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Tag: guerra

Caos nella Repubblica democratica del Congo: la testimonianza di un missionario italiano, le nostre riflessioni

“20 minuti da Leone” si occupa oggi di un tema di strettissima attualità, la situazione che si sta verificando nella Repubblica Democratica del Congo. Scontri armati tra l’esercito ufficiale congolese e gruppi di ribelli, l’M23, sostenuti dal Rwanda stanno producendo morti tra i militari e i civili, corpi abbandonati in strada, migliaia di persone in fuga. Ne parliamo con un missionario, padre Franco Bordignon, missionario italiano che si trova in quel paese da circa 50 anni, e con la direttrice di Radio Duomo/Voce Misena Laura Mandolini. L’audio è disponibile in questo articolo assieme a un estratto testuale: basterà cliccare sul tasto “riproduci/play” del lettore multimediale, mentre andrà in onda venerdì 31 gennaio e sabato 1 febbraio su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), in entrambi i casi alle ore 13:10 e alle ore 20. Un’ulteriore replica in radio è prevista per domenica 2 febbraio, a partire dalle 16:50, il terzo di tre servizi curati da noi.

Ricostruiamo un po’ la situazione.
In questo enorme paese del centroafrica, ricco di minerali preziosi, sono scoppiati gravi scontri che hanno interessato la parte più orientale del paese. Domenica sera i ribelli sono entrati nella principale città della regione, nel nord Kivu, e dopo vari combattimenti che hanno prodotto almeno 100 morti e migliaia di feriti, sono arrivati a prendere anche l’aeroporto di Goma e a controllare le vie d’uscita e d’ingresso dalla città più importante di quella regione. Sono poi state attaccate anche le ambasciate di Francia, Belgio, Uganda, Rwanda e Kenya nella capitale Kinshasa. Diverse le conseguenze per la popolazione, tra mancanza di acqua, cibo, elettricità, internet e medicinali in un paese già gravato da enormi sofferenze che si protraggono da anni e da malattie infettive. Per il momento a nulla sono valsi gli appelli alla pace lanciati dal Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana, dal Presidente del Kenya e della Comunità dell’Africa Orientale William Ruto e dal pontefice Bergoglio.

Gli italiani nella Repubblica Democratica del Congo
La farnesina, con il ministro Antonio Tajani, sta seguendo l’evolversi della situazione tramite l’ambasciatore d’Italia a Kinshasa. Sono 15 circa i connazionali rimasti nel paese, in buona parte religiosi, cooperanti e residenti, tutti in contatto con il ministero degli esteri. Tra questi c’è padre Franco Bordignon, missionario saveriano ottantenne che si trova in questo territorio da 50 anni.

Qual è la situazione?
Goma è caduta nelle mani dei ribelli con tutto l’appoggio logistico e militare del Ruanda: sono intervenuti in forze via lago, perché sono proprio di fronte, e via terra. Hanno preso la città, ci sono stati morti dappertutto, lungo le strade. Hanno preso anche l’aeroporto, il porto e tutta la zona centrale, le periferie quelle interessano un po’ meno. Da quattro giorni non c’è luce e non c’è acqua perché l’acqua è quella del lago che poi viene purificata un po’. Quella della pioggia – e non piove tra l’altro da un paio di settimane ma comunque non si può bere perché è infetta dalle ceneri del vulcano – è nociva più che utile.

E dal punto di vista umanitario?
E’ catastrofica perché la gente non ha da mangiare: tutte le fonti, i rifornimenti di cibo, venivano dalle zone che sono occupate e che adesso sono state interrotte, come Minova presa la settimana scorsa. Dal punto di vista alimentare è caotica, dal punto di vista medicinale i feriti sono già di un migliaio sparsi di qua e di là nei villaggi, in piccoli centri sanitari. Noi abbiamo nella nostra parrocchia alcune centinaia di sfollati che sono venuti. E’ difficile comprare qualcosa perché i negozianti temono i saccheggi; le navi non vengono più che sono bloccate qui a Bukavu, le frontiere e la sua Goma sono chiuse, passa solamente l’ONU per portare di là degli umanitari che vogliono fuggire. Poi abbiamo ospitato profughi nelle aule scolastiche sia in parrocchia che fuori parrocchia e anche le suore che hanno le scuole lì. C’è questa necessità di aiuti urgenti.

C’è il rischio che la situazione di conflitto si allarghi?
Sembra sicuro, salvo miracoli della diplomazia internazionale, che la guerra si espanderà. E’ sicuro che verranno a Bukavu, verso sud, dove non c’è la resistenza che c’è al nord. Lo stato maggiore è fuggito a Kinshasa. Tutti sanno che Bukavu, se viene attaccato, cadrà subito anche perché possono attaccarci dal nord e poi dal lago e poi dalle frontiere, abbiamo due grandi frontiere con il Rwanda, cioè lo stesso scenario del 1996, si sta ripetendo. E’ chiaro che ci sarà bisogno di medicinali, ci sarà bisogno di cibo e quindi di aiuti immediati per poter far fronte alle necessità.

Tra quando si potrà far ritornare una tregua?
La situazione non si stabilizzerà certo nel giro di qualche settimana, ci verranno mesi, se non più di un anno. Io attualmente ero qui a Bukavu e la guerra mi ha trovato qui, dove sono bloccato. A Goma non c’è né luce né acqua, hanno tagliato anche l’internet, il cellulare funziona alcune ore al giorno. Anche gli umanitari non sanno che pesci prendere, e poi ci sono i saccheggi: molte cose sono andate rovinate e disperse.

Direttrice Laura Mandolini, cerchiamo di ricostruire un po’ la storia di questo paese, degli scontri armati e di capire perché ci interessa tanto da vicino questa situazione anche se è distante almeno 5 mila chilometri da noi.
La guerra in Congo è una di quelle situazioni che chiamano in causa tantissimi attori, è una guerra che ha devastato quella parte d’Africa, una guerra molto più grande che gli storici non hanno paura di definire una guerra mondiale, ma siccome avviene in Africa, siccome è lontana dai riflettori della grande stampa internazionale, se non per rarissimi casi, l’abbiamo quasi dimenticata e nel momento in cui riesplodono i problemi in maniera drammatica per qualche giorno torniamo ad occuparcene.

Il premio Noble per la pace 2018 Denis Mukwege a Senigallia
Il premio Noble per la pace 2018 Denis Mukwege a Senigallia

Quali i problemi che hanno portato a questa situazione di conflitto? Ho in mente la testimonianza del dottor Denis Mukwege, premio Nobel per la pace 2018 che abbiamo avuto l’onore di avere a Senigallia. Mukwege ci diceva che il problema principale del Congo è la sua ricchezza. Il paradosso. L’Africa non è povera, è impoverita. Lui ci diceva di lavorare in un ospedale dove riceve persone che arrivano per essere curate, persone appartenenti a diverse tribù e le persone mangiano insieme, condividono i letti, condividono tutto, quindi secondo lui, secondo chi conosce questa realtà il conflitto non è un problema di conflitto tra gruppi etnici, molto più una guerra la definiva economica, nella quale quelli che stanno creando questa guerra usano proprio la strategia del caos per permettere sostanzialmente il saccheggio delle risorse naturali del Congo. Qui nel nord del mondo abbiamo il tema di gestire la tecnologia, soprattutto per nutrire il cambiamento ecologico, pensiamo ai cellulari o alle macchine con il motore elettrico, pensiamo a tutto quanto è necessario per mandare avanti il digitale. Difficilmente ci domandiamo chi paga il prezzo di queste trasformazioni ecologiche. Mukwege in quell’occasione ha dato veramente una mazzata, se così si può dire, ha detto “è l’ennesima volta in cui il prezzo del vostro benessere è pagato dalle nostre popolazioni, dalle popolazioni del sud del mondo e in particolare in questo caso del Congo che è uno dei paesi più ricchi di risorse naturali”. A questo punto si tratta di decidere se ci interessa che queste transizioni, che questo legittimo desiderio di sviluppo di tanta parte del mondo sia pagato ancora una volta con un prezzo così alto per tanta gente di cui non conosciamo nome e cognome e che è sistematicamente oscurata almeno per quello che riguarda la stampa italiana dai nostri radar mediatici.

Ma il conflitto non nasce oggi.
Mukwege in quella occasione ci diceva che il problema è iniziato dopo il genocidio in Rwanda nel 1996 e dopo quel dramma in realtà la regione non si è più pacificata. Ancora oggi i congolesi continuano a pagare una crisi regionale che non è nata nel paese, ma che fa molti più danni in Congo che nel paese dove è avvenuto il genocidio, vicino Rwanda che confina con la zona del nord Kivu. Qui gli attori in campo sono sempre quelli, i grandi attori internazionali, la Cina, la Russia anche se in modo minore, gli Stati Uniti d’America. Mi viene in mente anche un altro incontro, sempre a Senigallia, nel novembre scorso, il giornalista Enzo Nucci, un giornalista che per tanti anni è stato corrispondente da Nairobi in Kenia per la RAI. Ha scritto un libro che consiglio vivamente a chi ha voglia di capire l’Africa al di là degli stereotipi, si chiama Africa Contesa, in cui descrive in modo chiaro quello che accade lì. Anche lui ci diceva che non è una guerra tra gruppi etnici, sono i politici che vogliono trasformare questa guerra in una guerra etnica, ma non è una guerra etnica, è una guerra economica con la strategia del caos per saccheggiare le risorse naturali del Congo.

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Mostra “heART of Gaza”, a Senigallia un esempio di lavori culturali che vanno ‘diritti’ al cuore

La terza settimana di gennaio ha portato con sé una interessante mostra di disegni. Sì, di disegni, avete letto bene. Per chi se la fosse persa, ricapitoliamo alcune informazioni: si trattava di HeART of Gaza, con i lavori realizzati dai bambini e dalle bambine (ma anche ragazzi e ragazze) della striscia di Gaza, quindi proprio al centro del conflitto tra Israele e Palestina, o meglio, e Hamas. L’esposizione, allestita all’ex pescheria del foro annonario di Senigallia, è stata visitata fortunatamente da centinaia di persone nel corso della sua breve apertura, il che ha permesso anche alle scuole di organizzare una visita e di partecipare ai laboratori proposti. 

Tra gli istituti ha partecipato anche la scuola primaria Rodari di Senigallia, parte dell’istituto comprensivo Marchetti. «La priorità della scuola in un momento storico così difficile come quello attuale – si legge in una nota stampa della scuola senigalliese – è educare i bambini alla pace, per riportare la pace nel mondo. E questo è stato anche lo spirito che ha guidato le insegnanti della scuola primaria Rodari nella scelta di accompagnare gli alunni in visita alla mostra “Heart of Gaza”». (ASCOLTA e LEGGI LE INTERVISTE ALLE ASSOCIAZIONI ORGANIZZATRICI DELL’EVENTO)

Dalle loro opere il dramma che stanno vivendo solo per il fatto di essere di Gaza «emerge perfettamente e i nostri alunni ne sono rimasti colpiti. Ce lo aspettavamo, ma è bene che i piccoli crescano in consapevolezza perché sarà loro compito costruire società più giuste ed essere sempre e ovunque messaggeri di pace. Le classi che in questi giorni si sono recate in visita alla mostra, partecipando anche ai bellissimi laboratori di domenica 19 gennaio, hanno voluto esprimere una vicinanza a quelle vittime innocenti, con pensieri, disegni, emozioni nel cuore e nella mente». 

Un’attività formativa più che didattica, nella consapevolezza che il confronto, a volte anche duro, su temi così importanti come la pace, la giustizia, il rispetto dei diritti umani, vale tutto l’impegno di questo mondo. Impegno per cui la scuola ha voluto ringraziare le associazioni – una dozzina – che hanno reso possibile questa mostra così toccante e significativa. 

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A Senigallia la mostra con i disegni dei bambini della striscia di Gaza – INTERVISTE AUDIO e GALLERIA di FOTO

A Senigallia la mostra con i disegni dei bambini della striscia di Gaza – AUDIO e FOTO

Si parla di cultura, società, guerra e pace nella nuova puntata di “20 minuti da Leone”. E’ stata inaugurata recentemente una mostra, Heart of Gaza, con i disegni di bambini e delle bambine provenienti dalla striscia di Gaza, quindi al centro del conflitto tra Israele e Hamas. Un’esposizione aperta fino al 21 gennaio, all’ex pescheria del Foro Annonario di Senigallia, con cui gli organizzatori si prefiggono di sostenere la comunità palestinese, anche con una raccolta fondi, ma soprattutto di sensibilizzare l’opinione pubblica locale e marchigiana su quanto sta avvenendo da mesi in quei territori martoriati dalla guerra. Le interviste raccolte durante l’inaugurazione sono racchiuse in questo servizio in onda venerdì 17 e sabato 18 gennaio alle ore 13:10 e alle ore 20, con un’ulteriore replica domenica 19 a partire dalle 16:50, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’audio è fruibile anche qui cliccando il tasto “riproduci” del lettore multimediale, accompagnato da alcuni estratti testuali.

Roberto Primavera, del direttivo ANPI di Senigallia: qual è lo scopo della mostra?
Quello principale è di sensibilizzare e aiutare questa comunità con cui siamo riusciti ad incontrarci, per cui sicuramente raccoglieremo anche dei fondi perché c’è bisogno di un grande aiuto a Gaza, perché a Gaza la quotidianità ha dei costi assurdi per effetto di quello che sta succedendo. Chiaramente è anche quello di sensibilizzare e cercare di mitigare l’indifferenza, c’è un’indifferenza enorme di quello che sta succedendo a Gaza e purtroppo dobbiamo anche dire che la situazione non nascono dalle cose terribili che sono successe il 7 ottobre: quello che sta succedendo è terribile ma è il sintomo di una situazione incancrenita da decenni.

Come è stato possibile allacciare il primo contatto con gli organizzatori di questa mostra ce lo spiega Emanuela Pettinari, volontaria del progetto Heart of Gaza.
Questa iniziativa nasce grazie ad una storia di amicizia, cioè l’amicizia fra Mohamed Timraz, un ragazzo che vive nella striscia di Gaza, e Féile Butler, una illustratrice irlandese conosciuta tramite i social. E’ nata l’idea che questa mostra potesse girare il mondo, per dare voce ai bambini che voce non hanno, cioè ai bambini che vivono nella striscia di Gaza. L’iniziativa si sviluppa nella città di Deir al-Bala: gli artisti sono bambini, bambine, ragazzi e ragazze tra i 3 e i 17 anni, che raccontano attraverso questi disegni ciò che vivono, ciò che sperimentano ogni giorno. Da questa loro amicizia è nata la nostra amicizia con Mohamed che ha portato la nostra mostra a Monte San Vito, Chiaravalle, Senigallia, e poi continuerà grazie alla collaborazione di tante persone e di una rete comunitaria che si è creata intorno a questo progetto.
La rete di associazioni del terzo settore che si sono prodigate per arrivare a questo risultato è composta dalle sezioni senigalliesi di Arci, Anpi, la sezione di Monte San Vito dell’Anpi, la banda musicale Roberto Zappi, la bottega del mondo solidale di Chiaravalle, la scuola di pace Buccelletti di Senigallia, Libera, Factory 00, Spazio Lapsus, l’Associazione Cattolica, la Rete per la Pace Subito, gli Amici dell’Unità Solidale e il Gris Marche.

Per l’allestimento alla ex pescheria del Foro Annonario sono stati scelti dei materiali di recupero provenienti dall’alluvione che ha colpito le Marche e soprattutto la zona senigalliese e Valliva nel settembre 2022, mentre sul significato dei disegni interviene Raffaella Persichella, sceneggiatrice e volontaria dell’iniziativa.
Ci sono disegni che parlano del passato, dei loro ricordi, però per la maggioranza ci sono disegni che parlano della loro quotidianità, della difficoltà che stanno vivendo nella striscia di Gaza. La forza e il potere di questi disegni sta nella loro sincerità. Le persone usciranno da questa mostra con una consapevolezza diversa perché sono dei disegni estremamente toccanti.

Al centro c’è sempre il tema della guerra e della violenza. Vescovo Manenti, cosa ci dicono questi disegni?
I bambini di Gaza chiedeno a noi di stare di fronte ai fatti e non alle interpretazioni. Ci dicono che la violenza non risolve i problemi, anzi ne crea di altri, li amplifica, rende irrespirabile l’aria della comunità. Ormai quotidianamente i notiziari ci passano le notizie e il rischio è quello di abituarci alle morti, soprattutto quelle dei bambini. Mi auguri invece che si possa dare voce insieme ai bambini, perché qui c’è di mezzo la dignità e la qualità umana della vita.

Daniele Marzi, perché la Scuola di Pace sostiene questa mostra?
In questo periodo c’è un rigurgito bellicista, sta cambiando la percezione e la mentalità proprio nell’opinione pubblica del fatto che la guerra possa essere nuovamente un’opzione, dopo che l’avevamo bandita, che l’avevamo ripudiata noi come nazione nella nostra Costituzione. Per quanto riguarda il conflitto proprio israelo-palestinese, qui c’è stata un’informazione riduttiva: è come se il conflitto fosse nato il 7 ottobre del 2023. In realtà sappiamo che non è così, che è un conflitto lunghissimo e noi come Scuola di Pace non ci schieriamo da nessuna parte, ma cerchiamo di stare sempre dalla parte delle vittime delle guerre e i bambini sono la più innocente, la prima vittima di tutti i conflitti e cerchiamo di dare voce, quindi, di far vedere anche con questa mostra cosa significa realmente la guerra. La guerra significa morte, distruzione, ingiustizia e questo invece nei media non passa e l’opinione pubblica quindi sta un po’ assuefacendosi alla mentalità che in fondo se io subisco un attacco come ha subito Israele, per esempio, gravissimo e terroristico, ho il diritto di reagire, tant’è che il governo parlava di diritto a difendere, ma in realtà qui si sta avvallando un diritto alla vendetta, perché non c’è una proporzione fra quello che è accaduto e quello che sta accadendo attualmente. C’è un’alternativa, è la non violenza, è discutere, è la diplomazia, è considerare tutti gli esseri umani degni di vivere e portatori di una parte di verità.

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Il nuovo percorso in Siria: dalla caduta di Assad ai sogni dei siriani – L’INTERVISTA

Cosa è accaduto in Siria negli ultimi anni e, che svolta è stata quella delle ultime settimane? Che portata hanno i recenti eventi con la caduta di Assad e l’insediamento al potere dei ribelli guidati da Al-Jolani? Lo abbiamo chiesto a chi in Siria ha vissuto, a chi è dovuto andarsene dal proprio paese per vivere in Italia e a chi spera in un futuro migliore: in poche parole abbiamo intervistato la scrittrice, poetessa e giornalista italo siriana Asmae Dachan. Ha rilasciato alla direttrice di Radio Duomo Senigallia, Laura Mandolini, una interessante testimonianza. In questo articolo troverete in formato testuale solo alcuni concetti chiave ma cliccando sul tasto “riproduci” del lettore multimediale potrete ascoltare l’audio integrale dell’intervista.

Fino a qualche giorno fa la Siria era sparita dai riflettori internazionali, dai medi internazionali. Nel frattempo cosa stava succedendo?
Negli ultimi 14 anni la Siria ha conosciuto uno dei peggiori momenti della sua storia, una storia antichissima. Ricordiamolo, ci sono città come Aleppo, da cui provene la mia famiglia, che ha almeno 8 mila anni di storia. Non c’è mai stata una situazione tragica come quella degli ultimi 14 anni, dove purtroppo la guerra ha provocato almeno 500mila vittime, ma secondo alcune estime ce ne sono state in realtà un milione. Su 23 milioni di persone, 7,5 milioni sono diventate profughi fuori dalla Siria e altrettante sono rimaste sfollate internamente. L’attenzione della comunità internazionale e della stampa internazionale sulla Siria è stata sempre piuttosto bassa, ma negli ultimi anni in particolare la Siria è completamente sparita dallo scenario internazionale.

La Siria torna ad essere raccontata perché nel giro di qualche giorno il famigerato regime di Bashar al-Assad è crollato, si è sciolto come neve al sole, ma sappiamo che non è così, vero?
Prima di sabato 7 dicembre la Siria de facto era divisa in tre zone almeno: Idlib e la sua provincia; il Kurdistan siriano; e poi la cosiddetta Siria utile, quella che va dal confine con l’Iraq fino allo sbocco sul Mediterraneo. Accade che con l’inizio della guerra a Gaza e poi in Libano e anche su alcune zone dell’Iran, l’Iran ritira parte delle sue milizie, gli hezbollah si ritirano gradualmente e tornano verso il Libano, e la Russia che da due anni combatte e invade l’Ucraina ha ridotto il suo contingente. L’esercito di Assad era già particolarmente debole. Lo scenario è stato favorevole in qualche modo all’avanzata di queste truppe ribelli sostenute dalla Turchia in particolare, ma lo scenario che si è creato diciamo che era evidentemente studiato in qualche modo tra queste grandi potenze. Per la prima volta dopo 54 anni, i siriani hanno potuto celebrare la fine di un regime, un regime che dall’epoca di Assad padre ha soffocato la Siria, ha negato i diritti ai cittadini e alle cittadine siriane, ha soffocato ogni iniziativa politica, ogni forma di pluralismo culturale e politico, ha arrestato e torturato, ucciso oppositori e ha costretto appunto all’esilio milioni di siriani. La caduta del regime di Assad per noi è stato un sogno quasi inaspettato perché dopo tanti anni di sofferenza nessuno di noi quasi ci sperava più.

Che significato ha l’8 dicembre per voi?
E’ stato un giorno della liberazione, il 25 aprile siriano, poi chiaramente dobbiamo fare i conti con la realtà, quelli che hanno portato avanti l’offensiva militare sono comunque uomini armati che hanno avuto un passato di legami con Al Qaeda, quindi non sono sicuramente degli schinchi di Santi, hanno promesso in questi giorni, hanno dimostrato una grande consapevolezza politica oltre che militare. Nessuno di noi però si illude che questi militari lasciano la scena per favorire l’iniziativa della società civile dal basso, siamo tutti molto attenti, siamo chiaramente preoccupati, ma nessuno può negare alla popolazione siriana il diritto di dire finalmente un regime sanguinoso, sanguinario che denunciamo da 50 anni è stato sconfitto e smascherato.

I siriani denunciano questo regime da anni e purtroppo sono stati inascoltati.
Oggi tutti si riempiono la bocca parlando di quanto era abominevole la situazione sotto il governo di Assad, ma tutti con Assad hanno fatto accordi, l’hanno riabilitato negli ultimi anni. L’Italia è stato l’unico paese della Nato a riaprire addirittura la sua ambasciata a Damasco come se nulla fosse, nonostante su Assad penda un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, per usare armi chimiche contro la popolazione. Oggi tutti ci chiedono analisi geopolitiche, analisi di scenari futuri. Credo che i siriani in questo momento abbiano il diritto di tirare un suspiro di sollievo. Uno dei mali della Siria è finito, quello della dittatura.

Non dimentichiamolo la terribile crisi umanitaria dopo oltre 14 anni di guerra…
Secondo le stime dell’ONU ci sono almeno 17 milioni di siriani che dipendono quasi esclusivamente dagli aiuti umanitari. C’è un paese da ricostruire non solo come società civile, ma c’è proprio una serie di case da ricostruire, una serie di ospedali, di infrastrutture, di posti di lavoro perché i siriani possano rialzare la testa.

Quale chiave di lettura ci dai oltre la stretta attualità per capire il tuo paese, dalla società civile all’incrocio tra diverse fedi?
Io amo porre l’attenzione sulla società civile, perché in questi anni le siriane, i siriani non hanno avuto il minimo spazio, non ho mai visto sulle tv italiane un intellettuale siriano parlare, una scrittrice, uno scrittore, un musicista, eppure molti sono venuti in diaspora, molti hanno raccontato, hanno denunciato. Non ho sentito oggi discorsi di vendetta se non in ambito militare, i civili siriani non stanno parlando di vendetta, i civili stanno parlando di ricordare come era la Siria prima della dinastia degli Assad e prima della guerra, quindi una Siria dignitosa, una Siria dove lo slogan principale era Wahed, Wahed, Wahed, ovvero uno, uno, uno, il popolo siriano è uno, che significa che non c’è differenza tra arabo e kurdo, tra arabo e armeno, tra cristiano e musulmano, il collante di tutto era proprio l’identità siriana fatta di una musica, di una letteratura, di un’arte, di un’architettura meravigliosa. Io penso proprio che appunto i siriani riconoscano, guardandosi negli occhi, le ferite l’uno dell’altra, è una ferita comune, è un lutto comune quello che ci ha colpito e che abbiano tanta voglia di unità in questo momento e voglia di pace. Ricostruiamo il nostro paese e cerchiamo appunto proprio in nome della nostra identità millenaria, in nome dell’amore tra cristiani e musulmani di usare una parola che in questi anni ci è stata tolta, la speranza.

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Roncitelli e la seconda guerra mondiale: un libro per conoscere la storia locale e quella di un padre – INTERVISTA

Maria Laura Lucchetti a Radio Duomo Senigallia
Maria Laura Lucchetti a Radio Duomo Senigallia

Nell’ultima intervista del programma “Venti minuti da Leone” è di scena la storia locale. L’ospite è Maria Laura Lucchetti che ha recentemente pubblicato un libro, “Il passaggio del fronte nel paese di Roncitelli”, in cui ha dato nuova luce ai manoscritti del padre, Renato Lucchetti, testimone dell’arrivo delle truppe polacche alleate e della “liberazione” dai tedeschi che erano già in ritirata. “Liberazione” tra virgolette perché…. lo saprete leggendo l’intervista in questo articolo, un estratto, mentre l’audio integrale è disponibile grazie al lettore multimediale qui presente. Ma l’intervista è in onda su Radio Duomo Senigallia-InBlu (95.2 FM) venerdì 23 agosto e sabato 24 alle ore 13:10 e alle ore 20, mentre domenica 25 ci sarà un’ulteriore replica a partire dalle ore 16:50 (la terza di tre interviste che vi raccomandiamo).

Partiamo dalle basi: chi era Renato Lucchetti?
Era un giovane nato a Roncitelli, un senigalliese doc, ha studiato qui e svolto anche alcuni anni di insegnamento al liceo classico di Senigallia negli anni ‘50. Era anche vicepresidente provinciale delle Acli e ha fondato le Acli a Roncitelli. Poi ha avuto una vita da viaggiatore, si è trasferito prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti, una vita molto interessante di cui parlerò nel prossimo libro a cui sto lavorando tratto dai diari che mio padre ci ha lasciato.

Come nasce questo libro e perché è importante?
E’ un manoscritto redatto subito dopo il passaggio del fronte, avvenuto nell’agosto del 1944, quando le truppe polacche arrivarono a liberare Senigallia dai tedeschi che si stavano ritirando nelle colline tra Roncitelli e Scapezzano. Proprio il 9 agosto a Roncitelli vi fu una battaglia, con oltre 80 morti tra gli alleati e 200 tra i tedeschi. Quindi ha un’importanza storica rilevante perché fa luce su una battaglia messa sempre un po’ in ombra ma anche per chi vuole sapere come si sono svolti veramente i fatti in questa zona.

Come mai questo manoscritto è stato pubblicato 80 anni dopo la sua stesura?
Sapevo della sua esistenza perché era già stato citato in passato da alcuni storici, ma anche La Voce Misena lo pubblicò in dieci puntate tra il 1992 e il 1995. Ho saputo persino che una copia era appesa anche nella bottega dello storico calzolaio di Roncitelli, un riferimento per tutti i paesani. Dopo la morte di mio padre, abbiamo trovato il manoscritto e una serie di diari che ci hanno fatto conoscere un pezzo di vita di mio padre di cui non sapevamo nulla o quasi. Durante le chiusure legate alla pandemia, ho trovato il momento che cercavo per leggere questi materiali. Poi la pubblicazione è arrivata un po’ casualmente al 2024 e soprattutto al 9 agosto.

Renato Lucchetti
Renato Lucchetti

Cosa c’è scritto di così significativo?
Racconta i fatti visti con gli occhi di un ragazzo che qui era tornato da Roma e che qui aveva trovato tanti sfollati. Vengono descritti i giorni del passaggio del fronte nell’agosto ‘44 ma i fatti vengono narrati con uno stile che ti sembra di essere proprio lì di vedere avanzare le truppe alleate, di entrare nelle case e di partecipare al dolore delle persone. E’ un libro decisamente contro la guerra perché ti fa capire l’inutilità e la sofferenza legate alla guerra.

Perché i liberatori sono scritti con le virgolette “”?
Dal punto di vista dei roncitellesi, fino a che non sono arrivati gli alleati, nel paese non s’è sparato un colpo, quindi l’arrivo delle truppe polacche ha portato bombardamenti e combattimenti. Può sembrare strano ma la morte è arrivata durante il ritiro delle truppe tedesche: mio padre scrive proprio che “l’entusiasmo iniziale ha lasciato posto alla paura”.

Che effetto fa trovare documenti del proprio padre su aspetti della sua vita sconosciuti alla famiglia?
Mio padre era molto riservato ma scriveva tanto. Non ho problemi a dire che ho pianto leggendo quei documenti: di tante cose mi sarebbe piaciuto parlarne con lui. Però si può avere un chiarimento sul suo carattere, sulla sua flemma che non si scrollava di dosso nemmeno sotto i bombardamenti in Libia o durante il terremoto. Leggendo l’ho conosciuto sempre di più.

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Il manoscritto di Renato Lucchetti "Il passaggio del fronte nel paese di Roncitelli" pubblicato 80 anni dopo in un libro a cura della figlia Maria Laura Lucchetti
Il manoscritto di Renato Lucchetti pubblicato 80 anni dopo dalla figlia Maria Laura

Guerra e pandemia, imprese in difficoltà anche nelle valli Misa e Nevola – INTERVISTA AUDIO

Egidio Muscellini
Egidio Muscellini

Continuano le interviste nel programma radiofonico di Radio Duomo Senigallia/In Blu dal titolo “Venti minuti da Leone”. In questo spazio per le riflessioni sulle problematiche e sulle opportunità del territorio che va da Arcevia a Senigallia e da Chiaravalle a Mondolfo, abbiamo avuto tra gli ospiti Egidio Muscellini (in FOTO), presidente del comitato territoriale di Senigallia della Confartigianato che comprende il mandamento delle valli Misa e Nevola e quindi tutti i comuni da Arcevia a Senigallia.

In quest’area, insistono migliaia di imprese artigianali e commerciali: il saldo però continua a essere negativo, perché pesano diversi fattori a livello globale. Dopo la crisi della pandemia, è subentrato il conflitto tra Russia e Ucraina che ha portato a conseguenze impattanti per famiglie e imprese, tra cui aumenti generalizzati dei prezzi di ogni prodotto. E altrettanta apprensione si origina a ogni notizia di guerre o tensioni che si riaccendono, come adesso in Medio Oriente.

«Sicuramente il contesto nazionale e internazionale crea problemi vari – spiega Muscellini – tra cui aumenti di carburanti e materie prime che creano problemi alle nostre aziende, chi in maniera più marcata e chi meno, ma tutte ne risentono». Poi ovviamente dipende dal tipo di attività: un’attività con forni elettrici ha risentito maggiormente dell’aumento delle bollette energetiche rispetto a un negozio di abbigliamento.

Il contesto ha anche portato alla chiusura soprattutto di piccole attività che non hanno saputo far fronte all’aumento generalizzato dei costi, su tutti appunto energia e materie prime. «Tra i problemi c’è anche lo spopolamento dei centri storici che portano poi alla chiusura dei piccoli negozi, per cui si rende necessario un rilancio della qualità dell’abitare nei centri e nei borghi delle vallate». Anche in questo caso il fenomeno è più accentuato nei paesi dell’entroterra che potrebbero rinascere con il turismo, «una risorsa da sfruttare sicuramente».

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La “Rete per la pace” di Senigallia aderisce alla manifestazione di Roma del 9 marzo

Manifestazione per la pace

Da Senigallia a Roma. Si sposta e acquisisce nuova centralità e rilevanza il presidio per la pace che quasi ogni fine settimana viene organizzato a Senigallia, nelle centralissime piazze Saffi e Roma. Questa volta però c’è l’adesione alla manifestazione nazionale per la pace che si terrà nella capitale il 9 marzo prossimo, con partenza da piazza della Repubblica e arrivo ai fori imperiali. Lungo questo percorso cammineranno anche molti dei partecipanti ai presìdi senigalliesi.

Questa infatti la decisione della “Rete per la pace subito – Senigallia” che ha quindi “spostato” il 66° presidio che si sarebbe dovuto tenere in piazza Saffi a Senigallia. Sarà l’occasione per unire la propria voce a quella di altre realtà associative nazionali nella protesta contro l’invio di armi nei paesi in guerra e per un cessate il fuoco immediato sia in Ucraina che in Palestina, così come negli altri luoghi della terra dove si assiste a conflitti armati.

«Perché questa è l’unica possibilità per salvare dalla morte e da immani sofferenze la popolazione civile e i giovani arruolati a forza, scongiurando l’escalation in corso verso la guerra mondiale» sostengono dalla Rete per la pace – Senigallia. «Per poi sottolineare che le spese militari hanno raggiunto la cifra massima della storia con i 2.240 miliardi di dollari nel 2022 (ultimo anno con rilevazioni ufficiali), senza dimenticare, tanto per fare un paio di esempi, che un F35 costa come 3.244 letti in terapia intensiva, un sottomarino come 9.180 ambulanze (e sono in alternativa)».

L’appello è ancora una volta rivolto ai governi, in primis quello italiano ovviamente, perché promuova concretamente e non solo a parole trattative e negoziati di pace rinnovando di fatto « quello spirito di coesistenza che nel secondo dopoguerra animò la stesura delle costituzioni democratiche, la nascita delle rinnovate Nazioni Unite e della Comunità Europea, spirito allora affermato proprio per scongiurare eventuali future spirali di guerra, quelle che ora si manifestano così minacciose».

All’appello che deve avere come obiettivo anche l’accoglienza e l’assistenza a tutti i profughi di guerra e la tutela di migranti, si uniscono dunque gli attivisti senigalliesi che invitano a un’ampia partecipazione. 

Info: tel. 071.63935 – partenza pullman ore 7.30 Agenzia delle entrate.

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Da Senigallia raccolta fondi per la popolazione palestinese sotto attacco

A Senigallia un'iniziativa per raccogliere fondi a favore della popolazione in Palestina è stata organizzata da Spazio Comune Autogestito Arvultùra, da Factory Zero Zero e da Casa della Grancetta

Da Senigallia sono stati devoluti dei soldi per sostenere la popolazione palestinese a Gaza. E’ il nuovo aiuto, concreto, messo in campo da Spazio Comune Autogestito Arvultùra, da Factory Zero Zero e da Casa della Grancetta: le tre realtà hanno promosso un’iniziativa culturale e musicale con lo scopo di raccogliere fondi da devolvere a favore di chi da mesi vive sotto assedio, come “risposta” ai fatti del 7 ottobre scorso. 

L’evento, prima un dialogo con testimonianze poi un momento musicale e artistico accompagnato da prodotti locali, si è svolto lo scorso 26 febbraio e ha avuto un ottimo riscontro: il centro sociale di via Abbagnano non è riuscito a contenere tutte le persone che hanno partecipato alla serata.

Durante l’iniziativa c’è stato il collegamento con un palestinese Said che è riuscito a mettere in salvo se stesso e la sua famiglia rifugiandosi in Italia: è stato lui a dare molte informazioni su quella che è la reale situazione della popolazione palestinese sotto attacco da parte delle forze israeliane.
«Ci ha raccontato dei continui bombardamenti – ha spiegato Simona Buffelli, una delle organizzatrici – ma anche della difficoltà a reperire cibo e acqua, quest’ultima ormai introvabile perché gli aiuti arrivano a singhiozzo. Mancano anche le medicine, gli ospedali non riescono a fornire le cure: è una situazione drammatica». 
Tra le testimonianze ci sarebbe dovuto essere anche il racconto di un altro palestinese Mohammed ma il collegamento è saltato proprio perché era stato annunciato un imminente attacco su Rafah

Alcune esibizioni da parte di artisti e musicisti hanno accompagnato poi la serata, da cui è stato possibile raccogliere oltre 1400 euro per aiutare la popolazione palestinese tramite la piattaforma on line di raccolta fondi Gofundme.com dove è attivata la campagna “Sos Gaza”

«Sappiamo bene che il nostro intervento non è che una goccia nel mare – fanno sapere dallo spazio Arvultùra di Senigallia – ma siamo anche consapevoli che il mare è una moltitudine di gocce». 

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“Come risolvere i conflitti”: Angela Dogliotti, a Senigallia, per dare tracce di un’altra storia

“Come risolvere conflitti senza armi”, il tema trattato da Angela Dogliotti del Centro studi Sereno Regis di Torino, ospite della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti”, venerdì 1 marzo a San Rocco.  La conversazione ha ruotato intorno alla ricerca sulla resistenza non violenta nella Storia, realizzata dalla politologa statunitense Erica Chenoweth.  Recita il testo: “La resistenza civile è un metodo di azione diretta in cui persone disarmate utilizzano diversi metodi coordinati, non istituzionali per promuovere il cambiamento senza fare fisicamente del male all’avversario… Attraverso la resistenza civile persone di ogni estrazione sociale si uniscono per prendere posizione con grande forza e passione, esigere giustizia e richiamare altri alle loro responsabilità.”

Obiettivo della preziosa ricerca è offrire una valida alternativa allo scontro armato dimostrando, con dati alla mano, come la resistenza non violenta ha avuto una efficacia molto più elevata rispetto alla lotta violenta, sia nell’immediato che nel lungo periodo. Il testo, ricco di grafici e di statistiche, di recente pubblicato in Italia dalla casa editrice Sonda, offre anche una dettagliata presentazione del metodo del teorico statunitense Gene Sharp, che definisce le condizioni indispensabili per rendere efficace l’azione non violenta; quattro i punti fondamentali. Innanzi tutto una partecipazione di massa ampia e diversificata; in secondo luogo tentare di convincere la realtà avversaria a passare dalla parte opposta per il proprio interesse; il terzo passaggio è l’azione del boicottaggio e disobbedienza civile, infine una rigida disciplina nell’organizzare e coordinare ogni azione di resistenza. E’ scientificamente dimostrato che quando la resistenza civile riesce a mobilitare il 3,5% della popolazione, adeguatamente educata e coordinata, l’azione non violenta funziona e raggiunge validi risultati.  Numerosi esempi nella Storia lo dimostrano a partire dai più noti, come le azioni gandhiane in India. E’ fondamentale recuperare dal passato le tracce di un’altra storia, di un’altra difesa, di una resistenza non militare, per promuovere una radicale trasformazione del pensiero e andare verso una alternativa risoluzione dello scontro armato.

Federica Spinozzi

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Chi ascolta il pianto del bambino? A Betlemme, tra paura e guerra

Bambine della scuola di Betlemme

In Terra Santa, nel difficile momento che stiamo vivendo, come Capi delle Chiese abbiamo pensato, per quest’anno, di ridurre al minimo le manifestazioni esteriori legate al Natale (luci, addobbi, parate e fanfare) e di proporre un Natale all’insegna della sobrietà e della solidarietà. Questo per rispetto nei confronti di chi – da una parte e dall’altra dei vari muri e reticolati che qui disegnano confini personalizzati – sta in questo momento soffrendo per il rapimento o la perdita dei propri cari o peggio ancora per l’incertezza di non sapere nemmeno se siano vivi o morti e dove siano.

È molto facile ridurre il dramma del Natale a una finzione. Lo sottolineava Salvatore Quasimodo in una poesia composta nel 1953 per il proprio figlio Alessandro: “Natale. Guardo il presepe scolpito, / dove sono i pastori appena giunti / alla povera stalla di Betlemme. / Anche i Re Magi nelle lunghe vesti / salutano il potente Re del mondo. / Pace nella finzione e nel silenzio / delle figure di legno: ecco i vecchi / del villaggio e la stella che risplende, / e l’asinello di colore azzurro. / Pace nel cuore di Cristo in eterno; / ma non v’è pace nel cuore dell’uomo. / Anche con Cristo e sono venti secoli / il fratello si scaglia sul fratello. / Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino / che morirà poi in croce fra due ladri?”.

Chi ascolta oggi il pianto del Bambino? Nel Vangelo Gesù stabilisce una identificazione piena, reale e oserei dire quasi sacramentale tra la propria persona e la persona dei “piccoli”: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me” (Mc 9,37) e “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Se celebrare il Natale vuol dire anzitutto accogliere il Figlio di Dio che si fa bambino e se questo bambino si presenta ancora a noi, oggi, in ogni “piccolo”, quale sarà il modo più evangelico, reale e concreto, di accogliere il bambino di Betlemme? Pur celebrando quest’anno l’ottavo centenario del “Natale di Greccio”, che è diventato in qualche modo il simbolo del presepe e della sua diffusione, noi ci rendiamo conto che quella raffigurazione è e rimarrà una “finzione” se si ridurrà alle “figure di legno” e alle emozioni – pur belle ma effimere e lontane dalla realtà concreta – che le figure di legno e perfino i “presepi viventi” possono suscitare.

Ascoltare il pianto del bambino, di ogni concreto e singolo bambino, è la via necessaria per riuscire ad ascoltare il pianto del Bambino di Betlemme la cui nascita celebriamo a Natale.

Ascoltare il pianto del bambino, di ogni concreto e singolo bambino e di ogni “piccolo” è ciò che ci porta a percepire la sofferenza dell’altro, la sofferenza innocente, che apre il nostro cuore alla compassione e per questo anche alla riconciliazione e alla pace. Ascoltare il pianto degli uni e degli altri, di Israele e Palestina e di tutte le vittime di tutti i tanti, troppi, conflitti bipolari che insanguinano oggi, ignorati, il nostro mondo, non da una asettica equidistanza, ma con una tale vicinanza ed empatia da sentire nostro il pianto dell’uno e dell’altro, così da poter nella nostra persona riavvicinare l’uno all’altro.

È necessario imparare ad ascoltare il pianto dei bambini strappati dalle mani dei genitori nel kibbutz Kfar Aza a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza e ascoltare il pianto dei bambini travolti da una pioggia di bombe a Gaza, a Jabalia, a Khan Yunis. Ascoltare il pianto dei bambini spaventati dalle sirene ad Ashkelon, a Shderot e a Tel Aviv e ascoltare il pianto dei bambini spaventati dallo sferragliare e dai lampi di fuoco dei carri armati a Jenin, a Nablus, a Huwara. Ascoltare il pianto dei bambini israeliani che non sanno perché non tornano a cena la mamma o il papà richiamati a combattere e ascoltare il pianto dei bambini di Betlemme che vedono la mamma e il papà tristi perché, nuovamente senza lavoro, non sanno cosa mettere in tavola a cena. Ma anche ascoltare il pianto dei bambini lasciati soli ad attraversare il “mare nostrum” in cerca di un futuro negato o abbandonati nel deserto di umanità delle città opulente e delle periferie dell’Occidente.

Se vogliamo pace non “nella finzione e nel silenzio delle figure di legno” ma “nel cuore dell’uomo”, occorre che impariamo ad accogliere il Dio infinitamente distante da noi che nel Bambino di Betlemme si fa vicino a noi, ci manifesta il suo amore e la volontà di salvarci, accogliendo anche noi come figli in quel figlio “che morirà poi in croce fra due ladri”, per rivelarci che nessuno merita la morte, nessun dolore può essere semplicemente ignorato e che la pace sarà possibile non se accolgo unicamente “il buono” ma “il malfattore”.
È davanti all’umanità intera, lacerata oggi da guerre e conflitti che sono frutto di odio, di egoismo, di interessi economici e di potere, di strumentalizzazione dello stesso santo nome di Dio che il bambino di Betlemme piange e chiede a ognuno di noi di ascoltare il suo pianto per poterci davvero guidare alla pace,
per poterci davvero donare la pace donandoci se stesso. Ma, mentre “il fratello si scaglia sul fratello c’è chi ascolta il pianto del bambino?”.

Vorrei concludere cedendo la parola a san Francesco che da otto secoli rivolge a noi un invito appassionato ad accogliere il Signore Gesù: “Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga colui che tutto a voi si offre” (LOrd 28-29: FF 221). Nell’Eucaristia, nel povero e nel bisognoso, nel bambino che piange inascoltato accogliamo il Figlio di Dio, che incarnandosi e donandosi a noi, in realtà accoglie ciascuno di noi e mette pace anche nel nostro cuore, in eterno.

Francesco Patton
Custode di Terrasanta

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Attacco a Israele: card. Pizzaballa “emergenza molto grave. Temo che si arriverà alla guerra”.

“Siamo in una emergenza molto grave e temo che si arriverà alla guerra”: così il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, commenta l’attacco sferrato all’alba di sabato scorso da Hamas, con migliaia di razzi lanciati, dalla Striscia di Gaza verso il sud e il centro di Israele (Tel Aviv e Gerusalemme comprese). miliziani palestinesi, penetrati in vari modi in territorio israeliano, avrebbero anche fatto ostaggi tra i civili e i militari israeliani.

“Siamo davanti ad una situazione molto grave scoppiata improvvisamente, senza troppi preavvisi. È una campagna militare da ambo i lati, molto preoccupante per le forme, per le dinamiche e per l’ampiezza. Si tratta di novità molto tristi”. “La presa di ostaggi israeliani, fenomeno in nessun modo giustificabile – sottolinea il porporato – non farà altro che favorire una maggiore aggressività da ambo i lati, soprattutto da parte israeliana”. Il patriarca rivolge poi lo sguardo alla piccola comunità cristiana gazawa, poco più di 1000 fedeli dei quali solo un centinaio cattolici, appartenenti all’unica parrocchia latina della Striscia, dedicata alla Sacra Famiglia, incoraggiando “i cristiani della Striscia, impauriti”: “Sappiano che, come sempre, non saranno lasciati soli e che questo è un momento in cui dobbiamo essere uniti più mai”. Un ultimo appello lo rivolge alla comunità internazionale: “La comunità internazionale deve ritornare a prestare attenzione a quanto accade in Medio Oriente. Gli accordi diplomatici, quelli economici – conclude Pizzaballa – non cancellano un dato di fatto: esiste una questione israelo-palestinese che ha bisogno di essere risolta e che attende una soluzione”.

Daniele Rocchi

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Dal consiglio comunale di Corinaldo il “no” alla guerra in Ucraina

Il consiglio comunale di Corinaldo, 28 febbraio 2023
Il consiglio comunale di Corinaldo, 28 febbraio 2023

Unanime il “no” alla guerra che il consiglio comunale di Corinaldo ha voluto esternare con un apposito ordine del giorno. La votazione, nella seduta del 28 febbraio, ha visto l’assise corinaldese unirsi all’appello del Coordinamento Nazionale Enti Locali Per la Pace e i Diritti Umani per chiedere il cessate il fuoco in Ucraina.

Rispetto del valore della vita umana, della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni paese come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni. Sono i punti cardine di esternazioni di papa Francesco nel chiedere il cessate il fuoco nel conflitto che vede contrapposti Ucraina e Federazione Russa.

«È stato bello ed emozionante – afferma il sindaco Aloisi – confrontarsi in consiglio comunale su temi così alti ma di certo non distanti. Argomenti trasversali che hanno dimostrato che il consesso civico di un piccolo comune come il nostro può e deve manifestare unanimemente il proprio no alla guerra». 

L’ordine del giorno approvato dal consiglio comunale punta l’accento sulla richiesta al presidente della Federazione Russa di «fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte» e, di contro, al presidente dell’Ucraina di «essere aperto a serie proposte di pace».

Parole che verranno ribadite nuovamente dal primo cittadino di Corinaldo assieme ai colleghi marchigiani sabato 4 marzo a Loreto alla manifestazione voluta dal presidente del consiglio regionale Dino Latini.

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