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Tag: donne

Gli adulti che servono: contro tutte le violenze

Lo scatto del fotografo turco Mehmet Aslan ritrae papà Munzir al-Nazzal mentre protende in aria il suo piccolo Mustafa: la gioia in Siria nonostante la guerra e le ferite
Lo scatto del fotografo turco Mehmet Aslan ritrae papà Munzir al-Nazzal mentre protende in aria il suo piccolo Mustafa: la gioia in Siria nonostante la guerra e le ferite

Quando uno scatto suscita brividi e pelle d’oca; quando un’immagine lascia affiorare tutta la tua meschinità; quando una foto comunica più di ogni parola, di ogni linguaggio… Un uomo con le stampelle, nel pieno della sua giovinezza, robusto, possente abbraccia un bambino senza arti e lo solleva verso il cielo; sorridono nello scambiarsi gli sguardi e trasmettono all’osservatore gioia e speranza. Il sorriso e la forza che emana dallo scatto sono tali da far passare in secondo piano le loro fragilità, le loro menomazioni, la loro difficile situazione.

Siamo in Siria, siamo in guerra, siamo in una terra ferita, martoriata, senza via di scampo. Generazioni di padri e di figli cresciute nella guerra, vittime di violenze e destinati a muoversi con le stampelle. Eppure il desiderio di futuro, di vita, di speranza vince ogni paura, supera ogni infausto destino. Un padre, al di là della sua condizione, dello stato di suo figlio e del contesto in cui vive, non può perdere il sorriso, non può non credere nel suo futuro, non può non sognare con il suo bambino un domani diverso. Quell’uomo in un atto liberatorio sta sognando gli arti del suo bambino; quell’uomo così provato dalla vita ci interpella, ci dà una lezione importantissima, con il solo gesto di lanciare suo figlio verso il cielo.

E noi? Noi chi siamo? Noi solleviamo verso il cielo i nostri figli? Purtroppo talvolta rischiamo di tagliar loro le gambe, di bloccarli nella loro corsa verso il futuro…le nostre paure, la nostra eccessiva prudenza, il nostro esasperato accudimento, li paralizzano a tal punto da toglier loro la gioia e la spensieratezza. Li ricopriamo di oggetti di ogni tipo…

L’articolo completo è disponibile a questo link nell’edizione de La Voce Misena di giovedì 18 novembre.
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A Senigallia gli ombrelli “sospesi” contro la violenza sulle donne e un concorso fotografico

Gli ombrelli colorati "sospesi" lungo corso II Giugno a Senigallia contro la violenza sulle donne
Gli ombrelli colorati “sospesi” lungo corso II Giugno a Senigallia contro la violenza sulle donne

Proteggono dalla pioggia, in alcuni periodi anche dal sole. Colorano ormai le strade di mezzo mondo e da tempo vengono utilizzati anche come strumenti per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla violenza contro le donne. Sono gli ombrelli che hanno trovato casa anche a Senigallia, lungo il principale asse di passeggio della città: corso II Giugno.

L’iniziativa è dell’assessorato alle pari opportunità: in occasione degli eventi preparativi alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (25 novembre), ha pensato bene di posizionare circa 300 ombrelli sospesi in aria, a coprire il corso, che lì rimarranno fino a fine novembre, per poi lasciare spazio alle luminarie natalizie. «Nasce nel 2012 dal Portogallo, e precisamente ad Agueda – ha spiegato l’assessora alle pari opportunità Cinzia Petetta – questa stravagante idea di colorare le strade cittadine con numerosissimi ombrelli  fluttuanti, creando delle vere e proprie opere d’arte all’aperto. Dal 2013 questo modo di allestire le strade si diffonde anche in Italia per numerosi eventi di natura culturale, turistica e non solo. Ombrelli utilizzati anche come iniziativa contro la violenza sulle donne».

Un segno dunque di attenzione a una tematica di scottante attualità. Secondo l’Eures, l’ente di ricerca in ambito economico, sociale e culturale, i femminicidi rappresentano il 30% degli omicidi volontari degli ultimi 20 anni. Circa 100 le donne vittime nel 2019, quota poi superata nel 2020.

Se il fine è meritevole e mette tutti d’accordo, il mezzo non lo è altrettanto: in città non si contano le critiche a questa iniziativa simbolica. Tra i punti più sottolineati c’è la mancata originalità della proposta: in molte città di tutto il mondo, installazioni simili si vedono ormai da anni – è la critica più comune che si legge in questi due giorni sui social – mentre altri si sono concentrati sullo scarso numero di ombrelli posizionati. Metà Senigallia è però soddisfatta della strada intrapresa dalla nuova amministrazione perché, anche se visto altrove, qui a Senigallia non erano mai stati affissi in aria gli ombrelli colorati.

Spiegano dalla maggioranza che gli ombrelli stanno a significare «l’inclusione sociale e la necessità di adottare misure di protezione per prevenire ed eliminare tutte le forme di discriminazione. I tanti colori degli ombrelli ricordano come la violenza sulle donne non conosca confini nazionali tanto meno di razza. La violenza è un fenomeno mondiale che coinvolge le donne di tutte le nazionalità, indipendentemente dal colore della pelle».

All’iniziativa è legato il concorso fotografico “Uno scatto contro la violenza sulle Donne”, riservato agli studenti degli istituti superiori di secondo grado del Comune di Senigallia che si cimenteranno con riflessioni sulla condizione femminile. Le Iscrizioni sono aperte fino al 15 novembre, mentre la premiazione avverrà mercoledì 24 novembre alla rotonda.

Apre il ‘Centro studi internazionale sulla donna’: a Corinaldo eventi, incontri, idee

Il Ma – sede del Centro studi, di un albergo e della biblioteca comunale

Il 16 ottobre apre a Corinaldo il Centro studi internazionale sulla donna. Nelle settecentesche mura dell’ex convento degli Agostiniani, un luogo per scoprire e riflettere su temi importanti, con una speciale biblioteca, dove si alterneranno eventi, suggestioni, incontri e proposte per parlare di nuovi scenari possibili e un sogno trasformato in missione: costruire una cartina geografica del mondo attraverso le grandi donne dei 5 continenti.

Si inizia il 16 ottobre con l’inaugurazione della mostra permanente che vedrà protagoniste 14 scienziate. Una mostra per proclamare, al di là delle disparità di genere, l’universalità dell’ingegno, la libertà di pensiero e di espressione, il diritto all’affermazione personale di tutti gli individui.

Oltre alla mostra permanente, il Centro studi internazionale sulla donna, attraverso eventi, incontri, dibattiti, darà vita a una mappa del mondo “al femminile”. Su un globo di grandi proporzioni (3 pannelli di grandezza 2×2) ogni volta che verrà omaggiata una grande donna, il suo nome verrà apposto sulla cartina geografica con l’obiettivo di costruire una carta geografica unica nel suo genere, un filo rosso tra le donne che hanno dato il loro contributo alla società, all’attualità, alla scienza, partendo proprio da Corinaldo, dal quel Centro Italia dal grande patrimonio culturale e sociale, guardando al resto del mondo.  

Un evento d’inaugurazione, per una data non casuale: quella del compleanno, nel suo paese natio, di  Maria Goretti, tra le prime vittime di femminicidio del Novecento, uno dei primi fatti di sangue del secolo scorso passato alla cronaca e rimbalzato sui media con protagonista una donna. Da qui nasce un’articolata riflessione del Centro, per innescare un cambiamento culturale nel segno delle donne, per contrastare la violenza di genere, attraverso iniziative di studio, approfondimento e sensibilizzazione.

L’inaugurazione del Centro Studi, sarà preceduta da un percorso di avvicinamento che vede il Comune di Corinaldo impegnato in una massiccia sensibilizzazione su temi di genere, con una staffetta di appuntamenti che, dal 24 settembre, culminerà con la data di apertura: 6 Donne Che Hanno Cambiato Il Mondo di e con Gabriella Greison al Teatro Goldoni il 24 settembre; Nastro Rosa. Campagna Di Sensibilizzazione Per La Lotta Contro Il Tumore Al Seno al Palazzo Comunale il 1 ottobre; Storie Dell’identità. Maschile Femminile Plurale, a Cura Di Equilibri presso il Palazzo Comunale l’8 ottobre; il 9 Ottobre Il Filo Della Speranza, presentazione Del Libro Di Guia Risari al Palazzo Comunale e Il Ma Si Accende, 8 -16 Ottobre.

Un video per dire la forza delle donne

Si chiama “La forza delle donne per affrontare la pandemia” ed è il video che l’amministrazione comunale ha voluto per celebrare il giorno dedicato alle donne. E’ stato pubblicato per tutta la giornata dell’8 marzo sui canali social del Comune di Senigallia e di quelli degli altri Comuni dell’Unione “Le Terre della Marca Senone”, dove è ancora visibile. Ce ne parla il regista Vincenzo Capozzi.

Immagine dal video realizzato a Senigallia

“Dal primo incontro con l’assessora Cinzia Petettae con Lara Massi ho capito che non sarebbe stato facile, ma da subito, dotato di particolare entusiasmo, sono andato a organizzare il tutto. Mi sono circondato dei professionisti cha, a mio avviso, fanno la differenza. Valentina Papi per casting e organizzazione, che ha curato davvero tutte le dinamiche importanti, anche quelle relative alla sicurezza come il distanziamento e la cura del rispetto delle regole. Non eravamo in zona rossa però abbiamo fatto attenzione davvero a muoverci, abbiamo fatto delle scelte importanti. Per l’organizzazione tecnica tutti i membri di Garage Creativo sono stati coinvolti, io ho l’onore di fare da aprifila di questa grande famiglia. Posso dire ancora una volta di essere orgoglioso di aver creato, di sostenere, di far parte di questo gruppo lavorativo. Pour Parler Parrucchieri: quando c’è un progetto importante loro non possono mancare. Professionisti come Sofia che ha creato il gioiello che vedremo nella parte iniziale del video. E poi Luca Cerigioni, che forse ha avuto il compito più difficile perché a lui è stato concesso meno tempo di tutti per fare quello che, secondo me, è la vera differenza del video cioè la colonna sonora. Per quanto riguarda il video avrei potuto fare tantissime cose ma quello che ho voluto davvero è lasciare libero spazio all’interpretazione. Ho giocato per metafore. Nella parte iniziale ho citato il tempo, il tempo che scorre, il tempo che passa. Poi c’è il tema del viaggio perché stiamo attraversando un momento delicato, veniamo da una storia importante e ci auguriamo che il futuro sia migliore. Nella parte finale il concerto è forse la metafora più grande, inteso come la forza della donna che trova una sinfonia e trova sempre il giusto colore”.

a cura di Barbara Fioravanti

Camilla Guerrieri, l’Artemisia di casa nostra

“Madonna con Gesù Bambino, San Giovannino e Sant’Aldebrando”, Pinacoteca diocesana di Senigallia

In occasione della Giornata internazionale della donna, in tutta Italia è stato ricordato spesso il nome di Artemisia Gentileschi, una pittrice italiana di scuola caravaggesca, divenuta il simbolo della lotta per la parità di genere. Grazie anche al docufilm “Artemisia Gentileschi, pittrice guerriera”, diretto da Jordan River, è arrivata al grande pubblico la storia di questa giovane ragazza che, nel 1618, all’età di soli 23 anni, divenne la prima artista donna, rappresentante del Barocco italiano, ad avere una carriera internazionale, trovando attraverso la pittura la propria strada per la liberazione sia come donna che come artista.

In un periodo storico in cui la formazione e la carriera professionale nelle arti pittoriche era quasi del tutto preclusa alle donne anche le Marche hanno dato i natali a una coraggiosa pioniera, Camilla Guerrieri (1628 – 1664), figlia di Giovan Francesco Guerrieri da Fossombrone, figura di spicco del panorama artistico del seicento marchigiano, con uno stile a volte paragonato a quello di Caravaggio, di cui subì l’influenza durante il proprio periodo di formazione a Roma presso la bottega di Orazio
Gentileschi, padre di Artemisia.
Così il maestro, ormai anziano e infermo, scriveva di sé e della figlia Camilla che da lui aveva appreso il mestiere di pittrice: “Io già son risoluto di stare appresso d’ella Camilla, perché ella non puol fare senza me, né io senza essa per rispetto della professione”.

Di Camilla Guerrieri diverse sono le opere a noi giunte, oltre alla tela della “Madonna orante”, databile intorno al 1650-55 e collocata oggi presso la Pinacoteca Civica “A. Vernarecci” di Fossombrone, a Senigallia, all’interno della Pinacoteca diocesana di Arte Sacra, è conservata la tela della “Madonna con Gesù Bambino, San Giovannino e Sant’Aldebrando”.

Il dipinto, un olio su tela di medie dimensioni, alto 141 centimetri, ci mostra la Madonna, seduta su un trono di nuvole, che tiene in grembo Gesù Bambino e con la mano destra stringe la spalla di San Giovannino, riconoscibile per il vestito di pelli e la croce di canne lunghe ed esili, che impugna nella mano sinistra, avvolta da un drappo riportante la scritta “Ecce Agnus Dei”, ecco l’Agnello di Dio.
Ai piedi della Vergine, illuminato dalla luce irradiata dal capo di Maria, troviamo Sant’Aldebrando che, vestito coi paramenti liturgici e inginocchiato, rivolge lo sguardo a Gesù Bambino, indicato dal San Giovannino, mentre con entrambe le mani protese verso il basso chiede la protezione Celeste per la sua Fossombrone, città della quale fu Vescovo fino alla morte. Nella tela infatti, sopra il libro, la mitra e il vincastro, compare in lontananza la città di Fossombrone, così come appariva nel suo aspetto architettonico agli abitanti del XVII secolo.

Marco Pettinari

Beate Gilles, nuova segretario generale dei vescovi tedeschi

Beate Gilles

Beate Gilles è stata nominata nuovo segretario generale della Conferenza episcopale tedesca (Dbk) nel corso dell’assemblea plenaria in forma digitale iniziata oggi. Gilles, prima donna ad assumere l’incarico, succede al gesuita Hans Langendörfer dimessosi dopo 24 anni. Precedentemente capo dipartimento per i bambini, i giovani e la famiglia nell’Ordinariato episcopale di Limburg, Gilles è stata eletta dall’assemblea con la maggioranza richiesta. Come il suo predecessore, assume anche la direzione dell’Associazione delle diocesi della Germania. Il presidente della Dbk, il vescovo del Limburgo, mons. Georg Bätzing, nel corso della conferenza stampa di apertura dell’assemblea online, ha reso omaggio a Gilles ricordando che “è considerata una profonda teologa, fortemente inserita nelle diverse strutture della Chiesa cattolica e dotata delle migliori capacità organizzative”. Per Bätzing l’elezione di Gilles è un “segnale forte che i vescovi stanno mantenendo la promessa di promuovere le donne in posizioni di leadership”.
Presentandosi nel corso della conferenza stampa, Beate Gilles si è detta pronta al nuovo impegno: “Non vedo l’ora di iniziare il nuovo lavoro. Dopo più di dieci anni nel Limburgo e in precedenza a Stoccarda, spero di essere in grado di soddisfare pienamente le esigenze di questo ruolo. Ho stima del successo del mio predecessore, padre Hans Langendörfer, che ha contribuito a formare il segretariato e l’associazione per più di due decenni”. “Questa è una fase impegnativa ma anche entusiasmante per la Chiesa cattolica in Germania. Qualcosa di nuovo è iniziato con il Cammino sinodale”. Esperta in comunicazione religiosa televisiva e in problemi sociali e del lavoro, Gilles assumerà il suo nuovo incarico il 1° luglio.

A.S.

Quando lo sport è donna

Proseguono i nostri incontri. In questa occasione abbiamo fatto quattro chiacchere con Elena Maria Viezzoli, nota imprenditrice locale che ci ha raccontato ed illustrato la sua passione per lo sport. Affrontando anche un tema importante ed attuale: il non sempre facile rapporto tra donne e sport, che a volte sfocia anche in un vero e proprio pregiudizio.

Elena Maria Viezzoli, al centro

Come e quando nasce la tua passione per lo sport?           
Nasce fin da piccolissima per due motivi principali: il primo perché mio padre, che era un grande sportivo, mi portava sempre con lui in barca a fare regate, il secondo è che essendo la terza figlia  di cinque, nata dopo i primi due maschi, ho sempre giocato con loro a tutti gli sport possibili tra cui anche il calcio. Prima di trovare la mia grande passione, ho provato tanti sport diversi tra cui  la danza classica, il pingpong, la pallavolo ed il pattinaggio, ma non mi piacevano. Per ottimizzare i tempi mia madre ci portava tutti a fare gli stessi sport per questo motivo ho iniziato a giocare a tennis ed è stato amore a prima vista, una grande passione da subito che poi si è trasformata nella mia motivazione primaria di vita per tantissimi anni.
Vi sono alcune discipline (come ad esempio il calcio, il rugby, molte tipologie di arti marziali e altre ancora…) che vengono considerate da esperti quasi solo ed esclusivamente idonee ad una pratica maschile.  Anche quella femminile, però, sta dimostrando sempre più che questo stereotipo è superato: ottenendo anche buoni riscontri a livello mediatico, oltre che sportivo. Quale il tuo pensiero su questo?
Sin da quando avevo quattro anni ho vissuto in tantissime città diverse nel mondo e d’Italia: tutte queste esperienze mi hanno aiutato a forgiare una mentalità molto aperta e flessibile, direi quasi in assenza di pregiudizio; conseguentemente credo che non esistano sport o altre attività che siano solamente adatte a uomini o a donne; credo fortemente che tutti possiamo fare qualsiasi sport a patto che se ne abbia il piacere, ci diverta e ci aiuti a socializzare stando in forma. Il mio consiglio è quello di provare e riprovare fino a quando non si trova lo sport che davvero ci piace e che si pratichi anche bene, qualunque esso sia: altrimenti come facciamo a scegliere? Questo consiglio è un consiglio trasversale applicabile a tutte le aree della nostra vita, alleniamo in primis la consapevolezza delle nostre scelte, solo così diventeremo adulti realizzati e responsabili.
Ho saputo che da giovane giocavi molto bene a tennis, ottenendo degli ottimi risultati; per poi lasciarlo intraprendendo la tua carriera imprenditoriale. Cosa ti piacerebbe raccontarci della tua passata esperienza tennistica? Quali i tuoi ricordi più belli legati ad essa?
Il tennis per me è stata ed è tutt’ora la mia grandissima passione oltre che un’importantissima scuola di vita. I suoi insegnamenti me li sono portati  sempre con me, in qualsiasi occasione personale o lavorativa. E’ vero, ho raggiunto dei buoni risultati nel tennis, fino ad arrivare ad indossare la Maglia Azzurra della Nazionale Italiana Juniores in vari tornei internazionali. Esperienze meravigliose. Porto con me, oltre agli insegnamenti di cui sopra, tantissimi ricordi: le tante e preziose amicizie nate sui campi da tennis che tutt’ora frequento e sento; la mia gioventù vissuta sempre lontano dalla famiglia e da casa, che mi ha reso indipendente ed autonoma sin da piccola (mi sono trasferita a vivere a Bologna all’età di 11 anni) ; ricordo i tantissimi viaggi in giro per il mondo a giocare i tornei insieme alla mia coach australiana Leslie Hunt; le tante estati passate in Florida all’Accademia di Nick Bollettieri dove ho conosciuto anche Raffaella Reggi, una grandissima campionessa italiana. Infine ricordo con grande emozione i mie mentori tennistici, colonne portanti del tennis italiano dei tempi, che hanno fatto per me la grande differenza: Ferruccio Bonetti, Orlando Sirola e Roberto Lombardi. Ricordo con grande piacere i Campionati europei Juniores dove tra i tanti giocatori presenti c’erano anche: Monica Seles, Stefi Graf, Arancha Sanchez, Goran Ivanisevic e le sorelle Maleeva. Praticamente ero insieme al “gotha” del futuro tennis mondiale. Ricordo infine, con grandissimo piacere, i vari titoli Italiani vinti sia di doppio che a squadre. Ho tutto nel cuore.
Hai progetti o ambizioni in futuro legati all’attività motoria?
Oggi oltre che continuare a giocare a tennis, per cui mi sto preparando ai campionati Nazionali a Squadre con  il Team di Pesaro, sto terminando l’iter per diventare Maestra di Tennis, un obiettivo che mi sono posta da tempo e che completa tutto questo percorso intrapreso ed accantonato, ma oggi pensato e rivisitato con occhi diversi. Aggiungo che essendo anche coach professionista non è escluso che in un prossimo futuro applicherò questo fantastico metodo agli atleti e tennisti, rientrando così nel circuito con nuove capacità. La mia missione da sempre è quella di vivere la vita il più intensamente possibile facendo attività che oltre ad avere un grande significato, mi divertano e siano allineate ai miei valori.

a cura di Edoardo Diamantini

Sul celibato femminile

In questi giorni si moltiplicano interventi scritti, interviste, dibattiti sul celibato dei preti e sul valore della castità; preti, vescovi, cardinali, persino papi, esprimono il proprio parere in merito ed offrono una lettura particolare della questione. Leggendo ed ascoltando, da donna, mi sorprende il silenzio totale su aspetti fondanti la vita di coppia. Trattare il tema della castità esclusivamente sul piano sessuale è molto riduttivo e tipico della mentalità tradizionale maschile, per cui celibato è rinuncia della vita sessuale. Non entro nel merito della questione dibattuta nella Chiesa, non ho alcun titolo in merito, ma provo solo ad allargare lo sguardo e a ragionare al femminile.

Scegliere la vita di coppia è fare spazio all’altro, è specchiarsi nella donna o nell’uomo con cui dividi tutto te stesso e considerare la diversità come una ricchezza, come una irrinunciabile complementarietà. Accogliersi e donarsi a vicenda coinvolgono la persona in ogni sua dimensione, dalla mentale alla corporale, da quella materiale a quella spirituale, da quella psicologica a quella sessuale. La sessualità fisica ha valore nella misura in cui si inserisce in un contesto più ampio, più profondo; è un aspetto importante e irrinunciabile se vissuto nell’ottica del dono e del bene dell’altro.

Scegliere di essere coppia è allargarsi alla vita, è generare la vita, è condividere la relazione del dono con l’accoglienza del figlio, non solo quello generato nella carne. La dimensione della genitorialità quindi completa la coppia e la allarga sul mondo, sul futuro, gli dà una prospettiva unica e imparagonabile. E’ nell’abbraccio tra le diverse generazioni che la vita rivela il suo volto benedetto e il mistero dell’incarnazione si fa carne, volto, voce, sguardo.

L’incontro tra il  femminile e il maschile può trasformarsi in un terreno fecondo di umanità, uno spazio nel quale la maturazione della persona può avvenire in modo completo e naturale. L’incontro di due famiglie diverse e sconosciute tra loro può diventare una preziosa occasione di scambio, di solidarietà, di legame, dove vivere la gratuità dello scambio e del servizio.  L’incontro della fragilità altrui, fisica e psichica,può rivelarsi una palestra di compassione e di misericordia che in modo del tutto speciale manifesta il volto di Dio crocifisso e risorto.

Il celibato è la rinuncia di tutto questo, che va ben oltre la privazione dell’atto sessuale. Senza nulla togliere a chi per scelta vive la castità e nella creatività umana compie scelte alternative di donazione e di relazione, il matrimonio è la naturale dimensione di vita nell’amore. E’ su questi aspetti e su molti altri che la questione del celibato sacerdotale dovrebbe essere posta, per evitare banalizzazioni e argomentazioni-scorciatoie che non rispettano la profondità della natura umana.

Finché si partirà dal negativo, cioè dalla diminuzione del numero dei preti, dalla mole di impegni che ogni sacerdote deve portare avanti, dalla secolarizzazione del nostro tempo, si ragionerà inmodo superficiale e si troveranno false soluzioni, quali la fine della promessa del celibato come possibile fioritura di vocazioni sacerdotali. Ma se si cogliesse la preziosità del nostro tempo e la novità dello Spirito che soffia nella Storia e nella Chiesa?

Federica Spinozzi

Suor Ruth, la Madre Teresa dei dimenticati del Pakistan

Si tratta di uno dei premi civili più importanti per il Pakistan, assegnato dal presidente ai cittadini che si sono distinti per il loro nobili valori. Quest’anno il Civil Award è stato proposto per la suora che tanti considerano la “Madre Teresa” del Pakistan. Suor Ruth Lewis, francescana della Congregazione di Cristo Re, una delle figure più note della società civile nazionale e un orgoglio per i cattolici pakistani, è deceduta il 20 luglio scorso a causa del coronavirus mentre assisteva 21 ragazzi a loro volta malati di Covid-19. Con le persone da lei curate ha trascorso 51 anni di servizio personale, materno e devoto anche nei compiti più umili come pulirle, lavarle, cambiare loro i pannolini. La lettera con cui il governo provinciale del Sindh la raccomanda per il premio cita diverse delle sue opere, tutte, come la sua vita, destinate alle fasce più deboli della società.

In Pakistan, che registra oltre 270 mila contagi e più di 5.000 morti per la pandemia, c’è dunque anche suor Ruth. E’ accaduto nel luogo da lei stessa fondato, con l’aiuto di donatori e col supporto del governo, nel 1969 assieme a suor Gertrude Lemmens, la “Casa della Pace”. Lì – “sogno” realizzato per quegli emarginati – lei continuava a operare e a non voler lasciare soli neanche la notte i giovani ospiti, disabili mentali e fisici gravi, con cui condivideva anche le stanze, separata solo da una tenda. Lì ha contratto il virus, curando una ventina di malati, loro che erano stati salvati dalla strada, loro che la religiosa spronava a superarsi nei propri limiti, impegnandoli anche nello sport e nelle arti. A loro ha offerto la vita fino alla fine.

Padre Qaisar Feroz, francescano cappuccino, segretario esecutivo della Commissione episcopale per le comunicazioni sociali, che ha lavorato con Suor Ruth da seminarista per due anni, ne ricorda lo “sguardo evangelico e l’autentica testimonianza dell’amore di Dio verso ogni persona e ogni creatura”. Il grande vuoto sociale che lascia questa religiosa è rimarcato anche dalle autorità pakistane che restano accanto alla sua missione: il primo ministro Sindh, insieme con la sua direzione del Partito popolare pakistano, non solo ha pagato le spese per le cure mediche di suor Ruth, ma si occupa oggi anche della speciale quarantena in vigore a Dar ul Sukun per i bambini disabili colpiti dal Covid-19. Inoltre, il governo del Sindh ha concesso un sussidio di 25 milioni di rupie pakistane (circa 130 mila euro) per fornire assistenza e medicine ai 19 pazienti attualmente positivi al coronavirus che risiedono nel Centro.

a cura di A.S.