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Tag: chiesa

Missionari: Fides, nell’anno che si chiude ne sono stati uccisi 21

Nell’anno 2021 sono stati uccisi nel mondo 21 missionari. Lo riferisce il consueto dossier diffuso a fine anno dall’agenzia Fides. Si tratta di 12 sacerdoti, un religioso, 2 religiose, 6 laici. “Riguardo alla ripartizione continentale, il numero più elevato si registra in Africa, dove sono stati uccisi 10 missionari (6 sacerdoti, 2 religiose, 2 laici), cui segue l’America, con 7 missionari uccisi (4 sacerdoti, 1 religioso, 2 laici) quindi l’Asia, dove sono stati uccisi 3 missionari (1 sacerdote, 2 laici), e l’Europa, dove è stato ucciso un sacerdote”. Negli ultimi anni – riferisce ancora Fides – sono l’Africa e l’America “ad alternarsi al primo posto di questa tragica classifica. Dal 2000 al 2020, secondo i nostri dati, sono stati uccisi nel mondo 536 missionari”.

L’elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, “ma cerca di registrare tutti i cristiani cattolici impegnati in qualche modo nell’attività pastorale, morti in modo violento, non espressamente ‘in odio alla fede’”. Per questo si preferisce non usare il termine “martiri”, “se non nel suo significato etimologico di ‘testimoni’, per non entrare in merito al giudizio che la Chiesa potrà eventualmente dare su alcuni di loro”. Il dossier Fides specifica: “Allo stesso modo usiamo il termine ‘missionario’ per tutti i battezzati, consapevoli che ‘in virtù del Battesimo ricevuto, ogni membro del popolo di Dio è diventato discepolo missionario. Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione” (Evangelii gaudium 120).

Gianni Borsa

«La gente non crede più nella Chiesa, nei preti, nei vescovi»

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«Abbiamo perso credibilità. La gente non crede più nella Chiesa, nei preti, nei vescovi. Non solo è diventato molto difficile per le persone credere nella Chiesa, ma è difficile anche capire cosa e se la Chiesa ha ancora qualcosa da dire oggi nella società post-moderna». È Franz-Josef Overbeck, vescovo di Essen, a spiegare come la Chiesa cattolica in Germania si sta impegnando nel cammino sinodale in un contesto profondamente segnato dagli scandali degli abusi. «Il cammino sinodale che abbiamo percorso finora è stato generato sostanzialmente dalla crisi dell’abuso, dal dramma di preti che hanno abusato di minorenni e bambini. Uno scandalo scoppiato nel 2010 che ci ha costretto a cercare, non solo come vescovi e preti, ma insieme a tutto il popolo di Dio e tutti gli uomini di buona volontà, le strade per aprire una nuova tappa della nostra storia come Chiesa in Germania».

Quali effetti ha avuto questa tragedia in Germania?
Abbiamo perso credibilità. La gente non crede più nella Chiesa, nei preti, nei vescovi. Ha ragione Papa Francesco quando dice che stiamo vivendo non tanto un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Ci stiamo chiedendo allora come possiamo reagire. Non solo è diventato molto difficile per le persone credere nella Chiesa ma è difficile anche capire cosa e se la Chiesa ha ancora qualcosa da dire oggi nella società postmoderna, mettendo in discussione la plausibilità stessa della fede come sorgente della esistenza del cristianesimo come tale.

Diceva che il cammino sinodale è un processo il cui esito nessuno ancora conosce. Ma dove si vuole arrivare?
Quando la meta del cammino è sconosciuta, bisogna fare un passo dopo l’altro. Questa è la saggezza della Chiesa maturata in 2000 anni di storia e questo è quello che stiamo facendo in Germania. Non conosciamo bene l’esito del percorso ma conosciamo la prossima tappa. Stiamo cercando in questo momento di dare insieme risposte nuove alle domande che ci pone la gente…

Continua a leggere sull’edizione digitale di giovedì 9 dicembre, cliccando qui.
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Quattro dialoghi on – line su Chiesa e società nella pandemia

Foto Cecilia Fabiano / LaPresse 03 Ottobre 2020 Roma. Trastevere: primo giorno di obbligo delle mascherine in strada e nei luoghi pubblici anche se all’aperto nella Regione Lazio

Prende avvio domani, 14 dicembre 2021, un’iniziativa dell’Azione Cattolica della diocesi di Roma in collaborazione con l’Istituto Giuseppe Toniolo di studi superiori (Ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore). Quattro appuntamenti online “per offrire spazi di confronto e dialogo su temi che coinvolgono la società e la Chiesa nel tempo segnato dalla pandemia”, spiegano i promotori.

“Un evento globale che ha sconvolto strutture sanitarie, economie, equilibri sociali e certezze individuali, ma anche un’opportunità da non sprecare, come chiede Papa Francesco che ha invitato tutti a riscoprire il senso del camminare insieme attraverso l’esperienza del Sinodo avviato in ogni diocesi”.

Proprio a “Le relazioni… perdute? Quale comunità e quale sinodalità” è dedicato Dialoghi/1, l’incontro del 14 dicembre dalle 18.30 alle 20 sul canale YouTube dell’Azione Cattolica della diocesi di Roma. “Per affrontare i nodi che riguardano la vita di relazione, l’apertura ai bisogni degli altri, la partecipazione alla costruzione del bene comune”, interverranno, con focus diversi e complementari, Mauro Magatti (sociologo ed economista, Università Cattolica di Milano), Angela Paparella (consigliere nazionale di Azione cattolica, diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi) e mons. Benoni Ambarus (vescovo ausiliare di Roma). Modera Gennaro Ferrara, giornalista di Tv2000. Dialoghi/2 sarà incentrato sul tema “Riannodare le relazioni. Parole chiave e strumenti” e si svolgerà il 10 gennaio 2022.

Quinta giornata mondiale dei poveri, insegnamento per Chiesa e credenti

povertà, senza tetto, persone bisognose, carità

E’ ancora una questione di conversione, a tanti livelli. Nel Messaggio per la V Giornata mondiale a loro dedicata e che sarà celebrata il prossimo 14 novembre, anticipata da una tappa ad Assisi, papa Francesco si sofferma sul legame che c’è tra i poveri, Gesù e l’annuncio del Vangelo.

Una riflessione che si riassume nella logica insegnataci da Cristo: «I poveri di ogni condizione e ogni latitudine ci evangelizzano perché ci permettono di riscoprire in modo sempre nuovo i tratti più genuini del volto del Padre». Hanno molto da insegnarci.

Il titolo del Messaggio, “I poveri li avete sempre con voi” (Mc 14,7), prende la mosse dall’episodio del Vangelo di Marco in cui una donna cosparge il capo di Gesù con del profumo molto prezioso suscitando l’ira di Giuda: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Una vicenda che permette al Pontefice di riflettere sul ruolo da protagoniste delle donne nella storia della rivelazione e su Gesù come «povero tra i poveri perché li rappresenta tutti», ne «condivide la stessa sorte».

Una condizione che chiede un cambio di mentalità, cioè non considerare più i bisognosi come persone separate, destinatari di un particolare servizio caritativo ma da coinvolgere nel segno della condivisione e della partecipazione.

Leggi l’articolo completo sull’edizione de La Voce Misena di giovedì 11 novembre, cliccando QUIAbbonati e sostieni l’editoria locale.

L’economia di Francesco si incontra ad Assisi

«The Economy of Francesco», l’evento ideato un anno e mezzo fa da papa Francesco per sollecitare giovani economisti e imprenditori a fare un lavoro di squadra per il bene comune, è finalmente realtà. Duemila di loro, provenienti da 120 Paesi, si incontrano, se pure in modalità online, dal 19 al 21 novembre, per proporre la loro economia: «Sostenibile, inclusiva, attenta agli ultimi ».

Confermata la partecipazione di papa Francesco che a chiusura della tre giorni manderà un videomessaggio. Per l’occasione il 21 novembre alle 23 (ore italiane) il monumento al Cristo Redentore a Rio de Janeiro sarà illuminato con i colori simbolo dell’Economy of Francesco: verde, marrone e giallo. «Grazie a San Francesco e a papa Francesco è nato il più vasto movimento di giovani economisti a livello internazionale. È di queste notizie che oggi la società e la Chiesa hanno bisogno», ha dichiarato il direttore scientifico Luigino Bruni

All’evento digitale si potrà assistere in diretta streaming sul portale francescoeconomy.org e avrà come base Assisi con collegamenti in diretta dai luoghi francescani. Sullo stesso portale il programma dettagliato giorno per giorno. Anche avvenire.it rilancerà alcuni degli incontri.

Previste conferenze con relatori di fama internazionale, tra cui il premio Nobel Muhammad Yunus e economisti ed esperti quali Kate Raworth, Jeffrey Sachs, Vandana Shiva, Stefano Zamagni, Mauro Magatti, Juan Camilo Cardenas, Jennifer Nedelsky, Sr. Cécile Renouard oltre a numerosi imprenditori. Tra un anno ad Assisi si terrà il primo incontro in presenza.

Il nuovo Messale romano: le parole della celebrazione

Angelo Lameri, in una recente diretta su Tv2000

Arriva il nuovo Messale romano. La celebrazione della Messa sarà dunque caratterizzata da alcune novità che per alcuni studiosi riguardano una questione filologica nel senso che molte delle variazioni testuali all’interno del nuovo Messale corrispondono a nuove traduzioni prodotte dal lavoro di studio della storia della tradizione del testo e della sua traduzione a partire dall’originale greco.

Per conoscere meglio questo importante passaggio, l’Ufficio liturgico diocesano ha promosso per giovedì 12 novembre, alle ore 21.00, in diretta streaming (pagina e canale youtube lavocemisena/radioduomo) e radio (Radio Duomo Senigallia inBlu, 95.200FM) un incontro con don Angelo Lameri, direttore dell’Ufficio liturgico di Crema.

Le novità della traduzione finiscono proprio per rinnovare dei passi della liturgia a cui ognuno di noi è abituato fin da bambino. L’obiettivo della revisione appare quello di tradurre in modo più fedele l’originale in italiano insieme con quello, dal punto di vista ermeneutico, di applicare una più efficace corrispondenza tra l’originale greco ed il comune sentire ecclesiale. Da tale lavoro la preghiera risulta trasformata nel suo linguaggio tradizionale con la ridefinizione di alcuni dei suoi passaggi fondamentali.

Ecco che all’interno del ‘Padre Nostro’, per esempio, al posto del “Non ci indurre in tentazione” ci sarà “Non abbandonarci alla tentazione” e all’espressione “Come noi li rimettiamo” si aggiungerà la parola ‘anche’ con la frase “Come anche noi li rimettiamo”. Per quanto riguarda invece l’inizio del ‘Gloria’ a prendere il posto della frase “Pace in terra agli uomini di buona volontà” giunge la nuova versione “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”.

Se da un lato è vero che spesso tradizione e innovazione si contrappongono, le due realtà si integrano e non possono stare l’una senza l’altra, perché come ha affermato papa Benedetto XVI, “La Tradizione non è trasmissione di cose o di parole, una collezione di cose morte. La Tradizione è il fiume vivo che ci collega alle origini, il fiume vivo nel quale sempre le origini sono presenti. Il grande fiume che ci conduce al porto dell’eternità”.

Stop alle messe pubbliche: i cattolici italiani dicono sì

Lo stop delle celebrazioni “a porte aperte” viene promosso dal popolo delle parrocchie. Come rivela il sondaggio dell’istituto Ipsos sui credenti italiani al tempo del Covid. Tre quarti del mondo cattolico ha considerato la scelta come «necessaria» e il giudizio positivo arriva al 76% nel caso dei cattolici praticanti assidui, mentre i fedeli critici oscillano fra il 10% e il 18%. «La pandemia è stata ed è segnata dalla cautela ma anche dalla paura. E nel Paese i cattolici non fanno eccezione», spiega Nando Pagnoncelli che ha condotto l’indagine. E aggiunge: «Per questo sono state accettate le misure legate al lockdown, compresa quella sulle Messe: ma non per rassegnazione».

Il 75% dei cattolici italiani ha giudicato necessario lo stop alle Messe comunitarie nel periodo del lockdown. Certo, con la ripresa delle liturgie pubbliche, l’allarme Covid ha ridotto la partecipazione “diretta” all’Eucaristia: di circa un terzo, secondo l’istituto. Tuttavia il dato si ferma all’estate quando tradizionalmente si registra un calo fisiologico nelle liturgie. E i parroci confermano che con settembre il numero di coloro che sono presenti alle Messe ha ripreso a crescere in modo evidente. «Chi resta a casa lo fa per prudenza», afferma il presidente di Ipsos. A mancare fra i banchi sono in particolare gli anziani, gli over 65. Secondo la ricerca, fra i cattolici assidui che fino a luglio non avevano ricominciato a partecipare all’Eucaristia, il 40% lo aveva fatto per timore mentre un altro 20% per problemi di salute o difficoltà a spostarsi. «Le preoccupazioni guidano le decisioni – chiarisce Pagnoncelli –. E adesso la quota di coloro che evitano comportamenti che potrebbero mettere a rischio se stessi, i familiari o la comunità è salita del 16% nelle ultime settimane, raggiungendo il 55%». Eppure la rilevazione attesta anche che la “gente della Messa” promuove le disposizioni anti-Covid intorno all’altare frutto dell’intesa fra Cei e governo: l’88% le giudica «efficaci» e appena il 5% le etichetta come «molto fastidiose e invasive».

L’88% dei cattolici considera efficaci le misure anti-Covid volute dalla Cei per rendere sicure le liturgie

Messe: invariato il protocollo in vigore

“Il Dpcm del 24 ottobre 2020 con le nuove misure per fronteggiare l’emergenza epidemiologica da Covid-19 lascia invariato quanto previsto nel Protocollo del 7 maggio circa la ripresa delle celebrazioni con il popolo. Esso rimane altresì integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico. All’art.1 p. 9 lett. q del nuovo Decreto si legge infatti: ‘Le funzioni religiose con la partecipazione di persone si svolgono nel rispetto dei protocolli sottoscritti dal Governo e dalle rispettive confessioni di cui agli allegati da 1, integrato con le successive indicazioni del Comitato tecnico-scientifico, a 7′”. Lo ribadisce il direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Conferenza episcopale italiana, Vincenzo Corrado, chiarendo alcuni aspetti relativi al Dpcm del 24 ottobre 2020. Tra le indicazioni del Cts, a titolo esemplificativo, si segnalano: “Guanti non obbligatori per il ministro della Comunione che però deve igienizzarsi accuratamente le mani; celebrazione delle Cresime assicurando il rispetto delle indicazioni sanitarie (in questa fase l’unzione può essere fatta usando un batuffolo di cotone o una salvietta per ogni cresimando), la stessa attenzione vale per le unzioni battesimali e per il sacramento dell’Unzione dei malati; reintroduzione dei cori e cantori, i cui componenti dovranno mantenere una distanza interpersonale laterale di almeno 1 metro e almeno 2 metri tra le eventuali file del coro e dagli altri soggetti presenti (tali distanze possono essere ridotte solo ricorrendo a barriere fisiche, anche mobili, adeguate a prevenire il contagio tramite droplet. L’eventuale interazione tra cantori e fedeli deve garantire il rispetto delle raccomandazioni igienico-comportamentali ed in particolare il distanziamento di almeno 2 metri); durante la celebrazione del matrimonio gli sposi possono non indossare la mascherina; durante lo svolgimento delle funzioni religiose, non sono tenuti all’obbligo del distanziamento interpersonale i componenti dello stesso nucleo familiare o conviventi/congiunti, parenti con stabile frequentazione; persone, non legate da vincolo di parentela, di affinità o di coniugio, che condividono abitualmente gli stessi luoghi dove svolgono vita sociale in comune”.

Chi sono i nuovi cardinali creati da Papa Francesco

In tutto ammontano 9 le nuove porpore con diritto di voto in Conclave, e 4 gli ultraottantenni. Con il Concistoro del 28 novembre quindi i cardinali diventeranno 232, di cui 128 elettori, otto in più rispetto al limine massimo di 120 stabilito da Paolo VI, ma più volte superato dai suoi successori. Dopo il prossimo Concistoro i cardinali elettori creati da Papa Francesco saranno 73, rispetto ai 39 di Benedetto XVI e ai 16 di Giovanni Paolo II. Gli europei saranno 53 (di cui 22 italiani), i latinoamericani 24, gli africani 18, gli asiatici 16, i nordamericani 13, 4 i provenienti dall’Oceania. A salutare con gioia l’ingresso dei suoi nuovi confratelli, a nome di tutta la Chiesa italiana, è stato il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, ricordando che i nuovi porporati annunciati “sono frutto e dono delle nostre comunità”. “Conosco ciascuno di loro – ha proseguito il cardinale – e sono certo che sapranno vivere questa nuova responsabilità con intensità e umiltà. Il Cardinalato – ci ricorda il Santo Padre – non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. A nuovi cardinali l’amicizia e l’affetto dell’episcopato italiano, insieme al ricordo nella preghiera”.

I sei cardinali italiani. A guidare la lista dei cardinali italiani elettori è mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio dei cardinali che aiutano il Papa nella sua opera di riforma della Curia Romana. Recentemente, è stato nominato dal Santo Padre prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, dopo che il cardinale Becciu si è dimesso da tale carica e ha rinunciato ai diritti del cardinalato, tra i quali figura appunto quello di entrare in Conclave. Riceverà la berretta cardinalizia anche mons. Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino e segretario della Commissione episcopale per le Migrazioni della Cei, noto per il suo impegno a fianco dei rom. Ad arrivare alla porpora senza essere ancora vescovo è invece fratel Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi, città natale del “poverello” a cui il primo Papa della storia che ha scelto di prendere il suo nome è molto legato, come dimostra anche la decisione di firmare sulla tomba di Francesco la sua terza enciclica, Fratelli tutti, il 4 ottobre scorso. “Scherzi da Papa”, il commento a caldo del francescano dopo l’annuncio della sua nomina: “Accolgo con riconoscenza e gioia questa notizia in spirito di obbedienza alla Chiesa e di servizio all’umanità in un tempo così difficile per tutti noi. Affido a San Francesco il mio cammino e faccio mie le sue parole di fratellanza. Un dono che condividerò con tutti i figli di Dio in un percorso di amore e compassione verso il prossimo nostro fratello”. Tre, infine, i cardinali italiani non elettori: mons. Silvano Tomasi, arcivescovo titolare di Asolo e nunzio apostolico, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia – volto noto anche della televisione – e mons. Enrico Feroci, parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva e ex direttore della Caritas di Roma.

Il nuovo Messale

Cambia il Messale. Il nuovo libro, già donato a Papa Francesco, sarà obbligatorio da Pasqua 2021, ma i parroci potranno usarlo fin da subito. Modificate le Preghiere eucaristiche. Fra le novità introdotte, quella sul Padre nostro. Anche il ‘Gloria’ cambierà.

Messale Romano
Messale Romano

L’utilizzo del nuovo Messale diventerà obbligato nelle parrocchie della Penisola a partire dalla prossima Pasqua, ossia dal 4 aprile 2021, ma potrà essere utilizzato immediatamente, cioè non appena il libro pubblicato giungerà nelle comunità, anche se ciascun vescovo potrà stabilire nella propria diocesi da quando impiegarlo. Si tratta della nuova traduzione in italiano della terza edizione tipica – in latino – del Messale Romano scaturito dal Concilio Vaticano II nella quale cambiano alcune formule con cui viene celebrata l’Eucaristia nella nostra lingua. Il nuovo volume è edito dalla Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena in un unico formato e viene distribuito dalla Libreria Editrice Vaticana che lo farà arrivare nelle librerie e nelle parrocchie che lo stanno prenotando a partire dalla fine di settembre. Il costo è di 110 euro.

Papa Francesco aveva autorizzato la promulgazione della terza edizione in italiano del Messale Romano un anno fa. Il testo italiano era passato al vaglio della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei Sacramenti per la necessaria confirmatio. La nuova traduzione era stata approvata nel novembre 2018 dall’Assemblea generale della Cei. Fra le novità introdotte quelle sul Padre Nostro: non diremo più «e non ci indurre in tentazione», ma «non abbandonarci alla tentazione». Inoltre, sempre nella stessa preghiera, è previsto l’inserimento di un «anche» («come anche noi li rimettiamo»). In questo modo il testo del Padre Nostro contenuto nella versione italiana della Bibbia, approvata dalla Cei nel 2008, e già recepito nella rinnovata edizione italiana del Lezionario, entrerà anche nell’ordinamento della Messa. Altra modifica riguarda il Gloria dove il classico «pace in terra agli uomini di buona volontà» è sostituito con il nuovo «pace in terra agli uomini, amati dal Signore». Se queste sono le principali variazioni che riguardano il popolo e quindi dovranno essere “imparate” da tutti, si annunciano anche altre modifiche in ciò che viene pronunciato dal sacerdote, anche ad esempio nelle Preghiere eucaristiche, vale a dire quelle della consacrazione del pane e del vino. Oltre ai ritocchi e agli arricchimenti della terza edizione tipica latina, il volume propone altri testi facoltativi di nuova composizione, maggiormente rispondenti al linguaggio e alle situazioni pastorali delle comunità e in gran parte già utilizzati a partire dalla seconda edizione in lingua italiana del 1983.

«Il libro del Messale – spiega ad Avvenire il cardinale Bassetti – non è soltanto uno strumento liturgico, ma un riferimento puntuale e normativo che custodisce la ricchezza della tradizione vivente della Chiesa, il suo desiderio di entrare nel mistero pasquale, di attuarlo nella celebrazione e di tradurlo nella vita. La riconsegna del Messale diventa così un’occasione preziosa di formazione per tutti i battezzati, invitati a riscoprire la grazia e la forza del celebrare, il suo linguaggio – fatto di gesti e parole – e il suo essere nutrimento per una piena conversione del cuore». Le variazioni giungono al termine di un percorso durato oltre 17 anni. Un arco temporale in cui «vescovi ed esperti hanno lavorato al miglioramento del testo sotto il profilo teologico, pastorale e stilistico, nonché alla messa a punto della presentazione del Messale», aveva spiegato la Cei in una nota.

La missionarietà di chi costruisce fraternità

A colloquio con Stefano Pioppi, direttore dell’Ufficio missionario diocesano, che ci racconta temi e proposte per aprire mente ed attenzioni alla dimensione della Chiesa universale

Veglia missionaria 2020

Si avvicina l’appuntamento con la Giornata missionaria mondiale di domenica 18 ottobre 2020 e questo importante giorno è preceduto, come da tradizione, dalla Veglia diocesana che si terrà in Cattedrale sabato 17 ottobre, alle ore 21.00 (diretta Radio Duomo e streaming sui social diocesani). Abbiamo raggiunto Stefano Pioppi, direttore dell’Ufficio missionario diocesano di Senigallia: “L’ufficio missionario diocesano è il punto di riferimento e di raccordo per le varie attività missionarie che si svolgono in diocesi: suo compito principale è promuovere, sostenere e coordinare le attività legate alla missione, sia locale, sia soprattutto la missione ad gentes, quella che si vive soprattutto nel Sud del mondo. Quest’anno Papa Francesco ci ha coinvolti con il tema “Eccomi manda me”, la risposta che Isaia offre al Signore nel momento in cui Egli chiede “chi manderò”. è un tema fortemente vocazionale e si inserisce molto bene anche nella dimensione del ‘discernimento’ che la chiesa sta portando avanti, anche a seguito della lettera del nostro vescovo Franco. ‘Eccomi manda me’ può essere la risposta ad una chiamata, per dire che siamo pronti ad accogliere la presenza dello Spirito Santo dopo essere rientrati in noi stessi e dirci che ne vale la pena. Siamo invitati ad imparare a vivere nuove relazioni, non solo con le persone care ma un po’ con tutte le persone, a sperimentare per davvero la fraternità”.

Quest’anno si celebra 94a giornata missionaria mondiale e Pioppi rilancia, forte di un confronto all’interno del Gruppo missionario diocesano, il senso di questa proposta pastorale: “Ci siamo domandati perché continuare a festeggiare ancora questa questa giornata: la risposta ce l’ha data proprio Papa Francesco perché il suo essere ‘tessitore di fraternità’ incoraggia anche a noi a continuare su questra strada, anche quando è difficile, controcorrente. Questo è l’atteggiamento da vivere per rinvigorire la nostra fede, la nostra spiritualità. Lasciamoci provocare anche dalla missione ‘ad gentes’ che porta sempre un poco di freschezza nelle stanche comunità parrocchiali. Inoltre le proposte che il Centro Missionario fa sono varie e su due livelli: una riflessione ed una preghiera personale e comunitaria e contemporaneamente la spinta grande a diventare proprio tessitori di fraternità, a scoprire nuove relazioni. Ci sono proposte che sono legate sia alle celebrazioni domenicali (introduzioni, preghiere, gesti), sia altre posibilità ‘feriali’ (il rosario missionario, adorazione eucaristica, ecc.); l’appuntamento con la veglia missionaria diocesana di sabato 17 ottobre ci convoca tutti: in questa occasione avremo varie testimonianze di persone che sono qua in Italia, insieme ad altre a distanza tramite video.Il 18 vivremo la Giornata missionaria mondiale e l’ultimo invito in questo senso è proprio quello di vivere le proposte di sempre in maniera diversa, avere il coraggio di essere degli otri nuovi per un vino che scorre continuamente e che ha bisogno del nostro ‘eccomi’ per spargere ancora fragranza di vita buona”.

Vescovo e preti, oggi

Anche quest’anno i sacerdoti della diocesi di Senigallia si sono ritrovati per un tempo disteso e prolungato per discutere di un tema e nello stesso tempo vivere insieme alcuni giorni in uno stile di fraternità e comunione. Il luogo che ci ha accolto è stato la Domus Ecclesiae a Nocera Umbra e l’occasione di spostarci in Umbria ci è stata suggerita dal nostro relatore che ha animato la riflessione e il dibattito ovvero Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Gubbio. A lui abbiamo chiesto di proporci delle riflessioni a partire da questa domanda: “Quale presbiterio per la nostra Chiesa diocesana?”. Già la domanda ci suggerisce il cammino fatto in questi anni, in particolare a partire dal 2008 quando era uscito un documento della diocesi: “Quale presbitero per la nostra Chiesa diocesana?”; come si può notare il tema a distanza di anni differisce di una sola lettera (presbitero-prespiterio) eppure esprime un cambio di prospettiva e quindi di consapevolezza di una identità. Se infatti fino ad ora la riflessione era partita dal prete come individuo e come persona inserita all’interno di una comunità, ora si scelto di partire dal presbiterio cioè l’insieme dei preti di una diocesi uniti al proprio vescovo, il quale possiede la pienezza del sacerdozio e che si avvale della collaborazione dei sacerdoti per servire al meglio quella porzione di popolo a lui affidata. Questo cambio di prospettiva da presbitero a presbiterio corrisponde ad una serie di mutazioni sociali e ecclesiali che si sono verificate nel tempo e che riscontriamo nel presente: il calo dei sacerdoti e l’impossibilità di una loro presenza capillare nel territorio; la vita del sacerdote sempre più messa alla prova sui vari fronti; una vita fraterna che recupera alcune dimensioni umane e affettive della vita del prete; il coinvolgimento e il ruolo attivo dei laici nella vita delle comunità; la gestione amministrativa e economica sempre più complessa e alle prese con tante strutture vecchie e non più a norma. Se il sacerdote dentro queste sfide si pensa o si ritrova da solo a doverle affrontare e gestire, alto è il rischio di burn-out o di un irrigidimento nei modi e nelle relazioni e la gente lo percepisce vedendo il prete sempre più stanco, affannato e scostante. La chiave di volta è proprio pensarsi a partire dalla dimensione comunionale e fraterna del presbiterio; non da soli quindi ma in comunione con il vescovo e i confratelli, dove ci si sostiene e dove le gioie e i problemi vengono condividi e portati insieme. Detto così è molto bello e assomiglia molto alla chiesa primitiva degli apostoli dove tutto veniva messo in comune e ognuno riceveva l’aiuto di cui aveva bisogno. Nella realtà dei fatti è un cammino in divenire, che presenta dei segnali positivi di crescita, ma anche comprensibili resistenze e diversità di approcci. Uno degli elementi più sensibili è per esempio il rapporto tra generazioni di preti avendo ricevuto formazioni diverse, in tempi storici diversi, con un’idea di chiesa da realizzare diversa. Queste differenze normali e storiche si superano non tanto a suon di discussioni, per vedere chi ha più ragione, ma in uno scambio fraterno fatto di ascolto e di narrazione, di risate e testimonianze di vita spirituale. Per questo occasioni come questa vissuta a Nocera Umbra sono preziose e arricchenti perché al di là dei contenuti che si mettono in campo c’è la possibilità di conoscersi sempre meglio e cogliere in ciascuno il positivo che può portare, il suo “unicum” che il Signore gli ha consegnato e affidato. Il vescovo Luciano ci ha incoraggiato ad andare avanti su questo cammino ricordandoci che non siamo all’anno zero ma alcuni piccoli passi sono stati fatti e tanti sono alla nostra portata. Nel dialogo fraterno si è parlato di come stare dentro le realtà del mondo quali la politica, la scuola, la cultura; si è parlato di famiglia e del ruolo dei laici nelle nostre comunità; si è parlato di giovani e di vocazioni, come essere “testimoni gioiosi” di questa chiamata ad essere pastori e “amici dello Sposo”. Erano presenti anche alcuni preti anziani che hanno espresso la loro gioia di essere parte di questo presbiterio richiamando però anche l’attenzione ad avere cura di loro e non considerarli come “fanalino di coda”, ma tenere presente che ci sono, che pregano per la chiesa e per il mondo e che devono affrontare malattie e fragilità e hanno bisogno del sostegno di tutti. La stessa esperienza si ripeteràin questi giorni con un altro gruppo di preti (per consentire a tutti di partecipare sono previsti due turni distinti) e siamo certi che ci saranno ulteriori elementi di crescita e di riflessione. Chi ben comincia è a metà dell’opera….

Davide Barazzoni