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Tag: Diocesi di Senigallia

Primi mesi di ministero a Chiaravalle

Don Francesco Savini ci parla dei primi mesi alla guida della comunità chiaravallese.

Gli inizi del mio ministero a Chiaravalle sono all’insegna di una continua scoperta e di una familiarità reciproca che cresce rapidamente. Ho trovato una comunità accogliente e disponibile, che mi ricorda continuamente il mio compito di padre e di guida (un compito per me nuovo, almeno in queste proporzioni). Mi sento molto accolto e accompagnato, e quindi molto fortunato, non solo per la disponibilità della gente, ma anche perché posso vivere il mio ministero in una fraternità sacerdotale: in don Francesco B., don Giacomo, don Filippo e don Luigi trovo continuamente confronto, amicizia e sostegno a tutti i livelli.
C’è però da aggiungere che questi inizi sono caratterizzati anche dalle restrizioni della pandemia, e non è un tempo facile…

Come condurre una comunità in questa situazione?
Personalmente cerco di lasciarmi guidare da due principi che Papa Francesco ci ha donato all’inizio del suo pontificato: il tempo è superiore allo spazio; la realtà è superiore all’idea. Ho trovato fin da subito illuminanti questi due criteri, e trovo che lo siano ancora di più nel buio di questo tempo di pandemia. Ho cercato di tenerli presenti a me stesso in questi primi mesi alla guida della parrocchia di Chiaravalle.
Nella parrocchia si trovano molti e ampi spazi: in primo luogo la meravigliosa Abbazia, poi i locali parrocchiali, e i campetti dell’Oratorio, destinati ad ospitare le tante attività formative, aggregative e di volontariato. Ma in tempo di pandemia e di distanziamento sociale questi spazi rimangono spesso vuoti. Vuoti soprattutto dei ragazzi e dei giovani. Se la parrocchia fosse solo “spazio” sarebbe un inizio di ministero piuttosto desolante… Ma la Parrocchia vive nel tempo e abita questo tempo. Il papa ci ricorda che non è essenziale riempire spazi, ma avviare processi, e allora mai come in questo tempo “anomalo” la comunità cristiana può essere viva e vitale.

Certo, accanto a tutti gli uomini che in questo tempo soffrono, programmi ideali del nuovo parroco rischiano di infrangersi di fronte alla dura realtà di questa pandemia, che limita pesantemente la abituale azione pastorale. Ma la realtà è superiore all’idea e, infatti, è questa dura realtà che ci fa avviare processi nuovi. La realtà ci chiede di metterci in cammino, come persone e come comunità, per restare lottano e sperano con noi. Mi sembra che ci venga chiesto un rinnovamento interiore e spirituale, più che strutturale e organizzativo. Le limitazioni di questo periodo ci possono aiutare a ritrovare l’essenziale che non riuscivamo a scegliere con determinazione, impegnati come eravamo a portare avanti tante attività, belle e importanti, ma non alla base della vita cristiana.

Così, la parrocchia di Chiaravalle in questi mesi ha scelto di ripartire dall’essenziale, accessibile anche in tempi di pesanti restrizioni: in primo luogo la celebrazione dell’Eucarestia che si prolunga nell’adorazione eucaristica. In secondo luogo cerchiamo di mettere al centro anche la Parola di Dio, perché ascoltando l’unica Parola di verità possiamo veramente essere costituiti in unità, capaci di abbandonare le nostre piccole verità particolari per seguire lo Spirito che ci conduce insieme alla verità tutta intera.
Stanno qui i primi passi del mio cammino con la comunità di Chiaravalle, nella certezza che il Signore Risorto è in mezzo a noi e cammina con noi.

A questo link è possibile ascoltare l’intervista radiofonica a Don Francesco Savini all’interno del GR giornaliero

Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani

Nel tempo difficile della pandemia c’è ancora più bisogno di sentirsi famiglia umana, tanto più stimolati dall’unica fede nel Signore Gesù. Cambiano le modalità ma non la volontà, almeno una volta all’anno, di condividere la gioia di essere cristiani, insieme alle altre confessioni sparse nel mondo intero. La Cattedrale di Senigallia ospiterà venerdì 22 gennaio, alle ore 19.00, la preghiera ecumenica presieduta dal vescovo Franco; negli altri giorni, a Senigallia, saranno le singole parrocchie ad ospitare questo appuntamento. Sarà possibile seguire la preghiera in Duomo anche attraverso la rete internet.

“Non possiamo solo aspettare che dopo questa pandemia ‘tutto torni come prima’, come abitualmente si dice. Noi, invece, sogniamo e vogliamo che tutto torni meglio di prima, perché il mondo è segnato ancora troppo dalla violenza e dall’ingiustizia, dall’arroganza e dall’indifferenza”. Per la prima volta, i rappresentanti delle Chiese cristiane in Italia rivolgono una “Lettera ecumenica” alle loro comunità alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che come ogni anno si svolge dal 18 al 25 gennaio, con iniziative (quest’anno per lo più online) di dialogo e preghiera su tutto il territorio nazionale. Il messaggio è firmato da mons. Ambrogio Spreafico per la Conferenza episcopale italiana, da mons. Polykarpos Stavropoulos, per la Sacra Arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta e dal pastore Luca Maria Negro, per la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia. “Mai come in questo tempo – scrivono – abbiamo sentito il desiderio di farci vicini gli uni gli altri, insieme alle nostre comunità che sono in Italia.

Gesualdo Purziani

Mani per i poveri

Domenica 15 novembre è la Giornata mondiale dei poveri. Ne abbiamo parlato anche in diocesi.

La freddezza dei numeri, l’intensità della disperazione, il calore della vicinanza. Quando Giovanni Bomprezzi, vicedirettore della Caritas diocesana, introducendo l’incontro on line con il card. Matteo Zuppi, vescovo di Bologna, ha snocciolato alcune cifre sugli interventi caritativi nella nostra realtà, l’effetto è stato immediato. 142% in più di aiuto economico (per pagare bollette, affitti, spese impreviste, ecc.); 137% in più di aiuti concreti (pacchi alimentari, vestiti, ecc.) e ben 62 persone che si sono rivolte alla cooperativa ‘Undicesima ora’, rimaste senza lavoro a causa della pandemia ed inserite in percorsi professionali, per un investimento pari a 170.000 euro. Leggere e commentare le parole del Papa per la Giornata dei poveri, come ha fatto il card. Zuppi con la sua solita efficacia, impreziosita da brio e sorrisi di speranza, dopo questa impietosa cornice iniziale ha un altro spessore. I messaggi vanno letti, certo, interiorizzati e fatti conoscere proprio perché siano il tessuto ideale che riveste scelte intelligenti e coraggiose, prese di posizioni, azioni di giustizia possibili e necessarie. Ad ogni livello. Ed è significativa la coincidenza dell’incontro (visibile sui canali social della nostra diocesi) con la presentazione del Rapporto nazionale Caritas.
In Italia la povertà e la disuguaglianza vanno a braccetto e in questo periodo crescono in modo abbastanza allarmante. Sembra quasi che si stia scavando un fosso tra persone più o meno abbienti. Così le persone più vulnerabili faticano a recuperare. Anche a livello nazionale, nell’ultimo anno, il numero dei poveri assistiti è cresciuto molto: gli utenti approdati ai centri d’ascolto sono aumentati dal 31% al 45% e si conferma la debolezza atavica di alcune categorie: famiglie numerose e quelle con figli minori, i cittadini stranieri, i cittadini con una minore istruzione. Inoltre sono emerse altre forme di vulnerabilità. Queste, originate durante l’isolamento, segnano un nuovo elemento di disagio che è più difficile da individuare perché si nasconde tra le mura domestiche, nei silenzi delle persone, nell’interruzione dei rapporti: sono esplosi il disagio psicologico-relazionale, i problemi connessi alla solitudine e di forme depressive, cresciuti rispettivamente dell’86,4%, dell’82,2% e del 77,5%.
“L’amore fa vedere”: il card. Zuppi, prendendo spunto dal messaggio del Papa per domenica 15 novembre p.v. e dalla splendida ultima enciclica ‘Fratelli tutti’, sollecita uno sguardo nuovo. Perché la povertà continua ad esserci, non è mai uguale a se stessa. E chiede cura.

Laura Mandolini

Il cinema sa parlare all’anima

Intervista al vescovo di Senigallia, Franco Manenti, su cosa possono rappresentare le sale della comunità

Cosa significa poter disporre di sale della comunità nella propria diocesi?

Significa una risorsa e un’opportunità, strettamente collegate: la sala è un luogo di incontro tra persone e opportunità di comunicare con quanti le frequentano, non necessariamente per le ragioni della propria fede; è un’opportunità di tipo sociale, culturale e legate alle manifestazioni della creatività umana, uno stimolo continuo a confrontarsi con sensibilità altre, non opposte, ma legate alle manifestazioni della creatività umana che tutti ci affascina.

Come vive oggi la Chiesa la sfida culturale, come è cambiata nel tempo?

Mi piace pensare alla cultura con un’accezione ampia: la penso sostanzialmente come il modo in cui la gente vive la propria vita, l’esercizio del pensiero che elabora una riflessione rigorosa volta a capire quanto succede nel mondo e nell’animo delle persone. La Chiesa ha sempre prestato ascolto alla cultura, da subito ha cercato di parlare alle persone non prescindendo da quanto queste stavano vivendo e pensavano. Basti pensare alla predicazione di San Paolo ad Atene, in un tentativo riuscito a metà, proprio per la fatica dell’incontro tra la fede e la cultura greca e romana. C’era da considerare, in questa incomunicabilità, lo scandalo di un Salvatore che si presentava così dimesso, umile, all’apparenza sconfitto. Paradigmi diversi che faticavano a capirsi e questo è accaduto più volte nella storia umana.
Oggi la Chiesa desidera e cerca di trovare forme di comunicazione più adatte alla cultura di oggi, dove adatte non vuol dire ‘adattabili’, quasi fossimo coinvolti in una indagine di marketing alla ricerca dello slogan che funziona meglio. Adatto vuol dire chiedersi come il vangelo parla alla gente e sia parola comprensibile. Il vangelo è sempre quello, ma gli uditori no. Papa Francesco, non a caso, parla di un cambiamento d’epoca, radicale, che notiamo nel modo di concepire la vita, di ripensare i fondamentali dell’esistenza (relazioni, genitorialità, malattia, morte…), nel modo di costruire gli ambienti. Oggi non c’è più un’interpretazione univoca. Ecco perché è più che mai necessario il confronto con il pensiero altro: non è tempo perso quello dedicato al vissuto e alla riflessione, ma registra delle difficoltà, per tanti motivi. Un tempo era un confronto non problematico; oggi convergenze e sinergie sono venute meno, siamo in un mondo che dichiara una forte marginalità della fede e quindi della Chiesa. I papi conciliari hanno sollecitato a stare in questo mondo senza sentirsi sconfitti, senza vittimismi ma con l’amore di cui Cristo sta di fronte al mondo, che è e rimane il destinatario del vangelo. La fatica di interloquire è evidente ed in questo mi incoraggia pensare, ad esempio, allo stile e alla passione di un Benedetto XVI che chiede pazienza e rigore, che aiuta questa cultura a recuperare dignità e la capacità della ragione ad accedere alla Verità. Sfida, non battaglia, che indica una possibilità tutta da cogliere.

Cosa insegna questo tempo incerto alla Chiesa nel rapportarsi anche culturalmente al mondo?

Anzitutto siamo sollecitati ancora una volta a superare il pregiudizio per il quale spiritualità significa altro rispetto alla vita: la vita spirituale è vita concreta, vissuta nell’accoglienza dello Spirito Santo, un’esistenza che assume lo stile di Gesù Cristo. La concretezza è l’interlocutrice e destinataria della spiritualità e si tratta di dimostrare come la Buona notizia (che è Gesù stesso) è in grado di parlare non come realtà estranea, ma come ingresso che apre alla realtà. È Parola che ti consente di cogliere il senso originario della tua vita e di raggiungerne il compimento. La Genesi, quando parla della creazione dell’uomo e della donna, accentua la bontà di questa creazione. Gesù restituisce alla vita umana la sua bontà originaria e ne indica il compimento. E ciò – splendidamente raccontano al n. 10 dell’enciclica Redemptor hominis di San Giovanni Paolo II – chiede di spalancare le porte a Cristo. Un annuncio che ha bisogno di essere mostrato nelle pieghe della vita tutta intera, in quello che mi piace definire servizio di bonifica antropologica.

Il cinema parla ancora tanto: quali le potenzialità più belle, quali invece i ‘pericoli’?

Il cinema, dico quello che suscita in me, raccoglie diverse forme di comunicazione in se (immagini, musica, parola detta, mimica…) e questo linguaggio è persuasivo, suadente. Immagini belle, azioni incalzanti, parole di senso: tutto tanto seduttivo, quando naturalmente contiene qualità. È un linguaggio che è continua sollecitazione molto interessante, un film può far pensare oppure può far spegnere il pensiero. Puoi consumarlo nell’immediatezza, oppure andare in profondità, farlo digerire col tempo, nelle situazioni esistenziali più diverse. Io prediligo questo secondo approccio e mi metto nella riflessione del card. Martini, il quale diceva che la linea che marca la distinzione tra le persone è il pensiero: c’è chi mette in moto l’intelligenza, c’è chi invece non la esercita, per tanti motivi. Il cinema, quando è buon cinema, è un prezioso alleato del pensiero.

Quali scelte pastorali urgono?

Pastoralmente dobbiamo abitare questa arte: se ci sono persone che si dedicano a questo linguaggio e alla sala, significa che possiamo scommettere su una preziosa risorsa e opportunità per far pensare la gente, sulle domande da porsi e anche sulle possibili risposte. Una chiesa diocesana che ha anche questo servizio pastorale è tanto più ricca, perché può godere di un linguaggio, non semplice, ma tanto incisivo, che suggerisce prospettive. Mi piace anche la dimensione di leggerezza che il cinema sa offrire, ci vuole anche quella!

Nella sua filmografia, cosa trova particolare ospitalità?

Sono affascinato dai film di Bergman, l’intera sua filmografia è nei miei scaffali. Non è un cineasta di evasione, mi rendo conto, ma in lui trovano eco tante domande fondamentali; poi amo “La leggenda del santo bevitore”, i film di Ermanno Olmi, anche per la vicinanza geografica delle ambientazioni al mio paese natale, mi piacciono i western di Sergio Leone. E ho apprezzato tantissimo l’ultimo film di Terrence Malick, ‘La vita nascosta’. Ripeto, il cinema mi strega per i tanti linguaggi diversi racchiusi in un’emulsione mirabile. È davvero una risorsa grande, anche nell’alimentare i sogni. Non sogni che rimangono tali, piuttosto attivatori del desiderio. E da questo possono nascere dinamiche che aprono percorsi tanto belli e utili alla nostra umanità.

I primi e gli ultimi

Le scarpe da ginnastica costano e la piccola Rhea, filippina di undici anni, appassionata della corsa, non se le può permettere e corre scalza. Il suo allenatore, in occasione dei campionati provinciali studenteschi, trova il rimedio: non le scarpe, i soldi non ci sono, ma con il cerotto avvolge i piedi della sua atleta. La piccola campionessa, con civettuola fantasia, ci dipinge sopra il logo di un marchio famoso, così tanto per sentirsi alla moda.

E corre, corre, corre vincendo i 400, gli 800, i 1500 metri sulla sbrindellata pista di atletica. Tre medaglie d’oro, a dir la verità anche quelle finte. A volte gli ultimi sono i primi.

Di Giancarlo Giuliani

Don Mario, il prete operoso

E’ tornato nella casa del Padre il 6 gennaio 2020, accolto fra le braccia del Buon Pastore, lui che è stato il buon pastore di tante pecorelle, specie nella parrocchia del Borghetto di Montesanvito, dove, per tanti anni, ha costruito una “comunità” non sempre facile per il suo ambiente particolare.

Nato a Belvedere Ostrense il 10 agosto del 1935, dopo gli studi e la vita “severa” con mons. Macario Tinti – poi vescovo di Fabriano, che quando c’era qualcosa che non andava, convocava i seminaristi nell’aula magna, iniziando sempre con la frase “figlietti buoni” – è stato ordinato sacerdote il 18 marzo 1961. Dopo un passaggio a Ostra Vetere con l’abbate don Pietro Bonucci che attendeva uno che sapeva suonare (perché anche don Mario aveva frequentato la scuola popolare con il Bungart, sotto la guida del sottoscritto), passa alla parrocchia della Pace con il “pastore” di grande leva don Giuseppe Giraldi, per approdare – dopo poco tempo – alla parrocchia di Montemarciano alla scuola di don Stra-è zi, grande pastore ma innovatore pastorale con i “preti operai” che segnano una data storica nelle esperienze pastorali.

Con la nuova parrocchia del Borghetto fa il suo ingresso come “pastore” don Mario: uomo e prete di poche parole, ma di grandissimo animo pastorale, semplice, accogliente, sorridente, aperto tanto da seguire i suoi parrocchiani non solo nelle varie fasi della vita liturgica (messe, Catechismi, battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni…), ma anche nella vita comunitaria dell’Oratorio e del Campo sportivo: nuovo da lui attrezzato con tanti sacrifici, per cui non pensava mai a se stesso ma al bene della gente, soprattutto dei giovani che altrimenti lo avrebbero visto come uno “sconosciuto”, fino a fare l’arbitro e l’allenatore di calcio e passandoci proprio lì il resto della sua vita, fino a quando il Signore – nei suoi misteriosi disegni e per noi difficilmente comprensibili – non lo ha “obbligato” alla “pensione anticipata” presso l’Opera Pia Mastai Ferretti di Senigallia – una vera opera di “ospitalità” magnanima nel nome e nella beneficenza del Beato Pio IX – dal 18 ottobre del 2017, assistito amorevolmente da tutti, specie dal settore infermieri / infermiere e da suor Silvia – per la difficilissima e quasi impossibile comunicazione per l’Alzheimer. Finalmente in piena coscienza, avrà ascoltato la voce del Padre: “Vieni benedetto…a prendere possesso del Regno preparato per te fin dalla fondazione del mondo”, il 6 gennaio 2020.

La Messa , celebrata dal Vescovo, l’8 gennaio 2020, ha visto la partecipazione globale del Borghetto per il suo pastore indimenticabile. Il Signore lo ha ricompensato per la sua vita di “buon pastore”, proprio nella parrocchia alla quale ha dedicato quasi tutta la sua vita.

Giuseppe Cionchi

Il regalo più bello

La nascita di Gesù conferisce all’essere umano la dignità più grande: questo è il Natale.

«Grande degnazione che Dio venga in cerca dell’uomo, grande dignità dell’uomo così cercato!» (S. Bernardo) «Almeno a Natale…».

Probabilmente questa è l’espressione tra le più pronunciate o pensate nei giorni che precedono il 25 Dicembre. A ispirarla è il desiderio che almeno a Natale accada o siamo capaci di compiere quanto durante il resto dell’anno non accade o non siamo nelle condizioni di compierlo.

E allora speriamo che almeno a Natale si riesca a comunicare tra le persone, magari familiari, a ricomporre dissidi e a guarire ferite; che almeno a Natale la cronaca ci offra notizie che rallegrano il cuore, lo aprono alla speranza; che almeno a Natale la gente si lascia convincere a fare cose buone. Perché proprio a Natale alimentiamo questa speranza? Perché tra le tante nascite tra gli uomini quella di un bambino chiamato Gesù, avvenuta nella campagna di Betlemme, appare come una nascita capace di alimentare grandi speranze.

Per S. Bernardo la nascita del figlio di Maria dice fin dove si spinge il cuore grande di Dio, il Padre di quel bambino, fino a “venire in cerca dell’uomo”, che nel corso della sua storia non ha dato e continua a non dare prove esaltanti di sé, vista l’attitudine, confermata ampiamente anche dalle cronache di questi ultimi tempi, a compiere il male, a pianificare sofferenze da infliggere ai suoi simili, senza limiti di età, ad alimentare intolleranza e rifiuto nei confronti di chi la pensa diversamente o, semplicemente, proviene da altre parti del mondo e l’ostinazione a camminare “lontano” dalla casa del Padre, che è il suo amore per tutti, e a vivere sciolto da ogni legame con Lui, con il suo amore, come il figlio della parabola raccontata da Gesù nel vangelo di Luca (15,11-32).

Per S. Bernardo la nascita di Gesù dice anche che questa ricerca dell’uomo da parte di Dio conferisce all’uomo “grande dignità”, lo rende apprezzabile, una ricerca che non è mai venuta meno né ha conosciuto momenti di stanchezza, che continua ancora oggi, perché quella creatura che Lui desidera e vuole amare come figlio non si perda, non continui a restare lontano dalla casa del suo amore, ma torni a sentire nostalgia per quella casa e decida di ritornarvi.

Se a Natale riconosciamo questo, abbiamo la possibilità di osare una speranza che non resta prigioniera di quell’ “almeno a Natale” che dura lo spazio di un giorno e di pochi altri giorni, perché la venuta nel mondo del Figlio di Dio non si consuma nello spazio di un giorno, ma si distende nel tempo e perché, grazie a questa presenza, possiamo realmente far fronte al male, tenerlo lontano dal nostro cuore e non assecondarlo con le nostre mani.

L’augurio che rivolgo alle persone che abitano nel territorio della nostra Diocesi è che quanto rende “buono” il Natale dimori stabilmente nel nostro cuore e muova le nostre azioni, anche quando il 25 di Dicembre si allontanerà nel calendario e i segni della festa saranno rimossi.

+ Franco Manenti, vescovo di Senigallia

il regalo più bello

Auguri di cuore ai nostri cari lettori per un gioioso Natale e per il nuovo anno. Voce Misena si prende un po’ di vacanza e riprenderà le pubblicazioni il prossimo 9 gennaio.

Vescovo e preti, oggi

Anche quest’anno i sacerdoti della diocesi di Senigallia si sono ritrovati per un tempo disteso e prolungato per discutere di un tema e nello stesso tempo vivere insieme alcuni giorni in uno stile di fraternità e comunione. Il luogo che ci ha accolto è stato la Domus Ecclesiae a Nocera Umbra e l’occasione di spostarci in Umbria ci è stata suggerita dal nostro relatore che ha animato la riflessione e il dibattito ovvero Luciano Paolucci Bedini, vescovo di Gubbio. A lui abbiamo chiesto di proporci delle riflessioni a partire da questa domanda: “Quale presbiterio per la nostra Chiesa diocesana?”. Già la domanda ci suggerisce il cammino fatto in questi anni, in particolare a partire dal 2008 quando era uscito un documento della diocesi: “Quale presbitero per la nostra Chiesa diocesana?”; come si può notare il tema a distanza di anni differisce di una sola lettera (presbitero-prespiterio) eppure esprime un cambio di prospettiva e quindi di consapevolezza di una identità. Se infatti fino ad ora la riflessione era partita dal prete come individuo e come persona inserita all’interno di una comunità, ora si scelto di partire dal presbiterio cioè l’insieme dei preti di una diocesi uniti al proprio vescovo, il quale possiede la pienezza del sacerdozio e che si avvale della collaborazione dei sacerdoti per servire al meglio quella porzione di popolo a lui affidata. Questo cambio di prospettiva da presbitero a presbiterio corrisponde ad una serie di mutazioni sociali e ecclesiali che si sono verificate nel tempo e che riscontriamo nel presente: il calo dei sacerdoti e l’impossibilità di una loro presenza capillare nel territorio; la vita del sacerdote sempre più messa alla prova sui vari fronti; una vita fraterna che recupera alcune dimensioni umane e affettive della vita del prete; il coinvolgimento e il ruolo attivo dei laici nella vita delle comunità; la gestione amministrativa e economica sempre più complessa e alle prese con tante strutture vecchie e non più a norma. Se il sacerdote dentro queste sfide si pensa o si ritrova da solo a doverle affrontare e gestire, alto è il rischio di burn-out o di un irrigidimento nei modi e nelle relazioni e la gente lo percepisce vedendo il prete sempre più stanco, affannato e scostante. La chiave di volta è proprio pensarsi a partire dalla dimensione comunionale e fraterna del presbiterio; non da soli quindi ma in comunione con il vescovo e i confratelli, dove ci si sostiene e dove le gioie e i problemi vengono condividi e portati insieme. Detto così è molto bello e assomiglia molto alla chiesa primitiva degli apostoli dove tutto veniva messo in comune e ognuno riceveva l’aiuto di cui aveva bisogno. Nella realtà dei fatti è un cammino in divenire, che presenta dei segnali positivi di crescita, ma anche comprensibili resistenze e diversità di approcci. Uno degli elementi più sensibili è per esempio il rapporto tra generazioni di preti avendo ricevuto formazioni diverse, in tempi storici diversi, con un’idea di chiesa da realizzare diversa. Queste differenze normali e storiche si superano non tanto a suon di discussioni, per vedere chi ha più ragione, ma in uno scambio fraterno fatto di ascolto e di narrazione, di risate e testimonianze di vita spirituale. Per questo occasioni come questa vissuta a Nocera Umbra sono preziose e arricchenti perché al di là dei contenuti che si mettono in campo c’è la possibilità di conoscersi sempre meglio e cogliere in ciascuno il positivo che può portare, il suo “unicum” che il Signore gli ha consegnato e affidato. Il vescovo Luciano ci ha incoraggiato ad andare avanti su questo cammino ricordandoci che non siamo all’anno zero ma alcuni piccoli passi sono stati fatti e tanti sono alla nostra portata. Nel dialogo fraterno si è parlato di come stare dentro le realtà del mondo quali la politica, la scuola, la cultura; si è parlato di famiglia e del ruolo dei laici nelle nostre comunità; si è parlato di giovani e di vocazioni, come essere “testimoni gioiosi” di questa chiamata ad essere pastori e “amici dello Sposo”. Erano presenti anche alcuni preti anziani che hanno espresso la loro gioia di essere parte di questo presbiterio richiamando però anche l’attenzione ad avere cura di loro e non considerarli come “fanalino di coda”, ma tenere presente che ci sono, che pregano per la chiesa e per il mondo e che devono affrontare malattie e fragilità e hanno bisogno del sostegno di tutti. La stessa esperienza si ripeteràin questi giorni con un altro gruppo di preti (per consentire a tutti di partecipare sono previsti due turni distinti) e siamo certi che ci saranno ulteriori elementi di crescita e di riflessione. Chi ben comincia è a metà dell’opera….

Davide Barazzoni