani: Perugino oltre ad esser stato l’iniziatore di una nuova maniera di dipingere incise profondamente sul gusto artistico dell’epoca.
L’evento gode del patrocinio del Pontificio Dicastero per la cultura e l’educazione, della Regione Marche e del Comune di Senigallia. Ad ingresso gratuito, “Omaggio a Perugino” sarà aperta dal 1 settembre al 5 novembre 2023 dal giovedì alla domenica e festivi, con orario 9-12/16-19.
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