L’arte che cura: il benessere dal colore tra le corsie dell’ospedale di Senigallia
Un foglio bianco, il suono della musica in sottofondo e il coraggio di dare un colore al proprio stato d’animo. Non è il racconto di un atelier d’artista, ma ciò che è accaduto all’interno dell’ospedale di Senigallia grazie al progetto di arteterapia “Io albero della stessa foresta”. L’iniziativa, condotta dall’arte terapeuta e designer Isabella Giampieretti, in collaborazione con la direzione medica, ha trasformato per alcune settimane una stanza ospedaliera in uno spazio di ascolto e rinascita. In questo articolo vi proponiamo una sintesi di quanto emerso dall’intervista a Isabella Giampieretti e alla dirigente della direzione medica ospedaliera di Senigallia Valeria Benigni, andata in onda nei giorni scorsi. Per riascoltare le loro parole, basterà cliccare sul tasto “play” o “riproduci”.
Studio aperto tra cura e benessere
Il cuore del progetto è stato il protocollo dello “Studio Aperto”: due giorni a settimana, per otto ore, pazienti provenienti da reparti diversi – oncologia, neurologia, ortopedia – e utenti del centro diurno della Cesanella hanno potuto varcare la soglia di un setting preparato ad hoc. «L’arteterapia si occupa della sfera del benessere e della relazione d’aiuto – spiega Isabella Giampieretti – Attraverso immagini, musiche e materiali artistici, le persone hanno potuto portare sul foglio i propri sentimenti, abbassando i livelli di ansia e dando voce a pensieri spesso inespressi». I numeri testimoniano il successo dell’iniziativa: oltre 235 frequentazioni in pochi mesi, un segnale chiaro del bisogno di focalizzare il proprio stato d’animo, ma anche dell’esigenza di leggerezza in contesti di fragilità.
La persona dietro il paziente
A sostenere il progetto è la dottoressa Valeria Benigni, dirigente della direzione medica ospedaliera, che sottolinea come il benessere psicologico ed emotivo sia parte integrante della guarigione. «Oggi parliamo di umanizzazione delle cure, un concetto che affonda le radici nella definizione di salute dell’OMS del 1948: non solo assenza di malattia, ma benessere fisico, psichico e sociale», afferma. Il percorso non ha coinvolto solo i pazienti: una fase pilota ha visto la partecipazione degli stessi operatori sanitari, aiutandoli a prevenire il burnout e a gestire il carico emotivo di reparti complessi come l’oncologia.
Le testimonianze
Le storie emerse durante il progetto sono frammenti di vita e toccano corde sensibili. C’è chi è arrivato con un carico di depressione e ha dichiarato di aver finalmente «alzato lo sguardo», e chi, partendo da disegni monocromatici e negativi, è approdato a colori sgargianti, riscoprendo non solo un proprio talento ma soprattutto la fiducia nel futuro. Un aspetto fondamentale è stata la condivisione: le opere venivano affisse su un pannello comune, una foresta simbolica dove ogni immagine individuale diventava parte di una comunità. «Essere visti dagli altri ha creato un legame profondo tra i partecipanti», aggiunge Giampieretti.
Le nuove sfide
Il bilancio positivo, seppur con qualche criticità superabile, apre ora la strada a nuove sfide. La richiesta è quella di estendere l’esperienza, magari portando l’arte terapia direttamente nelle sale d’attesa della pediatria o degli altri reparti dove magari i/le pazienti e le persone a loro collegate possono arrivare con meno difficoltà. Il progetto, sostenuto dalla Fondazione Gabbiano e da donazioni private, dimostra che la medicina del futuro non può prescindere dalla bellezza. E giova ricordare le parole della dottoressa Benigni: «Il paziente è prima di tutto una persona. Auspico che questo percorso diventi una realtà sempre più consolidata».
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