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Tag: attualità

lavoro, ferro, artigianato, operaio

Marche, il 2025 anno nero per la sicurezza sul lavoro: aumentano morti e infortuni

Le Marche si riscoprono fragili e pericolose per chi lavora. I dati definitivi dell’Inail relativi al 2025 fotografano un territorio regionale dove aumentano decisamente i morti sul lavoro e in maniera più lieve anche gli infortuni. Il tutto in controtendenza negativa rispetto al resto d’Italia. Se a livello nazionale l’incremento dei decessi si è fermato a un +0,3%, nelle Marche la crescita è stata del 40,9%. Meno marcato, ma pur sempre in crescita, l’aumento delle denunce di infortunio sul lavoro, +1,3%.

La geografia del rischio

Il dato peggiore è relativo alle vittime sul lavoro: si è passati dai 22 decessi del 2024 ai 31 del 2025. A preoccupare è soprattutto la dinamica: le morti “in itinere” (lungo il tragitto casa-lavoro) sono calate, ma sono quasi raddoppiati i decessi avvenuti direttamente “sul campo”, passando da 15 a 27. La provincia di Macerata è in testa in questa drammatica graduatoria con 11 vittime, seguita da Pesaro (6), Ancona e Ascoli Piceno (5 ciascuna) e Fermo (4). Il settore più colpito resta quello dell’Industria e dei Servizi, dove si sono registrati 27 dei 31 decessi complessivi.

Infortuni e malattie: i numeri

Non va meglio sul fronte delle denunce di infortunio, che salgono a quota 16.889 (+1,3%). L’analisi dei dati rivela due trend sociali significativi: da un lato l’invecchiamento della forza lavoro, con oltre un terzo degli infortuni che coinvolge lavoratori over 50; dall’altro il fattore migratorio: sono in netta crescita (+9,2%) le denunce che riguardano lavoratori extra-UE.
Anche le malattie professionali non concedono tregua: 7.987 denunce nel 2025 (+3,4%), con una prevalenza di patologie osteo-muscolari e dell’apparato respiratorio. Unico segnale in controtendenza, fortunatamente, è il calo dei casi di tumori professionali.
Anche per le denunce di infortunio la provincia maceratese è quella che paga il prezzo più alto con 113.545 casi, seguita da Pesaro (64.057 denunce), Ancona (55.750), Ascoli Piceno (52.221) e Fermo (41.316).

Il commento

«Non possiamo accettare che il lavoro continui a essere un luogo di rischio estremo», ha dichiarato Luca Talevi, segretario regionale della CISL Marche. Il divario tra il dato marchigiano e quello nazionale deve far riflettere istituzioni e imprese sulla necessità di controlli più serrati.«Il 2026 deve diventare l’anno della prevenzione – conclude Talevi – con un deciso calo degli infortuni e una diffusione sempre più ampia della cultura della sicurezza, intesa come bene comune». L’appello che arriva dalle parti sociali è univoco: investire in formazione e tecnologia non è più un costo, ma un obbligo morale per fermare una vera e propria strage.

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Persona che utilizza uno smartphone e app social

Mascolinità, l’uomo è in crisi: i ragazzi cercano modelli ma trovano influencer tossici

Gli adolescenti maschi di oggi sono “ostaggio” dei social media, ad alto rischio di incontrare, nel loro cammino di crescita, modelli tossici di mascolinità. È questo l’allarme lanciato da Manolo Farci, professore di studi culturali e di genere all’Università di Urbino, durante un duplice incontro svoltosi lo scorso venerdì 6 febbraio a Senigallia. Il docente, autore del libro “Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità” (edizioni Nottetempo), ha incontrato al mattino gli studenti dell’istituto d’istruzione superiore Corinaldesi-Padovano mentre nel pomeriggio ha parlato con il pubblico presso Factory 00, in un’iniziativa organizzata dalla libreria iobook insieme a CNA e Arci Senigallia. La nostra intervista, andata in onda lunedì 9 e martedì 10 febbraio, sarà in replica domenica 15 alle ore 16:50 sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2FM). L’audio è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

Quando Andrew Tate diventa un eroe

L’esperienza con i ragazzi di Senigallia è stata rivelatrice. Quando Farci ha mostrato agli studenti i video di Andrew Tate – controverso influencer noto per le sue posizioni misogine – la reazione non è stata quella sperata. «Non me la sono sentita di criticarlo – ha ammesso il professore – perché ho visto nei loro occhi ammirazione. Allora ho chiesto: cosa vi piace di lui?». Le risposte sono state illuminanti: «È schietto, dice quello che pensa». «È vincente», «sa proteggere». In sintesi, Andrew Tate offre ai ragazzi una mappa – forse sbagliata, ma una mappa. «Il problema è che noi adulti non ne offriamo di alternative», sottolinea Farci.

Una generazione in cerca di punti di riferimento

Le domande dei ragazzi convergevano tutte sullo stesso nodo: come deve essere un uomo oggi? Cosa significa essere vincenti? Come affermarsi nella propria mascolinità? «Stanno chiedendo punti di riferimento – è l’interpretazione del sociologo – e mentre per le ragazze esistono decenni di femminismo ed empowerment, per i maschi c’è un vuoto. L’adesione a modelli stereotipati è ancora più forte che nelle coetanee. I ragazzi sono rimasti indietro».

Il problema dei social

Mai come oggi la misoginia e altri comportamenti “mascolini” possono raggiungere facilmente un bambino di 9, 10, 11 anni che scrolla TikTok sul divano. Le piattaforme digitali, per come sono progettate, spingono contenuti problematici con estrema facilità. Vietare i social, come hanno fatto Francia e Australia? Farci, che studia Internet da anni, è contrario: «Senza un’alternativa altrettanto stimolante, diventa solo un approccio punitivo. Bisogna entrare nel mondo dei ragazzi, non vietarlo dall’esterno». E infatti, il professore ha voluto raccontarci un aneddoto personale: quando suo nipote 13enne è scomparso nei social e nei videogiochi, ha deciso di raggiungerlo su Roblox, una piattaforma di gioco. «È stato faticoso, ma quello sforzo ha ricreato il rapporto. Lui è stato contento che io capissi il suo mondo».

Manolo Farci
Manolo Farci

Il ruolo di scuola e famiglia

Serve formazione per gli insegnanti – spesso ignari di chi sia Andrew Tate o dei codici delle sottoculture digitali – ma c’è di più: «Nella maggior parte dei casi se ne occupano docenti donne, mancano gli insegnanti maschi. E per i ragazzi devono essere gli uomini a parlare di questi temi». Il che già la dice lunga sugli stereotipi e sulla loro “resilienza”. Farci propone un modello mutuato dagli Stati Uniti: team di ragazzi poco più grandi, percepiti come fratelli maggiori, formati per andare nelle scuole. «I ragazzi ascoltano più volentieri un fratello maggiore che un professore di 60 anni». Anche le famiglie hanno un ruolo cruciale, ma devono agire in rete. «Non può essere un genitore singolo a vietare il cellulare. Deve essere una scelta condivisa, altrimenti il tentativo fallisce quando il figlio va dall’amico che gioca cinque ore al giorno».

Un panorama contraddittorio

Da un lato c’è l’ipermascolinità che dilaga – non solo nella politica internazionale con leader autocratici, ma anche nel quotidiano dei ragazzi. Dall’altro, gli scaffali delle librerie sono pieni di titoli sulla decostruzione della mascolinità, su modelli più sensibili e sulla cura rispetto agli atteggiamenti più estremi. Anche nei media tradizionali il panorama è ambivalente: trasmissioni radiofoniche o televisive approdano sui social sotto forma di clip virali (i famosi “reel”). I contenuti sono, per Farci, problematici, mentre in serie tv come “Mare Fuori” o “Skam Italia” si propongono modelli maschili nuovi, più sensibili. «Il primo passo – ha concluso Farci – è conoscere il mondo che vivono i ragazzi: ambienti, linguaggi, personaggi. Solo così possiamo entrare in connessione con loro». Da questa conoscenza e consapevolezza nasce tutto, poi da sviluppare in strategie di comunità.

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Senigallia, il viadotto del Morignano

Senigallia, residenti esasperati per i rumori dal viadotto del Morignano

Da giugno 2025 non hanno più pace. Circa cento senigalliesi – residenti nelle zone di Morignano, Gabriella, Cavallo-Portone, Alderana, Borgo Letizi e Ferriero – denunciano rumori insopportabili e continui provenienti dal viadotto del Morignano, l’infrastruttura che sorregge un tratto dell’autostrada A14 e una porzione della complanare sud. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2fm), è ascoltabile anche qui grazie al lettore multimediale.

Il problema dei nuovi giunti

«Sono tonfi cupi e rumorosi, come colpi inflitti all’infrastruttura a ogni passaggio di veicolo», raccontano Massimo Pulcinelli e Marinella Pacenti, due dei residenti che si sono mobilitati per cercare di risolvere la questione. «Il rumore è continuo, giorno e notte, estate e inverno. D’estate, con le finestre aperte, diventa insopportabile».
Secondo i cittadini, il fenomeno è iniziato dopo i lavori di sostituzione dei giunti sul viadotto del Morignano, completati a maggio 2025. «Prima c’era il normale rumore del traffico, ma dopo l’intervento la situazione è peggiorata drasticamente», spiega Pulcinelli. «Temiamo conseguenze sulla nostra salute».

Otto mesi di segnalazioni

Le prime segnalazioni risalgono al 13 giugno 2025, con una PEC al sindaco di Senigallia. Sono seguite comunicazioni a luglio e ad agosto anche al prefetto di Ancona, ad Autostrade per l’Italia e all’Arpam. I residenti chiedevano un sopralluogo, rilievi fonometrici e interventi di mitigazione.
La risposta dall’ente locale arriva il 6 ottobre: l’ingegner Paolo Olivanti, responsabile dell’area Ambiente del Comune, ha comunicato l’avvio di interlocuzioni con società Autostrade. «Si è privilegiata la collaborazione diretta con il gestore prima di disporre accertamenti strumentali», si legge nella nota, che garantisce comunque verifiche da parte dell’Arpam in caso di mancato riscontro.

Rilievi fatti, nessuna comunicazione

A novembre 2025 Autostrade avrebbe effettuato rilievi fonometrici in due zone del viadotto del Morignano tramite uno studio di Giulianova. «Ma non sappiamo nulla dei risultati», lamenta Pacenti. «Nessuno ci informa di niente».
Il 12 dicembre Autostrade ha comunicato a Comune e Prefettura l’intenzione di eseguire «approfondimenti tecnici per valutare l’effettivo peggioramento del clima acustico», senza però chiarire se si trattasse di nuove verifiche o dei rilievi già effettuati a novembre.
Il 22 dicembre il Comune ha risposto sollecitando tempi certi: «Il disagio percepito dalla cittadinanza perdura. Si auspica che gli accertamenti siano conclusi in tempi brevi», ha scritto l’ingegner Olivanti, chiedendo date, esiti ed eventuale cronoprogramma degli interventi.

L’appello al prefetto

I residenti lamentano l’assenza di comunicazioni ufficiali da parte del sindaco. «L’unico che ci ha dato notizie è l’avvocato Bello (il presidente del consiglio comunale, Ndr), ma non ha potere d’intervento», afferma Pulcinelli. «Avremmo voluto un confronto con il sindaco, massima autorità sanitaria locale. Qui parliamo di salute».
L’unico spiraglio è arrivato dalla Prefettura dorica. «La dottoressa Savarese ci ha richiamato assicurandoci che avrebbe dato una scossa a Comune e Autostrade», riferisce Pacenti. «Speriamo che il prefetto possa risolvere, visto il silenzio del sindaco».
Il rumore che sembra dunque provenire dal viadotto del Morignano si propaga fino a oltre un chilometro e mezzo di distanza, intensificandosi con lo scirocco e ovviamente d’estate, con le finestre aperte per il gran caldo. Per un centinaio di famiglie, da otto mesi, è quindi un problema di cui, a oggi, non si intravede la soluzione.

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Giovani e trappole digitali: «Smartphone a 10-11 anni? Come una pistola»

Il confine tra realtà e mondo virtuale non è mai stato così sottile. Per molti adolescenti è diventato un terreno scivoloso che può condurre ad ansia e isolamento. Nei casi peggiori, ad atti autolesionistici o reati. Ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2FM) è intervenuto Luca Russo. L’analista forense traccia un bilancio preoccupante dei rischi digitali per i giovani. Il consulente è partito dalla sua esperienza sul campo e dagli incontri con le comunità locali, come quello recente che si è tenuto a Serra de’ Conti. Smartphone e cyberbullismo i temi principali ma anche l’incosapevolezza dei genitori e le strategie da adottare. L’AUDIO, in onda nei giorni scorsi, è disponibile grazie al lettore multimediale.

I numeri citati da Russo disegnano un quadro di emergenza sociale. In Italia, nel 2025, circa 700 mila giovani sotto i 25 anni convivono con ansia e depressione. Tra i 15 e i 19 anni, l’8% soffre di disturbi d’ansia e il 4% di depressione.
«Dal 2012 ad oggi, e soprattutto dopo il Covid, abbiamo assistito a un’escalation importante», spiega Russo. «Troviamo ragazzi allo sbando sui social e nella vita reale, spesso protagonisti di fatti di cronaca. Eventi legati a nuove figure, come «i cosiddetti ‘maranza’, che commettono reati anche gravi».

Russo distingue tra due categorie di rischio. L’adolescente che non si manifesta di persona ma vive quasi esclusivamente online. E poi colui che, dopo un’iper-esposizione, inizia a “spegnere” i social. Quest’ultimo è il segnale d’allarme più grave, che a volte prelude persino ad atti di autolesionismo gravi. Il punto nodale della questione rimane lo strumento: lo smartphone.

«A 10 o 11 anni, un telefono in mano a un ragazzino è come dargli una pistola e dirgli di stare attento a non sparare. Non ha la consapevolezza dei rischi» ammonisce l’esperto. Dai contenuti pedopornografici scambiati per ‘scherzo’ fino ai modelli di guadagno facili e irreali di certi influencer. Il rischio di cadere nelle trappole digitali è altissimo.

L’analista forense tocca un tasto dolente per la comunità locale: il caso di Leonardo Calcina, il giovane che si è tolto la vita a Senigallia. Russo sfata il mito televisivo secondo cui ogni dispositivo sia facilmente accessibile agli inquirenti. «Dobbiamo sfatare le serie tv: nella ‘digital forensics’ non tutto è possibile. Abbiamo dispositivi collegati ai sistemi da un anno nel tentativo di individuare le combinazioni. Non avere il codice di sblocco dai genitori rende le indagini difficilissime, a volte impossibili».

Luca Russo
Luca Russo

Un passaggio critico dell’intervista riguarda la responsabilità genitoriale. Spesso gli adulti ignorano che, legalmente, un telefonino intestato a loro li rende i primi responsabili in caso di reati commessi dai figli. Russo è categorico sulla necessità di superare il modello del «genitore amico». Come? Attraverso una supervisione che non significa spionaggio: il genitore deve possedere i codici di sblocco e le password dei social. Serve un lavoro di dialogo e crescita consapevole prima di dare lo smartphone in mano al proprio figlio. Perché dopo è sempre tardi. Sempre. Altra possibilità è la presenza digitale: «gli adulti devono imparare a usare TikTok e Instagram per capire l’ambiente frequentato dai propri figli».

C’è però il nodo privacy , come sottolineato da molti genitori durante gli incontri che l’analista forense tiene in giro per il paese, ma Russo sostiene che in Italia non esista una privacy assoluta del minore rispetto al genitore; l’autorità genitoriale implica un «dovere di vigilanza fino alla maggiore età».

Il messaggio finale del dottor Russo è un appello all’equilibrio. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di non abdicare al ruolo di guida. «È difficile fare i genitori, ma bisogna riportare le regole nel sistema innovativo. Il controllo non è finalizzato a spiare, ma a vigilare». In un mondo dove un click può segnare una vita intera, la presenza consapevole degli adulti è tra i pochi, veri ed efficaci antivirus.

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Il castello di Nidastore, ad Arcevia. Immagine da FAI - Fondo per l'Ambiente Italiano

Arcevia, il borgo di Nidastore vince la sfida del Fai tra rilancio sociale ed economico

C’è un’Italia che non si arrende allo spopolamento, un’Italia fatta di borghi arroccati e comunità resilienti che trovano nel proprio patrimonio storico la forza per guardare al futuro. È il caso di Nidastore, il più settentrionale dei nove castelli di Arcevia, che oggi celebra un traguardo straordinario: il suo progetto è stato selezionato dal FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e Intesa Sanpaolo nell’ambito della XII edizione del censimento “I Luoghi del Cuore”.

Il borgo marchigiano, che ha raccolto ben 11.153 voti (posizionandosi al 35° posto nazionale), riceverà un contributo economico di 40 mila euro per i primi interventi di recupero e riuso dell’edificio ottocentesco posto all’ingresso del borgo. Un atto fondamentale per ridare vita ad alcuni spazi storici e in disuso, trasformandoli in un motore di sviluppo per l’intera Valle del Misa e del Nevola.

Il cuore dell’intervento riguarda la ristrutturazione di tre ambienti in un edificio situato proprio all’ingresso del castello. Non si tratta di un semplice restauro estetico, ma di una vera e propria operazione sociale. Il progetto, curato dall’antica Istituzione Uomini di Nidastore (attiva fin dal XV secolo), prevede la creazione di uno spazio di aggregazione, un Infopoint turistico e un temporary shop. Si tratterà di un luogo dove gli abitanti potranno ritrovarsi, contrastando l’isolamento tipico delle aree interne, ma che servirà anche come punto di partenza strategico per escursioni naturalistiche e culturali nel territorio e infine come vetrina dedicata a produttori e artigiani locali per incentivare l’economia di prossimità.

L’intervento di Arcevia non è isolato, ma fa parte di una visione più ampia che il FAI porta avanti con determinazione: valorizzare l’Italia più fragile, quella delle aree interne e dei piccoli centri montani. Quest’anno il fondo ha stanziato ben 700.000 euro (la cifra più alta di sempre), destinati a venti progetti che incarnano l’identità e la memoria collettiva del Paese.

ASCOLTA L’INTERVISTA A GABRIO GOFFI – UOMINI DI NIDASTORE (AUDIO)

La partecipazione “dal basso” è la vera chiave di volta: per Nidastore, come per gli altri siti selezionati, il voto dei cittadini ha trasformato un desiderio di tutela in un’infrastruttura concreta. Il progetto dimostra che anche una frazione lontana dai grandi flussi turistici può diventare un polo d’attrazione se sostenuta da una visione culturale solida.

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Senigallia, la festa della Repubblica è sempre più festa della pace

La Scuola di Pace di Senigallia scrive al primo ministro della Groenlandia: «Scioperi contro Usa»

La Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” di Senigallia ha inviato una lettera aperta al primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, esprimendo solidarietà di fronte al rischio di un’invasione e annessione da parte degli Stati Uniti. Nella missiva, i copresidenti Roberto Mancini ed Emanuela Sbriscia Fioretti esortano il popolo groenlandese a prepararsi fin da subito alla «resistenza civile nonviolenta». 

Citando le ricerche di Erica Chenoweth, la Scuola di Pace sottolinea come i movimenti nonviolenti abbiano statisticamente più probabilità di successo rispetto a quelli armati, specialmente contro potenze militari superiori. «Tentare una resistenza armata sarebbe non solo impossibile, ma disastroso – si legge nel testo – trasformando la Groenlandia in un teatro di guerra aperto a interventi di altre potenze mondiali». 

La strategia suggerita nella lettera si basa su strumenti concreti come scioperi, boicottaggi e manifestazioni pacifiche, richiamando gli esempi storici di Gandhi, della resistenza scandinava al nazismo e della lotta contro l’apartheid. «Siamo certi che, con intelligenza e partecipazione diffusa, anche un popolo non numeroso possa difendere la propria libertà senza ricorrere alle armi», conclude l’appello inviato dalle Marche.

IL TESTO DELLA LETTERA

Egregio Primo Ministro Jens-Frederik Nielsen,
la Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” del Comune di Senigallia, in provincia di Ancona, Italia, desidera esprimere la propria piena solidarietà al popolo groenlandese in un momento in cui si profila il rischio concreto che la Groenlandia possa essere invasa e annessa agli Stati Uniti d’America.
In questa prospettiva, riteniamo fondamentale preparare fin da subito la popolazione a una resistenza civile nonviolenta. I dati raccolti da ricercatori e ricercatrici come Erica Chenoweth dimostrano chiaramente che i movimenti di resistenza nonviolenta hanno molte più probabilità di successo rispetto a quelli violenti, soprattutto quando sono ben organizzati e coinvolgono la maggior parte della popolazione. La storia recente e passata conferma l’efficacia di questa strategia: Gandhi in India, i danesi e i norvegesi contro la Germania nazista, la liberazione della Serbia dal regime di Milosevic nel 2000, la lotta contro l’apartheid in Sudafrica, e molti altri esempi dimostrano come la resistenza nonviolenta possa avere successo anche contro potenze militari superiori.
Qualora la Groenlandia decidesse, come auspichiamo, di organizzare una resistenza nonviolenta, è fondamentale che questa scelta venga rispettata in ogni momento. Qualsiasi episodio di violenza, anche marginale, rischierebbe di compromettere l’intera strategia e di portare al fallimento, vanificando gli sforzi della popolazione e mettendo in pericolo la libertà di tutti.
Tentare una resistenza armata sarebbe non solo impossibile, ma anche disastroso, trasformando la Groenlandia in un teatro di guerra aperto a interventi di potenze mondiali. Meglio seguire i metodi della difesa popolare nonviolenta: fermi nelle proprie rivendicazioni, senza produrre morte, sofferenza o odio, e capaci di mobilitare la popolazione attraverso strumenti concreti come scioperi, boicottaggi, chiusura dei negozi, marce e manifestazioni pacifiche.
Siamo certi che, con criterio, intelligenza e partecipazione diffusa, anche un popolo non numeroso come quello groenlandese possa difendere la propria libertà senza ricorrere alle armi.
Con sincera stima e solidarietà,

Roberto Mancini
Emanuela Sbriscia Fioretti
Copresidenti della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti”

Comune di Senigallia, Ancona, Italia

I sopralluoghi delle forze dell'ordine alla Lanterna Azzurra subito dopo la tragedia dell'8 dicembre 2018

Le famiglie delle vittime di Corinaldo scrivono a Meloni: «Noi come Crans-Montana, lo Stato non ci dimentichi»

Le famiglie delle sei giovani vittime che nel 2018 persero la vita in quella che doveva essere un’uscita di sicurezza della Lanterna Azzurra di Corinaldo hanno inviato una lettera alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al centro la richiesta di sostegno da parte dello Stato, così come promesso dal Governo ai familiari delle vittime italiane della recente tragedia di Crans-Montana, in Svizzera.

«A noi sette anni fa è successa la stessa cosa – scrivono i familiari di cinque adolescenti e di una madre di 39 anni deceduti nel dicembre 2018 – e nessuno più di noi può capire il dolore di perdere un figlio in un locale che doveva essere sicuro». Nella lettera, i parenti esprimono apprezzamento per la vicinanza mostrata dalla presidente del consiglio verso le vittime in Svizzera, ma al contempo denunciano un senso di abbandono istituzionale protrattosi per anni.

Le famiglie sottolineano le «evidenti similitudini» tra i due drammatici episodi: «Anche a Corinaldo troppe persone non hanno fatto il proprio lavoro: il locale non aveva l’agibilità ed era accatastato come magazzino agricolo, ma aveva superato i controlli». L’appello arriva a pochi mesi dal giudizio in tribunale sulla sicurezza del locale: «Chiediamo un sostegno morale e materiale – conclude la lettera – affinché tragedie simili non debbano ripetersi mai più».

IL TESTO DELLA LETTERA

Gentile Presidente Meloni,
siamo le famiglie delle vittime della tragedia della Lanterna Azzurra di Corinaldo avvenuta nella notte dell’8 dicembre 2018, nella quale durante un evento musicale all’interno di una discoteca sei persone hanno perso la vita: cinque ragazze e ragazzi tra i 14 e i 16 anni e una donna di 39, madre di quattro figli. Un centinaio sono rimaste ferite. Vogliamo esprimere il nostro cordoglio più sincero alle famiglie delle giovani vittime della tragedia di Crans-Montana. A noi sette anni fa è successa la stessa cosa e nessuno più di noi può capire il dolore profondo di perdere un figlio o una compagna o una madre in questa maniera, in un locale che doveva essere sicuro, durante una serata che doveva essere di divertimento.

Le scriviamo dopo aver ascoltato le sue importanti parole in merito a questa vicenda durante la conferenza stampa di inizio anno e vorremmo esprimere il nostro profondo apprezzamento per le sue frasi di vicinanza ai famigliari delle vittime di questa tragedia. Lei ha affermato non solo che il Governo è pronto a fornire alle famiglie tutta l’assistenza necessaria per fare sì che possano avere giustizia, ma ha anche dato la sua parola per garantire che queste famiglie non verranno lasciate sole. Noi crediamo che «sentire la vicinanza e il supporto morale e materiale dello Stato mentre si chiede giustizia per un fatto di così forte impatto come quello che è capitato a noi e alle famiglie di Crans-Montana sia fondamentale. Famiglie che devono affrontare non solo dolori enormi, ma anche cambiamenti di vita traumatici e profondi, una fatica giudiziaria inimmaginabile e significative spese giudiziarie. Tutto ciò per aver perso dei figli. Quindi pensiamo che le sue parole siano meritevoli e preziose».

Ma noi, Presidente, in questi anni dallo Stato ci siamo sentiti abbandonati. Nei prossimi tre mesi si deciderà il giudizio in appello della parte del processo che riguarda la sicurezza del locale. Noi portiamo avanti da sette anni una battaglia che a volte sembra solo nostra ma che in realtà è di tutti: per questo il supporto dello Stato è qualcosa che vorremmo ricevere anche noi.

È una battaglia sulla sicurezza dei locali. Nel processo stiamo provando a rispondere a quei perché che anche lei ha evocato nel suo discorso: perché il locale non era sicuro? Stiamo provando a stabilire le responsabilità di questa vicenda, per fare in modo che tragedie come quella di Corinaldo prima e quella di Crans-Montana poi, non debbano accadere mai più.
Presidente, ci rammarica che a sette anni di distanza la tragedia di Corinaldo, che mai sarebbe dovuta accadere, non sia stata di insegnamento per evitare ulteriori accadimenti della stessa natura.

Nel suo discorso lei si chiedeva se cose simili fossero già successe in Italia o se sia mai possibile che accadano nel nostro Paese. Purtroppo sì, sono già successe, nonostante le norme che lei ha definito più stringenti rispetto al contesto di Crans-Montana. Perché è importante non solo che le norme di sicurezza esistano, ma anche che vengano rispettate. Quello di Crans-Montana è un dramma che poteva e doveva essere evitato. Anche Corinaldo è un dramma che poteva e doveva essere evitato.

A sette anni di distanza, noi stiamo portando avanti una battaglia che è vitale per tutti, non solo per noi. Chiediamo per questo un sostegno da parte dello Stato anche per le nostre famiglie, soprattutto perché vogliamo che terribili vicende come queste non debbano ripetersi. Noi aspetteremo fiduciosi che la giustizia faccia il suo corso, ma chiediamo di non essere lasciati soli. La ringraziamo perché il suo discorso ci dà speranze nuove, speranze che purtroppo fino ad adesso non abbiamo avuto.

Le famiglie delle vittime di Corinaldo

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traffico, ponte Portone, Senigallia, auto, inquinamento, veicoli, viabilità

Senigallia: 4,7 milioni per il nuovo ponte Portone, tra sicurezza e polemiche

La viabilità di Senigallia potrebbe cambiare ancora e radicalmente. Non solo per il progetto di ponte Garibaldi ma anche con un nuovo disegno che interesserà ponte Portone. Si tratta dell’infrastruttura che collega viale Leopardi con ponte Zavatti e con lo stradone Misa, una porzione nevralgica per il traffico cittadino che potrebbe essere ridisegnato completamente. Con la firma del decreto da parte del vicecommissario all’alluvione 2022 Stefano Babini, avvenuta lo scorso 31 dicembre 2025, è stato ufficialmente affidato l’incarico per la progettazione del nuovo ponte Portone. 

Costi e tempistica

Un’opera dal costo complessivo di 4,7 milioni di euro, interamente finanziata dalla struttura commissariale nell’ambito degli interventi a seguito del disastro alluvionale del 15 settembre 2022. L’incarico tecnico, del valore di circa 250mila euro, è andato al raggruppamento temporaneo di professionisti Rtp Ponte Portone di Ascoli Piceno. I tempi sono stretti: 90 giorni per il progetto di fattibilità, 40 per quello esecutivo, 25 per le modifiche da recepire e le ultime migliorie.

L’esigenza

La necessità dell’intervento nasce dagli studi idraulici della Fondazione Cima, che hanno individuato nell’attuale ponte un ostacolo al deflusso del fiume in caso di piena. La nuova struttura non sarà una copia della precedente, anzi: per garantire la sicurezza, dovrà avere un franco idraulico di 1,5 metri, il che comporterà un innalzamento dell’impalcato di almeno un metro e mezzo rispetto ai livelli attuali.

Viabilità: le conseguenze

Il progetto non prevede solo una ricostruzione, ma un vero e proprio spostamento dell’asse stradale. Tra le principali novità ipotizzate c’è lo spostamento a monte: il nuovo ponte non sarà più l’ideale prosecuzione di viale Leopardi, ma verrà arretrato per collegarsi direttamente a via Giordano Bruno; viale Leopardi potrebbe divenire quindi pedonale: l’attuale sede del ponte diventerà esclusivamente pedonale, interrompendo il flusso veicolare diretto;  l’inversione dei sensi di marcia in via Petrarca e nell’ultimo tratto di via Bruno per permettere il collegamento con il nuovo ponte Portone che si innesterà su ponte Zavatti dalla sua sinistra.

La critica: «Delegato il governo della città»

Nonostante le motivazioni tecniche legate alla sicurezza, il progetto ha sollevato un polverone politico. Dario Romano, capogruppo del PD, ha chiesto con urgenza la convocazione di una commissione consiliare, denunciando una totale mancanza di confronto con i cittadini e le istituzioni democratiche. «Scelte calate dall’alto e nessuna strategia complessiva — attacca Romano —. Il vicecommissario Babini continua a decidere da solo e il sindaco Olivetti tace, non esercitando alcuna funzione di indirizzo politico. Questa opera stravolgerà la mobilità urbana senza che il consiglio comunale sia mai stato realmente coinvolto». Sulla stessa linea Marco Lion: il candidato alle primarie del centrosinistra punta il dito contro l’impatto ambientale e logistico: «Dopo il “ponte a brugola”, ora abbatteranno il Portone facendo impazzire il traffico in uscita. È un oltraggio ai cittadini che si ritroveranno con più inquinamento e caos».

Le prossime tappe

Mentre i tecnici dell’Rtp Ponte Portone iniziano i rilievi topografici e le verifiche archeologiche, la palla passa ora alla politica. La richiesta di trasparenza avanzata dalle opposizioni porterà presto il confronto in II commissione, dove il sindaco Olivetti e i tecnici della struttura commissariale saranno chiamati a rispondere ai dubbi della città. L’estetica del nuovo ponte resta ancora tutta da decidere, con la speranza che non riaccada ciò che è avvenuto per ponte Garibaldi, ma il dibattito è ancora all’inizio.

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La mappa della possibile viabilità con il nuovo ponte Portone a Senigallia
La mappa della possibile viabilità con il nuovo ponte Portone a Senigallia
Dario Romano

Primarie centrosinistra, Dario Romano lancia la sfida: «Senigallia merita una visione» – AUDIO

Dodici gennaio: dal giorno dopo le primarie per il centrosinistra senigalliese inizia il periodo più difficile, storicamente, degli ultimi anni: quello di rimanere uniti. E mentre entra nel vivo la corsa per la sfida dell’11 gennaio, i microfoni di 20 minuti da Leone si aprono per Dario Romano. Dopo Marco Lion, anche il manager 39enne e volto storico del consiglio comunale ha tracciato la rotta della sua candidatura, nata nel solco del Partito Democratico ma con un forte richiamo al mondo civico. Andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), vi riproponiamo qui la sua intervista, insieme a una sintesi degli argomenti trattati. Basterà cliccare il tasto play per poter ascoltare le sue parole.

Il bene comune

Con 15 anni di esperienza amministrativa alle spalle e un quinquennio come presidente del consiglio comunale, Romano rivendica la nobiltà dell’impegno pubblico: «La politica non è una brutta parola se il fine è l’amore per la propria città e non il posto personale». Dopo la frattura del 2020, con la fuoriuscita di Gennaro Campanile, il candidato sottolinea la necessità di ricucire il rapporto all’interno del centrosinistra ma anche con un elettorato deluso: «Abbiamo fatto autocritica. In passato c’è stato uno sfilacciamento, ma oggi il percorso è trasparente. Le primarie servono proprio a ridare voce alla nostra base».

L’attacco all’amministrazione Olivetti

Il giudizio sulla giunta attuale è netto. Pur riconoscendo l’impegno sulla quotidianità, Romano accusa il sindaco Olivetti di mancanza di visione strategica, nonostante i milioni di euro mossi dal pnrr. «Si è lavorato sull’estemporaneità e sulle inaugurazioni di progetti ereditati dal passato, come la scuola Marchetti. Ma dove sono i nuovi progetti? Sul tema abitativo l’amministrazione è da ‘zero in pagella’: 44 appartamenti a Cesano fermi dal 2018 e nessun nuovo intervento programmato. È inaccettabile».

Sport e sanità: cittadini «penalizzati»

Un punto dolente toccato da Dario Romano è la gestione degli impianti sportivi, con particolare riferimento alla chiusura della piscina delle Saline. «Non è con la litigiosità e i muri contro i concessionari che si risolvono i problemi. A pagarne le spese è il cittadino che oggi non ha più un impianto fruibile».
Sulla sanità, il candidato propone di puntare sulla medicina territoriale ma necessita di risorse: dove trovarle? «Serve una spesa pubblica al 7% del PIL e una rete che includa infermieri di quartiere, telemedicina e ospedali di comunità». Sulla partnership con il privato però, ribadisce che «è il pubblico a dover governare il processo, non subirlo».

A come alluvione, A come ambiente

A tre anni dal disastro, il tema della sicurezza idrogeologica resta ancora centrale. Per Dario Romano, la pulizia dei fiumi non basta: «Bisogna avere l’onestà di dire che le vasche di espansione, come quella di Bettolelle, sono l’unica vera salvezza. Senza quelle, la riprofilazione dell’alveo rischia paradossalmente di aumentare il pericolo per il centro storico in caso di piene eccezionali».

Verso l’11 gennaio

In vista della sfida con Marco Lion (ex deputato dei Verdi), Dario Romano si dice sereno: «Siamo figure complementari. La sua competenza è un valore aggiunto per la coalizione». L’obiettivo è chiaro: unire tutte le anime progressiste, dai 5 Stelle alle liste civiche, per offrire a Senigallia un’alternativa «realmente progressista». In ballo però non c’è solo una vittoria interna, ma dimostrare che il centrosinistra ha imparato dagli errori del passato per progettare la Senigallia del futuro.

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Marco Lion

Marco Lion: intervista al candidato civico alle primarie del centrosinistra a Senigallia

A un mese esatto dall’11 gennaio, data delle primarie del centrosinistra a Senigallia, Marco Lion, ex parlamentare dei Verdi e figura di rilievo nel mondo dell’associazionismo locale, si presenta come l’alternativa civica a una politica «di palazzo». L’abbiamo intervistato e l’audio, in onda nella puntata precedente di “20 minuti da Leone”, è disponibile ora in questo articolo grazie al lettore multimediale. Marco Lion ha ripercorso la sua carriera, dal passato istituzionale all’attuale impegno con Italia Nostra, e ha lanciato una critica serrata all’attuale amministrazione, ponendo l’accento sulla partecipazione e la sostenibilità.

L’eredità politica: trasparenza e ambiente

Marco Lion ha un curriculum politico di peso, iniziato come vicepresidente e assessore provinciale all’ambiente, protezione civile e urbanistica tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000, per poi essere eletto in parlamento per due legislature con i Verdi. «Ancora vivo la politica nel senso dell’impegno personale per il bene comune, nel mio caso l’ambiente e i beni culturali», ha dichiarato Lion. Ha rivendicato con orgoglio alcune battaglie vinte a livello nazionale, come l’obbligo di tracciabilità per gli alimenti, e la cosiddetta “legge Lion” che impone il doppio scafo alle navi che entrano nei porti italiani, per prevenire disastri petroliferi. A livello locale, ha ricordato il suo ruolo nel far dichiarare l’area di Falconara come «area ad alto rischio ambientale», senza contare l’esperienza come assessore provinciale all’ambiente in cui ha ricordato «mi sono opposto alla costruzione di case a ridosso del fiume e alla riperimetrazione più stretta del Piano di Assetto Idrogeologico (PAI) chiesta dal Comune».

Dalla battaglia di ponte Garibaldi alla candidatura

Il presente di Marco Lion è profondamente legato all’associazionismo, in particolare come presidente di Italia Nostra Senigallia. Il suo nome è inevitabilmente connesso alla battaglia contro il progetto del ponte Garibaldi, una mobilitazione che ha raccolto oltre diecimila firme. «Sono riuscito a trasformare l’indignazione in partecipazione, e la critica in progettazione». Un ‘ponte’, metaforico stavolta, per la sua nuova avventura. 

Le primarie: civismo contro partito?

«La mia candidatura esce dai recinti del partito, non è una candidatura di palazzo» ha affermato contrapponendosi quindi all’altro candidato Dario Romano. Il suo nome è arrivato da più parti della società civile e politica cittadina: persone che hanno chiesto un cambiamento non solo negli uomini, ma soprattutto nel metodo di governo della città, basato su partecipazione e condivisione. Una questione di sensibilità più civica rispetto a quella più politica-partitica del suo competitor. «Non significa che siamo nemici, siamo dei competitor» ha chiarito. L’obiettivo è far nascere un progetto di città «più elevato rispetto a quello che può nascere all’interno dei recinti e delle conventicole». In caso di vittoria, ha assicurato che la sua squadra di governo sarà composta da persone di capacità che condividano i suoi obiettivi, a prescindere dall’appartenenza partitica.

Le critiche all’amministrazione Olivetti

Il giudizio sulla giunta Olivetti è netto e durissimo. La critica principale riguarda la gestione del territorio appaltata al commissario delegato per l’alluvione, con decisioni calate dall’alto, come il progetto del ponte Garibaldi, che Lion definisce «devastante». Ma il peggior difetto della giunta di centrodestra è quello di non aver progettato la Senigallia del futuro. Anzi, l’accusa è di aver favorito gli interessi di categoria dei “palazzinari” – con la costruzione di seconde e terze case – a scapito dei bisogni sociali e collettivi, come l’edilizia sociale per le categorie più fragili. Ma sempre a proposito di edilizia, ha stigmatizzato la giunta per aver perso 6 milioni di euro del PNRR destinati alla ristrutturazione di palazzo Gherardi. Ha poi sollevato il problema dei numerosi luoghi in abbandono (l’hotel Marche in primis) e gettato più di un occhio alle aree strategiche, come quella delle caserme in centro storico, in vista del 2029.

Le sfide: sanità, sociale e giovani

Marco Lion ha toccato diversi temi cruciali. Per quanto riguarda sanità e welfare, pur riconoscendo i limiti del ruolo del sindaco, ha biasimato l’attuale silenzio del primo cittadino verso la Regione sulla mancanza di strutture e medici. Ha proposto un intervento diretto del Comune per la qualità della vita degli anziani, attraverso co-housing e servizi potenziati in collaborazione con l’associazionismo. Sui giovani e la questione occupazionale: la città non deve essere solo “movida”. Lion ha chiesto la riapertura di centri di aggregazione giovanile e la creazione di opportunità lavorative di qualità oltre il turismo stagionale. «Non è possibile che non riusciamo a dare un avvenire di qualità ai nostri figli» ha detto, proponendo lo sviluppo di aree dedicate a startup innovative nel mondo digitale e incubatori d’impresa.

Ora che le primarie si avvicinano sempre di più, Marco Lion attende un «segnale dai cittadini» per portare avanti una visione di città basata sulla sostenibilità, la partecipazione e un futuro economico diversificato da quello prospettato senza troppa convinzione da questa giunta.

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Sanità: Senigallia, Arcevia e Chiaravalle le sedi prescelte per l’ospedale di comunità

Da tempo si attendevano notizie circa la possibilità di avere un ospedale a Senigallia. Finalmente è arrivata la comunicazione ufficiale: la giunta regionale ha approvato l’atto per il riordino della rete sanitaria territoriale che prevede in totale 21 ospedali di comunità nelle Marche, con 511 posti letti a disposizione. Tra questi, figurano le strutture di Senigallia e Arcevia per quanto riguarda il distretto sanitario locale, ma anche Chiaravalle per il resto del territorio afferente alla diocesi senigalliese.

Nella AST di Ancona gli ospedali di comunità previsti sono 7 (Senigallia, Arcevia, Jesi, Sassoferrato, Chiaravalle, Loreto e Casteldidardo), con 133 posti letto; nella AST di Pesaro Urbino sono 5 (Mombaroccio, Cagli, Macerata Feltria, Urbania e Fossombrone), con 131 posti letto in totale; nella AST di Macerata sono 5 (Recanati, Treia, Corridonia, Tolentino e Matelica) con 170 posti letto; nella AST di Fermo sono 2 (Sant’Elpidio a Mare e Montegiorgio) con 40 posti letto. A seguito dell’apertura del nuovo ospedale per acuti di Campiglione di Fermo, è attualmente in corso la programmazione della riorganizzazione dell’Ospedale Murri. Infine, nell’AST di Ascoli Piceno, previste 2 strutture (San Benedetto del Tronto e Ascoli Piceno) con 37 posti letto.

Gli standard per gli ospedali di comunità stabiliscono la presenza di almeno una struttura per ogni distretto e una dotazione di 2 posti letto ogni 10.000 abitanti.

Secondo l’assessore alla sanità, Paolo Calcinaro (che fornisce una tempistica molto lunga per l’entrata in vigore del sistema così riordinato) «la costituzione degli ospedali di comunità rappresenta un sistema molto importante per migliorare la risposta sanitaria sul territorio. Questo modello organizzativo potrà ridurre significativamente il fenomeno dello stazionamento di utenti al pronto soccorso, grazie alla maggiore capacità di ricovero e presa in carico dei pazienti. Sarà un processo graduale, che inizierà a dare i suoi frutti non prima di un anno dalla costituzione di tutti i posti letto aggiuntivi, ma che già preannuncia significativi benefici per la nostra sanità».

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Don Gottfried Ugolini

La piaga degli abusi e la perdita di credibilità della Chiesa: intervista a don Gottfried Ugolini

Un approccio radicalmente nuovo e coraggioso è quello inaugurato dalla Diocesi di Bolzano-Bressanone nell’affrontare la piaga degli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica. Il vescovo Ivo Muser ha messo fine ai tentativi di insabbiamento e alla difesa a oltranza delle istituzioni, chiedendo di guardare in faccia il dolore delle vittime e di assumersi la responsabilità di quanto accaduto. Questo nuovo registro, per ora unico in Italia, ha preso forma con l’avvio di un’indagine indipendente sugli abusi sessuali su minori e adulti vulnerabili avvenuti nel periodo 1964-2023. Un’analisi cruciale, affidata a uno studio legale di Monaco di Baviera in collaborazione con un associato di Brunico, che rappresenta la prima fase di un progetto denominato “Il coraggio di guardare”.

A Senigallia, in un incontro tenutosi martedì 14 ottobre al Teatro Portone su invito del Servizio diocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, è intervenuto don Gottfried Ugolini, sacerdote e psicologo, responsabile del Servizio diocesano e figura chiave nel lavoro preparatorio del progetto. L’intervista, in onda su Radio Duomo Senigallia alle ore 13:10 e alle ore 20 di mercoledì 15 e giovedì 16 ottobre, sarà in replica anche domenica 19 alle 17 circa. Il servizio audio, curato da Laura Mandolini nell’ambito della trasmissione “Venti minuti da Leone”, è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale, assieme a una sintesi dell’intervista.

Il progetto: conoscere il passato per cambiare il presente

Intervistato a margine dell’incontro, don Ugolini ha spiegato la genesi di questa scelta inedita: «Una delle motivazioni è stata l’intuizione che non possiamo fare lavoro di prevenzione, di formazione, di sensibilizzazione senza andare alle radici del problema. Solo se conosciamo il passato possiamo cambiare il presente per un futuro migliore». Il progetto si articola in tre fasi: il coraggio di guardare al passato (l’indagine i cui risultati sono stati presentati a gennaio), il coraggio di guardare al presente (affrontare le sfide e le responsabilità verso le vittime e gli autori degli abusi) e il coraggio di guardare al futuro (implementare un cambiamento radicale di cultura e mentalità).

I risultati dell’inchiesta e l’ulteriore sfida degli istituti religiosi

Alla domanda sulla consistenza del fenomeno emerso dall’inchiesta, don Ugolini ha confermato di essersela aspettata, forte dell’esperienza del Centro di Ascolto attivo dal 2010, che ha visto oltre 100 persone riportare esperienze di abuso. Il sacerdote ha però sottolineato un punto dolente dell’indagine, che ha riguardato solo gli archivi diocesani, mancando all’appello quelli degli istituti religiosi, dove spesso sono attive scuole, asili e convitti. «È necessario fare chiarezza», ha ribadito, evidenziando che molte vittime di questi istituti si sono sentite escluse dai risultati.

Un esempio per la Chiesa italiana

L’approccio della Diocesi di Bolzano-Bressanone, favorita dalla vicinanza culturale con il mondo tedesco, è stato accolto con reazioni “molto positive” e ha suscitato interesse in tutto il mondo. Don Ugolini ha espresso l’augurio che possa diventare un incentivo per la Chiesa cattolica italiana, che «fa molta più fatica a fare i conti in modo indipendente con questo strazio degli abusi». Ha criticato l’atteggiamento di chi ancora oggi copre i colpevoli: «Questo è inaccettabile perché non è in sintonia con il Vangelo».

Clericalismo, potere e perdita di fiducia

Riflettendo sul suo ruolo di sacerdote interpellato profondamente da questo lavoro, don Ugolini ha individuato la necessità di una «radicale conversione», un ritorno alle origini del Vangelo. Ha individuato nel clericalismo e in un malinteso uso del potere le basi delle dinamiche degli abusi. La conseguenza più grave, ha concluso, è la distruzione della fiducia: «Abbiamo perso una grande credibilità e possiamo risolverlo soltanto se saremo sinceri, affidabili e lavoreremo con competenza». L’esperienza altoatesina ha di certo aperto una breccia in un muro – a volte fatto di omertà, paura e persino connivenza – che non può più essere tollerato.

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Affollato l'incontro del 7 ottobre 2025 all'oratorio parrocchiale alla Cesanella di Senigallia, dal titolo "Non esistono ragazzi cattivi"

L’esigenza di una seria comunità educante adulta: dibattito a Senigallia

Sotto il titolo evocativo di “Non esistono i ragazzi cattivi“, l’unità pastorale ‘Buon Samaritano’ ha recentemente animato un importante dibattito all’oratorio della parrocchia Cesanella di Senigallia, chiamando a raccolta educatori, genitori e membri della comunità educante per riflettere sul disagio giovanile e sul ruolo degli adulti. Qualche giorno fa vi abbiamo proposto l’audio con le parole di Simone Ceresoni, dirigente scolastico dell’istituto d’istruzione superiore Corinaldesi-Padovano di Senigallia, che potrete riascoltarvi a questo link.

Oggi passiamo il microfono a Catia Sorcinelli, criminologa e operatrice sociale, e a don Andrea Rocchetti, parroco di Marina e Montemarciano: entrambi hanno messo in luce la necessità di un profondo «salto di qualità» da parte degli adulti. L’AUDIO, in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) lunedì 13 e martedì 14 ottobre, alle ore 13:10 e alle ore 20, avrà un’ulteriore replica domenica 19 alle 16:50, ma è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

La responsabilità della comunità educante

Catia Sorcinelli ha ripreso il concetto di “comunità educante”, sottolineando come non si possa delegare ad altri la responsabilità del malfunzionamento sociale. «Ognuno faccia la propria parte», ha incalzato la criminologa, invitando a una profonda auto-riflessione: «Quanto io sto facendo per i giovani di oggi, come mi pongo io di fronte a quel giovane che manifesta la sua ribellione?». Perché, magari non lo si nota spesso, ma le parole e gli sguardi degli adulti, ha avvertito, hanno il peso «di un macigno» sui ragazzi. Di fronte a questo, l’operatrice sociale ha esortato al «coraggio della vicinanza» nei confronti dei giovani, con i quali co-costruire processi e progetti per rispondere ai loro bisogni dopo averli prima ascoltati e accolti. Molti ragazzi e ragazze infatti lanciano sfide agli adulti che, se non colte in tempo o disattese, possono manifestarsi con forme di devianza.

Superare il giudizio e l’infantilismo adulto

La prospettiva di don Andrea Rocchetti si è concentrata sulla critica radicale al giudizio e alla dicotomia “buono-cattivo”, “bianco-nero”. Il parroco di Marina e Montemarciano ha definito questa tendenza come una «dinamica di infantilismo» che nasconde una «banalizzazione delle problematiche». Questa modalità di pensiero, che colpisce tutti indistintamente, di fatto scarica la responsabilità solo sui giovani evitando il confronto con se stessi e con i nodi irrisolti del proprio vissuto. Il «salto di qualità» richiesto agli adulti è quello di superare questa polarizzazione. Da qui l’appello alla comunità educante a «diventare adulta»: l’accoglienza in parrocchia e nella società, ha concluso, non può avvenire se l’adulto per primo non si libera della «patina dagli occhi» che vuole un mondo «carino, coccoloso, alla Mulino Bianco».

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A Senigallia l'incontro dal titolo "Non esistono ragazzi cattivi": l'intervento di Simone Ceresoni, dirigente scolastico dell'istituto d'istruzione superiore Corinaldesi-Padovano

Non esistono ragazzi cattivi: a Senigallia la comunità si interroga sul disagio giovanile

L’incontro dal titolo “Non esistono ragazzi cattivi“, tenutosi martedì 7 ottobre presso l’oratorio della chiesa della Cesanella a Senigallia, ha acceso un faro sul complesso e urgente tema del disagio adolescenziale. Organizzato dall’Unità Pastorale Buonsamaritano (che unisce le parrocchie di Cesanella, Cesano, Pace e Scapezzano), l’evento ha richiamato un pubblico numeroso e variegato, desideroso di confrontarsi sulle sfide educative che coinvolgono famiglie, scuole e l’intera comunità. L’appuntamento ha messo a confronto tre voci autorevoli: Simone Ceresoni, dirigente scolastico dell’istituto superiore Corinaldesi-Padovano; don Andrea Rocchetti, parroco di Marina e Montemarciano; e Catia Sorcinelli, criminologa e operatrice sociale. L’obiettivo: trovare un dialogo comune per comprendere, ascoltare e accompagnare gli adolescenti nei loro momenti di fragilità, prevenendo derive come vandalismo, dipendenze, e bullismo. In questa prima puntata di Venti minuti da Leone” ci siamo concentrati sull’intervento di Ceresoni, andato in onda venerdì 10 e sabato 11 ottobre alle ore 13:10 e alle ore 20, con un’ulteriore replica domenica 12 alle 17:15 circa. L’audio è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

La cattiveria è un segnale di sofferenza

Al centro del dibattito, il dirigente scolastico Simone Ceresoni ha offerto una riflessione profonda, partendo proprio dal titolo provocatorio dell’incontro. Gestendo quotidianamente circa 1600 studenti, Ceresoni ha ammesso che l’idea di “ragazzi cattivi” oscilla tra la ferma convinzione che non esistano e l’enorme difficoltà che certe manifestazioni di disagio creano. Ha condiviso aneddoti personali e professionali che demoliscono l’immagine stereotipata del “mostro”. La cattiveria si manifesta come stato di sofferenza e allora così va interpretata.

Regole e relazioni: il binario dell’educazione

Per affrontare questa sofferenza, Ceresoni ha indicato un doppio binario educativo: regole chiare e relazione autentica. Da una parte, la necessità di definire confini chiari e riportare la sfida sulla strada della responsabilità. Citando un episodio scolastico in cui il rigoroso rispetto di una regola, seppur impattante, ha portato alla cessazione di atti spiacevoli, ha evidenziato come le regole siano “utili a contenere” e a definire il lecito e l’illecito. Ma le regole da sole non bastano: «Serve anche la relazione, perché educa». L’adulto ha un potere enorme nel tirar fuori «dinamiche di ragazzi in gamba o dinamiche di ragazzi cattivi». Il segreto sta nel porsi in un rapporto di rispetto e cura, evitando il giudizio o l’atteggiamento ‘tu non sai chi sono io’. L’accoglienza fa venire meno le manifestazioni del disagio che spesso si traducono in azioni ‘cattive’.

La rivendicazione di spazi nella città

Il dirigente ha poi allargato la riflessione al contesto urbano, partendo da un recente fatto di cronaca a Senigallia: giovani seduti in mezzo alla strada, in pieno centro storico. Per Ceresoni, quell’atto è stato «un messaggio molto potente a una comunità di 45.000 abitanti che attende ancora una risposta». Una risposta che non può essere solo la videosorveglianza o l’indifferenza. Il gesto, ha spiegato, rivendica la mancanza di spazi di aggregazione dove il protagonismo giovanile sia al centro. Se la città offre prevalentemente “l’aperitivo del sabato sera” (che richiede risorse economiche) o l’aggregazione sportiva (che può diventare competizione ed esclusione), mancano i luoghi aperti e gratuiti che un tempo erano i centri di aggregazione giovanile.

In un prossimo articolo, svilupperemo il dibattito sull’argomento partendo dagli interventi di don Andrea Rocchetti e della criminologa ed operatrice sociale Catia Sorcinelli.

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Affollato l'incontro del 7 ottobre 2025 all'oratorio parrocchiale alla Cesanella di Senigallia, dal titolo "Non esistono ragazzi cattivi"
Affollato e partecipato l’incontro del 7 ottobre 2025 all’oratorio parrocchiale alla Cesanella di Senigallia, dal titolo “Non esistono ragazzi cattivi”
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Quando il “no” alle quote rosa arriva dall’assessora alle pari opportunità

«Quote rosa? No grazie!». Se a dirlo fosse un uomo, le parole susciterebbero certamente clamore; ma se a dirlo è una donna allora sono lo spunto per una seria riflessione. In questo caso sono le parole scritte sulla propria pagina facebook dall’assessora ai servizi alla persona e alle pari opportunità del Comune di Senigallia Cinzia Petetta, in vista delle elezioni regionali 2025 che interessano le Marche i prossimi 28 e 29 settembre.

L’esponente della giunta Olivetti spiega di essere «per la competenza e la meritocrazia, non per le quote. Vorrei poter votare per le persone più qualificate e competenti, índípendentemente dal loro genere. Perché non posso scegliere due donne o due uomini se sono le migliori opzioni?».

Il riferimento è proprio alla norma che obbliga, in caso l’elettrice o l’elettore voglia indicare nella scheda elettorale due nomi, a scrivere quelli di una donna e di un uomo. Una disposizione che indispone l’assessora in quota Fratelli d’Italia: «La competenza dovrebbe essere l’unico criterio di scelta, non il genere». Petetta ha anche ribadito poi al Corriere Adriatico di sognare un mondo in cui non servano più le quote rosa.

Condivisibile o meno, scegliete voi, ma fa strano pensare che nel suo assessorato abbia la delega alle pari opportunità, la cui funzione è sviluppare iniziative perché non ci sia più il pensiero a “trazione” maschilista. Un assessorato necessario per poter arrivare a quel sogno, purché i titolari di questa delega in tutto il mondo siano convinti dell’importanza del ruolo che ricoprono. Altrimenti cancelliamo anche le pari opportunità: che le donne siano capaci di farcela anche da sole lo sappiamo quasi tutti. Fino a che non eliminiamo quel “quasi”, però, ogni strumento è utile.

Carlo Leone