Passa al contenuto principale

Tag: interviste

La scienza come scudo contro le fake news: perché il metodo conta più dell’informazione

Comprendere cosa significhino davvero il riscaldamento globale o la transizione energetica, oppure come funzioni l’economia circolare o persino l’intelligenza artificiale non è solo una questione di informazione, ma soprattutto di metodo. È questo il messaggio emerso durante il ciclo di incontri organizzato dal Centro Studi Sistemi Complessi di Senigallia, in collaborazione con l’associazione di imprenditori Gio Marche, l’associazione Bellanca e il circolo La Fenice. Ospite d’eccezione il professor Giorgio Turchetti, fisico, matematico e già docente all’Università di Bologna. Intervistato da Laura Mandolini, il professore ha analizzato il rapporto critico tra cittadini e scienza, sottolineando come una preparazione scientifica di base sia lo scudo principale contro la disinformazione. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi, è ora disponibile insieme a questo testo grazie al lettore multimediale.

Lo scudo contro le fake news

Avere una preparazione scientifica di base per affrontare e capire determinate sfide è importante, ha spiegato Turchetti. «Temi come il riciclo dei rifiuti o l’economia circolare possono essere affrontati in maniera consapevole se si ha una preparazione minima che consente di selezionare le informazioni corrette disponibili sulla rete dalle fake news».

Secondo il docente, l’Italia sconta un ritardo storico: «Le radici di questo deficit risalgono alla riforma Croce-Gentile, che diede alla scienza un ruolo ancillare rispetto alla cultura umanistica. Questo squilibrio è visibile e importante; la cultura scientifica va promossa e qualsiasi strumento per compensare questo deficit va perseguito».

Pandemia, nucleare e disinformazione

L’analisi del professore si è spostata su casi concreti, dove il confine tra scienza e politica si è fatto labile, come durante il Covid-19. «Nella vita non esiste nessuna azione che abbia rischio zero. Il problema è avere un bilancio chiaro di costi e benefici. Per i vaccini, se si tiene conto del numero di persone che hanno avuto salva la vita, il bilancio è nettamente positivo: l’interesse collettivo prevale sul rischio individuale».

Il professor Giorgio Turchetti
Giorgio Turchetti

Turchetti ha poi citato il caso del nucleare come «esempio da manuale» di disinformazione e di come la politica a volte condizioni l’approccio a una determinata materia. «I due referendum sono stati condotti con campagne pilotate. Un’analisi accurata mostra che i morti causati da incidenti nel nucleare sono confrontabili con quelli dovuti a impianti fotovoltaici, per non parlare del carbone che ha avuto un numero di morti elevatissimo. Spesso si sceglie una posizione semplicemente per guadagnare consenso, portando argomenti senza fondamento scientifico».

Il futuro a scuola e tra le imprese

Per invertire la rotta, la sfida parte dai giovani. «Bisogna cominciare dalle scuole», ha auspicato il fisico. «Spesso la matematica viene proposta come uno strumento meccanico e noioso, tralasciando l’intuizione che spesso è l’elemento più innovativo, alla base di ogni conquista scientifica. Si tratta di proporre la scienza in modo accattivante, mostrando il piacere della scoperta e modificando il metodo didattico».

L’appello del professor Turchetti è indirizzato al territorio per abbattere il muro tra ricerca accademica e mondo del lavoro: «Non è facile stabilire canali di comunicazione efficaci tra università e settore produttivo. Bisognerebbe favorire percorsi bilanciati in cui un giovane, mentre fa una tesi o un dottorato, possa fare esperienza in azienda. Questo travaso di sapere scientifico nel mondo produttivo va assolutamente favorito».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Le vasche di espansione a Bettolelle di Senigallia: a sinistra lo sfioratore, a destra la strozzatura artificiale, sullo sfondo la provinciale

Senigallia: ecco come funzionano le vasche di espansione

Nei giorni scorsi si è tenuta la conferenza stampa ufficiale per la consegna alla Regione Marche delle vasche di espansione sul fiume Misa, realizzate tra Brugnetto e Bettolelle. Un momento storico per Senigallia e vallata, ancora segnate dal ricordo dell’alluvione del 15 settembre 2022 e delle sue vittime. Ma come funziona concretamente questa opera idraulica? Lo abbiamo chiesto a dirigenti e tecnici che si sono occupati di questa “partita”, sottolineando che la sicurezza è la prima voce da considerare – diciamo una banalità ma è bene evidenziarlo – non solo per tutto il territorio, ma anche per chi vi ha operato. Il servizio audio, andato in onda nei giorni scorsi, è disponibile grazie al lettore multimediale.

Il principio alla base è semplice quanto efficace. Sul fiume è stato realizzato un restringimento artificiale dell’alveo, una “strozzatura”, che provoca un innalzamento del livello dell’acqua a monte. Quando la piena supera una determinata soglia, l’acqua tracima lateralmente attraverso uno sfioratore che in questo caso è posto sulla sponda sinistra e inizia a riempire le vasche. L’ingresso avviene tramite un canale di fondo che convoglia l’acqua nella parte più bassa dell’area, la quale si riempie progressivamente dal basso verso l’alto, senza scorrimento superficiale: in questo modo si evitano erosioni sui terreni agricoli interessati.

Lo svuotamento avviene anch’esso in automatico, attraverso uno scarico sempre aperto sul fondo che smaltisce lentamente l’acqua accumulata. A fine evento, una volta tornate le condizioni di sicurezza, gli operatori – autorizzati e formati per questo tipo di attività – possono aprire manualmente una saracinesca supplementare per accelerare lo svuotamento in circa sei ore, invece di attendere qualche giorno.

L’opera è in realtà composta da due vasche distinte, e non più una come previsto inizialmente. La principale, più grande e adiacente al Misa, e una seconda più piccola, realizzata a nord verso la provinciale corinaldese. La suddivisione si è resa necessaria per rendere il fosso Vallato indipendente dal funzionamento del sistema: due sifoni sotterranei permettono all’acqua di transitare da monte a valle senza interferire con il fosso stesso. Questa soluzione ha consentito di eliminare quasi tutte le saracinesche originariamente previste nel progetto, semplificando drasticamente la gestione e azzerando la necessità di interventi manuali durante gli eventi di piena — quando mandare operatori sul campo sarebbe pericoloso.

La capacità attuale delle vasche supera il milione di metri cubi. L’obiettivo, come ha spiegato il dirigente regionale Stefano Stefoni, è trattenere tutto il volume d’acqua eccedente rispetto alla portata massima che il tratto cittadino del Misa è in grado di smaltire senza esondare. “Tutto quello che non riesce a passare nel centro abitato va trattenuto a monte”, ha sintetizzato Stefoni, precisando però che questa vasca, pur essendo la più grande, dovrà essere affiancata da altre opere analoghe – in particolare si stanno progettando quelle a Pancaldo di Ostra Vetere (per proteggere Pianello di Ostra) e a Ponte Lucerta tra Corinaldo e Trecastelli (a difesa di Passo Ripe di Trecastelli) – per garantire una protezione estesa alla vallata. Un’opera attesa da decenni, la cui genesi risale addirittura agli anni Ottanta, e che oggi rappresenta il primo concreto baluardo contro il rischio idrogeologico per Senigallia e la valle del Misa.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Luciana Sbarbati a Radio Duomo Senigallia

Politica, Luciana Sbarbati: «Meloni promossa solo sugli esteri». Il campo largo a sinistra? «Un bluff»

Territorio, sanità, immigrazione, sicurezza, esteri ma soprattutto tanta, tanta Europa. Rieletta all’unanimità segretaria nazionale del Movimento Repubblicano Europeo, la senatrice Luciana Sbarbati è tornata a Senigallia – città che per tre volte è stata il “suo” collegio elettorale alla camera – per un’intervista a Radio Duomo Senigallia nel format “20 minuti da Leone”. Un’intervista a tutto campo: dalle vicende politiche nazionali dagli anni ’80 in avanti fino alle questioni internazionali che tengono banco in questi giorni, passando per la sanità marchigiana o la ricostruzione post-alluvione nel senigalliese. Insieme a questo testo da leggere, potete ascoltare l’audio dell’intervista grazie al lettore multimediale.

MRE: passato, presente e futuro

La rielezione all’unanimità alla guida del Movimento Repubblicano Europeo è un nuovo punto di partenza. L’Mre è nato nel momento in cui Giorgio La Malfa scelse di portare i repubblicani del Pri nel centrodestra, una decisione che lei e altri non condivisero. Da allora ha scelto di restare nel centrosinistra con l’Ulivo di Prodi, mantenendo fede a un patto federativo che, ai tempi di Letta, era formalizzato anche sul simbolo elettorale per le elezioni europee. Con l’arrivo della segreteria Schlein, però, qualcosa si è rotto. «L’ho contattata per rinnovare il patto federativo – racconta Sbarbati – ma non ho ricevuto alcuna risposta». Non è però solo un problema di comunicazione: «Non ho potuto più condividere un arretramento dalle posizioni miglioriste e riformatrici che aveva l’Ulivo e che aveva all’inizio il Partito Democratico, per arroccarsi oggi su posizioni ideologiche». Da qui la scelta di riprendere la piena autonomia: il Movimento si propone oggi come una forza liberal-democratica di centro, capace di «scardinare la logica brutale tra destra e sinistra che hanno perso un’identità valoriale». «Il campo largo è un bluff – dice senza mezzi termini – così anche tutto quello che riguarda il centrodestra. Parlano la stessa lingua ma di centro non hanno niente. E la politica deve tornare a parlare di contenuti»: per farlo c’è bisogno di quella «pedagogia politica» mazziniana che servirebbe a riavvicinare i giovani alle istituzioni.

La legge elettorale

Uno dei temi più sentiti è la legge elettorale vigente, che Luciana Sbarbati definisce «un accordo tra Berlusconi e Renzi» con cui i segretari decidono chi va in parlamento attraverso le liste bloccate. «I parlamentari che hanno paura di non essere rieletti – accusa – dicono sempre “sì” al segretario, anche se la politica non è quella giusta». La senatrice chiede un ritorno alle preferenze o comunque a un sistema che restituisca ai cittadini la scelta diretta dei propri rappresentanti, nonostante i limiti.

Europa «sull’orlo dell’abisso»

Sul fronte europeo, Luciana Sbarbati è netta: senza un governo centrale, una difesa comune e una vera fisionomia politica, l’Europa non è in grado di competere in un mondo in cui si ragiona «per continenti» e «la geopolitica è in mano ad autocrazie». «L’ombrello protettivo degli Stati Uniti non c’è più – sottolinea – ma non da oggi con Trump: già con Obama si era chiuso». Una delle strade da percorrere, secondo la senatrice, è quella di riprendere il cammino verso una costituzione europea, da lei sostenuto, che si bloccò per il veto di alcuni stati membri: l’auspicio è che i parlamentari europei ci mettano impegno. Ma la sfida internazionale è fatta anche di personalità e personalismi. Sui grandi leader populisti, c’è da distinguere tra la figura del singolo e le forze che lo sostiene, a volte forze occulte: «E’ una nuova strategia politica che non è dei partiti, è di una finanza internazionale e questa si muove senza controlli».

Governo Meloni: promosso o bocciato?

Sulla presidente del consiglio, la valutazione è articolata. In politica estera Meloni «ha saputo far cadere uno dopo l’altro i pregiudizi nei suoi confronti a livello internazionale, restituendo all’Italia dignità e autorevolezza». Sul rapporto con Trump, invece, «un conto è mantenere il rapporto con una posizione di dignità e di autonomia, un altro è assecondare o tacere».
Sul piano interno il giudizio è più critico: «Meloni non è supportata adeguatamente da una squadra all’altezza. Loro non hanno governato, hanno fatto sempre opposizione: ma l’esperienza si fa sul campo». Solo per fare qualche esempio, su pensioni e immigrazione, temi centrali della campagna elettorale del centrodestra, Luciana Sbarbati è lapidaria: «Sulle pensioni non abbiamo fatto un passo avanti. Il problema dell’immigrazione non nasce con loro, è vecchio. Oggi però l’Europa sta seguendo la strategia dell’Italia».

Riforma della giustizia

Sul tema della separazione delle carriere dei magistrati, Luciana Sbarbati non si sbilancia ancora: «Ho lasciato libertà di voto al partito. Non è la riforma della giustizia vera, è una riforma che andava fatta anni fa ma non è stata fatta per colpa della sinistra. Oggi la fa la destra e si dice “no” solo per questo: io voglio entrare nel merito». La senatrice ricorda il lavoro di Vassalli e la posizione favorevole che anche Falcone aveva espresso a suo tempo, e annuncia che il Movimento farà un ampio dibattito interno prima di prendere una posizione.

Sanità e territorio

A livello regionale, Luciana Sbarbati esprime un giudizio positivo sul nuovo assessore alla sanità Paolo Calcinaro, che definisce «partito con il piede giusto e concretezza». Più complesso valutare il predecessore Filippo Saltamartini: «È una brava persona che stimo, ma si è trovato nel momento più difficile per la sanità marchigiana». La senatrice annuncia per il 28 febbraio un convegno regionale a Senigallia — all’auditorium San Rocco, ore 16.30 — sul tema “La prevenzione: una realtà o un miraggio?“, organizzato con l’associazione Stomia Storia Mia e il dipartimento di prevenzione della Regione Marche.

Senigallia, le Marche e il senso di comunità

Abbiamo concluso la nostra intervista alla senatrice Luciana Sbarbati con uno sguardo ancora più sul locale e un pensiero sulla sua città adottiva: «Senigallia merita un’attenzione diversa, più forte. Ha avuto tante personalità importanti ma non ha saputo valorizzare la propria identità storica e culturale». Una riflessione che estende all’intera regione: «Siamo ancora piccole marchettine che lottano tra comune e comune. Questa capacità di sentirsi una comunità va ancora costruita».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

La locandina dell'incontro sulla prevenzione organizzato a Senigallia
Ospiti di Radio Duomo Senigallia Leonardo Badioli e Andrea Scaloni per parlare di «A discùrr nun è fatìga. Le parole da salvare in dialetto senigalliese», un glossario che vuole preservare un tesoro linguistico sempre più minacciato dall'italiano

«A discùrr nun è fatìga»: un libro per salvare le parole del dialetto di Senigallia

C’è chi si prende cura dei beni pubblici, chi salva le opere d’arte e chi salva le parole. Andrea Scaloni e Leonardo Badioli hanno scelto quest’ultima strada, dando vita a «A discùrr nun è fatìga. Le parole da salvare in dialetto senigalliese», un glossario che vuole preservare un tesoro linguistico sempre più minacciato dall’italiano. Ospiti di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) nei giorni scorsi, i due autori hanno raccontato origini e curiosità di un dialetto che affonda le radici nella storia, anzi, nelle storie che hanno interessato questo territorio. L’intervista è disponibile in formato audio grazie al lettore multimediale.

Il senigalliese non è una corruzione dell’italiano, precisano, ma un’evoluzione parallela dal latino, proprio come il toscano che ha dato origine alla lingua nazionale. Risente però di influenze antiche, alcune più vicine, altre più lontane a livello geografico e cronologico: la koinè adriatica, il longobardo, il greco e il bizantino, oltre a un sostrato celtico che ancora oggi riemerge in alcune parole.
Un esempio? “Sbrulìn” – al plurale “sbrulinni” – con cui i senigalliesi indicano la vegetazione spontanea che si ritrova nelle dune sabbiose del litorale nord. La parola viene dal celtico e significava “piccolo giardinetto”. Ma la sorpresa è che si ritrova anche in Dante: nel Purgatorio, il poeta usa “brolo”, stesso etimo, per descrivere una ghirlanda floreale in testa ai partecipanti di una processione.
Altrettanto affascinante è la parola “dèlma”, di origine bizantina, che significa “impronta” o “modello”; oppure “gàida”, termine longobardo che indicava la “parananza” delle donne di campagna in cui si trovavano tutti gli strumenti utili, oggi anche toponimo di zone pianeggianti a bacino. E ancora “p’dossa” – dal latino ad pedem dorsi, “ai piedi di un dosso” – che descrive una posizione riparata dal vento: concetto intraducibile in italiano senza ricorrere a una perifrasi.

È proprio questa intraducibilità di molti termini dialettali uno dei motivi più forti per cui il libro esiste. «Fa le lontananze», spiegano gli autori, non ha equivalente: significa appostarsi in disparte cercando di osservare qualcuno senza farsi vedere. Oppure il verbo “custodì”, che in dialetto non vuol dire soltanto “custodire” ma anche “prendersi cura” – di sé, di una persona, di qualcosa di prezioso – richiamando il celebre motto di don Milani.

Il dialetto cambia però nel tempo e nello spazio. Scaloni sottolinea come le forme più arcaiche, come gli imperfetti “andass’m” o “facess’m”, siano ormai quasi scomparse anche tra gli anziani. Le si ritrova, stranamente, in chi è emigrato decenni fa: una signora del New Jersey, partita da Senigallia negli anni ’60, conserva ancora intatto un dialetto cristallizzato che in città non si sente più. Ce ne aveva parlato anche Simone Tranquilli in una recente e simpatica intervista, sempre per Radio Duomo Senigallia, sull’associazione “Gent’d’S’nigaja”, che potete riascoltare cliccando qui.

C’è poi la differenza tra parlata urbana e campagnola – «quando ero piccolo, se sentivo dire “tu” invece di “te”, l’interlocutore era irrimediabilmente perduto», ricorda Leo Badioli (che avevamo già intervistato qui per i suoi numerosi libri) – e persino tra i vari rioni della città.

Il volume raccoglie circa 350 voci. Non è un esercizio nostalgico fine a se stesso, tengono a precisare gli autori: ragionare sull’etimologia delle parole dialettali significa avere più cura di come si parla, in qualsiasi lingua. Salvare “p’dossa”, “crucàl”, “nicò”, “sciapigott” non è un vezzo da eruditi, ma un modo per non perdere sfumature di pensiero che l’italiano, semplicemente, non riesce a rendere in maniera così intensa e genuina.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

L’arte dei piccoli passi: come affrontare il cambiamento

Il cambiamento è l’unica costante della nostra vita, ma spesso è proprio ciò che ci spaventa di più. Di questo abbiamo parlato a “20 minuti da Leone”: il contenitore di Radio Duomo Senigallia ha ospitato Enrico Battisti, psicologo e psicoterapeuta. L’intervista è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

Cambiamenti grandi e piccoli

Secondo Battisti, esistono due tipi di trasformazioni: quelle discontinue (matrimoni, separazioni, cambi di lavoro o malattie) che segnano un “prima” e un “dopo”, e quelle graduali, che avvengono giorno dopo giorno. «Il cambiamento ci attraversa costantemente», spiega lo psicologo. «Spesso la difficoltà sta proprio nell’adattarsi ai grandi stravolgimenti attraverso piccoli aggiustamenti quotidiani, flessibilizzando le proprie abitudini».

La strategia

Per gestire lo stress che deriva dalle novità, un suggerimento può arrivare dal metodo Kaizen. Di origine giapponese e portato anche in ambito industriale, questo approccio si basa sull’idea dei «piccoli passi per un miglioramento continuo». Invece di puntare a stravolgimenti radicali, che spesso generano ansia e resistenza, a volte anche inconsapevole, il segreto è focalizzarsi su micro-abitudini. Vuoi fare sport? Inizia con una passeggiata di 5 minuti. Vuoi imparare a dire di no? Comincia dalle situazioni meno complesse.
«I piccoli cambiamenti sono più sostenibili ma, nel tempo, portano a risultati straordinari», sottolinea l’esperto.

Autoefficacia e sensi di colpa

L’intervista ha toccato anche il tema dell’autoefficacia, ovvero la convinzione di avere le risorse necessarie per raggiungere un obiettivo o affrontare un cambiamento. Spesso, però, ostacoli emotivi come il senso di colpa o l’eccessivo autocriticismo frenano il percorso. «In una società che ci vuole sempre attivi, dedicarsi del tempo può far sentire in colpa. È fondamentale invece fermarsi, fare il punto della situazione e accettare anche le proprie imperfezioni o gli inciampi lungo il percorso».

Che si tratti di giovani in cerca della propria strada, di adulti che affrontano nuove sfide familiari o professionali, di persone più in là con gli anni che devono fare i conti con la salute, il messaggio è chiaro: il cambiamento è una sfida per tutti, ma può essere direzionato con consapevolezza.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram

Persona che utilizza uno smartphone e app social

Mascolinità, l’uomo è in crisi: i ragazzi cercano modelli ma trovano influencer tossici

Gli adolescenti maschi di oggi sono “ostaggio” dei social media, ad alto rischio di incontrare, nel loro cammino di crescita, modelli tossici di mascolinità. È questo l’allarme lanciato da Manolo Farci, professore di studi culturali e di genere all’Università di Urbino, durante un duplice incontro svoltosi lo scorso venerdì 6 febbraio a Senigallia. Il docente, autore del libro “Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità” (edizioni Nottetempo), ha incontrato al mattino gli studenti dell’istituto d’istruzione superiore Corinaldesi-Padovano mentre nel pomeriggio ha parlato con il pubblico presso Factory 00, in un’iniziativa organizzata dalla libreria iobook insieme a CNA e Arci Senigallia. La nostra intervista, andata in onda lunedì 9 e martedì 10 febbraio, sarà in replica domenica 15 alle ore 16:50 sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2FM). L’audio è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

Quando Andrew Tate diventa un eroe

L’esperienza con i ragazzi di Senigallia è stata rivelatrice. Quando Farci ha mostrato agli studenti i video di Andrew Tate – controverso influencer noto per le sue posizioni misogine – la reazione non è stata quella sperata. «Non me la sono sentita di criticarlo – ha ammesso il professore – perché ho visto nei loro occhi ammirazione. Allora ho chiesto: cosa vi piace di lui?». Le risposte sono state illuminanti: «È schietto, dice quello che pensa». «È vincente», «sa proteggere». In sintesi, Andrew Tate offre ai ragazzi una mappa – forse sbagliata, ma una mappa. «Il problema è che noi adulti non ne offriamo di alternative», sottolinea Farci.

Una generazione in cerca di punti di riferimento

Le domande dei ragazzi convergevano tutte sullo stesso nodo: come deve essere un uomo oggi? Cosa significa essere vincenti? Come affermarsi nella propria mascolinità? «Stanno chiedendo punti di riferimento – è l’interpretazione del sociologo – e mentre per le ragazze esistono decenni di femminismo ed empowerment, per i maschi c’è un vuoto. L’adesione a modelli stereotipati è ancora più forte che nelle coetanee. I ragazzi sono rimasti indietro».

Il problema dei social

Mai come oggi la misoginia e altri comportamenti “mascolini” possono raggiungere facilmente un bambino di 9, 10, 11 anni che scrolla TikTok sul divano. Le piattaforme digitali, per come sono progettate, spingono contenuti problematici con estrema facilità. Vietare i social, come hanno fatto Francia e Australia? Farci, che studia Internet da anni, è contrario: «Senza un’alternativa altrettanto stimolante, diventa solo un approccio punitivo. Bisogna entrare nel mondo dei ragazzi, non vietarlo dall’esterno». E infatti, il professore ha voluto raccontarci un aneddoto personale: quando suo nipote 13enne è scomparso nei social e nei videogiochi, ha deciso di raggiungerlo su Roblox, una piattaforma di gioco. «È stato faticoso, ma quello sforzo ha ricreato il rapporto. Lui è stato contento che io capissi il suo mondo».

Manolo Farci
Manolo Farci

Il ruolo di scuola e famiglia

Serve formazione per gli insegnanti – spesso ignari di chi sia Andrew Tate o dei codici delle sottoculture digitali – ma c’è di più: «Nella maggior parte dei casi se ne occupano docenti donne, mancano gli insegnanti maschi. E per i ragazzi devono essere gli uomini a parlare di questi temi». Il che già la dice lunga sugli stereotipi e sulla loro “resilienza”. Farci propone un modello mutuato dagli Stati Uniti: team di ragazzi poco più grandi, percepiti come fratelli maggiori, formati per andare nelle scuole. «I ragazzi ascoltano più volentieri un fratello maggiore che un professore di 60 anni». Anche le famiglie hanno un ruolo cruciale, ma devono agire in rete. «Non può essere un genitore singolo a vietare il cellulare. Deve essere una scelta condivisa, altrimenti il tentativo fallisce quando il figlio va dall’amico che gioca cinque ore al giorno».

Un panorama contraddittorio

Da un lato c’è l’ipermascolinità che dilaga – non solo nella politica internazionale con leader autocratici, ma anche nel quotidiano dei ragazzi. Dall’altro, gli scaffali delle librerie sono pieni di titoli sulla decostruzione della mascolinità, su modelli più sensibili e sulla cura rispetto agli atteggiamenti più estremi. Anche nei media tradizionali il panorama è ambivalente: trasmissioni radiofoniche o televisive approdano sui social sotto forma di clip virali (i famosi “reel”). I contenuti sono, per Farci, problematici, mentre in serie tv come “Mare Fuori” o “Skam Italia” si propongono modelli maschili nuovi, più sensibili. «Il primo passo – ha concluso Farci – è conoscere il mondo che vivono i ragazzi: ambienti, linguaggi, personaggi. Solo così possiamo entrare in connessione con loro». Da questa conoscenza e consapevolezza nasce tutto, poi da sviluppare in strategie di comunità.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Alla parrocchia San Giuseppe Lavoratore, zona Cesanella di Senigallia, alcuni murales e ritinteggiature hanno riqualificato l'area parrocchiale. A realizzarli sono stati giovani e adulti per ricostruire la comunità dopo alcune frizioni sociali.

Cesanella, quando l’arte unisce: giovani e parrocchia insieme per riqualificare il quartiere

Dalle scritte sui muri ai murales condivisi, dalla diffidenza alla collaborazione. È la storia di un piccolo progetto di comunità, che è stato portato avanti a Cesanella di Senigallia: qui la parrocchia dell’unità pastorale “Buon Samaritano” ha trasformato una situazione di tensione in un’occasione di crescita collettiva. Ne avevamo già parlato con il viceparroco don Matteo Guazzarotti, ma torniamo sull’argomento stavolta facendo parlare alcuni dei protagonisti del progetto: una volontaria, Stefania Vallesi; lo street artist Simone Travaglini, in arte ‘Travart’; ma soprattutto i giovani che hanno partecipato all’iniziativa, che si sono messi in gioco. L’intervista è andata in onda nei giorni scorsi ma potete ascoltarla grazie al lettore multimediale presente nel testo.

Tutto è nato da alcuni episodi di imbrattamento e dai malumori dei residenti per la presenza rumorosa di un gruppo di adolescenti che si ritrovava nella zona parrocchiale. Episodi che andavano avanti da tempo. Anziché reprimere o allontanare, il parroco don Andrea Franceschini e i viceparroci don Giuseppe Boglis e don Matteo Guazzarotti hanno scelto la via dell’inclusione, lanciando un progetto di riqualificazione che ha visto proprio i ragazzi come protagonisti.

«L’intento era dare a questi ragazzi una possibilità di rivalsa, gli strumenti per fare qualcosa di bello per loro ma anche con loro», spiega Stefania Vallesi, volontaria che ha dato una mano con l’iniziativa. «Come diceva don Matteo, la bellezza è già educante».

Stefania Vallesi e Simone Travaglini
Stefania Vallesi e Simone Travaglini

A dare forma artistica al progetto è stato chiamato Simone Travaglini, writer e artista meglio noto come ‘Travart’, il quale ha guidato i giovani nella realizzazione di murales sulle pareti parrocchiali. L’opera, intitolata “Oltre c’è altro, oltre c’è l’altro“, si basa sulla ripetizione del simbolo del “tally mark” – quattro linee verticali e una trasversale – reinterpretato come linguaggio narrativo universale. «Ho voluto dare a questi ragazzi la possibilità di raccontare la loro storia con un linguaggio autentico e semplice», racconta Travaglini. «Il titolo invita ad andare oltre le difficoltà, oltre i limiti, e a scoprire l’altro, la relazione, la comunità».

La diffidenza iniziale dei ragazzi – sedicenni e diciassettenni tra cui Ezio, Kyle, Nassabui, Devine, Achille e Matteo che hanno scelto di venire a raccontarsi a Radio Duomo Senigallia – si è sciolta progressivamente. Hanno pitturato muri, staccionate, vasi e panchine, lavorando fianco a fianco con i sacerdoti e i volontari. Hanno anche organizzato una cena collettiva, occupandosi della spesa, della preparazione e del servizio. «Erano titubanti all’inizio, ma quando hanno capito che l’intento era aiutarli davvero, che non c’erano secondi fini, la diffidenza è venuta meno», conferma Stefania.

I risultati si sono visti anche nei rapporti con il vicinato: i ragazzi hanno abbassato il volume della musica, ridotto il rumore, soprattutto nelle ore serali. «La gente si lamentava del casino. Il don ci è venuto a parlare, noi abbiamo accettato e cercato di far meno rumore», racconta uno dei ragazzi. Ora hanno a disposizione una stanza con biliardino e ping pong, ma all’orizzonte c’è la possibilità di ottenere uno spazio più grande nell’oratorio che possa ospitare il «numeroso e vivace» gruppo.

I giovani della Cesanella che hanno preso parte al progetto di riqualificazione dell'area parrocchiale
I giovani della Cesanella che hanno preso parte al progetto di riqualificazione dell’area parrocchiale

Ma dalle loro parole emergono esigenze più profonde: «A Senigallia non c’è niente per noi giovani», denunciano. Chiedono più opportunità, spazi di aggregazione, magari anche iniziative culturali a cui qualcuno pensa e qualcuno ancora no. Ma è comunque un grido che merita ascolto, indipendentemente da ciò che viene richiesto.

Intanto, alla Cesanella, un muro imbrattato è diventato un’opera d’arte condivisa. E soprattutto, ha insegnato che la bellezza educa davvero. Soprattutto quando si costruisce insieme.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Senigallia, il viadotto del Morignano

Senigallia, residenti esasperati per i rumori dal viadotto del Morignano

Da giugno 2025 non hanno più pace. Circa cento senigalliesi – residenti nelle zone di Morignano, Gabriella, Cavallo-Portone, Alderana, Borgo Letizi e Ferriero – denunciano rumori insopportabili e continui provenienti dal viadotto del Morignano, l’infrastruttura che sorregge un tratto dell’autostrada A14 e una porzione della complanare sud. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2fm), è ascoltabile anche qui grazie al lettore multimediale.

Il problema dei nuovi giunti

«Sono tonfi cupi e rumorosi, come colpi inflitti all’infrastruttura a ogni passaggio di veicolo», raccontano Massimo Pulcinelli e Marinella Pacenti, due dei residenti che si sono mobilitati per cercare di risolvere la questione. «Il rumore è continuo, giorno e notte, estate e inverno. D’estate, con le finestre aperte, diventa insopportabile».
Secondo i cittadini, il fenomeno è iniziato dopo i lavori di sostituzione dei giunti sul viadotto del Morignano, completati a maggio 2025. «Prima c’era il normale rumore del traffico, ma dopo l’intervento la situazione è peggiorata drasticamente», spiega Pulcinelli. «Temiamo conseguenze sulla nostra salute».

Otto mesi di segnalazioni

Le prime segnalazioni risalgono al 13 giugno 2025, con una PEC al sindaco di Senigallia. Sono seguite comunicazioni a luglio e ad agosto anche al prefetto di Ancona, ad Autostrade per l’Italia e all’Arpam. I residenti chiedevano un sopralluogo, rilievi fonometrici e interventi di mitigazione.
La risposta dall’ente locale arriva il 6 ottobre: l’ingegner Paolo Olivanti, responsabile dell’area Ambiente del Comune, ha comunicato l’avvio di interlocuzioni con società Autostrade. «Si è privilegiata la collaborazione diretta con il gestore prima di disporre accertamenti strumentali», si legge nella nota, che garantisce comunque verifiche da parte dell’Arpam in caso di mancato riscontro.

Rilievi fatti, nessuna comunicazione

A novembre 2025 Autostrade avrebbe effettuato rilievi fonometrici in due zone del viadotto del Morignano tramite uno studio di Giulianova. «Ma non sappiamo nulla dei risultati», lamenta Pacenti. «Nessuno ci informa di niente».
Il 12 dicembre Autostrade ha comunicato a Comune e Prefettura l’intenzione di eseguire «approfondimenti tecnici per valutare l’effettivo peggioramento del clima acustico», senza però chiarire se si trattasse di nuove verifiche o dei rilievi già effettuati a novembre.
Il 22 dicembre il Comune ha risposto sollecitando tempi certi: «Il disagio percepito dalla cittadinanza perdura. Si auspica che gli accertamenti siano conclusi in tempi brevi», ha scritto l’ingegner Olivanti, chiedendo date, esiti ed eventuale cronoprogramma degli interventi.

L’appello al prefetto

I residenti lamentano l’assenza di comunicazioni ufficiali da parte del sindaco. «L’unico che ci ha dato notizie è l’avvocato Bello (il presidente del consiglio comunale, Ndr), ma non ha potere d’intervento», afferma Pulcinelli. «Avremmo voluto un confronto con il sindaco, massima autorità sanitaria locale. Qui parliamo di salute».
L’unico spiraglio è arrivato dalla Prefettura dorica. «La dottoressa Savarese ci ha richiamato assicurandoci che avrebbe dato una scossa a Comune e Autostrade», riferisce Pacenti. «Speriamo che il prefetto possa risolvere, visto il silenzio del sindaco».
Il rumore che sembra dunque provenire dal viadotto del Morignano si propaga fino a oltre un chilometro e mezzo di distanza, intensificandosi con lo scirocco e ovviamente d’estate, con le finestre aperte per il gran caldo. Per un centinaio di famiglie, da otto mesi, è quindi un problema di cui, a oggi, non si intravede la soluzione.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Daniel Fiacchini

Vaccini, a Senigallia coperture in calo contro l’influenza: solo il 50% degli anziani

Non è solo una questione di salute individuale, ma di tenuta dell’intera comunità e, infine, anche una questione economica. Il tema delle vaccinazioni, in particolare per la popolazione anziana, è tornato al centro del dibattito cittadino dopo il recente convegno sulle cronicità – “Chronic on”, responsabile scientifico Gilberto Gentili – tenutosi a Senigallia. A fare il punto della situazione, ospite della rubrica radiofonica “20 minuti da Leone”, è stato il dottor Daniel Fiacchini, dirigente medico del dipartimento di prevenzione dell’Azienda sanitaria territoriale (Ast) di Ancona. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), è disponibile grazie al lettore multimediale.

La “soglia critica” del 50%

Nonostante l’influenza stagionale sia in pieno corso, i dati relativi alla copertura vaccinale tra gli over 65 nel territorio senigalliese e provinciale destano preoccupazione. «Registriamo coperture non ottimali», ha spiegato Fiacchini. «Solo il 50% degli anziani si vaccina per l’influenza. È un dato preoccupante: il Ministero della Salute indica il 75% come obiettivo minimo e il 95% come soglia ottimale. Essere fermi alla metà significa esporsi a complicanze anche gravi».

Contro l’idea che la sanità sia solo una spesa, Fiacchini ha citato stime economiche precise: «Ogni euro investito in prevenzione genera un guadagno che va dai 14 ai 20 euro. La prevenzione non è un costo, ma un investimento sul futuro della comunità». Tuttavia, a frenare l’adesione è spesso la diffidenza post-Covid sui vaccini e una ridotta percezione del rischio sulle malattie infettive. «Molti pensano che l’influenza sia banale, ma nessuna malattia infettiva lo è, specialmente con l’avanzare dell’età». Fiacchini ha poi ricordato i numeri dell’efficacia vaccinale durante la pandemia: 160 milioni di dosi in Italia hanno salvato circa 150 mila vite e evitato mezzo milione di ospedalizzazioni.

Il «calendario della vita» e il legame con la demenza

Uno dei punti più innovativi dell’intervento ha riguardato il cosiddetto «calendario della vita». Il vaccino non è più uno strumento solo per l’infanzia, ma un compagno nel percorso di invecchiamento. Con l’età, il sistema immunitario declina naturalmente (immunosenescenza), rendendo l’organismo più fragile di fronte alle infezioni. Tra le altre novità nel settore ci sono studi recenti i quali suggeriscono che il vaccino anti-Zoster (noto anche come fuoco di Sant’Antonio) non solo protegge dalle dolorose nevralgie, ma potrebbe avere un ruolo nel prevenire o rallentare la progressione delle demenze.

Una nuova rete territoriale: l’ospedale che vaccina

Per contrastare la bassa affluenza, la strategia dell’Ast Ancona punta sulla capillarità. Non più solo gli uffici del dipartimento di prevenzione, ma un servizio diffuso. «È stato siglato un accordo tra l’Ast Ancona e l’Azienda ospedaliero universitaria delle Marche per il progetto Ospivax» ha annunciato Fiacchini. L’obiettivo è offrire la vaccinazione in ogni luogo di cura: negli ospedali, tramite i medici di medicina generale o i pediatri di libera scelta, nelle farmacie e persino a domicilio per chi non può muoversi.

Il mito dei “troppi vaccini”

Se la diffidenza non manca, forse vuol dire che sono le informazioni a essere poco comunicate alla popolazione ma certamente ancora meno lette e digerite dalle persone. Il dirigente medico ha voluto spiegare che, per esempio, sui vaccini pediatrici, è falso il mito del sovraccarico immunitario: «Il sistema immunitario di un bambino è perfetto e può rispondere a centinaia di migliaia di antigeni contemporaneamente. I vaccini sono una ‘palestra’ per l’immunità. Mandare i figli a scuola sperando che si ‘facciano gli anticorpi’ prendendo la malattia significa, oggi, scherzare col fuoco. E col fuoco non si scherza».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Daniel Fiacchini
Daniel Fiacchini al convegno Chronic on svoltosi nei giorni scorsi a Senigallia

Giovani e trappole digitali: «Smartphone a 10-11 anni? Come una pistola»

Il confine tra realtà e mondo virtuale non è mai stato così sottile. Per molti adolescenti è diventato un terreno scivoloso che può condurre ad ansia e isolamento. Nei casi peggiori, ad atti autolesionistici o reati. Ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2FM) è intervenuto Luca Russo. L’analista forense traccia un bilancio preoccupante dei rischi digitali per i giovani. Il consulente è partito dalla sua esperienza sul campo e dagli incontri con le comunità locali, come quello recente che si è tenuto a Serra de’ Conti. Smartphone e cyberbullismo i temi principali ma anche l’incosapevolezza dei genitori e le strategie da adottare. L’AUDIO, in onda nei giorni scorsi, è disponibile grazie al lettore multimediale.

I numeri citati da Russo disegnano un quadro di emergenza sociale. In Italia, nel 2025, circa 700 mila giovani sotto i 25 anni convivono con ansia e depressione. Tra i 15 e i 19 anni, l’8% soffre di disturbi d’ansia e il 4% di depressione.
«Dal 2012 ad oggi, e soprattutto dopo il Covid, abbiamo assistito a un’escalation importante», spiega Russo. «Troviamo ragazzi allo sbando sui social e nella vita reale, spesso protagonisti di fatti di cronaca. Eventi legati a nuove figure, come «i cosiddetti ‘maranza’, che commettono reati anche gravi».

Russo distingue tra due categorie di rischio. L’adolescente che non si manifesta di persona ma vive quasi esclusivamente online. E poi colui che, dopo un’iper-esposizione, inizia a “spegnere” i social. Quest’ultimo è il segnale d’allarme più grave, che a volte prelude persino ad atti di autolesionismo gravi. Il punto nodale della questione rimane lo strumento: lo smartphone.

«A 10 o 11 anni, un telefono in mano a un ragazzino è come dargli una pistola e dirgli di stare attento a non sparare. Non ha la consapevolezza dei rischi» ammonisce l’esperto. Dai contenuti pedopornografici scambiati per ‘scherzo’ fino ai modelli di guadagno facili e irreali di certi influencer. Il rischio di cadere nelle trappole digitali è altissimo.

L’analista forense tocca un tasto dolente per la comunità locale: il caso di Leonardo Calcina, il giovane che si è tolto la vita a Senigallia. Russo sfata il mito televisivo secondo cui ogni dispositivo sia facilmente accessibile agli inquirenti. «Dobbiamo sfatare le serie tv: nella ‘digital forensics’ non tutto è possibile. Abbiamo dispositivi collegati ai sistemi da un anno nel tentativo di individuare le combinazioni. Non avere il codice di sblocco dai genitori rende le indagini difficilissime, a volte impossibili».

Luca Russo
Luca Russo

Un passaggio critico dell’intervista riguarda la responsabilità genitoriale. Spesso gli adulti ignorano che, legalmente, un telefonino intestato a loro li rende i primi responsabili in caso di reati commessi dai figli. Russo è categorico sulla necessità di superare il modello del «genitore amico». Come? Attraverso una supervisione che non significa spionaggio: il genitore deve possedere i codici di sblocco e le password dei social. Serve un lavoro di dialogo e crescita consapevole prima di dare lo smartphone in mano al proprio figlio. Perché dopo è sempre tardi. Sempre. Altra possibilità è la presenza digitale: «gli adulti devono imparare a usare TikTok e Instagram per capire l’ambiente frequentato dai propri figli».

C’è però il nodo privacy , come sottolineato da molti genitori durante gli incontri che l’analista forense tiene in giro per il paese, ma Russo sostiene che in Italia non esista una privacy assoluta del minore rispetto al genitore; l’autorità genitoriale implica un «dovere di vigilanza fino alla maggiore età».

Il messaggio finale del dottor Russo è un appello all’equilibrio. Non si tratta di demonizzare la tecnologia, ma di non abdicare al ruolo di guida. «È difficile fare i genitori, ma bisogna riportare le regole nel sistema innovativo. Il controllo non è finalizzato a spiare, ma a vigilare». In un mondo dove un click può segnare una vita intera, la presenza consapevole degli adulti è tra i pochi, veri ed efficaci antivirus.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Marco Lion

Primarie, Marco Lion: «Il mio 35% pesa. Ora un programma contro le follie del centrodestra»

Non una sconfitta, ma un solido punto di partenza. Marco Lion, protagonista delle recenti primarie del centrosinistra senigalliese, esce dal confronto con Dario Romano con un bottino del 35% dei voti. Un risultato che va ben oltre la base dei partiti che lo avevano ufficialmente appoggiato (Vola Senigallia e Alleanza Verdi Sinistra). «Le mie proposte pesano per un terzo del futuro programma – ha dichiarato ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) – e di questo si dovrà tenere conto».
Ascolta l’intervista, andata in onda nei giorni scorsi grazie al lettore multimediale.

Il punto più duro dell’intervento di Marco Lion riguarda la gestione delle opere pubbliche e della ricostruzione post-alluvione. L’ex parlamentare ha definito «progetto demenziale» e «follia» le soluzioni proposte per ponte Garibaldi e ponte Portone. «Olivetti non ha fatto il suo dovere di sindaco – accusa l’ex vicepresidente della Provincia dorica – ha subito supinamente decisioni arrivate da Ancona e Ascoli. I cittadini mi hanno votato perché vedono in me l’unica garanzia per evitare questi drammi urbanistici che rovineranno la vivibilità di Senigallia».

LEGGI L’INTERVISTA A DARIO ROMANO

L’asse del dibattito si sposta poi anche sulla giustizia sociale. Secondo il presidente locale di Italia Nostra, Senigallia è vittima di una bolla speculativa immobiliare che impedisce alle giovani coppie di trovare case in affitto a prezzi accessibili. Da qui l’esigenza di soluzioni sia per frenare la speculazione e dare quindi risposte sull’emergenza abitativa, sia sul lavoro di qualità: «Basta precariato stagionale legato solo al turismo; la città deve offrire opportunità economiche diversificate».

Conoscitore esperto del dissesto idrogeologico, Marco Lion ribadisce che alzare i ponti in città è inutile se non si interviene a monte con le vasche di espansione. «Servono 8 milioni di metri cubi di invaso per mettere in sicurezza il Misa. La prima vasca di Bettolelle è solo un piccolo passo, ma ne servono molte altre che erano già state individuate nel 2015. Non si può aspettare l’ultimo momento per progettare, la sicurezza della valle è strategica e non ha colore politico».

Anche sulla sanità Marco Lion accusa il sindaco Olivetti di aver fatto strumentalizzazione politica in passato. Sebbene la competenza sia regionale, il Comune deve avere un ruolo attivo: «Il Sindaco deve essere il cane da guardia del nostro nosocomio. Non bastano ospedali e case di comunità se poi mancano il personale e le risorse per farle funzionare».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Dario Romano

Senigallia, Dario Romano guarda alle elezioni comunali: «Città dei 15 minuti e ascolto dei cittadini»

«Non vogliamo un “album di figurine” fatto di sigle, ma un progetto solido e credibile». Con queste parole Dario Romano, fresco vincitore delle primarie del centrosinistra, ha delineato la sua visione per la Senigallia del futuro durante l’intervista a 20 minuti da Leone su Radio Duomo. Un colloquio a tutto campo che ha toccato i temi caldi della politica cittadina: dalla gestione dei fondi PNRR alla sicurezza idrogeologica, fino alla rivoluzionaria idea della “città dei 15 minuti”.
Ascolta l’intervista, andata in onda nei giorni scorsi grazie al lettore multimediale.

Il punto di rottura più netto con l’attuale amministrazione Olivetti risiede nella visione urbanistica e sociale. Romano punta tutto sulla “Senigallia dei 15 minuti”, un modello nato dalla collaborazione con il noto urbanista Carlos Moreno. «L’obiettivo è creare una città policentrica — ha spiegato Romano — dove ogni cittadino, dalla frazione più distante al centro storico, possa raggiungere i servizi essenziali (salute, spesa, uffici) in un quarto d’ora a piedi o in bicicletta. Non è un’utopia ideologica, ma una strategia per non avere più cittadini di serie B».

LEGGI O ASCOLTA L’INTERVISTA A MARCO LION

Romano non ha risparmiato critiche al metodo dell’attuale amministrazione, definita deficitaria sul piano dell’ascolto e della trasparenza. Sul fronte sanità, il candidato del centrosinistra propone un cambio di paradigma: superare il modello “ospedale-centrico” per investire sulla medicina del territorio. Tra le proposte concrete, l’istituzione di una Consulta comunale della sanità, un’idea condivisa con il Movimento 5 Stelle. «Il sindaco deve essere il collettore delle richieste del territorio. Servono personale e strumentazioni, non solo nuove mura», ha incalzato Romano, ricordando come la destra avesse vinto la scorsa tornata elettorale proprio facendo battaglia sulla sanità, senza però sortire gli effetti sperati una volta salita al potere.

Pur riconoscendo l’ingente mole di risorse arrivate tramite il PNRR (circa 40 milioni di euro), Romano accusa la giunta uscente di mancanza di coraggio: «Si sono limitati all’ordinaria amministrazione o a progetti ereditati dal passato, come le scuole. Perché non si è osato su un nuovo palazzetto dello Sport?». Inevitabile il passaggio sul ponte Garibaldi e sulla sicurezza del Misa. Per Romano, la chiave resta la mitigazione del rischio attraverso le vasche di espansione: «Quella di Bettolelle è un passo, ma ne servono altre. Su questo non esiste destra o sinistra: chi governa deve avere come priorità assoluta la messa in sicurezza del territorio».

In vista dei prossimi mesi di campagna elettorale, la sfida principale sarà mantenere compatta la coalizione progressista. «Siamo gli unici ad avere già un candidato e un programma pronti – ha concluso Romano – segno che il percorso delle primarie ha funzionato rimettendo la partecipazione al centro del nostro percorso. Ora dobbiamo far sedimentare queste idee nell’immaginario dei cittadini. Se resteremo uniti sui progetti e non sulle poltrone, Senigallia potrà davvero cambiare marcia».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Simone Tranquilli a Radio Duomo per parlare di Gent'd'S'nigaja

Gent’d’S’nigaja: il dialetto che non molla. Intervista a Simone Tranquilli su un progetto culturale di oltre dieci anni

C’è una parola, nel dialetto senigalliese, che dà un senso di protezione: “P’dossa”. Letteralmente “ai piedi del dosso” e indica un luogo al riparo dal vento. Ed è proprio questo che il progetto “Gent’d’S’nigaja” sembra voler essere per la nostra lingua locale: un riparo sicuro contro l’oblio che il tempo porta con sé. Ospite negli studi di Radio Duomo Senigallia InBlu, Simone Tranquilli ha ripercorso la storia di un’avventura culturale nata nel 2013 insieme ad Andrea Scaloni e al compianto Leo Barucca.

Quello che era iniziato come uno scambio tra blogger appassionati – sì, “allora” c’erano i blog – è diventato un fenomeno social da circa 13 mila follower, capace di unire generazioni e superare oceani. L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi, è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

«Il dialetto è un magma che muta continuamente – ha spiegato Tranquilli -. Oggi i ragazzi parlano uno slang diverso, ma la curiosità per le nostre radici è viva». Una curiosità che ha portato il gruppo di “Gent’d’S’nigaja” fin dentro le scuole, dove si scopre che il dialetto può diventare persino una sorta di codice segreto per giovanissimi studenti dalle origini più disparate.

Il progetto ha vissuto momenti di grande intensità, come la raccolta fondi “A mollo ma non mollo” dopo l’alluvione che ha interessato Senigallia nel 2014 causando anche vittime. Questa iniziativa ha cementato il legame tra l’associazione e la città.

Ma la voce di “Gent’d’S’nigaja” arriva lontano: dalla storia di Lidia, in Argentina, a quella di Bruna, nel New Jersey, il dialetto viaggia sul web, sui social soprattutto, tornando anche a chi lo ha “cristallizzato” nella memoria partendo negli anni ’50 e che oggi ancora parla il dialetto di 70 anni fa.

Il calendario 2026 di Gent'd'S'nigaja

Il simbolo tangibile di questo impegno è il calendario 2026, ormai un appuntamento fisso. Quest’anno, il filo conduttore di “Gent’d’S’nigaja” è l’arte: dodici quadri famosi “prestano” la tela a fumetti e battute rigorosamente in vernacolo. Un modo ironico e colto per tenere viva una tradizione che è, prima di tutto, identità.

L’intervista si è chiusa con un ricordo commosso per Leo Barucca, anima intellettuale e poetica del gruppo: «Ogni volta che siamo su un palco, Leo è con noi».

Per chi volesse portarsi a casa un pezzo di questa storia, il calendario è disponibile presso l’edicola della Pace di Simone Tranquilli in via Sanzio, in quella di Andrea Fioretti “in fondo” a corso II Giugno (vicino al fiume) e al Bar Gallery al centro commerciale Saline.

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Dario Romano e Marco Lion, sfida alle primarie del centrosinistra

Senigallia, primarie centrosinistra: tra Romano e Lion la sfida su ambiente, sanità e futuro

Quel che è stato detto e fatto ormai è storia. Ora la parola passa ai cittadini. Domenica 11 gennaio, dalle 8 alle 20, il centrosinistra a Senigallia aprirà le porte di una decina di seggi per le primarie che decreteranno il candidato sindaco unitario per l’intera coalizione, il cosiddetto campo largo e progressista. Una sfida a due, che vede contrapposti Marco Lion, espressione del mondo civico, ex parlamentare e ambientalista di lungo corso, e Dario Romano, volto del Partito Democratico con una ultra decennale esperienza amministrativa. Dalle frequenze di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), i due candidati hanno delineato le proprie visioni – diverse ma in vari punti anche complementari – per il futuro della città. Non hanno risparmiato critiche all’attuale amministrazione Olivetti, accusata di una gestione estemporanea e priva di programmazione strategica, nonostante l’ingente flusso di fondi PNRR (almeno 30 milioni di euro, cifra mai vista in città). L’audio, in onda sulla nostra Radio Duomo (95.2 FM), è disponibile anche in questo articolo con una breve sintesi dei passaggi principali.

Il modello politico di Marco Lion è quello della partecipazione fuori dai recinti dei partiti. L’ex parlamentare dei Verdi, ex vicepresidente e assessore provinciale all’ambiente punta tutto sul metodo: «La mia candidatura alle primarie nasce dalle richieste dei cittadini, si fonda su ascolto, dialogo partecipazione». Lion ha acceso i riflettori sull’ambiente e sulla gestione del territorio, criticando aspramente i progetti sui ponti cittadini (Garibaldi e Portone) e la gestione del rischio idrogeologico che ha anche portato – negli anni – a una costante riduzione delle aree a rischio esondazione e quindi a costruire dove non è opportuno. In campo urbanistico Marco Lion dà la prospettiva della Senigallia di domani, sia in termini di edilizia sociale (co-housing) sia per quanto riguarda aree strategiche come la sede del reparto mobile, l’ex gioventù italiana sul lungomare o gli orti del vescovo. E ancora, nel settore sanitario e sociale propone un atteggiamento diverso dell’amministrazione comunale. Centrale la sfida giovanile: dalle prospettive occupazionali alle questioni sociali, culturali e aggregative.

Dall’altra parte, Dario Romano (Pd) rivendica il valore della politica come impegno collettivo: «Bisogna ricucire il rapporto con l’elettorato deluso». Al centro del suo programma, la sanità territoriale — con un appello a superare la logica puramente ospedaliera a favore della medicina sul territorio, infermieri di comunità — e la sicurezza idrogeologica. «La priorità sono le vasche d’espansione», ha dichiarato Romano, sottolineando come la sola pulizia dell’alveo non basti a mettere in sicurezza il centro storico. Forte anche il richiamo allo sport come strumento educativo per i giovani e all’esigenza di spazi aggregativi anticipati prima da una campagna di ascolto delle nuove generazioni.

Informazioni pratiche per il voto

Domenica 11 gennaio (ore 8-20) potranno votare tutti i cittadini residenti maggiorenni (o che lo diventeranno entro il 19 aprile 2026, perché poi si dovrebbe votare per le elezioni comunali a fine maggio). È necessario presentarsi con un documento d’identità e la tessera elettorale. È richiesto un contributo di 2 euro per sostenere le spese organizzative. L’elenco degli 11 seggi è disponibile qui sotto, o sulle pagine social del Partito Democratico locale e di “Senigallia Cambia – Cambia Senigallia“.

SEGGIOLUOGO E INDIRIZZOSEZIONI ELETTORALI
1MarzoccaCGIL, Viale della Resistenza 7, Marzocca39, 40, 41, 42
2SalineCentro sociale, Via dei Gerani5, 6, 7, 10, 11, 12, 13, 14, 15
3CentroPiazza Saffi1, 2, 3, 4, 16, 17, 18
4Vivere VerdeVia Cherubini, 419, 20, 21, 22, 23
5CesanoCasina piazzetta (cellula), Strada Prima 3130
6Borgo RibecaSala biliardo, Via Lago di Garda 325, 26, 32
7Borgo BicchiaCircolo ARCI, Strada Provinciale Arceviese 538, 9
8ScapezzanoCentro sociale, Via Fratti31, 33, 34
9ValloneCentro sociale Vallone, Via Borgo Panni 1935
10Sant’AngeloCentro sociale Sant’Angelo, Via Borgo Marzi 6036, 37, 38
11CesanellaCentro sociale, Via Mantegna 227, 28, 29, 43

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.

Da sinistra, la designer e maestra d’arte Isabella Giampieretti e la dirigente della direzione medica ospedaliera di Senigallia Valeria Benigni

L’arte che cura: il benessere dal colore tra le corsie dell’ospedale di Senigallia

Un foglio bianco, il suono della musica in sottofondo e il coraggio di dare un colore al proprio stato d’animo. Non è il racconto di un atelier d’artista, ma ciò che è accaduto all’interno dell’ospedale di Senigallia grazie al progetto di arteterapia “Io albero della stessa foresta”. L’iniziativa, condotta dall’arte terapeuta e designer Isabella Giampieretti, in collaborazione con la direzione medica, ha trasformato per alcune settimane una stanza ospedaliera in uno spazio di ascolto e rinascita. In questo articolo vi proponiamo una sintesi di quanto emerso dall’intervista a Isabella Giampieretti e alla dirigente della direzione medica ospedaliera di Senigallia Valeria Benigni, andata in onda nei giorni scorsi. Per riascoltare le loro parole, basterà cliccare sul tasto “play” o “riproduci”.

Studio aperto tra cura e benessere

Il cuore del progetto è stato il protocollo dello “Studio Aperto”: due giorni a settimana, per otto ore, pazienti provenienti da reparti diversi – oncologia, neurologia, ortopedia – e utenti del centro diurno della Cesanella hanno potuto varcare la soglia di un setting preparato ad hoc. «L’arteterapia si occupa della sfera del benessere e della relazione d’aiuto – spiega Isabella Giampieretti – Attraverso immagini, musiche e materiali artistici, le persone hanno potuto portare sul foglio i propri sentimenti, abbassando i livelli di ansia e dando voce a pensieri spesso inespressi». I numeri testimoniano il successo dell’iniziativa: oltre 235 frequentazioni in pochi mesi, un segnale chiaro del bisogno di focalizzare il proprio stato d’animo, ma anche dell’esigenza di leggerezza in contesti di fragilità.

La persona dietro il paziente

A sostenere il progetto è la dottoressa Valeria Benigni, dirigente della direzione medica ospedaliera, che sottolinea come il benessere psicologico ed emotivo sia parte integrante della guarigione. «Oggi parliamo di umanizzazione delle cure, un concetto che affonda le radici nella definizione di salute dell’OMS del 1948: non solo assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale», afferma. Il percorso non ha coinvolto solo i pazienti: una fase pilota ha visto la partecipazione degli stessi operatori sanitari, aiutandoli a prevenire il burnout e a gestire il carico emotivo di reparti complessi come l’oncologia.

Le testimonianze

Le storie emerse durante il progetto sono frammenti di vita e toccano corde sensibili. C’è chi è arrivato con un carico di depressione e ha dichiarato di aver finalmente «alzato lo sguardo», e chi, partendo da disegni monocromatici e negativi, è approdato a colori sgargianti, riscoprendo non solo un proprio talento ma soprattutto la fiducia nel futuro. Un aspetto fondamentale è stata la condivisione: le opere venivano affisse su un pannello comune, una foresta simbolica dove ogni immagine individuale diventava parte di una comunità. «Essere visti dagli altri ha creato un legame profondo tra i partecipanti», aggiunge Giampieretti.

Le nuove sfide

Il bilancio positivo, seppur con qualche criticità superabile, apre ora la strada a nuove sfide. La richiesta è quella di estendere l’esperienza, magari portando l’arte terapia direttamente nelle sale d’attesa della pediatria o degli altri reparti dove magari i/le pazienti e le persone a loro collegate possono arrivare con meno difficoltà. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione Gabbiano e da donazioni private, dimostra che la medicina del futuro non può prescindere dalla bellezza. E giova ricordare le parole della dottoressa Benigni: «Il paziente è prima di tutto una persona. Auspico che questo percorso diventi una realtà sempre più consolidata».

Segui La Voce Misena sui canali social Facebook, Instagram, X e Telegram.