L’estate del cinema ‘Gabbiano’ di Senigallia si è arricchita lo scorso 28 luglio della proiezione di ‘San Damiano’, un’opera che racconta l’incontro tra persone senzatetto segnate dalla violenza e dalla solitudine, che parla di chi vive ai margini. In questo caso si tratta dei senza dimora stanziati attorno alla stazione Termini di Roma. Erano presenti per l’occasione, Gregorio Sassoli, uno dei due registi; Alessandro Carta, presidente della Fiopsd – Federazione italiana degli organismi per le persone senza dimora; e Chiara Mondaini, responsabile dell’area inclusione e pari opportunità della cooperativa sociale Polo9. L’evento è nato grazie alla collaborazione con la stessa cooperativa Polo9, Caritas Senigallia, Free Woman, On the road, La Tenda di Abramo, Cnca e RiBò: sigle che a diverso titolo nel nostro territorio sono impegnate in questo ambito.
Durante l’intervista, Sassoli ha detto che “San Damiano” è nato casualmente, dall’incontro con il senzatetto Damiano mentre registravano un altro film. «Volevamo una storia immersiva, non un’opera giornalistica o di classico stile documentario ed in effetti la chiave di tutto è l’emotività, che attraversa ogni scena, rendendo l’esperienza profonda e coinvolgente. Il significato della pellicola si concentra proprio su questo: raccontare quanto sia difficile sopravvivere alle proprie ferite, ma anche come, attraverso l’arte e i legami umani, si possa lentamente tornare a respirare».
Un film che mostra la violenza e la brutalità che si addensano nella quotidianità delle persone in strada. De-umanizzate, etichettate. Un messaggio forte, che spesso ignoriamo. «Non è un film da vedere a cuor leggero – spiega una delle giovani giurate del cinema Gabbiano – non è facile da digerire ed è a tratti destabilizzante. È un racconto che non cerca di commuovere, bensì di scuotere tramite le sue storie di emarginazione e disagi sociali».
Si è conclusa con successo la recente edizione del festival “Io Leggo Forte” a Senigallia, che dal 18 al 20 luglio ha animato la città con l’arte della lettura. Promosso dall’associazione Laboratorio Centro Voce, con il partenariato del Comune di Senigallia e il patrocinio della Regione Marche e del Cepell (Centro per il libro e la lettura), l’evento ha visto tra i suoi momenti più significativi e vivaci l’incontro con Raffaele “Lello” Marangio. Lo scrittore, sceneggiatore e cabarettista, autore del libro sulla disabilità “Al mio segnale scatenate l’infermo”, è stato intervistato da Laura Mandolini: l’audio, andato in onda su Radio Duomo Senigallia nei giorni scorsi, è disponibile in questo articolo grazie al lettore multimediale.
L’ironia come salvezza
Marangio, che a causa della poliomielite si muove in sedia a rotelle, ha trasformato la sua disabilità in un incredibile punto di forza, affrontando il tema con una prospettiva unica: quella dell’umorismo. Un approccio che ha caratterizzato tutta la sua vita e la sua prolifica produzione letteraria, iniziata a soli 13 anni. Marangio ha sottolineato come, nell’Italia di oggi, il vero virus da combattere sia quello dell’indifferenza. «Se eliminiamo l’indifferenza, l’accoglienza e l’inclusione delle persone disabili diventano molto più facili», ha affermato. Pur riconoscendo i progressi fatti rispetto al passato, specialmente nel Nord Italia in termini di servizi, ha evidenziato le persistenti disparità, soprattutto al Sud.
Oltre il paternalismo e il compatimento
L’autore ha criticato la tendenza a guardare alla disabilità con uno sguardo pietistico o paternalistico. «La disabilità è spesso vista come un incidente sulla strada: si guarda, si passa e si pensa ‘l’importante è che non sia capitato a me’», ha detto. Per Marangio, la lotta all’indifferenza deve partire anche dalle persone con disabilità stesse, che devono rivendicare i propri diritti «non in maniera pietistica, ma facendo in modo che la gente si vergogni delle cose che non fa». Ha poi toccato il tema delle barriere mentali, strettamente connesse a quelle architettoniche. «Se esistono ancora barriere architettoniche, significa che esistono ancora barriere mentali». Ha ribadito un concetto fondamentale: ciò che è a misura di una persona con disabilità, come una passerella per la spiaggia, è in realtà a misura di tutti, rendendo la vita più facile per mamme con passeggini, anziani o persone con difficoltà temporanee.
La cultura dell’inclusione e il ruolo dei media
Secondo Marangio, i mass media hanno una grande responsabilità nel veicolare messaggi diversi. «In televisione spesso si cerca l’abilismo, l’eroe paralimpico, o la storia drammatica che avvilisce. Ma se facciamo sorridere, il messaggio arriva molto più forte e trapassa le barriere» ha spiegato, citando la sua esperienza al Giffoni Film Festival. Infine, parlando di felicità e disabilità, Marangio ha offerto una prospettiva illuminante: «La persona felice è quella che riesce a essere soddisfatta della propria vita, anche con poco». La disabilità più grande, per lui, è la mancanza di sensibilità verso gli altri, l’egoismo e l’indifferenza che impediscono di dare felicità.
L’incontro con Lello Marangio al festival “Io Leggo Forte” ha offerto una lezione preziosa: la risata può essere un potente strumento di inclusione, capace di abbattere muri e costruire ponti di comprensione.
Chiamateli pure “apprendisti ciceroni”, ma è certamente grande la soddisfazione dei ragazzi della scuola Fagnani, che mercoledì scorso hanno ricevuto gli attestati di partecipazione da Marcello Mengucci e Mara Natalucci, in qualità di membri della delegazione senigalliese del Fondo per l’Ambiente Italiano (Fai).
Gli alunni delle sei classi terze, insieme ai loro compagni della 2^B, hanno infatti preso parte alle giornate del Fai di primavera, diventando guide esperte di uno dei “luoghi del cuore” della città: il museo della scuola Pascoli, che conserva arredi e materiali didattici di più di ottant’anni fa.
«La consegna degli attestati del Fai è sempre una gradita occasione per evidenziare l’importanza di questa collaborazione – sottolinea Patrizia Leoni, dirigente scolastica dell’istituto comprensivo Senigallia centro di cui fa parte la scuola Fagnani – specie in un anno giubilare per il Fai, che festeggia i cinquant’anni di attività. Gli studenti coinvolti nel progetto, ovviamente, cambiano di anno in anno. Quello che non cambia è il valore di fondo, ossia la conoscenza della bellezza, anche quella dei luoghi meno noti, che genera rispetto e nuova cultura».
E’ stata lanciata ormai alcuni mesi fa la proposta di istituire una consulta comunale della fotografia a Senigallia. Oggi l’iniziativa del presidente del consiglio comunale Massimo Bello e della presidente della consulta della cultura Anna Maria Bernardini si trova a un passo dall’approvazione finale. Tra pochi giorni approderà in aula consiliare per la discussione generale, degli emendamenti e del voto. Inizia da questi elementi l’intervista a uno dei due proponenti, Bello, ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) lunedì 28 e martedì 29 aprile alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre a una replica ulteriore domenica 4 maggio alle 16:50. L’audio integrale è disponibile anche in questo articolo, assieme a un breve testo.
L’idea nasce dalla volontà di creare un luogo istituzionale di coordinamento, proposta e riflessione per le numerose associazioni fotografiche della città, in un territorio storicamente legato alla fotografia grazie a figure come Mario Giacomelli, Giuseppe Cavalli e tanti altri. Proprio in vista del centenario della nascita di Giacomelli, che cade come si saprà proprio nel 2025, si è ritenuto importante dare vita a questo spazio permanente per sostenere e sviluppare la cultura fotografica attraverso una rete coordinata dall’ente locale.
Atto ancora più di rilievo, secondo Bello, un «valore aggiunto» dato il riconoscimento di Senigallia come “Città della Fotografia” ottenuto dalla Regione Marche nel 2018. Non si tratterebbe di un doppione della consulta della cultura, in quanto quest’ultima ha una portata più generale, mentre la nuova consulta si focalizzerà specificamente sul settore fotografico, ricco di storia, eventi e importanti esponenti locali, nazionali e internazionali. Un organismo ovviamente aperto alla partecipazione delle varie associazioni fotografiche di Senigallia e che va oltre la portata delle celebrazioni per Giacomelli o la recente scomparsa di Riccardo Gambelli, altro importante esponente della “scuola del MISA”, divenendo un organismo permanente.
La proposta ha registrato anche umori tiepidi, dai consiglieri di minoranza durante la seduta congiunta della prima e quarta commissione consiliare in cui si discuteva dell’iniziativa di istituire la consulta della fotografia. In tal senso, Bello preferisce non commentare direttamente la posizione di astensione, auspicando però un’unità di intenti su una proposta che considera apolitica e importante per la cultura della città. E un voto unanime in consiglio comunale.
Si terrà domenica 16 marzo, alle ore 17 all’auditorium San Rocco di Senigallia lo spettacolo “La guerra spiegata ai poveri“, un adattamento di un testo di Ennio Flaiano messo in scena dalla compagnia fanese Polvere di stelle per l’adattamento e regia di Mario Giannelli. Si tratta di un tema sempre attuale, ancora di più in questo momento storico in cui l’impegno per la pace sembra essere passato in secondo piano. Ce lo racconta Daniele Marzi, uno dei due presidenti della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” di Senigallia, in questo articolo “presente” sia con il lettore multimediale sia con un breve testo.
Flaiano, famoso sceneggiatore, aveva scritto questo testo proprio nell’immediatezza della fine della seconda guerra mondiale, quindi è un testo che ha una certa età. Visti i tempi, è assolutamente attuale per i suoi contenuti. È uno stile, quello di Flaiano, che utilizza l’ironia, sembra un po’ leggero, ma in realtà tocca temi molto profondi. Il titolo è molto significativo nell’individuare come le vittime, alla fine di ogni guerra, siano sempre i poveri, i più fragili, gli ultimi, quelli che non hanno alcuna colpa e nessun interesse nel fare le guerre.
La rappresentazione è all’auditorium San Rocco (in FOTO), alle 17 di domenica 16 marzo, l’ingresso è libero. La rappresentazione è fatta da una compagnia teatrale di Fano, che lo sta portando in giro da qualche mese, è stata in Ancona, a Fano e in altre località e quando ho saputo di questa rappresentazione teatrale, come Scuola di Pace ci siamo subito interessati e mossi per poterla vedere anche qui a Senigallia.
Da tanti anni la Scuola di Pace promuove iniziative di ogni genere, sia di tipo culturale, sia di tipo di manifestazione, di formazione, andiamo nelle scuole, facciamo tutto quello che si può per favorire una cultura di pace che, ahimè, in questo momento è alquanto messa in discussione anche con il recente piano di Riarmo.
C’è sicuramente, per ovvi motivi di attualità, più attenzione sul tema della pace, una maggiore sensibilizzazione nell’opinione pubblica. Bisogna vedere gli eventi degli ultimi tre anni – dall’invasione russa dell’Ucraina fino alla riesplosione del conflitto in Medio Oriente a Gaza, a che livello, in che modo e che cosa è passato nella gente, nelle persone, in termini di comprensione di ciò che avviene.
Adesso il nuovo mantra è quello antico, cioè “se vuoi la pace, prepara la guerra”. In tutti questi anni noi invece abbiamo cercato di dire “se vuoi la pace, prepara la pace“. La pace sembra che venga dal nulla, invece va costruita, ci vuole un impegno per la pace e questo oggi è in discussione. Sicuramente le persone sono mobilitate, hanno anche paura e in Italia in particolare c’è una grossa sensibilità dell’opinione pubblica che è contro la guerra, come anche recita la nostra Costituzione all’articolo 11 con il quale ripudiamo la guerra.
Continua ancora per pochi giorni la mostra “Il tempo dei Papi. Antichi orologi della collezione di palazzo Mastai e l’orologio di Pio IX dal Torrino del Quirinale”. L’esposizione, inaugurata lo scorso giugno a palazzo Mastai, casa museo Pio IX, rimarrà aperta fino al prossimo 6 gennaio 2025 e si lega al ritorno di quattro preziosi orologi antichi appartenuti a papa Pio IX nel periodo del suo lungo pontificato. Ne parliamo con l’operatrice museale Lorenza Zampa, già intervistata in occasione dell’apertura della mostra. L’audio servizio sarà disponibile grazie al lettore multimediale in questo articolo ma sarà in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) lunedì 30 e martedì 31 dicembre alle ore 13:10 e alle ore 20, mentre domenica 5 gennaio a partire dalle ore 16:50.
Com’è andata in questi sei mesi? È tempo di bilanci… Posso esprimere a nome di tutta la diocesi la piena soddisfazione per il risultato e per il successo che questa piccola mostra ha riscontrato, sia tra i senigalliesi che tra i turisti. La mostra già di per sé ha costituito l’evento, nel senso che è stata veramente di richiamo anche per chi già conosceva il museo. Abbiamo visto che c’è un grande interesse per la materia, con persone da ogni parte d’Italia. Già la serata inaugurale è stata molto partecipata, quindi abbiamo iniziato veramente nel migliore dei modi e in questi mesi le presenze qui al museo sono continuamente aumentate.
C’è un profilo del turista “medio” venuto qui a palazzo Mastai? A parte i tanti turisti d’estate, abbiamo avuto anche visitatori argentini o irlandesi nel periodo settembre-ottobre, tanti appassionati di orologeria, recentemente abbiamo ospitato alcune associazioni del territorio, oltre a istituti scolastici che sono quelli che hanno dimostrato maggiore interesse per questa nostra iniziativa culturale così prolungata nel tempo. Poi l’Archeoclub di Senigallia, l’associazione Andos, tante realtà con cui abbiamo fatto visite guidate molto interessanti e approfondimenti. Abbiamo visto che anche tra i giovani c’è stato un grande interesse, anche i bambini, le famiglie, quindi è stata veramente una grande partecipazione.
Che cosa possiamo vedere in mostra? Il percorso della mostra è abbastanza articolato perché appena si entra e si accede alle due rampe di scale che permettono di arrivare al piano nobile si vedono subito degli esempi di meccanismi di orologi da torre, quindi si viene introdotti un po’ alla volta in questo percorso e c’è addirittura un orologio a foliot che è uno dei meccanismi più elementari in uso dal Medioevo. Ad arricchire ulteriormente il percorso di visita nel museo e all’interno della mostra c’è il pezzo forte che troneggia al centro del salone d’onore, è il meccanismo dell’orologio del torrino del palazzo del Quirinale che all’epoca di Pio IX era la residenza ufficiale dei papi. Si tratta di un orologio a pendolo abbastanza monumentale con un sistema di ruote dentate, pesi, contrappesi, quindi è interessante anche per chi se ne intende di meccanica poter visionare questo meccanismo che fu voluto da Pio IX nel 1858 e rimase in uso fino al 1961. E poi, attorno a questo meccanismo, ci sono quattro pregevoli esempi di orologi da tavolo o parigine, orologi realizzati in vari materiali, ottone dorato, bronzo dorato, legno intagliato, sono tutti orologi che Pio IX ha collezionato nel corso del suo lungo pontificato e sono anche orologi che testimoniano il suo raffinato ed eclettico gusto artistico.
Hanno ancora un valore? Indubbiamente sì, tutto ciò che è legato a papa Pio IX ha valore. Questi sono tutti orologi tornati recentemente da un restauro molto consistente, ma comunque sono sempre stati qui a palazzo Mastai. Sappiamo che sono stati collezionati dal papa. Inoltre Pio IX ha attuato una rivoluzione importante tra le altre, quella di modificare la computazione del tempo, introducendo la misurazione delle ore che è in uso ancora oggi, l’ora cosiddetta astronomica o alla francese con il calcolo delle ore attuali, quindi la giornata suddivisa in 24 ore che si calcolano dalla mezzanotte alla mezzanotte. Prima di questo sistema vigeva il sistema all’italiana cosiddetto, che era più impreciso perché la giornata era suddivisa sempre in 24 ore, però il nuovo giorno cominciava un’ora dopo il tramonto. Tutto questo era chiaramente soggetto alla variazione delle stagioni, poteva andare bene in tempi in cui non c’era l’elettricità, ancora si era principalmente dediti alle attività agricole, però avviandosi invece nel XIX secolo, verso la modernizzazione.
Cosa bisogna fare per visitare l’esposizione a palazzo Mastai? In generale è consigliata la prenotazione solo per i gruppi numerosi. I contatti sul sito della Diocesi e sulle pagine social. L’ingresso è gratuito. Gli orari e i giorni sono questi: dal lunedì al giovedì l’orario è 9-14. Il venerdì e il sabato invece l’orario è pomeridiano dalle 15 alle 20. Sabato 4, domenica 5 e lunedì 6 gennaio saranno garantite aperture straordinarie. In particolare sabato 4 gennaio il museo sarà aperto la mattina ore 9-12 e il pomeriggio 15-20. Domenica 5 e lunedì 6 gennaio la mattina 9-12 e il pomeriggio 16-19. Ulteriore novità: è disponibile una piccola pubblicazione che sarà disponibile sia qua a palazzo Mastai che in libreria. Una pubblicazione, un piccolo quaderno come ne erano usciti anche con l’esposizione “Omaggio a Perugino. Misericordiae Vultus”, contenente schede curate dalla restauratrice, la professoressa Raffaella Marotti dell’Università di Urbino che assieme ad una sua collaboratrice la professoressa Laura Valentini hanno curato le varie indagini diagnostiche e proprio il restauro di questi preziosissimi manufatti.
Il cinema ‘Gabbiano’ di Senigallia propone per venerdì 6 dicembre 2024, alle ore 21.45, la proiezione del film “Il pazzo di Dio” che racconta la vita e le battaglie di don Oreste Benzi, il “parroco dalla tonaca lisa”, fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII. Grazie alla forza della sua fede, al suo coraggio e all’incrollabile convinzione che ogni vita ha il diritto di esistere, è riuscito a cambiare la storia di migliaia di persone.
Nel lavoro del regista Kristian Gianfreda, già autore del film “Solo cose belle”, delizioso affresco di ciò che avviene nelle case-famiglia di don Benzi, filmati d’epoca e testimoni di oggi si alternano nel raccontare il don Oreste di tutti i giorni e di tutte le notti, quello che non dormiva mai (si appisolava ogni tanto) «perché guai a lasciare indietro qualcuno, può darsi che non tornerà più». Con questo spirito prima di salutare, ad esempio, le ragazze costrette alla prostituzione in strada, lascia loro il numero di cellulare e in Comunità l’ordine è di rispondere a qualsiasi ora, «chi mi ha cercato potrebbe non richiamare». E con lo stesso spirito, mentre corre in macchina verso Roma con un suo stretto collaboratore per incontrare un ministro, pretende di uscire dall’autostrada e tornare a Rimini, dove a un senzatetto aveva detto di ripassare la sera.
Il documentario è prodotto dalla “Coffee Time Film” di Rimini, una casa di produzione cinematografica indipendente nella quale lavorano persone cresciute accanto a don Oreste. “Il pazzo di Dio” è una storia che merita di essere raccontata e conosciuta, perché nella sua semplicità fa una cosa importantissima: ci insegna a voler bene, a non avere paura del diverso e ci indica la via per costruire ogni giorno, nel nostro piccolo, una società giusta in cui ci sia posto per tutti.
Continua la stagione al teatro Portone di Senigallia che ospita domenica 8 dicembre uno spettacolo per bambini e famiglie. Si tratta di “Le avventure di pulcino”, produzione di “Teatro Giovani Teatro Pirata”, un viaggio magico per tornare bambini seguendo un tenero cucciolo di stoffa in cerca della sua mamma.
Tutto inizia in una bottega dove vive Gelsomina, un po’ barbona e un po’ bambina, che di mestiere fa l’aggiusta cose. Tutti i giorni, alla stessa ora del mattino, in compagnia della sua fidata radio, apre la sua bottega. Un bel giorno arriva una vecchia valigia con dentro un pulcino di stoffa che, appena riparato, inizia a vivere una nuova vita.
Qui iniziano le avventure di Pulcino in cerca di una mamma, perché si sa che la prima cosa che cerca un cucciolo è la mamma! Ad aiutarlo in questa ricerca, insieme a Gelsomina, da un’astronave fatta di un’accozzaglia di oggetti da cucina arriva anche 3×2, uno strampalato anatroccolo proveniente dallo spazio che si metterà a capo della spedizione “Cerca una mamma per Pulcino”.
Un viaggio che li porterà in una città puzzolente fatta di cartoni, poi in un bosco di ombrelli e ventagli ed infine in un enorme mare blu. Tra scoperte, avventure ed incontri con improbabili mamme, seguiremo la storia di Pulcino, fino all’epilogo finale dove, sotto un cielo stellato, finalmente troverà affetto e serenità tra le braccia di Gelsomina.
L’invito a venire a teatro, al teatro Portone, è rivolto a tutti: bambini ovviamente, ma anche mamme, papà e nonni, per un pomeriggio di sorrisi e meraviglia sotto un cielo stellato, tra scoperte, incontri emozionanti e tanta dolcezza. Ma per i più piccoli sarà riservata anche una sorpresa speciale.
BIGLIETTI: Posto unico € 8 – Ridotto ragazzi 3-10 anni: € 6 PREVENDITE: • Edicola Stazione – Viale Bonopera 48/1 • Presso la biglietteria del teatro sabato 7 dicembre dalle ore 16.30-18.30. Domenica 8 dicembre dalle ore 16.30. INFORMAZIONI: info@teatroportone.it – 334. 3752182 Acquista subito il tuo biglietto su http://www.liveticket.it/teatroportonesenigallia
Lo scorso 7 novembre, nella biblioteca Antonelliana di Senigallia, si è tenuto un partecipato incontro per il decennale di “Modernism”, una rivista di “storia del riformismo religioso in età contemporanea” di cui si occupa in prima persona un noto cittadino di Senigallia, Fabrizio Chiappetti, docente, giornalista, storico e studioso che abbiamo intervistato nella puntata di “Venti minuti da Leone” in onda mercoledì 20 e giovedì 21 novembre alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre che domenica 24 a partire dalle ore 16:50 (la seconda di tre interviste). L’audio integrale è disponibile anche in questo articolo assieme a un estratto testuale: basterà cliccare sul tasto “riproduci” del lettore multimediale per ascoltare le sue parole.
Partiamo subito da alcune informazioni su di te e su come ti sei approcciato a questa rivista Modernism. Dopo il liceo, ho studiato filosofia, a Bologna, mi sono laureato nel ‘98, poi ho continuato a studiare facendo un dottorato. Sono diventato un insegnante di italiano, storia e geografia alla scuola media ma ho continuato a mantenere amicizie e legami con alcuni ambienti universitari a Bologna e Urbino, dove ho conosciuto la Fondazione Romolo Murri di cui adesso sono consigliere di amministrazione.
Di cosa si occupa la Fondazione Romolo Murri? Parto da un aneddoto. Ho conosciuto don Lorenzo Bedeschi, un grande studioso di storia contemporanea, docente dell’Università di Urbino, ma soprattutto uno storico del mondo cattolico. L’ho conosciuto a Senigallia perché l’amico Franco Porcelli, instancabile animatore della cultura di questa città, organizzò un incontro alle Grazie. Mi piace ricordarlo perché tra poco quel luogo sarà anche finalmente riaperto e restituito alla fruizione di tutti. Nel chiostro piccolo del Convento delle Grazie organizzò un incontro con don Lorenzo Bedeschi e il sottoscritto su un prete modernista, uno degli ultimi grandi eretici per la Chiesa Cattolica, che è stato Ernesto Buonaiuti. Bedeschi è stato il promotore del primo centro studi in Italia del modernismo, nato negli anni sessanta prevalentemente per raccogliere la documentazione su un pezzo di storia del cattolicesimo italiano del novecento. Poi il centro si è trasformato in fondazione Romolo Murri che ha raccolto l’eredità di Bedeschi sia in termini di studi, di interessi scientifici, ma anche e soprattutto in termini documentari.
Che cos’è il modernismo? E’ stato un fenomeno religioso, anche sociale e anche culturale, che ha interessato il mondo cattolico fra otto e novecento. È stato il tentativo di creare un dialogo con la modernità, con le espressioni più mature della cultura moderna, quindi con il progresso scientifico, tecnologico, l’avanzamento dello studio della storia, delle scienze umane, un dialogo che andasse appunto a fecondare quelle parti della teologia, dell’esperienza religiosa che invece erano rimaste arroccate ad una dimensione dogmatica e ad un ancoraggio culturale che ricordava più la chiesa medievale che una chiesa disposta a dialogare con il mondo moderno. Molti studiosi hanno visto nel modernismo, a torto o a ragione, una sorta di anticipazione di quello che poi è stato il concilio vaticano II.
Sei reduce da un incontro a Senigallia in cui hai presentato “Modernism”: che tipo di pubblicazione è? Questa è una delle emanazioni della Fondazione di Urbino, una rivista che vuole avere una caratura di livello internazionale, con una dimensione europea e un carattere accademico perché siamo convinti che questa dimensione del dialogo fra aree culturali diverse, talvolta anche materie e metodi diversi, sia un arricchimento reciproco per tutti.
E il riformismo religioso? E’ un tentativo di avvicinarsi al presente, di eliminare alcune posizioni che forse non erano più al passo a quei tempi o è un tentativo della Chiesa di salvarsi, di riuscire a come dire ad avere ancora un po’ di influenza sulle persone, di avere ancora un po’ un ruolo, una parte nella società odierna? Credo che sia stato, e sia, un po’ l’uno e un po’ l’altro. Ma forse la cosa che mi piace sottolineare è il carattere del coraggio, non bisognava, e dico ancora, non bisogna aver paura della scienza storica o della critica testuale applicata ai testi sacri, perché? Perché comunque quella parte ineffabile della verità e quindi quella che parla al nostro spirito sarà sempre al riparo da qualsiasi critica o contestualizzazione, però quello che dico adesso, che magari può apparire banale e scontato, non lo era in passato, si temeva davvero che questo tipo di confronto andasse verso un appiattimento, una degradazione della verità, di quello che la tradizione definisse il depositum fidei, cioè la fede non può essere declassata, tra virgolette, ad un oggetto di studio. Chi proponeva una visione coraggiosa di riforma aveva questo orizzonte, chi non lo voleva era esattamente quello che stavi dicendo tu adesso, cioè la convinzione che per mantenere una sorta di presa sulla società bisognava utilizzare i metodi moderni, gli strumenti moderni anche di comunicazione, ma evitando di scendere veramente nel confronto e cercando piuttosto di riportare alle proprie convinzioni, ai dogmi, la grande maggioranza della popolazione.
Il numero del 2023 della rivista “Modernism”: “Modernizzazione e riformismi nell’Islam (1870-1949)” Ed. Morcelliana
Il prossimo numero di Modernism sta per uscire. Quando e di che cosa si occupa? Uscirà spero alla fine di novembre per i tipi di Morcelliana, un editore di Brescia. Sarà dedicato al cattolicesimo del dissenso fra gli anni ‘70 e ‘80, perché questi due decenni sono stati caratterizzati da importanti dibattiti, anche da drammatiche lacerazioni del mondo cattolico, pensando ad alcune storiche battaglie, per esempio sull’aborto o sul divorzio. Poi ancora l’impegno in politica, la questione del voto che andava automaticamente alla Democrazia Cristiana, quando anche però c’erano dei fermenti che nascevano dal dopo concilio e che invece pensavano, interpretavano il cattolicesimo in una ottica diversa, se vogliamo più schierata sinistra. E poi il dibattito sul nucleare e il disarmo. C’è il ritratto di un’Italia che pensiamo di conoscere però c’è una complessità che vale la pena di ripercorrere.
E nel futuro? In preparazione ci sarà un bel numero nel 2025. Quello del 2024 sta per uscire sul dissenso cattolico, nel 25 ci sarà un bel numero dedicato alla donna e alla questione femminile nella chiesa contemporanea, quindi sarà un numero con molte voci, molti documenti.
Tu che ruolo hai all’interno di questa rivista? Il mio ruolo è discutere nelle riunioni di redazione e mi occupo di leggere e di schedare dei libri che ci sembrano interessanti per l’argomento scelto. In passato ho anche pubblicato dei saggi all’interno della rivista, spero di poter tornare presto a scrivere. Io nasco in questo senso come uno studioso di Ernesto Buonaiuti, questo gigante del primo novecento: i miei contributi sono stati orientati alla conoscenza di quest’uomo ed al suo retroterra filosofico.
Dove si può trovare la rivista Modernism? Sul sito di Morcelliana, si può sia fare un abbonamento alla versione digitale, sia ordinare singolo numero, ma si può ovviamente ordinare in qualsiasi libreria.
Con la coabitazione di temi, generi, stili e forme espressive diverse, prende il via nei prossimi giorni a Chiaravalle“Ecletticittà”, la nuova stagione teatrale, proposta dalla storica collaborazione tra Comune e AMAT con il sostegno di Regione Marche e Ministero della Cultura. Sette titoli scelti fra spettacoli di tensione etica e sociale, gioiose atmosfere natalizie, classici senza tempo e i più incisivi protagonisti della scena contemporanea. In un contenitore – appunto il teatro comunale – da quest’anno intitolato al musicista chiaravallese Tullio Giacconi. «Non solo un palcoscenico cittadino – tiene a sottolineare con orgoglio l’assessore alla cultura chiaravallese Francesco Favi – ma una seconda casa per i chiaravallesi, presidio di bellezza, insostituibile spazio di condivisione e maturazione culturale».
Si parte domenica 24 novembre, alle ore 17 con il fuori abbonamento “Ma io non so morire”, in omaggio al poeta e scrittore chiaravallese Massimo Ferretti a 50 anni dalla scomparsa: si tratta di una lettura scenica degli iscritti al progetto “VocAzioni” diretta da Lucia Ferrati e accompagnata dalle musiche di Marco Fagotti e da contributi fotografici di varia provenienza relativi all’itinerario geografico di Ferretti.
Venerdì 29 novembre è la volta del primo dei sei titoli in abbonamento, Fratelli, liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Carmelo Samonà, scritto con Antonio Viganò, Remo Rostagno e Michele Fiocchi interpretato da Michele Calcari e Paolo Grossi per la regia di Viganò, proposto in collaborazione con TGTP e Rete del Sollievo nell’ambito del Festival Tespi/Malati di Niente: uno spettacolo che racconta i sentieri delle relazioni umane.
Il tango delle capinere di Emma Dante interpretato da Sabino Civilleri e Manuela Lo Sicco è in scena domenica 8 dicembre. Dalla sua fortunata Trilogia degli occhiali, con l’impareggiabile potenza che la contraddistingue, la regista e autrice palermitana raccoglie il capitolo Ballarini, “un mosaico dei ricordi che rende sopportabile la solitudine di chi disgraziatamente sopravvive all’altro”, facendone uno spettacolo autonomo.
Le feste di Natale hanno il sapore inconfondibile del Gospel con l’appuntamento di venerdì 27 dicembre con Tony Washington Gospel Singers in collaborazione con San Severino Blues
Protagonista venerdì 7 febbraio è Proscenio Teatro con Molto rumore per nulla nell’adattamento e regia collettiva di Proscenio in cui la Sicilia pretestuosa di Shakespeare diventa un luogo ideale. I sei attori in scena (Mirco Abruzzetti, Emanuela Capizzi, Stefano De Bernardin, Lorenzo Marziali, Stefano Tosoni, Venusia Morena Zampaloni) agiscono al ritmo del corteggiamento rituale, di un vaudeville ma con la freschezza della poesia shakespeariana. E, fra equivoci e trovate comiche, tutto, alla fine, finisce nel nulla di fatto.
Martedì 4 marzo in scena ci sono Caterina Guzzanti e Federico Vigorito con Secondo lei. ‘Opera prima’ della Guzzanti, realizzata nell’ambito di Scritture-Scuola di drammaturgia diretta da Lucia Calamaro, Secondo lei è una storia che invita a riflettere su come la nostra cultura e la società in cui viviamo, malgrado la strada che ci sembra, almeno in apparenza, intrapresa, continuano a condizionare in modo invalidante sia le donne che gli uomini nelle scelte principali della loro vita così come nelle relazioni, nei legami più intimi con l’altro e con noi stessi.
A chiudere “Ecletticittà”, sabato 29 marzo sarà Valerio Aprea in Lapocalisse uno spettacolo di Aprea su testi di Marco Dambrosio, in arte Makkox. Dalla scienza al suo opposto, dagli algoritmi alle abitudini quotidiane, dalla politica al progresso e all’inerzia che lo frena. Lapocalisse è un assolo iperbolico sulla nostra resistenza e difficile adattabilità al nuovo, in una circumnavigazione attorno al concetto di cambiamento, necessario ad affrontare il buio che ci minaccia.
Biglietti per i singoli spettacoli (platea e palchi centrali 22 euro, palchi laterali 20 euro, speciale studenti fino a 19 anni euro 10, con ridotto under 25 e over 65, insegnanti a tempo determinato e convenzionati vari; per gli spettacoli Ma io non so morire e Fratelli posto unico euro 10) alla Biglietteria del Teatro Giacconi (tel. 071/7451020, aperta il giorno precedente lo spettacolo dalle 17.30 alle 19.30 e il giorno di spettacolo dalle 18; dalle 16 per Ma io non so morire), nei punti vendita del circuito AMAT/VivaTicket e online su vivaticket.com (con aggravio del costo in favore del gestore del servizio).
Informazioni: AMAT (tel. 071/2072439), Ufficio Cultura Comune di Chiaravalle (tel. 071/9499266).
A cento anni dalla nascita e a 21 dalla sua scomparsa, Senigallia sta proprio in questo periodo rendendo omaggio a Sergio Anselmi, attraverso un programma di iniziative cominciato a giugno e che proseguirà fino al 6 dicembre. In questa nuova puntata di 20 minuti da Leone parleremo di questo calendario di eventi ma soprattutto dell’importanza della figura di Anselmi come storico locale e come accademico riconosciuto a livello nazionale. Lo faremo con la professoressa Ada Antonietti, direttrice del Museo di Storia della Mezzadria di Senigallia intitolato proprio a Sergio Anselmi, del quale ha raccolto un po’ il testimone culturale. In questo articolo è riportata solo una (lunga) parte dell’intervista mentre l’audio integrale è possibile ascoltarlo sia cliccando sul tasto “riproduci” del lettore multimediale sia sintonizzandosi sulla frequenza di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) mercoledì 13 e giovedì 14 novembre alle ore 13:10 e alle ore 20. Un’ulteriore replica sarà infine in onda domenica 17 a partire dalle ore 16:50 (la seconda di tre interviste consecutive).
Partiamo da un ricordo di Sergio Anselmi dal punto di vista umano, lasciando in questo momento da parte l’aspetto più accademico, l’aspetto più intellettuale. È una domanda molto difficile perché dare una visione definita di una personalità complessa come quella del professore Sergio Anselmi non è semplice. Perciò vorrei ricordare che nonostante sia morto ormai nel 2003 quindi da molto tempo, viene ricordato da molte persone con molto affetto, con molta stima come se l’avessero lasciato il giorno prima. Ma perché questo? Perché Sergio Anselmi era un uomo dal carattere certamente non facile, però era un uomo rigoroso, intransigente, che sapeva ascoltare le persone e sapeva, soprattutto, anche stare insieme alle persone.
Ci racconti qualche episodio. Basti ricordare una cosa che può sembrare banale ma che in realtà non lo è. Accanto ai suoi molteplici impegni di studio, di insegnamento, soprattutto d’estate amava nel tardo pomeriggio andare nella libreria del suo amico libraio Fabrizio Marcantoni, poi si sedeva su uno dei tavolini di una pizzeria che una volta c’era lì davanti e lì si fermavano tante persone proprio con il piacere di fargli le domande, anche molto semplici, sul perché di una vicenda storica, sull’etimologia di un nome o anche sulla soluzione di tante curiosità. Era da tutti stimato, le sue spiegazioni non erano mai banali, era uomo dall’ampia cultura, dall’ampia visione dei fatti e delle vicende e non si accontentava mai della risposta semplice, andava sempre al fondo delle cose.
Quindi un punto di riferimento per tanti cittadini, ma anche per il territorio regionale che ha studiato a fondo partendo addirittura dal Medioevo fino a metà del Novecento: perché è importante la sua opera? E’ attuale ancora oggi? Il professore è stato riconosciuto come uno degli storici più importanti della regione Marche, è un personaggio di levatura internazionale per il quale anche la Regione ha inteso approvare una legge che istituisce la celebrazione del suo centenario perché è stato un intellettuale che ha intanto fatto conoscere le Marche al di fuori dei confini regionali. Si è occupato del periodo storico che per la regione Marche coincide con il passaggio da una economia agricola a una economia legata alla piccola impresa, nascono anche i cosiddetti distretti industriali. In questo contesto il professore riesce a realizzare un’idea che aveva ormai da molti anni, quella di conservare questa tradizione di un’economia agricola con particolare riferimento all’agricoltura mezzadrile: ha realizzato un museo demo-etno-antropologico tra i più importanti d’Italia.
L’opera di Sergio Anselmi è importante non solo perché analizza il passato e lo sviluppo economico della regione Marche ma anche perché riesce a identificare i caratteri fondanti del mondo contadino e della cultura marinara: la “regione Adriatica” un po’ riassume questo concetto. Ha portato avanti nella sua opera bibliografica sia la ricerca sul mondo rurale, contadino, agricolo, ma anche sul mare Adriatico inteso come via vai di imbarcazioni, scambi di merci e uomini tra le due sponde, con particolare poi attenzione al ruolo che nel corso delle vicende storiche hanno avuto Venezia, Trieste, Ancona e anche Senigallia: uno dei libri curati da Sergio Anselmi che riguarda Senigallia ha come titolo “Una città Adriatica” e a questo studio va legata anche l’associazione degli Amici del Molo che lui ha contribuito in maniera determinante a far conoscere, permettendo di conservare anche attraverso pubblicazioni fatte insieme e per gli Amici del Molo, le conoscenze e le tradizioni della cultura marinara. Poi tra gli altri temi è importante, ne cito uno, il formarsi dei territori locali.
Ada Antonietti
Oggi siamo un po’ alla fine di questo programma di iniziative per il centenario della sua nascita, in realtà è partito a giugno. Com’è andata finora e cosa prevede nei prossimi appuntamenti? L’organizzazione vede come protagonisti il Comune di Senigallia, la Regione Marche, il Museo di Storia della Mezzadria e l’Associazione per la Storia dell’Agricoltura Marchigiana. Abbiamo inteso ricordare tanti aspetti della personalità e anche della produzione letteraria del professore Sergio Ansermi partendo da un incontro che c’è stato l’8 giugno “Parlando di Sergio” e di Sergio hanno parlato tanti suoi collaboratori nell’università o anche nella rivista “Proposte e ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale” o anche in alcune ricerche che ha portato avanti. Abbiamo voluto che ne dessero un ricordo anche i suoi familiari e questo è stato l’incontro successivo; poi ci sono stati tre incontri nei quali il professore è stato in qualche modo protagonista dei temi trattati. E’ stato molto bello che alcune persone che lo avevano avuto come professore nell’istituto magistrale di Senigallia, in cui insegnava storia e filosofia, o all’università di Ancona o a quella di Urbino o lo avevano conosciuto anche durante la militanza politica del professore all’interno del Partito Socialista – si è allontanato nel 1977 definitivamente dalla vita politica attiva – oppure lo avevano conosciuto anche agli amici del Molo, lo hanno voluto presentare la loro testimonianza, dando un ricordo di grande stima e di grande affetto. E’ riuscito benissimo così come tutti gli incontri, in verità, sono stati molto seguiti: ci auguriamo la stessa cosa accada per gli ultimi tre.
Appuntamenti che si svolgeranno a partire dal 16 novembre… Sì, partiamo già da sabato 16 novembre un incontro con un relatore di grande prestigio, il professore Franco Amatori, forse il più autorevole esperto della storia dell’impresa in Italia, che riprende in qualche modo quelle che avevamo cominciato a organizzare per nove anni di seguito, poi abbiamo interrotto, le cosiddette “lezioni Anselmi”; questa sarà la ripresa di una tradizione cioè sarà la decima lezione Anselmi. Il sabato successivo, 23 novembre, sarà una giornata anche questa molto interessante perché collaboratori, amici, ricercatori si sono impegnati a scrivere dei nuovi saggi su temi che già a suo tempo Anselmi magari aveva consigliato, su cui aveva fatto scrivere: adesso uscirà un libro che accoglie e contiene i saggi scritti proprio per ricordare Sergio Anselmi nel centenario. Un omaggio di amici, allievi, colleghi. Questi due incontri si svolgeranno nell’auditorium San Rocco la mattina alle 9.30; poi cambiamo sede e andiamo alla rotonda dove venerdì 6 dicembre alle ore 21 ricorderemo l’ultima produzione del professore Sergio Anselmi che diciamo dal ‘96 in poi si cimenta con enorme successo nella narrativa storica e pubblica con la casa editrice Il Mulino quattro libri di racconti storici. Il primo di questi libri, che esce nel ‘96 ed è stato ripubblicato tre volte, si intitola “Storie di Adriatico” e da questo libro l’attore e doppiatore Luca Violini leggerà un racconto diciamo in uno spettacolo di radioteatro e accompagnato alla fisarmonica, organetto e percussioni da Roberto Lucanero.
E poi? Non è finito qui perché probabilmente in quella giornata avremo modo di presentare anche due pubblicazioni che rientrano in queste celebrazioni del centenario: abbiamo fatto anche la ristampa di una cartella con libro di commenti e stampe, “Sedici stampe senigalliesi”, quelle che il professore pubblicò per il comune di Senigallia nell’arco di circa venti anni, per informare i suoi concittadini sulla importanza e il ruolo della loro città. L’altra pubblicazione, questa è direi nuova nei contenuti e più ricca, è una nuova guida, sarebbe l’ottava, del Museo di Storia della Mezzadria. L’ultima è uscita nel ‘97: questa è arricchita da molti contenuti, oltre che dalla descrizione dei 30 ambienti e percorsi di visita sui temi della mezzadria che costituiscono l’importante museo intitolato nel 2004 a Sergio Anselmi.
Facciamo qualche passo indietro: come ha conosciuto il professor Sergio Anselmi e come è nata la vostra collaborazione che poi è durata per tanti anni praticamente fino alla sua scomparsa? Ho conosciuto il professore Anselmi in modo del tutto casuale: io già ero docente di italiano e latino al liceo scientifico di Senigallia, a metà anni ‘70, lui era assessore alla pubblica istruzione e cultura. C’era una riunione di docenti di diverse scuole al palazzetto Baviera, allora sede appunto dell’assessorato, e mio padre, il maestro Walter Antonietti, mi chiese di accompagnarlo. Quando Sergio Anselmi seppe che io ero laureata e insegnavo italiano e latino, che quindi potevo avere delle competenze utili per i tanti disegni culturali che lui già aveva in mente, come l’apertura del museo, mi chiese se magari potevo riguardare alcuni testi che lui aveva già scritto. Io accettai e da lì mano a mano mi inserì in tante sue iniziative culturali e queste poi hanno portato anche a essere la segretaria di redazione della rivista “Proposte e ricerche”, a essere la curatrice dell’editing di pressoché tutte le sue pubblicazioni e di partecipare anche alla sua avventura con l’Università di San Marino dove anche lì curai l’editing dei quaderni del Centro di studi storici sanmarinesi. E’ stato poi anche uno dei motivi per i quali potei scrivere diversi articoli che poi il professore pubblicò in tanti suoi libri che ha curato, e per cui il comune di Senigallia affidò a me la gestione del museo alla sua scomparsa nel 2003. Oggi sono 20 anni alla guida di questa realtà.
C’è una realtà che da decenni produce e organizza spettacoli e stagioni teatrali rivolte ai ragazzi, dall’infanzia all’adolescenza. Si chiama “Teatro Giovani Teatro Pirata”. Data la creazione di una rete urbana di comuni – tra cui Arcevia, Chiaravalle, Corinaldo, Montemarciano, Ostra e Senigallia – che ripongono “attenzione” culturale alla giovane età, abbiamo deciso di intervistare Marina Ortolani, responsabile organizzativa dell’impresa TGTP, nell’ambito della nuova puntata di 20 minuti da Leone. Puntata che sarà in onda lunedì 14 ottobre e martedì 15 alle ore 13:10 e alle ore 20, ma un’ulteriore replica si potrà ascoltare, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) anche domenica 20 a partire dalle 16:50. In questo articolo trovate sia l’audio dell’intervista che un estratto testuale.
Quando parte questa avventura? Comincia 40 anni fa, con il collettivo artistico Teatro Pirata a Jesi, che diventa una compagnia teatrale di teatro di figura, che nel tempo poi ha avuto riconoscimento ministeriale come compagnia diciamo professionale, e diventa una vera e propria impresa di produzione di teatro per le nuove generazioni. Due i binari, attivi ancora oggi: uno è quello per le famiglie alla domenica, l’altro è durante la settimana un programma di spettacoli per le scuole. Siamo partiti con cinque date nella stagione 1983-84, per arrivare ai 106 della scorsa stagione. Tra le tappe intermedie: nel 2014 il Teatro Pirata si fonde col Teatro Giovani, l’associazione di Serra San Quirico, che portava avanti la rassegna nazionale del Teatro della scuola. Nasce Teatro Giovani Teatro Pirata che ha 10 anni in pratica e da quel momento c’è stato un forte impulso all’espansione sul territorio della provincia Ancona e di Macerata.
Perché rivolgersi ai giovanissimi? C’era forse un vuoto da colmare? Sì, c’era poca offerta. Il Teatro Ragazzi nasce più o meno negli anni ‘70, non c’erano spettacoli dedicati ai bambini, prima. C’era il teatro per gli adulti, la prosa, oppure le compagnie di giro, i burattinai che andavano nelle piazze, un teatro popolare. Poi comincia tutta una ricerca di un teatro dedicato all’infanzia che darà il via al Teatro Ragazzi Italiano e il teatro pirata si inserisce in questo movimento con una fascia dall’infanzia all’adolescenza. Gli spettacoli vengono pensati dall’origine per rivolgersi a quel pubblico particolare che sono i bambini, che non stanno seduti su una sedia ad ascoltarci se non siamo capaci di raccogliere la loro attenzione. Le produzioni per la domenica si rivolgono a un target tra i tre e i dieci anni, mentre nelle scuole ci allunghiamo e arriviamo anche alle superiori e quindi agli adolescenti.
Lo spettacolo nasce da zero o c’è una rivisitazione dei grandi classici, però in chiave chiaramente per l’infanzia o per l’adolescenza? A volte ci siamo ispirati ai classici, faccio un esempio come Robinson Crusoe, prendendo spunto proprio dal libro. In altre volte le storie sono completamente inventate. Spesso sono solo delle suggestioni, il “liberamente tratto da…”. Comunque tutto è sempre elaborato per poter essere ascoltato e seguito dal pubblico di riferimento.
Prima riunione per la Rete Urbana di Teatro Ragazzi
I ragazzi sono interessati al teatro? Dipende dalle storie, dalle idee, dal linguaggio e anche dai professionisti che poi mettono in campo le loro idee, ecco, da dove prendono le idee. Il pubblico giovanile, ecco i bambini sono più veri, però, il ritorno che abbiamo è un ritorno molto potente, ma sono molto interessati invece, se si riescono a coinvolgere, se lo spettacolo e gli attori sono alla loro altezza. Questo sembra una controtendenza, perché loro stanno sugli smartphone, però, questa magia che è l’atto artistico che accade dal vero, crea questo incontro, che è il teatro: è utile alla crescita dei ragazzi e riesce a far accadere cose molto magiche.
Se il programma delle prime edizioni constava di pochi spettacoli e adesso si è arrivati a oltre 100 serate, qualcosa lo vorrà dire… Sì, ma un po’ in tutta Italia è questa tendenza. Il teatro ragazzi è una realtà estremamente interessante, produttiva, che fa tanto pubblico. Per dare un’idea, noi l’anno scorso siamo arrivati quasi a 17 mila presenze. C’è molta voglia di andare a teatro, i comuni l’hanno capito.
Poi è nata una rete… A un certo punto ci siamo resi conto che noi, bene o male, programmavamo in 10-15 teatri. La rete c’era, la rete è nata dal basso, l’abbiamo solo dovuta formalizzare, istituire. Però tutti questi comuni aderivano a questo progetto, perché è un progetto culturale, educativo e sociale. Mettiamo in rete tutto, la promozione la facciamo in rete, il calendario è pensato in maniera tale che ogni comune abbia la sua proposta e che, nel comporre questo puzzle, i comuni siano di aiuto gli uni agli altri, non si diano mai fastidio. In questa rete c’è anche il segno della regione Marche e dell’AMAT che è l’associazione marchigiana di attività teatrali che è con noi in questa avventura. All’inizio erano 16, adesso sono arrivati a 19, entrerà anche un ventesimo, quindi siamo a 20 comuni che hanno stabilito unendosi in questa rete urbana di teatro ragazzi, di voler promuovere il teatro ragazzi nelle varie programmazioni e di dare sostegno a questo progetto che è creativo, formativo, a vantaggio delle nuove generazioni.
Le avventure di Pulcino, di Teatro Giovani Teatro PirataIl mondo di Oscar, di Teatro Giovani Teatro PirataLo spettacolo “Legami”. Una produzione di Teatro Giovani Teatro Pirata
Con 15 appuntamenti fra ottobre e aprile, di cui 6 di danza, Comune di Senigallia e AMAT, in collaborazione con la Compagnia della Rancia e il contributo di MiC e Regione Marche, propongono al Teatro La Fenice una stagione 2024/25 di riferimento per tutta la regione. Illustrato dal sindaco Massimo Olivetti con l’assessore al turismo Simona Romagnoli e la dirigente del settore Elisabetta D’Amico e dal direttore AMAT Gilberto Santini con Michele Renzullo della Compagnia della Rancia, il programma propone musical, classici, commedie brillanti, eventi unici e nomi di spicco.
La stagione prende il via il 31 ottobre con il musical “Saranno famosi. Fame il musical” protagonisti Barbara Cola, Garrison Rochelle, Lorenza Mario e Stefano Bontempi con traduzione, riadattamento e regia di Luciano Cannito che qui unisce l’esperienza di regista a quella di coreografo. Tratto da una delle serie tv più celebri degli anni ’80, “Saranno famosi” racconta la vita e le storie di allievi e insegnanti di una esclusiva scuola newyorkese di performing arts diventata rappresentativa di come lavoro intenso, sconfitte e successi siano lo strumento per realizzare il proprio “sogno”.“Aspettando Re Lear” di Tommaso Mattei, con Alessandro Preziosi, anche alla regia, e Nando Paone, arriva alla Fenice il 27 novembre. Lo spettacolo si concentra sul momento chiave della tragedia shakespeariana rappresentato dalla tempesta che colpisce Lear mentre vaga per allontanarsi dal disastro combinato con le “amate” figlie.Paolo Genovese firma, il 18 e, fuori abbonamento, il 19 dicembre, “Perfetti sconosciuti”, commedia campione d’incassi al cinema su amicizia, amore e tradimento. Condividendo per gioco messaggi e chiamate sui propri telefoni cellulari durante una cena, quattro coppie di amici (interpretate da Dino Abbrescia, Alice Bertini, Marco Bonini, Paolo Calabresi, Massimo De Lorenzo, Lorenza Indovina e Valeria Solarino) scopriranno di essere “perfetti sconosciuti”.Venerdì 10 e sabato 11 gennaio è in scena, fuori abbonamento, “Van Gogh Café Opera Musical”, produzione di MIC International Company scritta e diretta da Andrea Ortis. Ambientato in un café chantant parigino, questo colossal si ispira alle opere e alla straordinaria vita del celebre pittore olandese ed è portato in scena da un cast imponente di attori, ballerini e musicisti.Luca Bizzarri e Francesco Montanari sono protagonisti, insieme a David Sebasti e Mauro Marino, il 30 gennaio, de “Il medico dei maiali” di Davide Sacco. Il re d’Inghilterra muore all’improvviso in Scozia. Toccherà all’unico medico disponibile in zona constatarne il decesso: è un veterinario e capisce che il re non è morto d’infarto come si vuole far credere. Testo vincitore del Premio Nuove Sensibilità 2022, è il terzo capitolo della trilogia di Sacco “La ballata degli uomini bestia”.Sabato 22 febbraio, a conclusione della residenza di allestimento alla Fenice realizzata in collaborazione con Bottega Teatro Marche, Viola Produzioni propone “Prova a prendermi” musical interpretato da Claudio Castrogiovanni e Tommaso Cassissa con adattamento e regia di Piero Di Blasio e coreografie di Rita Pivano. Tratto dal film con Leonardo Di Caprio e Tom Hanks, lo spettacolo mette in scena la storia vera di Frank Abagnale Jr che, negli anni ’60, riuscì a imbrogliare l’America per realizzare il proprio sogno di successo.Smessi i panni del Marchese del Grillo, per “Bollicine”, alla Fenice il 7 marzo, Max Giusti torna a indossare l’abito da mattatore. In scena con i musicisti della SuperMaxBand, questo è un Giusti inedito che si confessa in un clima di festa con le immancabili bollicine.Grande successo in Spagna, “Vicini di casa” di Cesc Gay è in scena il 21 marzo con Amanda Sandrelli, Gigio Alberti, Alberto Giusta e Alessandra Acciai e la regia di Antonio Zavatteri. Commedia libera e provocatoria, racconta le vicissitudini domestiche di due coppie e indaga con divertita leggerezza su inibizioni e ipocrisie del nostro tempo.Ultimo appuntamento per la prosa il 5 aprile con Geppy Gleijeses in “Il fu Mattia Pascal”, con la partecipazione di Marilù Prati, libero adattamento di Gleijeses e di Marco Tullio Giordana, che firma la regia mescolando i linguaggi teatrali e cinematografico, del romanzo di Luigi Pirandello.
Sei gli appuntamenti di danza: il 13 novembre sarà di scena la mitica compagnia Parsons Dance, fondata nel 1985 dal genio creativo dell’eclettico coreografo David Parsons e del lighting designer Howell Binkley, con il nuovo “Balance of power”. A seguire, fuori abbonamento il 23 novembre il Collettivo 0 propone “L’approdo. Omaggio a Mario Giacomelli” concept e regia di Cinzia Scuppa e Simona Ficosecco, con Gemma Carducci, Leonardo Carletti, Carolina Mecarelli, Emma Paciotti, Federica Ragni, Agnese Rolla e con la direzione artistica di Cristiano Marcelli ispirato all’opera del grande maestro senigalliese della fotografia. L’11 dicembre il Balletto di Mosca Russian Classical Ballet propone “Lo Schiaccianoci”, mentre il 25 gennaio sarà la volta di “Carmen” del Balletto di Milano, con la coreografia originale di Agnese Omodei Salè e Federico Veratti e l’allestimento a cura di Marco Pesta. Il 16 marzo COB Compagnia Opus Ballet presenta “Sogno di una notte di mezza estate” con le coreografie di Davide Bombana. Sarà come sempre la Rotonda a mare a ospitare giovedì 10 aprile l’immancabile appuntamento, fuori abbonamento, con “Sotto a chi danza! Tracce di danza d’autore dalle Marche”, vetrina di talenti del territorio che chiuderà il cartellone 2024-2025.
La campagna abbonamenti si apre mercoledì 9 ottobre al botteghino del Teatro La Fenice (tutti i giorni, domenica inclusa, dalle ore 17 alle 20, il giovedì e il sabato anche dalle ore 10.30 alle 12.30). Fino al 16 gli abbonati della stagione 2023-2024 potranno confermare il vecchio posto mentre il 17 e 18 sono riservati ai vecchi abbonati che vogliono cambiarlo.
Da sabato 19 ottobre sono in vendita i nuovi abbonamenti presso il botteghino del Teatro negli orari di apertura appena indicati. I biglietti per tutti gli spettacoli – ad esclusione di quelli per “Saranno Famosi” in vendita dal 24 ottobre – si possono comperare dal 1 novembre alla biglietteria del teatro la Fenice (aperta giovedì, venerdì e sabato dalle ore 17 alle 20, il giovedì e il sabato anche dalle ore 10.30 alle ore 12.30, nei giorni di spettacolo da due ore prima dell’inizio, mentre alla Rotonda è aperta il giorno di spettacolo da un’ora prima dell’inizio) oppure su vivaticket.com.
Riduzioni sugli abbonamenti al cartellone di danza sono riservate agli abbonati alla prosa e agli iscritti alle scuole di danza. Sui biglietti sia di prosa sia di danza le riduzioni sono riservate a soci COOP, under 25, over 65, possessori Card Marche Cultura, convenzionati vari e non cumulabile con altri sconti o promozioni in corso.
Informazioni Teatro La Fenice 071 7930842 negli orari di apertura indicati, tel. 335 1776042 [dal lunedì al venerdì dalle ore 9.30 alle ore 12.30] www.feelsenigallia.it, e AMAT 071 2072439 amatmarche.net.
Molto partecipato il concerto inaugurale di Tramantici Festival 2024 a Mondolfo, con l’esibizione del fisarmonicista Giacomo Rotatori accompagnato dalla voce di Sara Jane Ghiotti
Nonostante il maltempo che ha costretto a un cambio di sede dell’evento inaugurale, è iniziata con successo la seconda edizione di Tramantici, il festival della fisarmonica di Mondolfo. Fino al 25 agosto si potrà assistere gratuitamente a un evento unico nel suo genere, che celebra la fisarmonica e tutti gli strumenti a mantice. Lo fa durante una settimana speciale, quella di Mondolfo nuovo comune protagonista di 50×50: Capitali al quadrato, il progetto simbolo di Pesaro 2024 – Capitale Italiana della Cultura.
«Un evento unico e coinvolgente – ha dichiarato il direttore artistico Roberto Lucanero – Il nostro obiettivo è creare un’esperienza musicale indimenticabile, valorizzando la tradizione e l’innovazione nell’ambito degli strumenti a mantice. Tramantici vuol dire proprio questo: essere in mezzo alle diverse tipologie di strumenti a mantice. Oltre le più note fisarmoniche. Già la prima edizione nel 2023 – continua – aveva accolto infatti un’immensa varietà di strumenti, dalle fisarmoniche a piano, fisarmoniche a bottoni, organetti di vario tipo fino all’organo portativo, strumento utilizzato nel medioevo e molto importante nella storia della musica marchigiana grazie all’uso che se ne fece, tra colto e popolare, fino al Rinascimento. L’edizione 2024 vedrà anche la presenza del bandoneón, caratteristico del tango argentino, appartenente alla famiglia delle concertine».
«La rassegna – ha dichiarato il sindaco di Mondolfo Nicola Barbieri – vuole valorizzare uno strumento popolare che ha caratterizzato per oltre un secolo, dalla seconda metà dell’ottocento, la storia artigianale di Mondolfo con produzioni di grande valore».
Il festival, che vede l’organizzazione esecutiva di DMP Concept di Senigallia, si arricchisce di ospiti internazionali e di artisti locali. Dopo l’apertura con un artista marchigiano, Giacomo Rotatori accompagnato dalla voce di Sara Jane Ghiotti (in FOTO), il programma prosegue grazie a esibizioni di artisti rinomati come Triosfere, Ethnic Project Duo di Danilo Di Paolonicola e Flavio Boltro, Osteria del Mandolino, Riccardo Tesi Elastic Trio, Claudio Prima & Seme, e lo stesso Roberto Lucanero con un’emozionante esibizione all’alba per il saluto conclusivo del festival.
Ecco le date degli altri concerti, sempre a ingresso libero:
Martedì 20 agosto ore 21 – Mondolfo, Chiostro Complesso Monumentale Sant’Agostino: Triosfere – Dario Flammini – bandoneòn, Mauro De Federicis – chitarra elettrica, Roberto Della Vecchia – contrabbasso
Mercoledì 21 agosto ore 21- Mondolfo, Chiostro Complesso Monumentale Sant’Agostino: Ethnic Project Duo con Danilo Di Paolonicola – fisarmonica e Flavio Boltro – tromba
Giovedì 22 agosto ore 21.30 – Marotta, Piazza dell’Unificazione: Osteria del Mandolino – fisarmonica, mandolino, flauto, chitarra e contrabbasso
Venerdì 23 agosto ore 21 – Mondolfo, Chiostro Complesso Monumentale Sant’Agostino: Riccardo Tesi Elastic Trio con Riccardo Tesi – organetto diatonico, Francesco Savoretti – percussioni, Vieri Sturlini – chitarre e voce
Sabato 24 agosto ore 21 – Mondolfo, Chiostro Complesso Monumentale Sant’Agostino: Claudio Prima & Seme con Claudio Prima – organetto e voce, Vera Longo – violino e voce, Paola Barone – violino, Cristian Musìo – viola, Marco Schiavone – violoncello
Domenica 25 agosto ore 06 – Marotta, Molo: Roberto Lucanero – fisarmonica e organetto
Tutti i giorni dalle 17.30 alle 19.30 presso i Giardini “Le 11 Eroine” di Marotta, le straordinarie mosaiciste dell’Associazione “Mosaichiamo la città” guideranno cittadini e turisti alla creazione di un mosaico, di circa 14 metri, dedicato a Tramantici. L’opera verrà installata sui muretti dell’ormai noto “Lungomare dei Mosaici”.
L’intervento del direttore artistico Roberto Lucanero
Destate la festa è la “protagonista” della nuova puntata di Venti minuti da Leone. Perché? Perché l’evento di punta della pastorale giovanile, promosso e organizzato dai giovani di tutta la diocesi, è giunto ormai alla 36esima edizione. Un traguardo importante, soprattutto se si pensa che DLF è stata una delle prime manifestazioni estive ideate per Senigallia, coniugando divertimento e riflessione, cultura e cucina, musica e testimonianza. Allora ne abbiamo approfittato per fare due domande a chi Destate La Festa l’ha vista nascere e a chi l’organizza oggi. L’intervista sarà in onda venerdì 9 alle ore 13:10 e 20; sabato 10 agli stessi orari; domenica 11 a partire dalle 16:50 (la terza di tre interessanti interviste). Dove? Su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) ovviamente, ma anche in questo articolo c’è il file audio integrale, oltre a un estratto di testo.
Alessandra Ciotti, una delle responsabili dell’edizione 2024: che cosa dobbiamo attenderci? Che programma avete ideato? Inizierà sabato 10 per finire martedì 13 agosto, il tema è l’intelligenza artificiale e la pace. Si parte già dalle 19 con gli aperitivi nello stand bar per poi passare alla cucina dei piatti tipici del territorio aperta dalle 19:30 di tutte le quattro sere. Un pensiero anche ai bambini perché delle animatrici penseranno a far divertire i vostri figli. Alle ore 18 di sabato 10 agosto ci sarà la messa di apertura della festa in piazza Garibaldi; alle 21:30 ci sarà l’incontro “EduchIAmoci. Intelligenze umane e artificiali” con Matteo Saudino ed Emanuele Frontoni, una serata culturale per approfondire e confrontarsi con esperti sul tema dell’IA. Domenica 11 torna dopo una lunga assenza il musical: si tratta di “Notti d’oriente. Tra desideri e realtà”, ed è ispirato alla storia di Aladin e realizzato dai ragazzi della festa.
Parliamo ora della serata con la testimonianza… Lunedì 12 ci sarà una serata dedicata e in memoria di padre Matteo Pettinari intitolata “Ha fatto bene e belle tutte le cose” con padre Ariel Tonsoni, compagno missionario e amico di padre Matteo e accompagnamento musicale di Roberto Pagani, Pio Spiriti e Lele il Saraceno. Martedì 13 si chiuderà con una serata in musica e divertimento con la band Il Diavolo e l’AcquaSanta che farà ballare tutta la piazza.
Ma com’è nata Destate la festa? Lo chiediamo a Laura Mandolini che era presente alla prima edizione e si è messa poi a organizzare le successive. 36 anni fa io c’ero, tra un gruppo di giovani che ruotava intorno alla Casa della Gioventù ma che passava giornate senza fare niente. Così venne a don Gesualdo Purziani e ad altri educatori l’idea di organizzare qualcosa che unisse divertimento e riflessioni, rispettando la vocazione turistica di Senigallia. Le prime due edizioni furono sperimentate nel cortile del centro Palazzolo al Ponterosso, poi il salto di qualità fino in centro storico nel vallato della rocca roveresca e in piazza del Duca. Per alcune edizioni fummo spostati, con tanto di polemiche, ai giardini Morandi, equiparati alle feste di partito: il nostro era l’unico esperimento di protagonismo giovanile ma le nostre ragioni non furono ascoltate. Un’edizione si fece pure in discoteca, ma poi si tornò alla rocca. Oggi in questa edizione viene meno il giocone a squadre in stile giochi senza frontiere, ma la struttura è più o meno sempre quella. Decidemmo già da allora di legare il tema di Destate la Festa al messaggio del papa del primo gennaio, giornata dedicata alla pace.
Ma allora non c’erano ancora i giochi senza barriere che si organizzano ad agosto con la parrocchia del Portone… No, per alcuni anni giocammo in autonomia, poi si creò una sorta di simpatica competizione, risolta poi con il fatto che noi eravamo nella prima metà di agosto e loro nella seconda. Ma è stata un’avventura bellissima e quando l’estate senigalliese era molto meno animata, Destate la Festa era quasi l’unico evento a vivacizzarla.
Si componeva già di momenti di gioco, musica e riflessioni? Serata cultura, animazione, giocone, serata musicale, spazio bambini, gli stand gastronomici, una fatica mostruosa per portarli lì, anche perché giustamente la soprintendenza tutelava la rocca. Oggi anche il Summer Jamboree ne sfrutta gli spazi. Abbiamo invitato negli anni gente del calibro di Luciana Littizzetto, Ennio Remondino che ci parlò da un sottoscala quando Belgrado era sotto i bombardamenti. Oggi c’è una sensibilità diversa ma la tradizione viene portata avanti sempre dai giovani ed è bello sapere che lo stesso format continua.
Che significato ha la festa? Quali sono le aspettative sui giovani, quali le ricadute sulla loro formazione? Lo chiediamo a don Paolo Vagni, direttore della pastorale giovanile della diocesi di Senigallia. E’ una festa per tutti ma anche un cammino di fede, si sta insieme, si condivide la vita, si cresce, una specie di oratorio in strada mi verrebbe da dire.
Che sfide propone? La sfida è quella di stare insieme, di costruire qualcosa, di condividere la vita e il lavoro, le riflessioni. Ci proviamo sempre e i ragazzi rispondono bene perché hanno voglia di approfondimento e di crescita. Ma devono sentirli come momenti loro: spesso le occasioni derivano dalla scuola o da aspettative che vengono riversate loro addosso. Questo è invece un cambiamento: è qualcosa per loro, per la loro vita, e che quindi non li fa scappare.
Come direttore della pastorale giovanile, hai potuto misurare le ricadute sulla vita dei giovani? Destate la Festa è una porta d’ingresso, l’ho visto negli anni che anche ragazzi totalmente fuori dal giro, sono affascinati e poi rimangono nel giro finendo per provare anche altre esperienze come il punto giovani. Ed è meraviglioso perché non stiamo proponendo esercizi spirituali a chiunque, ma si può vedere come sia il primo passo di un percorso che può portare sempre più in profondità. Ce ne sono tanti che ricordo hanno cominciato così, accompagnando un percorso di crescita spirituale a una fase di formazione personale che li ha visti divenire donne e uomini.
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