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In dialogo con Nicoletta Grifoni, invitata a Senigallia dal Centro italiano femminile

Nicoletta Grifoni è stata fino ad un mese fa la caporedattrice della TGR Rai Marche. Giornalista che ha toccato diversi ambiti del racconto mediatico, sarà a Senigallia per animare l’incontro dal titolo ‘Voci di donne in dialogo con Nicoletta Grifoni’, venerdì 13 marzo 2026, alle ore 18.00, a Palazzetto Baviera di Senigallia. L’evento, promosso dal Cif – Centro italiano femminile – di Senigallia nell’ambito delle iniziative al femminile del mese di marzo, vedrà cinque voci dialogare con la giornalista su temi suggeriti dalla sua ricca esperienza professionale: lo sport, il giornalismo di prossimità, la Rai marchigiana, l’informazione nei momenti di crisi ed lo sguardo mediatico sul mondo.

Giornalista di grande esperienza, Grifoni ha svolto tutti i ruoli possibili all’interno di una testata giornalistica. Entrata in Rai nel 1988, dopo una lunga militanza in una radio privata, è la prima donna a fare la radiocronaca di una partita nella trasmissione ‘Tutto il calcio minuto per minuto’. Inizia come redattrice ordinaria, conquistandosi sul campo il titolo di inviata. Si ricordano le tante telecronache in diretta durante la guerra nella ex Jugoslavia, nel 1991. Così come quelle del terremoto del 1997. Nel 1992 è lei a inventare la rubrica radiofonica tutta dedicata alla pallavolo, ‘Pallavolando.

Elisabetta Olivi, presidente del Cif senigalliese, nell’invitare la cittadinanza a questo appuntamento sottolinea come sia importante “conoscere più da vicino l’esperienza professionale di una donna che ha toccato con grande sensibilità e competenza tanti ambiti del giornalismo. L’informazione, ai tempi della rivoluzione digitale, è terreno importante nel quale si decide molto della qualità del nostro vivere insieme. Ascoltare una voce da dentro può renderci più consapevoli delle dinamiche dei media e sostanzialmente persone più libere e informate”.

Violenza di genere, una violenza particolare. La riflessione del Cif – Centro italiano femminile

Procura generale e difesa hanno confermato la rinuncia agli atti di appello, rendendo quindi definitivo l’ergastolo per Filippo Turetta, assassino della giovane Giulia Cecchettin. L’avvocato del padre Gino, Nicodemo Gentile, ha dichiarato alla stampa che «la sentenza ha comunque riconosciuto di fatto i motivi abbietti per l’omicidio, definendoli arcaici, in quanto Turetta si opponeva a qualsiasi tipo di autodeterminazione di Giulia. Di fatto ha riconosciuto l’omicidio di genere e questo è importante».

Esiste una specificità per la violenza di genere che la rende unica nelle figure previste dal diritto penale. Quella sulle donne è ‘di genere’ proprio perché una violenza determinata dal genere della vittima del reato. In poche parole, ti discrimino, ti meno, ti uccido, ti imprigiono, ti violento ‘solo’ perché sei donna. Non perché devo rubarti qualcosa, o perché farti fuori rientra in un disegno criminale più ampio, o per togliere di mezzo eventuali rivali in loschi affari, o in quanto scomoda testimone…

La violenza di genere è ‘speciale’ perché è manifestazione estrema della cultura discriminatoria che la crea, la nutre, la reitera in tante forme ed espressioni. Ribadire e approfondire questo assunto non è secondario e tacciare di partigianeria chi dice questo significa non impegnarsi, ognuno per le sue competenze, ruoli e responsabilità, nel combattere la persistenza di quel terreno, tutt’altro che bonificato, sul quale questa tipologia di fenomeno si innesta.

Siamo nel Paese in cui anche questa verità scientifica – sì, perché gli studiosi del diritto studiano da tempo tutto ciò e la sentenza del caso Turetta ne è conferma – viene strattonata per rendere anche questo tema oggetto di scontro politico. Proporre un approccio alla violenza sulle donne con i colori della ‘sinistra’ o della ‘destra’ è miope, oltre che pericoloso, così come non evidenziarne le peculiarità. Un dibattito semplificato, non approfondito è dannoso per tutti e tutte. Con l’aggravante di non custodire pienamente la memoria di quante, proprio in nome di questo veleno sociale, non hanno più nemmeno il diritto di vedere la propria sofferenza, se non la propria morte, almeno come occasione per fare passi avanti e alleanze positive.

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