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Tag: attualità

Senigallia, il viadotto del Morignano

Rumori dal viadotto del Morignano, trovata la soluzione. Ma i residenti non sapevano nulla

Quel problema con davanti ostacoli importanti per la sua soluzione, potrà vedere la parola fine. Non subito, intendiamoci, ma almeno la direzione è tracciata. Stiamo parlando della vicenda che ha coinvolto le zone vicine al viadotto del Morignano, che ospita autostrada A14 e complanare. Nel pomeriggio di lunedì 11 maggio la prefettura di Ancona ha diffuso la notizia di una riunione tecnica con Autostrade per l’Italia. L’incontro ha permesso di definire come porre fine ai fastidiosi e incessanti rumori del traffico veicolare. Suoni che, giorno e notte tormentavano, gli abitanti di Morignano, Gabriella, Cavallo-Portone, Alderana, Borgo Letizi e Ferriero.

La vicenda era nata nella primavera 2025, quando erano stati sostituiti dei giunti lungo l’autostrada A14 nel tratto che attraversa la parte sud di Senigallia. I colpi secchi e continui, ripetuti al passaggio di ogni veicolo, hanno a dir poco cambiato la vita dei residenti. Erano costretti a tenere le finestre chiuse anche d’estate o a rassegnarsi alla situazione. Alcuni di loro hanno invece scelto di mobilitarsi noi di Radio Duomo Senigallia li avevamo intervistati CLICCA QUI per riascoltarla. Hanno coinvolto in un primo momento il Comune. Successivamente società Autostrade, prefettura dorica e l’agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpam). 

I primi risultati però sono stati un generico ‘nulla di fatto’. Anzi, le comunicazioni erano latenti mentre i rumori continuavano a stressare la situazione. Con un po’ di insistenza e interviste su radio, giornali e tv, i residenti sono riusciti a far smuovere qualcosa. La prefettura si è adoperata per organizzare riunioni tecniche con Autostrade per l’Italia (Aspi) per mitigare le emissioni sonore. Nel marzo scorso si era individuata con certezza la fonte di tali rumori: i giunti installati qualche mese prima. Ieri hanno dato seguito a quell’incontro. 

I rappresentanti della direzione di tronco di Pescara di Aspi hanno confermato di aver avviato la sostituzione di una parte dei giunti dallo scorso 4 maggio, dopo la sospensione per i ponti primaverili. E’ stata scelta una nuova tipologia di giunto: una soluzione tecnologica innovativa e con prestazioni acustiche migliorative. 

I lavori sono in corso lungo la carreggiata sud del viadotto del Morignano e proseguiranno fino a fine maggio. Poi, come concordato con le istituzioni del territorio, scatterà la lunga pausa estiva. Non tanto per permettere le ferie ai lavoratori di Aspi quanto per l’innalzamento dei flussi veicolari durante la bella stagione. Mesi in cui però la società attiverà un monitoraggio costante sui nuovi dispositivi installati al fine di testarne il comportamento e valutare ogni ulteriore iniziativa se necessaria.

Dunque tutto risolto? Non proprio. La notizia è stata accolta positivamente dai residenti delle diverse zone vicine al viadotto del Morignano. Questi avevano anche fatto partire una raccolta firme per il sostegno alla battaglia. Ma rimane l’amaro per la mancata comunicazione. Di questa novità nessuno si è premurato di avvisare i cittadini, i diretti interessati, che sono venuti a conoscenza della riunione e del suo esito solo attraverso i media.

Quando si parla di vicinanza delle istituzioni, di ricucire il rapporto con gli elettori, si dovrebbe anche capire questo. La comunicazione è la prima forma di prossimità. Anche se a volte non risolve nulla, molto spesso fornisce il conforto necessario alla popolazione. Serve a far capire che l’ente, di qualunque livello, c’è, anzi, che sta lavorando per il cittadino. Un passaggio quanto mai necessario in un periodo di distacco, sfiducia se non di veri e propri dissidi.

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Il pianeta terra visto dallo spazio. Foto da Pixabay

La terra ha la febbre ma la medicina è nelle nostre mani

Oggi, 22 aprile 2026, si celebra la 56esima Giornata Mondiale della Terra. E come in ogni anniversario che si rispetti, la data porta con sé un bilancio: cosa è cambiato, cosa è peggiorato, cosa – forse – si muove nella direzione giusta.

Per capire dove siamo, vale la pena ricordare da dove siamo partiti. Era il 1969 quando dopo un disastro al largo della California – la solita fuoriuscita di petrolio – si decise che qualcosa doveva cambiare nel modo in cui ci si rapportava all’ambiente. Negli Stati Uniti venne scelta una data lontana dalle vacanze primaverili e dagli esami universitari, per radunare i giovani senza che dovessero scegliere tra impegno civile e studio. L’anno dopo, il 22 aprile 1970, scesero in piazza milioni di americani.
Da quel giorno, la Giornata della Terra è diventata un appuntamento globale, riconosciuto dall’ONU, capace di mobilitare centinaia di milioni di persone in quasi duecento Paesi. Una storia bella, ma con un paradosso al centro che allora non si poteva immaginare: nel 2026 sono proprio quegli stessi Stati Uniti a costituire uno degli ostacoli più grandi alla salute del pianeta.

Oggi sappiamo che la terra sta male, e i sintomi sono chiari a chiunque voglia guardarli: temperature medie in costante aumento, eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, specie animali e vegetali che scompaiono a un ritmo insostenibile. Nessuna profezia catastrofista, sia bene inteso: ci sono dati scientifici, misurati, documentati, aggiornati. La causa principale è il rilascio nell’atmosfera di una varietà di sostanze e gas che trattengono il calore solare, alzando progressivamente la temperatura globale. L’Accordo di Parigi del 2015 aveva fissato un limite, forse simbolico, che poi è stato disatteso: cercare di non superare 1,5°C di riscaldamento rispetto all’era pre-industriale. Un obiettivo che diventa sempre più difficile da raggiungere. Nel frattempo la transizione energetica si scontra ogni giorno con interessi economici consolidati da oltre un secolo.

Se questa è la diagnosi, qual è la cura? Che medicine servono? Qualcosa, nel panorama globale, si muove davvero. Spagna, Germania, Cina – e persino Cuba, in piena crisi energetica – stanno aumentando con una certa costanza le installazioni di impianti a energia solare ed eolica. La capacità mondiale di energia rinnovabile cresce ogni anno a ritmi che fino a poco fa sembravano impossibili. Ma serve un continuo investimento. In Colombia, a Santa Marta, si tengono in questi giorni colloqui tra decine di Paesi per costruire una strategia concreta verso l’abbandono dei combustibili fossili. Un altro – piccolo forse, ma reale – passo in avanti. La dipendenza dai combustibili fossili non è un destino inevitabile. È una scelta economica e politica. E le scelte si possono cambiare.

E il tema della giornata mondiale della terra – “Il nostro potere, il nostro pianeta” – vuole ricordare proprio che le grandi trasformazioni sociali non nascono dall’alto ma da milioni di persone che, ciascuna nel proprio piccolo, decidono di agire. Senza essere eroi, senza protagonismi. Basta la presenza attiva, la condivisione, la partecipazione in scelte che riguardano lo stile di vita, i consumi, la mobilità, così come il voto. Atteggiamenti che incrinano quel muro di indifferenza che ha permesso all’emergenza di diventare tale. Basta celebrare? Basta ricordare? Forse no. Ma smettere sarebbe nocivo. Il pianeta terra non ha bisogno di salvatori, ma di abitanti responsabili. Ogni giorno. Non solo il 22 aprile.

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Nelle Marche il gioco d’azzardo è in crescita, ma la fortuna non c’entra

Il grande affare del gioco d’azzardo non si ferma né rallenta. Anzi, si continua a giocare tanto e ci si indebita, con ripercussioni sociali, economiche e sanitarie. A confermarlo sono i dati ufficiali del ministero dell’economia, elaborati da Libera. Mostrano una crescita costante e impressionante. Nel 2025 si è giocata la cifra di 165 miliardi e 344 milioni di euro, + 5% rispetto il 2024. Solo online si è giocata una cifra pari a 100 miliardi e 880 milioni di euro, in crescita +9% rispetto lo scorso anno quando erano 92 miliardi e 102 milioni gli euro giocati online. 

Un aumento che si registra anche nelle Marche. Nel 2025 il “gioco” è costato oltre 4 miliardi di euro, in aumento rispetto lo scorso anno quando erano 3,8. In media nelle Marche si spendono per il gioco d’azzardo 2.700 euro all’anno per abitante, bambini compresi (va ricordato che l’azzardo è vietato fino ai 18 anni).

La provincia di Ancona è quella dove si è giocato di più con un miliardo e 89 milioni di euro, seguita dalla provincia di Macerata con 881 milioni di euro. Terza la provincia di Pesaro Urbino con 851 milioni di euro. Chiudono la provincia di Ascoli Piceno con 646 milioni di euro e quella di Fermo con 551 milioni di euro.

«L’aumento vertiginoso del gioco d’azzardo in Italia – commenta Libera – è un segnale gravissimo. E’ l’indicatore di una deriva sociale che sta divorando intere comunità, impoverendo famiglie, ampliando le disuguaglianze e offrendo nuovi spazi di profitto alle organizzazioni criminali. Ogni euro speso in azzardo è un euro sottratto alla dignità, alla cura, all’educazione, alla possibilità di costruire futuro. E quando lo Stato registra questi numeri senza intervenire con decisione, non è spettatore: è corresponsabile. Serve una svolta immediata e radicale». 

«Serve una politica che abbia il coraggio di dire basta – afferma Paolo Gasperini, referente di Libera per la regione Marche – serve una strategia nazionale che riduca drasticamente l’offerta, limiti la pubblicità, protegga i territori, sostenga chi è caduto nella dipendenza e restituisca centralità alla salute pubblica. Anche la regione deve fare la sua parte rivedendo la legge del 2023 e difendendo le persone a rischio dipendenza. Non è accettabile che interi quartieri diventino casinò a cielo aperto. Non è accettabile che la disperazione diventi un modello di business. Non è accettabile che lo Stato consideri il gioco d’azzardo una voce di bilancio».

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Galline e polli di un allevamento all'aria aperta

Influenza aviaria, primo caso umano in Europa: cosa c’è da sapere?

Dell’influenza aviaria abbiamo sentito parlare per la prima volta tra il 1996 e il 97, ma in realtà è nota in Italia da oltre un secolo. Eppure ancora oggi, quando sentiamo “aviaria”, ci preoccupiamo. Perché? Innanzitutto per la notizia, confermata dal ministero della salute, dell’individuazione in Lombardia del primo caso umano di influenza aviaria mai diagnosticato sul territorio nazionale. Si tratta del ceppo A(H9N2), un virus di origine animale a bassa patogenicità riscontrato in una persona fragile con patologie pregresse.

Il paziente avrebbe contratto l’infezione durante un soggiorno in un Paese extraeuropeo dove il contatto tra l’uomo e i volatili è più frequente. Attualmente il soggetto si trova ricoverato in ospedale, mentre le autorità sanitarie hanno già attivato i protocolli di coordinamento tra la Regione, l’Istituto Superiore di Sanità e gli organismi internazionali per monitorare l’evoluzione della situazione.

Gli esperti – come il professor Andrea Giacometti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche – spiegano che il virus H9N2 è considerato molto meno aggressivo rispetto ad altre varianti come la H5N1 (quell’influenza aviaria “emersa” nel 1996), che presenta tassi di mortalità decisamente più elevati. Al momento non esiste alcun rischio di trasmissione da uomo a uomo, poiché questo specifico patogeno non ha ancora compiuto il salto di specie necessario per diffondersi tra le persone.

Il pericolo di contagio resta dunque circoscritto al passaggio dall’animale all’uomo, escludendo la possibilità che il paziente lombardo possa infettare altri individui. La letteratura scientifica indica che questo ceppo ha causato solo poche centinaia di casi a livello mondiale, confermando una pericolosità limitata per la salute pubblica generale.

La diffusione dell’influenza aviaria avviene solitamente attraverso uccelli selvatici e acquatici che possono trasmettere il virus agli animali da allevamento e, più raramente, a mammiferi o esseri umani tramite l’inalazione di particelle contaminate. L’Istituto Superiore di Sanità assicura che non vi è alcuna evidenza di trasmissione attraverso il consumo di carne, grazie anche alle rigide normative che impongono l’abbattimento e lo smaltimento sicuro dei capi negli allevamenti positivi. In Italia la sorveglianza è costante e affidata ai servizi veterinari e alla rete RespiVirNet, che analizzano ogni mutazione virale per prevenire scenari di maggiore criticità.

Sebbene i sintomi dell’infezione siano simili a quelli di una comune influenza stagionale, con febbre alta, tosse e stanchezza, la medicina dispone di terapie efficaci basate su molecole capaci di bloccare la replicazione del virus. I pazienti contagiati vengono comunque posti in isolamento come misura precauzionale standard. Nonostante la malattia sia nota in Italia da oltre un secolo, l’attenzione delle istituzioni rimane elevata per attuare programmi di prevenzione globale, con l’obiettivo di evitare che eventuali mutazioni possano trasformare un virus animale in una potenziale minaccia pandemica.

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manifattura, produzione industriale, industria italiana, made in Italy

Export Marche in picchiata: perso un terzo del valore in due anni

Un tracollo che non sembra conoscere sosta. Il sistema produttivo delle Marche lancia un grido d’allarme attraverso le parole di Giuseppe Santarelli, segretario generale della Cgil Marche, che commenta con estrema preoccupazione i dati relativi alle esportazioni regionali nel 2025. 

I numeri parlano chiaro: in meno di due anni, la regione ha visto sfumare un terzo del proprio valore export, scivolando nei bassifondi della classifica nazionale. Il confronto con il resto d’Italia è impietoso. Mentre il Paese prova a correre, le Marche restano al palo. Nel 2025, il valore delle esportazioni marchigiane si è attestato a 13,4 miliardi di euro, segnando una contrazione del -7,6% rispetto all’anno precedente. Il dato appare ancora più critico se confrontato con la media nazionale (+3,3%) e, soprattutto, con la performance del centro Italia, che nello stesso periodo ha registrato un balzo del +13,2%.

«I dati confermano un quadro in netto peggioramento – dichiara Santarelli -. Siamo la quart’ultima regione in Italia: dietro di noi restano solo Sicilia, Sardegna e Basilicata. Dopo cinque anni di governo, è tempo che la Giunta regionale si assuma la responsabilità di questa situazione».

Il cuore manifatturiero della regione è in crisi. Un peso determinante nel risultato complessivo è dato dal comparto farmaceutico, che ha registrato una riduzione superiore ai 750 milioni di euro. Ma anche escludendo questo settore, la flessione regionale resta evidente: -3,2%. A preoccupare maggiormente è il comparto della moda, colonna portante dell’economia locale, che registra un pesante -8,6%. Entrando nel dettaglio: Abbigliamento: -12,2%; Calzature: -6,9%. Non va meglio per la meccanica (-3,6%), con una nota dolente specifica per le macchine utensili, che perdono 200 milioni di euro di commesse (-10,2%). In calo anche gli elettrodomestici (-2,6%) e i mezzi di trasporto (-8,8%). Resistono solo alcune “isole felici”: Agroalimentare: +4,4%; Gomma-plastica: +3,7%; Prodotti elettronici: +10,2%; Metalli: +3,9%.

Oltre alla congiuntura negativa, emerge un problema strutturale legato alla dimensione delle imprese, sottolineato dal presidente di Confindustria Marche, Roberto Cardinali. Il numero di esportatori marchigiani si è più che dimezzato in vent’anni, passando dagli oltre 11.000 dei primi anni Duemila ai circa 5.600 del 2024. I dati evidenziano un divario profondo: a livello nazionale, le microimprese (meno di 10 addetti) sono il 40% degli esportatori, ma pesano solo per l’1,5% del valore totale. Le imprese con oltre 100 addetti (meno dell’8% del totale) realizzano oltre il 70% dell’export. Nelle Marche, questo squilibrio è evidente nella moda: nell’abbigliamento, il 60% delle imprese esportatrici sono micro-imprese, ma generano solo il 5,7% dell’export settoriale. Nelle calzature, le micro-imprese (50% del totale) contribuiscono per meno del 3%.

Ma su questo quadro già di per sé drammatico, aleggia anche l’ombra del conflitto. Secondo il leader della Cgil, il contesto geopolitico rischia di dare il colpo di grazia a un tessuto già fragile. I conflitti internazionali in corso stanno agendo come un moltiplicatore di criticità, incidendo direttamente sui costi energetici e sulle spese operative delle imprese, minando la competitività dei prodotti marchigiani sui mercati esteri. «Non si può continuare a nascondere la realtà – incalza Santarelli -. Occorrono scelte condivise e un orientamento delle risorse pubbliche che sia realmente mirato. Senza una strategia precisa, il rischio è che il declino diventi irreversibile».

L’appello alla politica è una richiesta netta alla Regione: abbandonare la narrazione ottimistica e affrontare i nodi strutturali. Per Santarelli, la gestione delle risorse pubbliche deve cambiare passo, privilegiando investimenti che possano restituire slancio alle imprese e proteggere i livelli occupazionali messi a rischio da questa crisi commerciale.

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Il viadotto del Morignano a Senigallia

Cittadini esasperati «per i rumori del viadotto del Morignano e per i silenzi dell’amministrazione»

Una raccolta firme per far capire che l’inquinamento acustico legato al traffico sul viadotto del Morignano non è un problema che interessa poche persone. E poi un accesso agli atti per essere informati su come stanno procedendo le interlocuzioni tra Comune di Senigallia e società Autostrade.

Sono queste le ultime mosse – in ordine di tempo – avanzate dai residenti soprattutto delle zone del Cavallo, Alderana e Gabriella. Qui, dalla tarda primavera 2025, si manifestano forti rumori a ogni passaggio dei veicolo sul viadotto del Morignano, l’infrastruttura che  “ospita” un tratto dell’autostrada A14 e della complanare senigalliese.

Noi di Voce Misena/Radio Duomo Senigallia avevamo intervistato poco tempo fa due residenti: per chi volesse riascoltare l’audio, è a disposizione il lettore multimediale.

«Desideriamo mantenere alta l’attenzione sul problema del disturbo acustico causato dai nuovi giunti sul cavalcavia “Rio Morignano” della A14» scrivono i residenti che vivono più in prossimità dell’opera. «Nonostante le numerose richieste di informazione rivolte al Comune e al prefetto, inoltrate da giugno 2025, continua la loro mancata collaborazione».

Una collaborazione ritenuta fondamentale per quanti non si sentono tutelati dalle istituzioni. «A ottobre 2025 ci fanno sapere, indirettamente, che il Comune ha avviato le interlocuzioni con la società Autostrade, richiedendo un sopralluogo, ma l’amministrazione ha preferito privilegiare il rapporto diretto con il gestore dell’infrastruttura, invece di richiedere dei rilievi fonometrici all’Arpam, ente pubblico a cui avremmo avuto facilmente accesso alle informazioni».

Proprio le scarse comunicazioni e la difficoltà ad accedere agli atti relativi alla vicenda del viadotto del Morignano è alla base di un sentimento di “abbandono” da parte degli enti preposti. «A metà febbraio, abbiamo chiesto l’accesso agli atti amministrativi per sapere se continuano le interlocuzioni tra i funzionari competenti e società Autostrade, ma anche qui, ancora, nessuna risposta» lamentano i cittadini senigalliesi.

Da qui l’annuncio di voler procedere con una «raccolta di firme di consenso, per dimostrare come l’inquinamento sia un problema diffuso in ampia zona, che va ben oltre le nostre abitazioni».

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L'auditorium san Rocco a Senigallia

La città che vogliamo: le conclusioni in assemblea

Hanno discusso, approfondito, dialogato su diversi tavoli tematici. E ora siamo al dunque! Dall’articolato percorso de ‘La città che vogliamo‘, laboratorio di democrazia partecipativa promosso dalla commissione pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Senigallia, è nato un documento che sintetizza quanto è emerso negli incontri che hanno coinvolto cittadini e cittadine senigalliesi e diversi membri dell’associazionismo del territorio.

Pagine ‘di peso’ che saranno presentate in una assemblea pubblica venerdì 6 marzo 2026, alle ore 21, all’auditorium San Rocco di Senigallia, alla presenza dei candidati a sindaco (a oggi sono due: Massimo Olivetti per il centrodestra e Dario Romano, espressione del centrosinistra) per le prossime elezioni comunali del 24 e 25 maggio prossimi.

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L’arte dei piccoli passi: come affrontare il cambiamento

Il cambiamento è l’unica costante della nostra vita, ma spesso è proprio ciò che ci spaventa di più. Di questo abbiamo parlato a “20 minuti da Leone”: il contenitore di Radio Duomo Senigallia ha ospitato Enrico Battisti, psicologo e psicoterapeuta. L’intervista è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

Cambiamenti grandi e piccoli

Secondo Battisti, esistono due tipi di trasformazioni: quelle discontinue (matrimoni, separazioni, cambi di lavoro o malattie) che segnano un “prima” e un “dopo”, e quelle graduali, che avvengono giorno dopo giorno. «Il cambiamento ci attraversa costantemente», spiega lo psicologo. «Spesso la difficoltà sta proprio nell’adattarsi ai grandi stravolgimenti attraverso piccoli aggiustamenti quotidiani, flessibilizzando le proprie abitudini».

La strategia

Per gestire lo stress che deriva dalle novità, un suggerimento può arrivare dal metodo Kaizen. Di origine giapponese e portato anche in ambito industriale, questo approccio si basa sull’idea dei «piccoli passi per un miglioramento continuo». Invece di puntare a stravolgimenti radicali, che spesso generano ansia e resistenza, a volte anche inconsapevole, il segreto è focalizzarsi su micro-abitudini. Vuoi fare sport? Inizia con una passeggiata di 5 minuti. Vuoi imparare a dire di no? Comincia dalle situazioni meno complesse.
«I piccoli cambiamenti sono più sostenibili ma, nel tempo, portano a risultati straordinari», sottolinea l’esperto.

Autoefficacia e sensi di colpa

L’intervista ha toccato anche il tema dell’autoefficacia, ovvero la convinzione di avere le risorse necessarie per raggiungere un obiettivo o affrontare un cambiamento. Spesso, però, ostacoli emotivi come il senso di colpa o l’eccessivo autocriticismo frenano il percorso. «In una società che ci vuole sempre attivi, dedicarsi del tempo può far sentire in colpa. È fondamentale invece fermarsi, fare il punto della situazione e accettare anche le proprie imperfezioni o gli inciampi lungo il percorso».

Che si tratti di giovani in cerca della propria strada, di adulti che affrontano nuove sfide familiari o professionali, di persone più in là con gli anni che devono fare i conti con la salute, il messaggio è chiaro: il cambiamento è una sfida per tutti, ma può essere direzionato con consapevolezza.

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lavoro, ferro, artigianato, operaio

Marche, il 2025 anno nero per la sicurezza sul lavoro: aumentano morti e infortuni

Le Marche si riscoprono fragili e pericolose per chi lavora. I dati definitivi dell’Inail relativi al 2025 fotografano un territorio regionale dove aumentano decisamente i morti sul lavoro e in maniera più lieve anche gli infortuni. Il tutto in controtendenza negativa rispetto al resto d’Italia. Se a livello nazionale l’incremento dei decessi si è fermato a un +0,3%, nelle Marche la crescita è stata del 40,9%. Meno marcato, ma pur sempre in crescita, l’aumento delle denunce di infortunio sul lavoro, +1,3%.

La geografia del rischio

Il dato peggiore è relativo alle vittime sul lavoro: si è passati dai 22 decessi del 2024 ai 31 del 2025. A preoccupare è soprattutto la dinamica: le morti “in itinere” (lungo il tragitto casa-lavoro) sono calate, ma sono quasi raddoppiati i decessi avvenuti direttamente “sul campo”, passando da 15 a 27. La provincia di Macerata è in testa in questa drammatica graduatoria con 11 vittime, seguita da Pesaro (6), Ancona e Ascoli Piceno (5 ciascuna) e Fermo (4). Il settore più colpito resta quello dell’Industria e dei Servizi, dove si sono registrati 27 dei 31 decessi complessivi.

Infortuni e malattie: i numeri

Non va meglio sul fronte delle denunce di infortunio, che salgono a quota 16.889 (+1,3%). L’analisi dei dati rivela due trend sociali significativi: da un lato l’invecchiamento della forza lavoro, con oltre un terzo degli infortuni che coinvolge lavoratori over 50; dall’altro il fattore migratorio: sono in netta crescita (+9,2%) le denunce che riguardano lavoratori extra-UE.
Anche le malattie professionali non concedono tregua: 7.987 denunce nel 2025 (+3,4%), con una prevalenza di patologie osteo-muscolari e dell’apparato respiratorio. Unico segnale in controtendenza, fortunatamente, è il calo dei casi di tumori professionali.
Anche per le denunce di infortunio la provincia maceratese è quella che paga il prezzo più alto con 113.545 casi, seguita da Pesaro (64.057 denunce), Ancona (55.750), Ascoli Piceno (52.221) e Fermo (41.316).

Il commento

«Non possiamo accettare che il lavoro continui a essere un luogo di rischio estremo», ha dichiarato Luca Talevi, segretario regionale della CISL Marche. Il divario tra il dato marchigiano e quello nazionale deve far riflettere istituzioni e imprese sulla necessità di controlli più serrati.«Il 2026 deve diventare l’anno della prevenzione – conclude Talevi – con un deciso calo degli infortuni e una diffusione sempre più ampia della cultura della sicurezza, intesa come bene comune». L’appello che arriva dalle parti sociali è univoco: investire in formazione e tecnologia non è più un costo, ma un obbligo morale per fermare una vera e propria strage.

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Persona che utilizza uno smartphone e app social

Mascolinità, l’uomo è in crisi: i ragazzi cercano modelli ma trovano influencer tossici

Gli adolescenti maschi di oggi sono “ostaggio” dei social media, ad alto rischio di incontrare, nel loro cammino di crescita, modelli tossici di mascolinità. È questo l’allarme lanciato da Manolo Farci, professore di studi culturali e di genere all’Università di Urbino, durante un duplice incontro svoltosi lo scorso venerdì 6 febbraio a Senigallia. Il docente, autore del libro “Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità” (edizioni Nottetempo), ha incontrato al mattino gli studenti dell’istituto d’istruzione superiore Corinaldesi-Padovano mentre nel pomeriggio ha parlato con il pubblico presso Factory 00, in un’iniziativa organizzata dalla libreria iobook insieme a CNA e Arci Senigallia. La nostra intervista, andata in onda lunedì 9 e martedì 10 febbraio, sarà in replica domenica 15 alle ore 16:50 sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2FM). L’audio è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

Quando Andrew Tate diventa un eroe

L’esperienza con i ragazzi di Senigallia è stata rivelatrice. Quando Farci ha mostrato agli studenti i video di Andrew Tate – controverso influencer noto per le sue posizioni misogine – la reazione non è stata quella sperata. «Non me la sono sentita di criticarlo – ha ammesso il professore – perché ho visto nei loro occhi ammirazione. Allora ho chiesto: cosa vi piace di lui?». Le risposte sono state illuminanti: «È schietto, dice quello che pensa». «È vincente», «sa proteggere». In sintesi, Andrew Tate offre ai ragazzi una mappa – forse sbagliata, ma una mappa. «Il problema è che noi adulti non ne offriamo di alternative», sottolinea Farci.

Una generazione in cerca di punti di riferimento

Le domande dei ragazzi convergevano tutte sullo stesso nodo: come deve essere un uomo oggi? Cosa significa essere vincenti? Come affermarsi nella propria mascolinità? «Stanno chiedendo punti di riferimento – è l’interpretazione del sociologo – e mentre per le ragazze esistono decenni di femminismo ed empowerment, per i maschi c’è un vuoto. L’adesione a modelli stereotipati è ancora più forte che nelle coetanee. I ragazzi sono rimasti indietro».

Il problema dei social

Mai come oggi la misoginia e altri comportamenti “mascolini” possono raggiungere facilmente un bambino di 9, 10, 11 anni che scrolla TikTok sul divano. Le piattaforme digitali, per come sono progettate, spingono contenuti problematici con estrema facilità. Vietare i social, come hanno fatto Francia e Australia? Farci, che studia Internet da anni, è contrario: «Senza un’alternativa altrettanto stimolante, diventa solo un approccio punitivo. Bisogna entrare nel mondo dei ragazzi, non vietarlo dall’esterno». E infatti, il professore ha voluto raccontarci un aneddoto personale: quando suo nipote 13enne è scomparso nei social e nei videogiochi, ha deciso di raggiungerlo su Roblox, una piattaforma di gioco. «È stato faticoso, ma quello sforzo ha ricreato il rapporto. Lui è stato contento che io capissi il suo mondo».

Manolo Farci
Manolo Farci

Il ruolo di scuola e famiglia

Serve formazione per gli insegnanti – spesso ignari di chi sia Andrew Tate o dei codici delle sottoculture digitali – ma c’è di più: «Nella maggior parte dei casi se ne occupano docenti donne, mancano gli insegnanti maschi. E per i ragazzi devono essere gli uomini a parlare di questi temi». Il che già la dice lunga sugli stereotipi e sulla loro “resilienza”. Farci propone un modello mutuato dagli Stati Uniti: team di ragazzi poco più grandi, percepiti come fratelli maggiori, formati per andare nelle scuole. «I ragazzi ascoltano più volentieri un fratello maggiore che un professore di 60 anni». Anche le famiglie hanno un ruolo cruciale, ma devono agire in rete. «Non può essere un genitore singolo a vietare il cellulare. Deve essere una scelta condivisa, altrimenti il tentativo fallisce quando il figlio va dall’amico che gioca cinque ore al giorno».

Un panorama contraddittorio

Da un lato c’è l’ipermascolinità che dilaga – non solo nella politica internazionale con leader autocratici, ma anche nel quotidiano dei ragazzi. Dall’altro, gli scaffali delle librerie sono pieni di titoli sulla decostruzione della mascolinità, su modelli più sensibili e sulla cura rispetto agli atteggiamenti più estremi. Anche nei media tradizionali il panorama è ambivalente: trasmissioni radiofoniche o televisive approdano sui social sotto forma di clip virali (i famosi “reel”). I contenuti sono, per Farci, problematici, mentre in serie tv come “Mare Fuori” o “Skam Italia” si propongono modelli maschili nuovi, più sensibili. «Il primo passo – ha concluso Farci – è conoscere il mondo che vivono i ragazzi: ambienti, linguaggi, personaggi. Solo così possiamo entrare in connessione con loro». Da questa conoscenza e consapevolezza nasce tutto, poi da sviluppare in strategie di comunità.

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Senigallia, il viadotto del Morignano

Senigallia, residenti esasperati per i rumori dal viadotto del Morignano

Da giugno 2025 non hanno più pace. Circa cento senigalliesi – residenti nelle zone di Morignano, Gabriella, Cavallo-Portone, Alderana, Borgo Letizi e Ferriero – denunciano rumori insopportabili e continui provenienti dal viadotto del Morignano, l’infrastruttura che sorregge un tratto dell’autostrada A14 e una porzione della complanare sud. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2fm), è ascoltabile anche qui grazie al lettore multimediale.

Il problema dei nuovi giunti

«Sono tonfi cupi e rumorosi, come colpi inflitti all’infrastruttura a ogni passaggio di veicolo», raccontano Massimo Pulcinelli e Marinella Pacenti, due dei residenti che si sono mobilitati per cercare di risolvere la questione. «Il rumore è continuo, giorno e notte, estate e inverno. D’estate, con le finestre aperte, diventa insopportabile».
Secondo i cittadini, il fenomeno è iniziato dopo i lavori di sostituzione dei giunti sul viadotto del Morignano, completati a maggio 2025. «Prima c’era il normale rumore del traffico, ma dopo l’intervento la situazione è peggiorata drasticamente», spiega Pulcinelli. «Temiamo conseguenze sulla nostra salute».

Otto mesi di segnalazioni

Le prime segnalazioni risalgono al 13 giugno 2025, con una PEC al sindaco di Senigallia. Sono seguite comunicazioni a luglio e ad agosto anche al prefetto di Ancona, ad Autostrade per l’Italia e all’Arpam. I residenti chiedevano un sopralluogo, rilievi fonometrici e interventi di mitigazione.
La risposta dall’ente locale arriva il 6 ottobre: l’ingegner Paolo Olivanti, responsabile dell’area Ambiente del Comune, ha comunicato l’avvio di interlocuzioni con società Autostrade. «Si è privilegiata la collaborazione diretta con il gestore prima di disporre accertamenti strumentali», si legge nella nota, che garantisce comunque verifiche da parte dell’Arpam in caso di mancato riscontro.

Rilievi fatti, nessuna comunicazione

A novembre 2025 Autostrade avrebbe effettuato rilievi fonometrici in due zone del viadotto del Morignano tramite uno studio di Giulianova. «Ma non sappiamo nulla dei risultati», lamenta Pacenti. «Nessuno ci informa di niente».
Il 12 dicembre Autostrade ha comunicato a Comune e Prefettura l’intenzione di eseguire «approfondimenti tecnici per valutare l’effettivo peggioramento del clima acustico», senza però chiarire se si trattasse di nuove verifiche o dei rilievi già effettuati a novembre.
Il 22 dicembre il Comune ha risposto sollecitando tempi certi: «Il disagio percepito dalla cittadinanza perdura. Si auspica che gli accertamenti siano conclusi in tempi brevi», ha scritto l’ingegner Olivanti, chiedendo date, esiti ed eventuale cronoprogramma degli interventi.

L’appello al prefetto

I residenti lamentano l’assenza di comunicazioni ufficiali da parte del sindaco. «L’unico che ci ha dato notizie è l’avvocato Bello (il presidente del consiglio comunale, Ndr), ma non ha potere d’intervento», afferma Pulcinelli. «Avremmo voluto un confronto con il sindaco, massima autorità sanitaria locale. Qui parliamo di salute».
L’unico spiraglio è arrivato dalla Prefettura dorica. «La dottoressa Savarese ci ha richiamato assicurandoci che avrebbe dato una scossa a Comune e Autostrade», riferisce Pacenti. «Speriamo che il prefetto possa risolvere, visto il silenzio del sindaco».
Il rumore che sembra dunque provenire dal viadotto del Morignano si propaga fino a oltre un chilometro e mezzo di distanza, intensificandosi con lo scirocco e ovviamente d’estate, con le finestre aperte per il gran caldo. Per un centinaio di famiglie, da otto mesi, è quindi un problema di cui, a oggi, non si intravede la soluzione.

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Giovani e trappole digitali: «Smartphone a 10-11 anni? Come una pistola»

Il confine tra realtà e mondo virtuale non è mai stato così sottile. Per molti adolescenti è diventato un terreno scivoloso che può condurre ad ansia e isolamento. Nei casi peggiori, ad atti autolesionistici o reati. Ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2FM) è intervenuto Luca Russo. L’analista forense traccia un bilancio preoccupante dei rischi digitali per i giovani. Il consulente è partito dalla sua esperienza sul campo e dagli incontri con le comunità locali, come quello recente che si è tenuto a Serra de’ Conti. Smartphone e cyberbullismo i temi principali ma anche l’incosapevolezza dei genitori e le strategie da adottare. L’AUDIO, in onda nei giorni scorsi, è disponibile grazie al lettore multimediale.

I numeri citati da Russo disegnano un quadro di emergenza sociale. In Italia, nel 2025, circa 700 mila giovani sotto i 25 anni convivono con ansia e depressione. Tra i 15 e i 19 anni, l’8% soffre di disturbi d’ansia e il 4% di depressione.
«Dal 2012 ad oggi, e soprattutto dopo il Covid, abbiamo assistito a un’escalation importante», spiega Russo. «Troviamo ragazzi allo sbando sui social e nella vita reale, spesso protagonisti di fatti di cronaca. Eventi legati a nuove figure, come «i cosiddetti ‘maranza’, che commettono reati anche gravi».

Russo distingue tra due categorie di rischio. L’adolescente che non si manifesta di persona ma vive quasi esclusivamente online. E poi colui che, dopo un’iper-esposizione, inizia a “spegnere” i social. Quest’ultimo è il segnale d’allarme più grave, che a volte prelude persino ad atti di autolesionismo gravi. Il punto nodale della questione rimane lo strumento: lo smartphone.

«A 10 o 11 anni, un telefono in mano a un ragazzino è come dargli una pistola e dirgli di stare attento a non sparare. Non ha la consapevolezza dei rischi» ammonisce l’esperto. Dai contenuti pedopornografici scambiati per ‘scherzo’ fino ai modelli di guadagno facili e irreali di certi influencer. Il rischio di cadere nelle trappole digitali è altissimo.

L’analista forense tocca un tasto dolente per la comunità locale: il caso di Leonardo Calcina, il giovane che si è tolto la vita a Senigallia. Russo sfata il mito televisivo secondo cui ogni dispositivo sia facilmente accessibile agli inquirenti. «Dobbiamo sfatare le serie tv: nella ‘digital forensics’ non tutto è possibile. Abbiamo dispositivi collegati ai sistemi da un anno nel tentativo di individuare le combinazioni. Non avere il codice di sblocco dai genitori rende le indagini difficilissime, a volte impossibili».

Luca Russo
Luca Russo

Un passaggio critico dell’intervista riguarda la responsabilità genitoriale. Spesso gli adulti ignorano che, legalmente, un telefonino intestato a loro li rende i primi responsabili in caso di reati commessi dai figli. Russo è categorico sulla necessità di superare il modello del «genitore amico». Come? Attraverso una supervisione che non significa spionaggio: il genitore deve possedere i codici di sblocco e le password dei social. Serve un lavoro di dialogo e crescita consapevole prima di dare lo smartphone in mano al proprio figlio. Perché dopo è sempre tardi. Sempre. Altra possibilità è la presenza digitale: «gli adulti devono imparare a usare TikTok e Instagram per capire l’ambiente frequentato dai propri figli».

C’è però il nodo privacy , come sottolineato da molti genitori durante gli incontri che l’analista forense tiene in giro per il paese, ma Russo sostiene che in Italia non esista una privacy assoluta del minore rispetto al genitore; l’autorità genitoriale implica un «dovere di vigilanza fino alla maggiore età».

Il messaggio finale del dottor Russo è un appello all’equilibrio. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di non abdicare al ruolo di guida. «È difficile fare i genitori, ma bisogna riportare le regole nel sistema innovativo. Il controllo non è finalizzato a spiare, ma a vigilare». In un mondo dove un click può segnare una vita intera, la presenza consapevole degli adulti è tra i pochi, veri ed efficaci antivirus.

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Il castello di Nidastore, ad Arcevia. Immagine da FAI - Fondo per l'Ambiente Italiano

Arcevia, il borgo di Nidastore vince la sfida del Fai tra rilancio sociale ed economico

C’è un’Italia che non si arrende allo spopolamento, un’Italia fatta di borghi arroccati e comunità resilienti che trovano nel proprio patrimonio storico la forza per guardare al futuro. È il caso di Nidastore, il più settentrionale dei nove castelli di Arcevia, che oggi celebra un traguardo straordinario: il suo progetto è stato selezionato dal FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e Intesa Sanpaolo nell’ambito della XII edizione del censimento “I Luoghi del Cuore”.

Il borgo marchigiano, che ha raccolto ben 11.153 voti (posizionandosi al 35° posto nazionale), riceverà un contributo economico di 40 mila euro per i primi interventi di recupero e riuso dell’edificio ottocentesco posto all’ingresso del borgo. Un atto fondamentale per ridare vita ad alcuni spazi storici e in disuso, trasformandoli in un motore di sviluppo per l’intera Valle del Misa e del Nevola.

Il cuore dell’intervento riguarda la ristrutturazione di tre ambienti in un edificio situato proprio all’ingresso del castello. Non si tratta di un semplice restauro estetico, ma di una vera e propria operazione sociale. Il progetto, curato dall’antica Istituzione Uomini di Nidastore (attiva fin dal XV secolo), prevede la creazione di uno spazio di aggregazione, un Infopoint turistico e un temporary shop. Si tratterà di un luogo dove gli abitanti potranno ritrovarsi, contrastando l’isolamento tipico delle aree interne, ma che servirà anche come punto di partenza strategico per escursioni naturalistiche e culturali nel territorio e infine come vetrina dedicata a produttori e artigiani locali per incentivare l’economia di prossimità.

L’intervento di Arcevia non è isolato, ma fa parte di una visione più ampia che il FAI porta avanti con determinazione: valorizzare l’Italia più fragile, quella delle aree interne e dei piccoli centri montani. Quest’anno il fondo ha stanziato ben 700.000 euro (la cifra più alta di sempre), destinati a venti progetti che incarnano l’identità e la memoria collettiva del Paese.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GABRIO GOFFI – UOMINI DI NIDASTORE (AUDIO)

La partecipazione “dal basso” è la vera chiave di volta: per Nidastore, come per gli altri siti selezionati, il voto dei cittadini ha trasformato un desiderio di tutela in un’infrastruttura concreta. Il progetto dimostra che anche una frazione lontana dai grandi flussi turistici può diventare un polo d’attrazione se sostenuta da una visione culturale solida.

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Senigallia, la festa della Repubblica è sempre più festa della pace

La Scuola di Pace di Senigallia scrive al primo ministro della Groenlandia: «Scioperi contro Usa»

La Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” di Senigallia ha inviato una lettera aperta al primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, esprimendo solidarietà di fronte al rischio di un’invasione e annessione da parte degli Stati Uniti. Nella missiva, i copresidenti Roberto Mancini ed Emanuela Sbriscia Fioretti esortano il popolo groenlandese a prepararsi fin da subito alla «resistenza civile nonviolenta». 

Citando le ricerche di Erica Chenoweth, la Scuola di Pace sottolinea come i movimenti nonviolenti abbiano statisticamente più probabilità di successo rispetto a quelli armati, specialmente contro potenze militari superiori. «Tentare una resistenza armata sarebbe non solo impossibile, ma disastroso – si legge nel testo – trasformando la Groenlandia in un teatro di guerra aperto a interventi di altre potenze mondiali». 

La strategia suggerita nella lettera si basa su strumenti concreti come scioperi, boicottaggi e manifestazioni pacifiche, richiamando gli esempi storici di Gandhi, della resistenza scandinava al nazismo e della lotta contro l’apartheid. «Siamo certi che, con intelligenza e partecipazione diffusa, anche un popolo non numeroso possa difendere la propria libertà senza ricorrere alle armi», conclude l’appello inviato dalle Marche.

IL TESTO DELLA LETTERA

Egregio Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen,
la Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” del Comune di Senigallia, in provincia di Ancona, Italia, desidera esprimere la propria piena solidarietà al popolo groenlandese in un momento in cui si profila il rischio concreto che la Groenlandia possa essere invasa e annessa agli Stati Uniti d’America.
In questa prospettiva, riteniamo fondamentale preparare fin da subito la popolazione a una resistenza civile nonviolenta. I dati raccolti da ricercatori e ricercatrici come Erica Chenoweth dimostrano chiaramente che i movimenti di resistenza nonviolenta hanno molte più probabilità di successo rispetto a quelli violenti, soprattutto quando sono ben organizzati e coinvolgono la maggior parte della popolazione. La storia recente e passata conferma l’efficacia di questa strategia: Gandhi in India, i danesi e i norvegesi contro la Germania nazista, la liberazione della Serbia dal regime di Milosevic nel 2000, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, e molti altri esempi dimostrano come la resistenza nonviolenta possa avere successo anche contro potenze militari superiori.
Qualora la Groenlandia decidesse, come auspichiamo, di organizzare una resistenza nonviolenta, è fondamentale che questa scelta venga rispettata in ogni momento. Qualsiasi episodio di violenza, anche marginale, rischierebbe di compromettere l’intera strategia e di portare al fallimento, vanificando gli sforzi della popolazione e mettendo in pericolo la libertà di tutti.
Tentare una resistenza armata sarebbe non solo impossibile, ma anche disastroso, trasformando la Groenlandia in un teatro di guerra aperto a interventi di potenze mondiali. Meglio seguire i metodi della difesa popolare nonviolenta: fermi nelle proprie rivendicazioni, senza produrre morte, sofferenza o odio, e capaci di mobilitare la popolazione attraverso strumenti concreti come scioperi, boicottaggi, chiusura dei negozi, marce e manifestazioni pacifiche.
Siamo certi che, con criterio, intelligenza e partecipazione diffusa, anche un popolo non numeroso come quello groenlandese possa difendere la propria libertà senza ricorrere alle armi.
Con sincera stima e solidarietà,

Roberto Mancini
Emanuela Sbriscia Fioretti
Copresidenti della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti”

Comune di Senigallia, Ancona, Italia

I sopralluoghi delle forze dell'ordine alla Lanterna Azzurra subito dopo la tragedia dell'8 dicembre 2018

Le famiglie delle vittime di Corinaldo scrivono a Meloni: «Noi come Crans-Montana, lo Stato non ci dimentichi»

Le famiglie delle sei giovani vittime che nel 2018 persero la vita in quella che doveva essere un’uscita di sicurezza della Lanterna Azzurra di Corinaldo hanno inviato una lettera alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al centro la richiesta di sostegno da parte dello Stato, così come promesso dal Governo ai familiari delle vittime italiane della recente tragedia di Crans-Montana, in Svizzera.

«A noi sette anni fa è successa la stessa cosa – scrivono i familiari di cinque adolescenti e di una madre di 39 anni deceduti nel dicembre 2018 – e nessuno più di noi può capire il dolore di perdere un figlio in un locale che doveva essere sicuro». Nella lettera, i parenti esprimono apprezzamento per la vicinanza mostrata dalla presidente del consiglio verso le vittime in Svizzera, ma al contempo denunciano un senso di abbandono istituzionale protrattosi per anni.

Le famiglie sottolineano le «evidenti similitudini» tra i due drammatici episodi: «Anche a Corinaldo troppe persone non hanno fatto il proprio lavoro: il locale non aveva l’agibilità ed era accatastato come magazzino agricolo, ma aveva superato i controlli». L’appello arriva a pochi mesi dal giudizio in tribunale sulla sicurezza del locale: «Chiediamo un sostegno morale e materiale – conclude la lettera – affinché tragedie simili non debbano ripetersi mai più».

IL TESTO DELLA LETTERA

Gentile Presidente Meloni,
siamo le famiglie delle vittime della tragedia della Lanterna Azzurra di Corinaldo avvenuta nella notte dell’8 dicembre 2018, nella quale durante un evento musicale all’interno di una discoteca sei persone hanno perso la vita: cinque ragazze e ragazzi tra i 14 e i 16 anni e una donna di 39, madre di quattro figli. Un centinaio sono rimaste ferite. Vogliamo esprimere il nostro cordoglio più sincero alle famiglie delle giovani vittime della tragedia di Crans-Montana. A noi sette anni fa è successa la stessa cosa e nessuno più di noi può capire il dolore profondo di perdere un figlio o una compagna o una madre in questa maniera, in un locale che doveva essere sicuro, durante una serata che doveva essere di divertimento.

Le scriviamo dopo aver ascoltato le sue importanti parole in merito a questa vicenda durante la conferenza stampa di inizio anno e vorremmo esprimere il nostro profondo apprezzamento per le sue frasi di vicinanza ai famigliari delle vittime di questa tragedia. Lei ha affermato non solo che il Governo è pronto a fornire alle famiglie tutta l’assistenza necessaria per fare sì che possano avere giustizia, ma ha anche dato la sua parola per garantire che queste famiglie non verranno lasciate sole. Noi crediamo che «sentire la vicinanza e il supporto morale e materiale dello Stato mentre si chiede giustizia per un fatto di così forte impatto come quello che è capitato a noi e alle famiglie di Crans-Montana sia fondamentale. Famiglie che devono affrontare non solo dolori enormi, ma anche cambiamenti di vita traumatici e profondi, una fatica giudiziaria inimmaginabile e significative spese giudiziarie. Tutto ciò per aver perso dei figli. Quindi pensiamo che le sue parole siano meritevoli e preziose».

Ma noi, Presidente, in questi anni dallo Stato ci siamo sentiti abbandonati. Nei prossimi tre mesi si deciderà il giudizio in appello della parte del processo che riguarda la sicurezza del locale. Noi portiamo avanti da sette anni una battaglia che a volte sembra solo nostra ma che in realtà è di tutti: per questo il supporto dello Stato è qualcosa che vorremmo ricevere anche noi.

È una battaglia sulla sicurezza dei locali. Nel processo stiamo provando a rispondere a quei perché che anche lei ha evocato nel suo discorso: perché il locale non era sicuro? Stiamo provando a stabilire le responsabilità di questa vicenda, per fare in modo che tragedie come quella di Corinaldo prima e quella di Crans-Montana poi, non debbano accadere mai più.
Presidente, ci rammarica che a sette anni di distanza la tragedia di Corinaldo, che mai sarebbe dovuta accadere, non sia stata di insegnamento per evitare ulteriori accadimenti della stessa natura.

Nel suo discorso lei si chiedeva se cose simili fossero già successe in Italia o se sia mai possibile che accadano nel nostro Paese. Purtroppo sì, sono già successe, nonostante le norme che lei ha definito più stringenti rispetto al contesto di Crans-Montana. Perché è importante non solo che le norme di sicurezza esistano, ma anche che vengano rispettate. Quello di Crans-Montana è un dramma che poteva e doveva essere evitato. Anche Corinaldo è un dramma che poteva e doveva essere evitato.

A sette anni di distanza, noi stiamo portando avanti una battaglia che è vitale per tutti, non solo per noi. Chiediamo per questo un sostegno da parte dello Stato anche per le nostre famiglie, soprattutto perché vogliamo che terribili vicende come queste non debbano ripetersi. Noi aspetteremo fiduciosi che la giustizia faccia il suo corso, ma chiediamo di non essere lasciati soli. La ringraziamo perché il suo discorso ci dà speranze nuove, speranze che purtroppo fino ad adesso non abbiamo avuto.

Le famiglie delle vittime di Corinaldo

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