La terza settimana di gennaio ha portato con sé una interessante mostra di disegni. Sì, di disegni, avete letto bene. Per chi se la fosse persa, ricapitoliamo alcune informazioni: si trattava di HeART of Gaza, con i lavori realizzati dai bambini e dalle bambine (ma anche ragazzi e ragazze) della striscia di Gaza, quindi proprio al centro del conflitto tra Israele e Palestina, o meglio, e Hamas. L’esposizione, allestita all’ex pescheria del foro annonario di Senigallia, è stata visitata fortunatamente da centinaia di persone nel corso della sua breve apertura, il che ha permesso anche alle scuole di organizzare una visita e di partecipare ai laboratori proposti.
Tra gli istituti ha partecipato anche la scuola primaria Rodari di Senigallia, parte dell’istituto comprensivo Marchetti. «La priorità della scuola in un momento storico così difficile come quello attuale – si legge in una nota stampa della scuola senigalliese – è educare i bambini alla pace, per riportare la pace nel mondo. E questo è stato anche lo spirito che ha guidato le insegnanti della scuola primaria Rodari nella scelta di accompagnare gli alunni in visita alla mostra “Heart of Gaza”». (ASCOLTA e LEGGI LE INTERVISTE ALLE ASSOCIAZIONI ORGANIZZATRICI DELL’EVENTO)
Dalle loro opere il dramma che stanno vivendo solo per il fatto di essere di Gaza «emerge perfettamente e i nostri alunni ne sono rimasti colpiti. Ce lo aspettavamo, ma è bene che i piccoli crescano in consapevolezza perché sarà loro compito costruire società più giuste ed essere sempre e ovunque messaggeri di pace. Le classi che in questi giorni si sono recate in visita alla mostra, partecipando anche ai bellissimi laboratori di domenica 19 gennaio, hanno voluto esprimere una vicinanza a quelle vittime innocenti, con pensieri, disegni, emozioni nel cuore e nella mente».
Un’attività formativa più che didattica, nella consapevolezza che il confronto, a volte anche duro, su temi così importanti come la pace, la giustizia, il rispetto dei diritti umani, vale tutto l’impegno di questo mondo. Impegno per cui la scuola ha voluto ringraziare le associazioni – una dozzina – che hanno reso possibile questa mostra così toccante e significativa.
Si parla di cultura, società, guerra e pace nella nuova puntata di “20 minuti da Leone”. E’ stata inaugurata recentemente una mostra, Heart of Gaza, con i disegni di bambini e delle bambine provenienti dalla striscia di Gaza, quindi al centro del conflitto tra Israele e Hamas. Un’esposizione aperta fino al 21 gennaio, all’ex pescheria del Foro Annonario di Senigallia, con cui gli organizzatori si prefiggono di sostenere la comunità palestinese, anche con una raccolta fondi, ma soprattutto di sensibilizzare l’opinione pubblica locale e marchigiana su quanto sta avvenendo da mesi in quei territori martoriati dalla guerra. Le interviste raccolte durante l’inaugurazione sono racchiuse in questo servizio in onda venerdì 17 e sabato 18 gennaio alle ore 13:10 e alle ore 20, con un’ulteriore replica domenica 19 a partire dalle 16:50, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM). L’audio è fruibile anche qui cliccando il tasto “riproduci” del lettore multimediale, accompagnato da alcuni estratti testuali.
Roberto Primavera, del direttivo ANPI di Senigallia: qual è lo scopo della mostra? Quello principale è di sensibilizzare e aiutare questa comunità con cui siamo riusciti ad incontrarci, per cui sicuramente raccoglieremo anche dei fondi perché c’è bisogno di un grande aiuto a Gaza, perché a Gaza la quotidianità ha dei costi assurdi per effetto di quello che sta succedendo. Chiaramente è anche quello di sensibilizzare e cercare di mitigare l’indifferenza, c’è un’indifferenza enorme di quello che sta succedendo a Gaza e purtroppo dobbiamo anche dire che la situazione non nascono dalle cose terribili che sono successe il 7 ottobre: quello che sta succedendo è terribile ma è il sintomo di una situazione incancrenita da decenni.
Come è stato possibile allacciare il primo contatto con gli organizzatori di questa mostra ce lo spiega Emanuela Pettinari, volontaria del progetto Heart of Gaza. Questa iniziativa nasce grazie ad una storia di amicizia, cioè l’amicizia fra Mohamed Timraz, un ragazzo che vive nella striscia di Gaza, e Féile Butler, una illustratrice irlandese conosciuta tramite i social. E’ nata l’idea che questa mostra potesse girare il mondo, per dare voce ai bambini che voce non hanno, cioè ai bambini che vivono nella striscia di Gaza. L’iniziativa si sviluppa nella città di Deir al-Bala: gli artisti sono bambini, bambine, ragazzi e ragazze tra i 3 e i 17 anni, che raccontano attraverso questi disegni ciò che vivono, ciò che sperimentano ogni giorno. Da questa loro amicizia è nata la nostra amicizia con Mohamed che ha portato la nostra mostra a Monte San Vito, Chiaravalle, Senigallia, e poi continuerà grazie alla collaborazione di tante persone e di una rete comunitaria che si è creata intorno a questo progetto. La rete di associazioni del terzo settore che si sono prodigate per arrivare a questo risultato è composta dalle sezioni senigalliesi di Arci, Anpi, la sezione di Monte San Vito dell’Anpi, la banda musicale Roberto Zappi, la bottega del mondo solidale di Chiaravalle, la scuola di pace Buccelletti di Senigallia, Libera, Factory 00, Spazio Lapsus, l’Associazione Cattolica, la Rete per la Pace Subito, gli Amici dell’Unità Solidale e il Gris Marche.
Per l’allestimento alla ex pescheria del Foro Annonario sono stati scelti dei materiali di recupero provenienti dall’alluvione che ha colpito le Marche e soprattutto la zona senigalliese e Valliva nel settembre 2022, mentre sul significato dei disegni interviene Raffaella Persichella, sceneggiatrice e volontaria dell’iniziativa. Ci sono disegni che parlano del passato, dei loro ricordi, però per la maggioranza ci sono disegni che parlano della loro quotidianità, della difficoltà che stanno vivendo nella striscia di Gaza. La forza e il potere di questi disegni sta nella loro sincerità. Le persone usciranno da questa mostra con una consapevolezza diversa perché sono dei disegni estremamente toccanti.
Al centro c’è sempre il tema della guerra e della violenza. Vescovo Manenti, cosa ci dicono questi disegni? I bambini di Gaza chiedeno a noi di stare di fronte ai fatti e non alle interpretazioni. Ci dicono che la violenza non risolve i problemi, anzi ne crea di altri, li amplifica, rende irrespirabile l’aria della comunità. Ormai quotidianamente i notiziari ci passano le notizie e il rischio è quello di abituarci alle morti, soprattutto quelle dei bambini. Mi auguri invece che si possa dare voce insieme ai bambini, perché qui c’è di mezzo la dignità e la qualità umana della vita.
Daniele Marzi, perché la Scuola di Pace sostiene questa mostra? In questo periodo c’è un rigurgito bellicista, sta cambiando la percezione e la mentalità proprio nell’opinione pubblica del fatto che la guerra possa essere nuovamente un’opzione, dopo che l’avevamo bandita, che l’avevamo ripudiata noi come nazione nella nostra Costituzione. Per quanto riguarda il conflitto proprio israelo-palestinese, qui c’è stata un’informazione riduttiva: è come se il conflitto fosse nato il 7 ottobre del 2023. In realtà sappiamo che non è così, che è un conflitto lunghissimo e noi come Scuola di Pace non ci schieriamo da nessuna parte, ma cerchiamo di stare sempre dalla parte delle vittime delle guerre e i bambini sono la più innocente, la prima vittima di tutti i conflitti e cerchiamo di dare voce, quindi, di far vedere anche con questa mostra cosa significa realmente la guerra. La guerra significa morte, distruzione, ingiustizia e questo invece nei media non passa e l’opinione pubblica quindi sta un po’ assuefacendosi alla mentalità che in fondo se io subisco un attacco come ha subito Israele, per esempio, gravissimo e terroristico, ho il diritto di reagire, tant’è che il governo parlava di diritto a difendere, ma in realtà qui si sta avvallando un diritto alla vendetta, perché non c’è una proporzione fra quello che è accaduto e quello che sta accadendo attualmente. C’è un’alternativa, è la non violenza, è discutere, è la diplomazia, è considerare tutti gli esseri umani degni di vivere e portatori di una parte di verità.
Cosa è accaduto in Siria negli ultimi anni e, che svolta è stata quella delle ultime settimane? Che portata hanno i recenti eventi con la caduta di Assad e l’insediamento al potere dei ribelli guidati da Al-Jolani? Lo abbiamo chiesto a chi in Siria ha vissuto, a chi è dovuto andarsene dal proprio paese per vivere in Italia e a chi spera in un futuro migliore: in poche parole abbiamo intervistato la scrittrice, poetessa e giornalista italo siriana Asmae Dachan. Ha rilasciato alla direttrice di Radio Duomo Senigallia, Laura Mandolini, una interessante testimonianza. In questo articolo troverete in formato testuale solo alcuni concetti chiave ma cliccando sul tasto “riproduci” del lettore multimediale potrete ascoltare l’audio integrale dell’intervista.
Fino a qualche giorno fa la Siria era sparita dai riflettori internazionali, dai medi internazionali. Nel frattempo cosa stava succedendo? Negli ultimi 14 anni la Siria ha conosciuto uno dei peggiori momenti della sua storia, una storia antichissima. Ricordiamolo, ci sono città come Aleppo, da cui provene la mia famiglia, che ha almeno 8 mila anni di storia. Non c’è mai stata una situazione tragica come quella degli ultimi 14 anni, dove purtroppo la guerra ha provocato almeno 500mila vittime, ma secondo alcune estime ce ne sono state in realtà un milione. Su 23 milioni di persone, 7,5 milioni sono diventate profughi fuori dalla Siria e altrettante sono rimaste sfollate internamente. L’attenzione della comunità internazionale e della stampa internazionale sulla Siria è stata sempre piuttosto bassa, ma negli ultimi anni in particolare la Siria è completamente sparita dallo scenario internazionale.
La Siria torna ad essere raccontata perché nel giro di qualche giorno il famigerato regime di Bashar al-Assad è crollato, si è sciolto come neve al sole, ma sappiamo che non è così, vero? Prima di sabato 7 dicembre la Siria de facto era divisa in tre zone almeno: Idlib e la sua provincia; il Kurdistan siriano; e poi la cosiddetta Siria utile, quella che va dal confine con l’Iraq fino allo sbocco sul Mediterraneo. Accade che con l’inizio della guerra a Gaza e poi in Libano e anche su alcune zone dell’Iran, l’Iran ritira parte delle sue milizie, gli hezbollah si ritirano gradualmente e tornano verso il Libano, e la Russia che da due anni combatte e invade l’Ucraina ha ridotto il suo contingente. L’esercito di Assad era già particolarmente debole. Lo scenario è stato favorevole in qualche modo all’avanzata di queste truppe ribelli sostenute dalla Turchia in particolare, ma lo scenario che si è creato diciamo che era evidentemente studiato in qualche modo tra queste grandi potenze. Per la prima volta dopo 54 anni, i siriani hanno potuto celebrare la fine di un regime, un regime che dall’epoca di Assad padre ha soffocato la Siria, ha negato i diritti ai cittadini e alle cittadine siriane, ha soffocato ogni iniziativa politica, ogni forma di pluralismo culturale e politico, ha arrestato e torturato, ucciso oppositori e ha costretto appunto all’esilio milioni di siriani. La caduta del regime di Assad per noi è stato un sogno quasi inaspettato perché dopo tanti anni di sofferenza nessuno di noi quasi ci sperava più.
Che significato ha l’8 dicembre per voi? E’ stato un giorno della liberazione, il 25 aprile siriano, poi chiaramente dobbiamo fare i conti con la realtà, quelli che hanno portato avanti l’offensiva militare sono comunque uomini armati che hanno avuto un passato di legami con Al Qaeda, quindi non sono sicuramente degli schinchi di Santi, hanno promesso in questi giorni, hanno dimostrato una grande consapevolezza politica oltre che militare. Nessuno di noi però si illude che questi militari lasciano la scena per favorire l’iniziativa della società civile dal basso, siamo tutti molto attenti, siamo chiaramente preoccupati, ma nessuno può negare alla popolazione siriana il diritto di dire finalmente un regime sanguinoso, sanguinario che denunciamo da 50 anni è stato sconfitto e smascherato.
I siriani denunciano questo regime da anni e purtroppo sono stati inascoltati. Oggi tutti si riempiono la bocca parlando di quanto era abominevole la situazione sotto il governo di Assad, ma tutti con Assad hanno fatto accordi, l’hanno riabilitato negli ultimi anni. L’Italia è stato l’unico paese della Nato a riaprire addirittura la sua ambasciata a Damasco come se nulla fosse, nonostante su Assad penda un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, per usare armi chimiche contro la popolazione. Oggi tutti ci chiedono analisi geopolitiche, analisi di scenari futuri. Credo che i siriani in questo momento abbiano il diritto di tirare un suspiro di sollievo. Uno dei mali della Siria è finito, quello della dittatura.
Non dimentichiamolo la terribile crisi umanitaria dopo oltre 14 anni di guerra… Secondo le stime dell’ONU ci sono almeno 17 milioni di siriani che dipendono quasi esclusivamente dagli aiuti umanitari. C’è un paese da ricostruire non solo come società civile, ma c’è proprio una serie di case da ricostruire, una serie di ospedali, di infrastrutture, di posti di lavoro perché i siriani possano rialzare la testa.
Quale chiave di lettura ci dai oltre la stretta attualità per capire il tuo paese, dalla società civile all’incrocio tra diverse fedi? Io amo porre l’attenzione sulla società civile, perché in questi anni le siriane, i siriani non hanno avuto il minimo spazio, non ho mai visto sulle tv italiane un intellettuale siriano parlare, una scrittrice, uno scrittore, un musicista, eppure molti sono venuti in diaspora, molti hanno raccontato, hanno denunciato. Non ho sentito oggi discorsi di vendetta se non in ambito militare, i civili siriani non stanno parlando di vendetta, i civili stanno parlando di ricordare come era la Siria prima della dinastia degli Assad e prima della guerra, quindi una Siria dignitosa, una Siria dove lo slogan principale era Wahed, Wahed, Wahed, ovvero uno, uno, uno, il popolo siriano è uno, che significa che non c’è differenza tra arabo e kurdo, tra arabo e armeno, tra cristiano e musulmano, il collante di tutto era proprio l’identità siriana fatta di una musica, di una letteratura, di un’arte, di un’architettura meravigliosa. Io penso proprio che appunto i siriani riconoscano, guardandosi negli occhi, le ferite l’uno dell’altra, è una ferita comune, è un lutto comune quello che ci ha colpito e che abbiano tanta voglia di unità in questo momento e voglia di pace. Ricostruiamo il nostro paese e cerchiamo appunto proprio in nome della nostra identità millenaria, in nome dell’amore tra cristiani e musulmani di usare una parola che in questi anni ci è stata tolta, la speranza.
Nell’ultima intervista del programma “Venti minuti da Leone” è di scena la storia locale. L’ospite è Maria Laura Lucchetti che ha recentemente pubblicato un libro, “Il passaggio del fronte nel paese di Roncitelli”, in cui ha dato nuova luce ai manoscritti del padre, Renato Lucchetti, testimone dell’arrivo delle truppe polacche alleate e della “liberazione” dai tedeschi che erano già in ritirata. “Liberazione” tra virgolette perché…. lo saprete leggendo l’intervista in questo articolo, un estratto, mentre l’audio integrale è disponibile grazie al lettore multimediale qui presente. Ma l’intervista è in onda su Radio Duomo Senigallia-InBlu (95.2 FM) venerdì 23 agosto e sabato 24 alle ore 13:10 e alle ore 20, mentre domenica 25 ci sarà un’ulteriore replica a partire dalle ore 16:50 (la terza di tre interviste che vi raccomandiamo).
Partiamo dalle basi: chi era Renato Lucchetti? Era un giovane nato a Roncitelli, un senigalliese doc, ha studiato qui e svolto anche alcuni anni di insegnamento al liceo classico di Senigallia negli anni ‘50. Era anche vicepresidente provinciale delle Acli e ha fondato le Acli a Roncitelli. Poi ha avuto una vita da viaggiatore, si è trasferito prima in Svizzera, poi negli Stati Uniti, una vita molto interessante di cui parlerò nel prossimo libro a cui sto lavorando tratto dai diari che mio padre ci ha lasciato.
Come nasce questo libro e perché è importante? E’ un manoscritto redatto subito dopo il passaggio del fronte, avvenuto nell’agosto del 1944, quando le truppe polacche arrivarono a liberare Senigallia dai tedeschi che si stavano ritirando nelle colline tra Roncitelli e Scapezzano. Proprio il 9 agosto a Roncitelli vi fu una battaglia, con oltre 80 morti tra gli alleati e 200 tra i tedeschi. Quindi ha un’importanza storica rilevante perché fa luce su una battaglia messa sempre un po’ in ombra ma anche per chi vuole sapere come si sono svolti veramente i fatti in questa zona.
Come mai questo manoscritto è stato pubblicato 80 anni dopo la sua stesura? Sapevo della sua esistenza perché era già stato citato in passato da alcuni storici, ma anche La Voce Misena lo pubblicò in dieci puntate tra il 1992 e il 1995. Ho saputo persino che una copia era appesa anche nella bottega dello storico calzolaio di Roncitelli, un riferimento per tutti i paesani. Dopo la morte di mio padre, abbiamo trovato il manoscritto e una serie di diari che ci hanno fatto conoscere un pezzo di vita di mio padre di cui non sapevamo nulla o quasi. Durante le chiusure legate alla pandemia, ho trovato il momento che cercavo per leggere questi materiali. Poi la pubblicazione è arrivata un po’ casualmente al 2024 e soprattutto al 9 agosto.
Renato Lucchetti
Cosa c’è scritto di così significativo? Racconta i fatti visti con gli occhi di un ragazzo che qui era tornato da Roma e che qui aveva trovato tanti sfollati. Vengono descritti i giorni del passaggio del fronte nell’agosto ‘44 ma i fatti vengono narrati con uno stile che ti sembra di essere proprio lì di vedere avanzare le truppe alleate, di entrare nelle case e di partecipare al dolore delle persone. E’ un libro decisamente contro la guerra perché ti fa capire l’inutilità e la sofferenza legate alla guerra.
Perché i liberatori sono scritti con le virgolette “”? Dal punto di vista dei roncitellesi, fino a che non sono arrivati gli alleati, nel paese non s’è sparato un colpo, quindi l’arrivo delle truppe polacche ha portato bombardamenti e combattimenti. Può sembrare strano ma la morte è arrivata durante il ritiro delle truppe tedesche: mio padre scrive proprio che “l’entusiasmo iniziale ha lasciato posto alla paura”.
Che effetto fa trovare documenti del proprio padre su aspetti della sua vita sconosciuti alla famiglia? Mio padre era molto riservato ma scriveva tanto. Non ho problemi a dire che ho pianto leggendo quei documenti: di tante cose mi sarebbe piaciuto parlarne con lui. Però si può avere un chiarimento sul suo carattere, sulla sua flemma che non si scrollava di dosso nemmeno sotto i bombardamenti in Libia o durante il terremoto. Leggendo l’ho conosciuto sempre di più.
Continuano le interviste nel programma radiofonico di Radio Duomo Senigallia/In Blu dal titolo “Venti minuti da Leone”. In questo spazio per le riflessioni sulle problematiche e sulle opportunità del territorio che va da Arcevia a Senigallia e da Chiaravalle a Mondolfo, abbiamo avuto tra gli ospiti Egidio Muscellini (in FOTO), presidente del comitato territoriale di Senigallia della Confartigianato che comprende il mandamento delle valli Misa e Nevola e quindi tutti i comuni da Arcevia a Senigallia.
In quest’area, insistono migliaia di imprese artigianali e commerciali: il saldo però continua a essere negativo, perché pesano diversi fattori a livello globale. Dopo la crisi della pandemia, è subentrato il conflitto tra Russia e Ucraina che ha portato a conseguenze impattanti per famiglie e imprese, tra cui aumenti generalizzati dei prezzi di ogni prodotto. E altrettanta apprensione si origina a ogni notizia di guerre o tensioni che si riaccendono, come adesso in Medio Oriente.
«Sicuramente il contesto nazionale e internazionale crea problemi vari – spiega Muscellini – tra cui aumenti di carburanti e materie prime che creano problemi alle nostre aziende, chi in maniera più marcata e chi meno, ma tutte ne risentono». Poi ovviamente dipende dal tipo di attività: un’attività con forni elettrici ha risentito maggiormente dell’aumento delle bollette energetiche rispetto a un negozio di abbigliamento.
Il contesto ha anche portato alla chiusura soprattutto di piccole attività che non hanno saputo far fronte all’aumento generalizzato dei costi, su tutti appunto energia e materie prime. «Tra i problemi c’è anche lo spopolamento dei centri storici che portano poi alla chiusura dei piccoli negozi, per cui si rende necessario un rilancio della qualità dell’abitare nei centri e nei borghi delle vallate». Anche in questo caso il fenomeno è più accentuato nei paesi dell’entroterra che potrebbero rinascere con il turismo, «una risorsa da sfruttare sicuramente».
Da Senigallia a Roma. Si sposta e acquisisce nuova centralità e rilevanza il presidio per la pace che quasi ogni fine settimana viene organizzato a Senigallia, nelle centralissime piazze Saffi e Roma. Questa volta però c’è l’adesione alla manifestazione nazionale per la pace che si terrà nella capitale il 9 marzo prossimo, con partenza da piazza della Repubblica e arrivo ai fori imperiali. Lungo questo percorso cammineranno anche molti dei partecipanti ai presìdi senigalliesi.
Questa infatti la decisione della “Rete per la pace subito – Senigallia” che ha quindi “spostato” il 66° presidio che si sarebbe dovuto tenere in piazza Saffi a Senigallia. Sarà l’occasione per unire la propria voce a quella di altre realtà associative nazionali nella protesta contro l’invio di armi nei paesi in guerra e per un cessate il fuoco immediato sia in Ucraina che in Palestina, così come negli altri luoghi della terra dove si assiste a conflitti armati.
«Perché questa è l’unica possibilità per salvare dalla morte e da immani sofferenze la popolazione civile e i giovani arruolati a forza, scongiurando l’escalation in corso verso la guerra mondiale» sostengono dalla Rete per la pace – Senigallia. «Per poi sottolineare che le spese militari hanno raggiunto la cifra massima della storia con i 2.240 miliardi di dollari nel 2022 (ultimo anno con rilevazioni ufficiali), senza dimenticare, tanto per fare un paio di esempi, che un F35 costa come 3.244 letti in terapia intensiva, un sottomarino come 9.180 ambulanze (e sono in alternativa)».
L’appello è ancora una volta rivolto ai governi, in primis quello italiano ovviamente, perché promuova concretamente e non solo a parole trattative e negoziati di pace rinnovando di fatto « quello spirito di coesistenza che nel secondo dopoguerra animò la stesura delle costituzioni democratiche, la nascita delle rinnovate Nazioni Unite e della Comunità Europea, spirito allora affermato proprio per scongiurare eventuali future spirali di guerra, quelle che ora si manifestano così minacciose».
All’appello che deve avere come obiettivo anche l’accoglienza e l’assistenza a tutti i profughi di guerra e la tutela di migranti, si uniscono dunque gli attivisti senigalliesi che invitano a un’ampia partecipazione.
Da Senigallia sono stati devoluti dei soldi per sostenere la popolazione palestinese a Gaza. E’ il nuovo aiuto, concreto, messo in campo da Spazio Comune Autogestito Arvultùra, da Factory Zero Zero e da Casa della Grancetta: le tre realtà hanno promosso un’iniziativa culturale e musicale con lo scopo di raccogliere fondi da devolvere a favore di chi da mesi vive sotto assedio, come “risposta” ai fatti del 7 ottobre scorso.
L’evento, prima un dialogo con testimonianze poi un momento musicale e artistico accompagnato da prodotti locali, si è svolto lo scorso 26 febbraio e ha avuto un ottimo riscontro: il centro sociale di via Abbagnano non è riuscito a contenere tutte le persone che hanno partecipato alla serata.
Durante l’iniziativa c’è stato il collegamento con un palestinese Said che è riuscito a mettere in salvo se stesso e la sua famiglia rifugiandosi in Italia: è stato lui a dare molte informazioni su quella che è la reale situazione della popolazione palestinese sotto attacco da parte delle forze israeliane. «Ci ha raccontato dei continui bombardamenti – ha spiegato Simona Buffelli, una delle organizzatrici – ma anche della difficoltà a reperire cibo e acqua, quest’ultima ormai introvabile perché gli aiuti arrivano a singhiozzo. Mancano anche le medicine, gli ospedali non riescono a fornire le cure: è una situazione drammatica». Tra le testimonianze ci sarebbe dovuto essere anche il racconto di un altro palestinese Mohammed ma il collegamento è saltato proprio perché era stato annunciato un imminente attacco su Rafah.
Alcune esibizioni da parte di artisti e musicisti hanno accompagnato poi la serata, da cui è stato possibile raccogliere oltre 1400 euro per aiutare la popolazione palestinese tramite la piattaforma on line di raccolta fondi Gofundme.com dove è attivata la campagna “Sos Gaza”.
«Sappiamo bene che il nostro intervento non è che una goccia nel mare – fanno sapere dallo spazio Arvultùra di Senigallia – ma siamo anche consapevoli che il mare è una moltitudine di gocce».
“Come risolvere conflitti senza armi”, il tema trattato da Angela Dogliotti del Centro studi Sereno Regis di Torino, ospite della Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti”, venerdì 1 marzo a San Rocco. La conversazione ha ruotato intorno alla ricerca sulla resistenza non violenta nella Storia, realizzata dalla politologa statunitense Erica Chenoweth. Recita il testo: “La resistenza civile è un metodo di azione diretta in cui persone disarmate utilizzano diversi metodi coordinati, non istituzionali per promuovere il cambiamento senza fare fisicamente del male all’avversario… Attraverso la resistenza civile persone di ogni estrazione sociale si uniscono per prendere posizione con grande forza e passione, esigere giustizia e richiamare altri alle loro responsabilità.”
Obiettivo della preziosa ricerca è offrire una valida alternativa allo scontro armato dimostrando, con dati alla mano, come la resistenza non violenta ha avuto una efficacia molto più elevata rispetto alla lotta violenta, sia nell’immediato che nel lungo periodo. Il testo, ricco di grafici e di statistiche, di recente pubblicato in Italia dalla casa editrice Sonda, offre anche una dettagliata presentazione del metodo del teorico statunitense Gene Sharp, che definisce le condizioni indispensabili per rendere efficace l’azione non violenta; quattro i punti fondamentali. Innanzi tutto una partecipazione di massa ampia e diversificata; in secondo luogo tentare di convincere la realtà avversaria a passare dalla parte opposta per il proprio interesse; il terzo passaggio è l’azione del boicottaggio e disobbedienza civile, infine una rigida disciplina nell’organizzare e coordinare ogni azione di resistenza. E’ scientificamente dimostrato che quando la resistenza civile riesce a mobilitare il 3,5% della popolazione, adeguatamente educata e coordinata, l’azione non violenta funziona e raggiunge validi risultati. Numerosi esempi nella Storia lo dimostrano a partire dai più noti, come le azioni gandhiane in India. E’ fondamentale recuperare dal passato le tracce di un’altra storia, di un’altra difesa, di una resistenza non militare, per promuovere una radicale trasformazione del pensiero e andare verso una alternativa risoluzione dello scontro armato.
In Terra Santa, nel difficile momento che stiamo vivendo, come Capi delle Chiese abbiamo pensato, per quest’anno, di ridurre al minimo le manifestazioni esteriori legate al Natale (luci, addobbi, parate e fanfare) e di proporre un Natale all’insegna della sobrietà e della solidarietà. Questo per rispetto nei confronti di chi – da una parte e dall’altra dei vari muri e reticolati che qui disegnano confini personalizzati – sta in questo momento soffrendo per il rapimento o la perdita dei propri cari o peggio ancora per l’incertezza di non sapere nemmeno se siano vivi o morti e dove siano.
È molto facile ridurre il dramma del Natale a una finzione. Lo sottolineava Salvatore Quasimodo in una poesia composta nel 1953 per il proprio figlio Alessandro: “Natale. Guardo il presepe scolpito, / dove sono i pastori appena giunti / alla povera stalla di Betlemme. / Anche i Re Magi nelle lunghe vesti / salutano il potente Re del mondo. / Pace nella finzione e nel silenzio / delle figure di legno: ecco i vecchi / del villaggio e la stella che risplende, / e l’asinello di colore azzurro. / Pace nel cuore di Cristo in eterno; / ma non v’è pace nel cuore dell’uomo. / Anche con Cristo e sono venti secoli / il fratello si scaglia sul fratello. / Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino / che morirà poi in croce fra due ladri?”.
Chi ascolta oggi il pianto del Bambino? Nel Vangelo Gesù stabilisce una identificazione piena, reale e oserei dire quasi sacramentale tra la propria persona e la persona dei “piccoli”: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me” (Mc 9,37) e “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Se celebrare il Natale vuol dire anzitutto accogliere il Figlio di Dio che si fa bambino e se questo bambino si presenta ancora a noi, oggi, in ogni “piccolo”, quale sarà il modo più evangelico, reale e concreto, di accogliere il bambino di Betlemme? Pur celebrando quest’anno l’ottavo centenario del “Natale di Greccio”, che è diventato in qualche modo il simbolo del presepe e della sua diffusione, noi ci rendiamo conto che quella raffigurazione è e rimarrà una “finzione” se si ridurrà alle “figure di legno” e alle emozioni – pur belle ma effimere e lontane dalla realtà concreta – che le figure di legno e perfino i “presepi viventi” possono suscitare.
Ascoltare il pianto del bambino, di ogni concreto e singolo bambino, è la via necessaria per riuscire ad ascoltare il pianto del Bambino di Betlemme la cui nascita celebriamo a Natale.
Ascoltare il pianto del bambino, di ogni concreto e singolo bambino e di ogni “piccolo” è ciò che ci porta a percepire la sofferenza dell’altro, la sofferenza innocente, che apre il nostro cuore alla compassione e per questo anche alla riconciliazione e alla pace. Ascoltare il pianto degli uni e degli altri, di Israele e Palestina e di tutte le vittime di tutti i tanti, troppi, conflitti bipolari che insanguinano oggi, ignorati, il nostro mondo, non da una asettica equidistanza, ma con una tale vicinanza ed empatia da sentire nostro il pianto dell’uno e dell’altro, così da poter nella nostra persona riavvicinare l’uno all’altro.
È necessario imparare ad ascoltare il pianto dei bambini strappati dalle mani dei genitori nel kibbutz Kfar Aza a pochi chilometri dalla Striscia di Gaza e ascoltare il pianto dei bambini travolti da una pioggia di bombe a Gaza, a Jabalia, a Khan Yunis. Ascoltare il pianto dei bambini spaventati dalle sirene ad Ashkelon, a Shderot e a Tel Aviv e ascoltare il pianto dei bambini spaventati dallo sferragliare e dai lampi di fuoco dei carri armati a Jenin, a Nablus, a Huwara. Ascoltare il pianto dei bambini israeliani che non sanno perché non tornano a cena la mamma o il papà richiamati a combattere e ascoltare il pianto dei bambini di Betlemme che vedono la mamma e il papà tristi perché, nuovamente senza lavoro, non sanno cosa mettere in tavola a cena. Ma anche ascoltare il pianto dei bambini lasciati soli ad attraversare il “mare nostrum” in cerca di un futuro negato o abbandonati nel deserto di umanità delle città opulente e delle periferie dell’Occidente.
Se vogliamo pace non “nella finzione e nel silenzio delle figure di legno” ma “nel cuore dell’uomo”, occorre che impariamo ad accogliere il Dio infinitamente distante da noi che nel Bambino di Betlemme si fa vicino a noi, ci manifesta il suo amore e la volontà di salvarci, accogliendo anche noi come figli in quel figlio “che morirà poi in croce fra due ladri”, per rivelarci che nessuno merita la morte, nessun dolore può essere semplicemente ignorato e che la pace sarà possibile non se accolgo unicamente “il buono” ma “il malfattore”. È davanti all’umanità intera, lacerata oggi da guerre e conflitti che sono frutto di odio, di egoismo, di interessi economici e di potere, di strumentalizzazione dello stesso santo nome di Dio che il bambino di Betlemme piange e chiede a ognuno di noi di ascoltare il suo pianto per poterci davvero guidare alla pace, per poterci davvero donare la pace donandoci se stesso. Ma, mentre “il fratello si scaglia sul fratello c’è chi ascolta il pianto del bambino?”.
Vorrei concludere cedendo la parola a san Francesco che da otto secoli rivolge a noi un invito appassionato ad accogliere il Signore Gesù: “Guardate, fratelli, l’umiltà di Dio, ed aprite davanti a lui i vostri cuori; umiliatevi anche voi, perché siate da lui esaltati. Nulla, dunque, di voi trattenete per voi, affinché tutti e per intero vi accolga colui che tutto a voi si offre” (LOrd 28-29: FF 221). Nell’Eucaristia, nel povero e nel bisognoso, nel bambino che piange inascoltato accogliamo il Figlio di Dio, che incarnandosi e donandosi a noi, in realtà accoglie ciascuno di noi e mette pace anche nel nostro cuore, in eterno.
“Siamo in una emergenza molto grave e temo che si arriverà alla guerra”: così il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, commenta l’attacco sferrato all’alba di sabato scorso da Hamas, con migliaia di razzi lanciati, dalla Striscia di Gaza verso il sud e il centro di Israele (Tel Aviv e Gerusalemme comprese). miliziani palestinesi, penetrati in vari modi in territorio israeliano, avrebbero anche fatto ostaggi tra i civili e i militari israeliani.
“Siamo davanti ad una situazione molto grave scoppiata improvvisamente, senza troppi preavvisi. È una campagna militare da ambo i lati, molto preoccupante per le forme, per le dinamiche e per l’ampiezza. Si tratta di novità molto tristi”. “La presa di ostaggi israeliani, fenomeno in nessun modo giustificabile – sottolinea il porporato – non farà altro che favorire una maggiore aggressività da ambo i lati, soprattutto da parte israeliana”. Il patriarca rivolge poi lo sguardo alla piccola comunità cristiana gazawa, poco più di 1000 fedeli dei quali solo un centinaio cattolici, appartenenti all’unica parrocchia latina della Striscia, dedicata alla Sacra Famiglia, incoraggiando “i cristiani della Striscia, impauriti”: “Sappiano che, come sempre, non saranno lasciati soli e che questo è un momento in cui dobbiamo essere uniti più mai”. Un ultimo appello lo rivolge alla comunità internazionale: “La comunità internazionale deve ritornare a prestare attenzione a quanto accade in Medio Oriente. Gli accordi diplomatici, quelli economici – conclude Pizzaballa – non cancellano un dato di fatto: esiste una questione israelo-palestinese che ha bisogno di essere risolta e che attende una soluzione”.
Il consiglio comunale di Corinaldo, 28 febbraio 2023
Unanime il “no” alla guerra che il consiglio comunale di Corinaldo ha voluto esternare con un apposito ordine del giorno. La votazione, nella seduta del 28 febbraio, ha visto l’assise corinaldese unirsi all’appello del Coordinamento Nazionale Enti Locali Per la Pace e i Diritti Umani per chiedere il cessate il fuoco in Ucraina.
Rispetto del valore della vita umana, della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni paese come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni. Sono i punti cardine di esternazioni di papa Francesco nel chiedere il cessate il fuoco nel conflitto che vede contrapposti Ucraina e Federazione Russa.
«È stato bello ed emozionante – afferma il sindaco Aloisi – confrontarsi in consiglio comunale su temi così alti ma di certo non distanti. Argomenti trasversali che hanno dimostrato che il consesso civico di un piccolo comune come il nostro può e deve manifestare unanimemente il proprio no alla guerra».
L’ordine del giorno approvato dal consiglio comunale punta l’accento sulla richiesta al presidente della Federazione Russa di «fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte» e, di contro, al presidente dell’Ucraina di «essere aperto a serie proposte di pace».
Parole che verranno ribadite nuovamente dal primo cittadino di Corinaldo assieme ai colleghi marchigiani sabato 4 marzo a Loreto alla manifestazione voluta dal presidente del consiglio regionale Dino Latini.
Il tema della guerra in Ucraina mantiene ancora la sua drammaticità e non possiamo spegnere i riflettori su ciò che sta accadendo a pochi passi da noi. Per questo Avsi, che opera in numerosi progetti di cooperazione allo sviluppo, propone all’interno della campagna Tende, un pomeriggio molto interessante dal titolo “In Ucraina. La pace si può” insieme a Rosalba Armando. Sabato 18 febbraio 2023, alle ore 17.30, all’auditorium San Rocco di Senigallia, Rosalba racconterà il suo punto di vista di donna che ha vissuto in Russia e in Ucraina.
Originaria di Cuneo, Rosalba Armando è stata per più di 20 anni a Novosibirsk, capitale della Siberia, occupandosi di progetti sociali per l’integrazione delle ragazze madri e dei ragazzi vulnerabili, attraverso l’organizzazione di una Ong locale. Rientrata in Italia è qui rimasta per ostacoli legati alla pandemia; oggi vive e lavora a Milano, implementando progetti AVSI contro la povertà educativa e occupandosi dell’accoglienza dei profughi ucraini a livello nazionale.
Il pomeriggio del 18 febbraio vede la collaborazione di AVSI con la Scuola di Pace “Vincenzo Buccelletti” e con Caritas Senigallia, che per il Comune gestisce il progetto SAI (Sistema Accoglienza Integrazione), grazie al quale sono attualmente accolti nel territorio alcuni nuclei familiari di profughi ucraini.
Cara amica e caro amico, sono contento che ti metti in marcia per la pace. Qualunque sia la tua età e condizione, permettimi di darti del “tu”. Le guerre iniziano sempre perché non si riesce più a parlarsi in modo amichevole tra le persone, come accadde ai fratelli di Giuseppe che provavano invidia verso uno di loro, Giuseppe, invece di gustare la gioia di averlo come fratello. Così Caino vide nel fratello Abele solo un nemico.
Ti do del “tu” perché da fratelli siamo spaventati da un mondo sempre più violento e guerriero. Per questo non possiamo rimanere fermi. Alcuni diranno che manifestare è inutile, che ci sono problemi più grandi e spiegheranno che c’è sempre qualcosa di più decisivo da fare. Desidero dirti, chiunque tu sia – perché la pace è di tutti e ha bisogno di tutti – che invece è importante che tutti vedano quanto è grande la nostra voglia di pace. Poi ognuno farà i conti con se stesso. Noi non vogliamo la violenza e la guerra. E ricorda che manifesti anche per i tanti che non possono farlo. Pensa: ancora nel mondo ci sono posti in cui parlare di pace è reato e se si manifesta si viene arrestati! Grida la pace anche per loro!
Quanti muoiono drammaticamente a causa della guerra. I morti non sono statistiche, ma persone. Non vogliamo abituarci alla guerra e a vedere immagini strazianti. E poi quanta violenza resta invisibile nelle tante guerre davvero dimenticate. Ecco, per questo chiediamo con tutta la forza di cui siamo capaci: “Aiuto! Stanno male! Stanno morendo! Facciamo qualcosa! Non c’è tempo da perdere perché il tempo significa altre morti!” Il dolore diventa un grido di pace.
La pace mette in movimento. È un cammino. « E, per giunta, cammino in salita», sottolineava don Tonino Bello, che aggiungeva: «Occorre una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un dato, ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno.
Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo». Le strade della pace esistono davvero, perché il mondo non può vivere senza pace. Adesso sono nascoste, ma ci sono. Non aspettiamo una tragedia peggiore. Cerchiamo di percorrerle noi per primi, perché altri abbiamo il coraggio di farlo. Facciamo capire da che parte vogliamo stare e dove bisogna andare. E questo è importante perché nessuno dica che lo sapevamo, ma non abbiamo detto o fatto niente.
Non sei un ingenuo. Non è realista chi scrolla le spalle e dice che tanto è tutto inutile. Noi vogliamo dire che la pace è possibile, indispensabile, perché è come l’aria per respirare. E in questi mesi ne manca tanta. È proprio vero che uccidere un uomo significa uccidere un mondo intero. E allora quanti mondi dobbiamo vedere uccisi per fermarci?
«Quante volte devono volare le palle di cannone prima che siano bandite per sempre? ». «Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere?». «Quante morti ci vorranno finché non lo saprà che troppe persone sono morte? ». «Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare? ». Io, te e tanti non vogliamo lutti peggiori, forse definitivi per il mondo, prima di fermare queste guerre, quella dell’Ucraina e tutti gli altri pezzi dell’unica guerra mondiale. Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio? Chi lotta per la pace è realista, anzi è il vero realista perché sa che non c’è futuro se non insieme.
È la lezione che abbiamo imparato dalla pandemia. Non vogliamo dimenticarla. L’unica strada è quella di riscoprirci “Fratelli tutti”. Fai bene a non portare nessuna bandiera, solo te stesso: la pace raccoglie e accende tutti i colori. Chiedere pace non significa dimenticare che c’è un aggressore e un aggredito e quindi riconoscere una responsabilità precisa. Papa Francesco con tanta insistenza ha chiesto di fermare la guerra.
Poco tempo fa ha detto: «Chiediamo al Presidente della Federazione Russa, di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte e chiediamo al Presidente dell’Ucraina perché sia aperto a serie proposte di pace ». Chiedi quindi la pace e con essa la giustizia. L’umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra. Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti che combattano le povertà.
E chiediamo all’Italia di ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari non solo per impedire la logica del riarmo, ma perché siamo consapevoli che l’umanità può essere distrutta. Dio, il cui nome è sempre quello della pace, liberi i cuori dall’odio e ispiri scelte di pace, soprattutto in chi ha la responsabilità di quanto sta accadendo. Nulla è perduto con la pace. L’uomo di pace è sempre benedetto e diventa una benedizione per gli altri. Ti abbraccio fraternamente.
Matteo Zuppi Cardinale arcivescovo di Bologna e presidente della Cei
Uniti nel nome della pace, della diplomazia e della vicinanza ai profughi di guerra: domenica 23 ottobre la Scuola di pace Vincenzo Buccelletti, insieme alla cittadinanza e alla Rete per la pace subito, ideatori del settimanale presidio, ha organizzato un’importante manifestazione per esprimere la propria contrarietà alla follia della guerra.
L’appuntamento di domenica a Senigallia sarà alle ore 17.30 in piazza Saffi, per un corteo che si sposterà nell’ordine in piazza del Duca, al Foro annonario e si chiuderà in piazza Roma. Ospite della manifestazione Luciano Benini, direttore della Scuola di pace di Fano. I temi principali saranno quelli già indicati per la manifestazione nazionale, organizzata da Europa for Peace per il 5 novembre a Roma, a cui aderiscono varie associazioni della società civile: la richiesta, fatta all’Italia, all’Unione Europea e alle Nazioni Unite e a tutti gli Stati membri, è quella di assumersi la responsabilità di un negoziato per fermare l’escalation della guerra in corso e raggiungere il traguardo di un immediato cessate il fuoco in Ucraina.
Qualche tempo fa circolava sul web un filmato in cui un cagnolino da cortile affrontava un grosso orso nero che avrebbe voluto entrare nel recinto per fare merenda. Abbaiando sempre più forte e salendo su un mucchietto di terra per sembrare più grande, aveva convinto l’orso ad andarsene. Il canto nella metropolitana di Kiev sotto il bombardamento mi ha ricordato lo stesso coraggio resiliente e resistente.
Perché l’orso russo, Putin lo ha dichiarato e scritto nei libri della sua ideologia, vuol prendersi un boccone per volta tutti paesi dell’Est Europa e mettere sotto controllo anche l’Ovest, per un impero del terrore dal Mar del Giappone fino all’Atlantico. Crudele e pericoloso, non invincibile
di Giancarlo Giuliani
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