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I tesori – nascosti o non valorizzati – di Senigallia: l’appello di Piero Sbaffi, appassionato d’arte

Piero Sbaffi ospite di Radio Duomo Senigallia

Piero Sbaffi ospite di Radio Duomo Senigallia

C’è chi l’arte la produce e chi, con altrettanta dedizione, la insegue, la studia e cerca di valorizzarla. Piero Sbaffi appartiene a questa seconda categoria. Ospite della trasmissione “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM, in onda tutti i giorni alle 13:10 e alle 20), questo appassionato senigalliese ha ripercorso un po’ la storia e le vicende di un patrimonio artistico locale che troppo spesso rimane nell’ombra, quando non rimane invece per anni in un magazzino polveroso. L’intervista è andata in onda nei giorni scorsi, ma l’audio è disponibile insieme a questo articolo.

La sua storia comincia tra le suggestioni di un bambino quasi adolescente che si trova per la prima volta sotto il campanile di Giotto a Firenze. «Era una giornata di sole e quella cascata di marmi colorati mi ha segnato l’anima», racconta. Da quel momento, il modo di guardare le chiese, i monumenti, gli edifici non è stato più lo stesso. Un imprinting che si è consolidato negli anni del liceo e poi nella vita professionale, per anni di stanza a Venezia, immerso quotidianamente nella bellezza e nella sua salvaguardia.
Piero Sbaffi è però esplicito su una scelta di fondo che ha guidato la sua esistenza: non fare dell’arte una professione. «Il modo migliore per amarla, non essendo un artista, è stato tenerla come diletto», spiega. Non produttore di bellezza, dunque, ma testimone attento e instancabile ammiratore. Una sentinella del bello. È proprio questo ruolo – quello di libero per usare una metafora calcistica – che gli ha permesso, nel tempo, di sollevare dubbi e questioni anche scomode sulla gestione del patrimonio artistico cittadino in alcuni articoli pubblicati su Vocemisena.it.

Ma Piero Sbaffi ha censito opere che appartenevano a Senigallia e che oggi si trovano altrove. La più preziosa tra tutte è la Madonna di Senigallia di Piero della Francesca. Altrettanto significativa è la perdita dell’Annunciazione di Giovanni Santi, padre di Raffaello, e del ritratto del dottor Arsilli.
Le sue segnalazioni riguardano anche ciò che c’è e che nessuno (o quasi) vede. Come il busto settecentesco di papa Lambertini, ritrovato da lui e dall’amico Leonardo Badioli in un seminterrato della biblioteca comunale, nascosto dietro vetri sporchi insieme ad altre sculture abbandonate. Grazie alla loro insistenza, il busto è stato collocato all’auditorium San Rocco, trovando finalmente una degna sistemazione. O come la Madonna attribuita a Carlo Maratti, custodita per anni sotto chiave nel convento di San Martino e poi consegnata alla Diocesi nel 2025, oggi visibile a Palazzo Mastai.

Lo sguardo di Piero Sbaffi si sofferma anche su un’intuizione di grande interesse storico-artistico: i cosiddetti “confini di Caravaggio“. Senigallia non ha mai ospitato opere del grande pittore lombardo né lui vi ha mai messo piede, eppure custodisce due opere di artisti che ne delimitano la parabola. La prima è del Cavalier d’Arpino, il maestro presso cui Caravaggio andò a bottega a Roma, presente in città con un ritratto di Papa Clemente VIII. La seconda è di Giovanni Baglioni, rivale e primo biografo di Caravaggio, la cui pala d’altare nella chiesa di Sant’Angelo è stata di recente riconosciuta come opera autografa. Due poli temporali che, messi in dialogo, potrebbero diventare uno spunto espositivo originale e di richiamo.

Non mancano accenni a un altro capitolo poco noto: il soggiorno marchigiano di Francesco Trevisani, pittore istriano del ‘700 incaricato di realizzare copie dei capolavori di Paolo Veronese. Queste opere sono oggi ancor più preziose perché gli originali del Veronese sono in parte perduti o mutilati. Quelle tele, attualmente di proprietà bancaria e un tempo esposte a Senigallia a palazzo Marcolini, meriterebbero secondo Piero Sbaffi di tornare in città, auspicabilmente a palazzo Gherardi, ancora in attesa di un restauro che ne sblocchi l’accessibilità.

In chiusura, il nostro appassionato d’arte ha voluto sottolineare proprio l’assenza di luoghi davvero adeguati alla raccolta e all’esposizione di opere d’arte, il che potrebbe limitare anche l’iniziativa di altri soggetti, pubblici o privati. Il sogno sarebbe un polo museale cittadino degno di questo nome, capace di raccogliere donazioni e valorizzare ciò che esiste già, disperso tra archivi, conventi e magazzini. Altro sogno, e questo ben più facilmente realizzabile, è quello di rivedere esposta nella Pinacoteca diocesana la Madonna e Santi del Perugino, oggi collocata nell’abside della chiesa delle Grazie in posizione difficilmente godibile, e comunque al di fuori dei circuiti turistici principali. «I turisti là non ci vanno», sottolinea. «La chiesa è periferica, fuori dai circuiti. Un capolavoro del Perugino merita ben altra visibilità».

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