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Autore: Laura Mandolini

Padre Matteo Pettinari: Chiaravalle gli dedica un parco

Il ricordo di padre Matteo Pettinari (missionario della Consolata) è sempre vivo nella Chiesa di Senigallia, grata per la testimonianza luminosa di questo suo figlio e fratello. Lo ricordano con particolare affetto e gratitudine le comunità in cui padre Matteo è nato e cresciuto.

Sabato 18 aprile 2026, alle ore 10.30, in occasione del secondo anniversario della morte, il comune di Chiaravalle gli rende omaggio intitolandogli il parco antistante il plesso scolastico dell’istituto comprensivo Montessori-Montalcini, presso via Paganini a Chiaravalle, scuola che lo stesso padre Matteo ha frequentato.

Una messa per padre Mateo sarà celebrata nel pomeriggio dello stesso giorno, alle ore 18.30, presso la parrocchia del Cuore Immacolato di Maria a Borghetto di Monte San Vito, cui seguirà una veglia di preghiera.

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Come si muove il Papa…

Se va a Montecarlo è un amico di speculatori, ricconi e personaggi di dubbia moralità. Se dice che un ‘cristiano non può stare dalla parte di chi lancia bombe’, apriti cielo, con tanto di furibonde reazioni dei guerrafondai di ogni colore, in primis del Presidente degli Stati Uniti. Più che di identità e radici culturali occidentali da difendere, Leone XIV si occupa ‘semplicemente’ delle parole del Vangelo: nette, radicali, chiare e comprensibili anche a chi è a corto di studi teologici. Prevost sta per partire per un lungo viaggio in terra africana (qui, però, neanche una parola di incoraggiamento dai detrattori di turno, sbeffeggianti per la sua visita monegasca …) nella continuità di attenzione verso quelle periferie mondiali che conosce molto bene, forte della sua decennale esperienza missionaria in Perù. Tra le poche, pochissime voci che cercano di dare voce a popolazioni fuori dai radar mondiali, che sono in realtà maggioranza, da cui può nascere qualcosa di diverso, pacificato e giusto. Speriamo.

Massimo Olivetti e Dario Romano: confronto diretto al cinema ‘Gabbiano’ di Senigallia

Siamo arrivati all’evento organizzato all’interno del percorso laboratoriale de “La città che vogliamo”, pensato in vista delle elezioni comunali del 24 e 25 maggio 2026: giovedì 9 aprile 2026, alle ore 21 al cinema ‘Gabbiano’ si terrà infatti il confronto tra i candidati a sindaco di Senigallia attualmente in lizza Massimo Olivetti e Dario Romano. Il dibattito è aperto, gratuito e senza prenotazione. L’ingresso sarà consentito dalle 20:30 fino ad esaurimento posti. Per chi lo desidera sarà possibile seguire la serata in diretta su Radio Duomo e sul canale YouTube de La Voce Misena.

Ai due contendenti verranno poste le domande emerse durante il percorso, riportate sul documento disponibile al link https://www.diocesisenigallia.it/wp-content/uploads/2026/03/La-citta-che-vogliamo-documento-di-sintesi-.pdf. A queste si aggiungeranno stimoli riguardanti altri temi di carattere locale.

“Ci auguriamo – scrivono gli organizzatori – che questo evento possa stimolare la cittadinanza ad approfondire la conoscenza dei candidati e delle compagini che li sostengono. Questa serata conclude “La città che vogliamo”, un percorso volto a contrastare l’astensionismo, incoraggiare la partecipazione attiva e il voto consapevole”. La cittadinanza è invitata a partecipare.

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L’altro racconto da ascoltare, quello del Signore Gesù

Quando Gesù risorto incontra i suoi amici, discepoli, trova delle persone impaurite che si erano chiuse in casa, impaurite perché per loro quello che era successo alcuni giorni prima, la morte del maestro dichiarava conclusa la bella avventura che avevano avuto col Lui.
“Noi speravamo che fosse lui il Messia tanto atteso…” e invece quella morte aveva spezzato tutti i sogni e deluso tutte le speranze. E che cosa fa Gesù? Con pazienza rilegge la sua vita, ma soprattutto la sua morte, mostrando che quella morte non era stata una sconfitta, non non era la parola fine ad un’avventura bella, ma rappresentava uno una possibilità grande di speranza, perché quella morte lui l’aveva vissuta come gesto di amore, come gesto di vicinanza e quella morte era più forte dell’odio che aveva subito. Era più forte del male, era più forte del maligno che ispira e induce le persone a compiere il male.

Mi pare che anche oggi noi abbiamo bisogno che il Signore rifaccia un po’ una narrazione diversa di quanto stiamo vivendo. Una situazione che mette paura, che sembra offuscare le speranze in un futuro sereno, c’è timore di essere lasciati soli in questa situazione. E che cosa fa il Signore? Si avvicina a noi, ci parla di sé, di Lui, di quella morte che continua a portare i frutti buoni di una umanità riconciliata, pacificata e liberata.
Il mio augurio di Pasqua è che ci lasciamo parlare dal Signore. Consentiamo il Signore di raccontarci di Lui, di farci raccontare il senso della storia che stiamo vivendo. L’augurio che questo Signore lo ritroviamo presente, Egli cammina con noi sulla strada di un tempo così doloroso e così pieno incertezze.
Buona Pasqua. Una Pasqua nella pace, nella serenità e nella giustizia.

+ Franco
vescovo di Senigallia

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La Pasqua che libera la fede

Durante un pranzo di Pasqua alla Casa Bianca, la pastora Paula White ha rivolto parole sorprendenti al presidente degli Stati Uniti, affermando che sarebbe stato «tradito, arrestato e falsamente accusato», tracciando un parallelo con la figura di Gesù Cristo. White ha aggiunto che «come Lui è risorto, anche tu sei risorto», sostenendo che, attraverso la vittoria di Cristo, Trump sarà «vittorioso in tutto ciò che farà» e verrà usato da Dio per «sconfiggere il male».
Questa è la conferma più eclatante del potere che sempre più spesso occupa, strumentalizza e violenta la religione. A diverse latitudini, comprese le nostre, la usa come clava identitaria che esclude, emargina e nutre conflitti a tanti livelli, passando sopra alla coerenza di scelte e comportamenti evangelici per davvero. Non è una deriva ideologica soltanto dei cristiani, basta dare un’occhiata alle teocrazie islamiste o alle esasperazioni nazionaliste induiste e colpisce come, nel tempo del secolarismo e dell’indifferenza religiosa diffusa, le fedi hanno spesso i connotati più integralisti, pericolosi e settari. La storia è piena di gente che si è intestata la compagnia di Dio per giustificare ogni sorta di nefandezze e anche la Chiesa, quando ha messo se stessa sopra il messaggio che doveva annunciare, ha fatto danni.
Nel mondo che continua ad essere travagliato da tanta violenza ed ingiustizie, risuonano forti e necessarie le parole del papa nella sua omelia della Messa crismale del giovedì santo: “L’occupazione imperialistica del mondo è allora interrotta dall’interno, la violenza che fino a oggi si fa legge è smascherata. Il Messia povero, prigioniero, rifiutato, precipita nel buio della morte, ma così porta alla luce una creazione nuova”. Dio, liberaci dalla religione violenta, dall’occupazione imperialistica del sacro per farci scegliere sempre di più parole e gesti di pace che parlano di Te. Buona Pasqua!

‘Sulla via di Francesco’: una mostra a Senigallia

“Sulla via di Francesco. Un percorso d’arte e di luoghi per conoscere il Poverello” è il titolo dell’esposizione che apre da Pasqua alla Pinacoteca di Senigallia con il patrocinio del Pontifico Consiglio per la Cultura e del Consiglio Regionale delle Marche. Ideata e curata dalle storiche dell’arte Elide Oro e Lorenza Zampa Sulla via di Francesco èuna mostra che ha l’intento di esplorare la figura del Santo attraverso un percorso a tappe che ne riscoprano il cammino di vita e gli episodi più significativi tra i quali la devozione a Cristo Crocifisso, l’esperienza delle stimmate, il legame con Santa Chiara e molto altro. Inoltre l’esposizione, proposta nell’Ottavo centenario dalla morte di San Francesco (1226-2026) si estende virtualmente anche fuori dalla Pinacoteca di Senigallia mediante la segnalazione della presenza francescana nel territorio diocesano e l’invito ai visitatori, fedeli e turisti a percorrere un itinerario che, dalle eleganti sale della Pinacoteca diocesana in piazza Garibaldi, esce alla scoperta di chiese e conventi, luoghi di arte e di cultura, a volte ultime tracce di un antico passato, dove le testimonianze di San Francesco d’Assisi permangono ancora.

Tutti temi che i visitatori troveranno espressi nel ricco corpus di opere pittoriche e lignee, alcune delle quali inedite o esposte dopo lungo tempo, selezionate per questo ampio progetto di mostra, che animerà per tutto questo Anno Giubilare Francescano 2026 e oltre la proposta culturale e il calendario di eventi della Pinacoteca. L’esposizione, ad ingresso gratuito, sarà visitabile nel periodo aprile-maggio nei giorni di Sabato, domenica e festivi* (*chiuso: 6 aprile pomeriggio) con orario 9-12/16-19 e con tutti i dettagli sull’apertura comunque facilmente consultabili sul sito www.diocesisenigallia.it e sulle pagine social della Pinacoteca (fb e ig).

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Il mese della Misericordia, guardando la Polonia

Aprile è il mese ricco della Misericordia di Dio, che sovrabbonda in quanti confidano in Lui. Misericordia con la “M” maiuscola, se pensiamo a Gesù che in punto di morte, arriva a perdonare i suoi uccisori, a promettere il Paradiso al ladrone pentito e che dona sua madre a tutti noi. Pensando a questo amore così grande, vengono subito alla mente due santi, che sulla Misericordia di Dio, hanno puntato tutto: S. Giovanni Paolo ll e Santa Faustina Kowalska. Gesù aveva espresso a suor Faustina, il desiderio di dedicare una Festa alla Misericordia. L’immagine di Gesù Misericordioso viene rappresentata con due raggi di luce: il raggio pallido rappresenta l’acqua che giustifica le anime e il raggio rosso rappresenta il sangue che è la vita delle anime. Di san Giovanni Paolo ll, in questo mese ricordiamo il 21°anniversario della sua morte, avvenuta il 2 aprile (2005) mentre il 27 aprile (2014) fu proclamato santo da papa Francesco. Mentre suor Faustina è stata beatificata il 18 aprile (1993) e canonizzata il 30 aprile (2000). Ed era proprio il 30 aprile del 2000, quando il papa polacco Giovanni Paolo ll, decise che la prima domenica dopo Pasqua (domenica in albis) sarebbe stata dedicata alla Divina Misericordia. Nel tempo di Quaresima siamo stati chiamati alla riconciliazione e al perdono; questo tempo si è arricchito nel Triduo Pasquale e sboccia nella Santa Pasqua ( la festa più importante per noi cristiani) e che continuerà a vivere nella Divina Misericordia di domenica 12 aprile…. senza fine.

Orietta Moroni

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Adolescenti violenti, realtà e linguaggi

Un tredicenne che accoltella la professoressa di francese a Bergamo, un diciassettenne pescarese, residente a Perugia, che progettava una strage a scuola, al quale vengono contestati anche i reati di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa oltre che detenzione di materiale con finalità di terrorismo; due sedicenni accoltellati da un coetaneo alle giostre a Marano di Napoli. Quasi ogni giorno sono rilanciate notizie che hanno protagonisti giovanissimi per atti di violenza. Ne parliamo con il sociologo Maurizio Fiasco.

Professore, c’è un filo conduttore tra gli episodi di estrema violenza registrati a Bergamo, Perugia e Marano?
In realtà, dobbiamo distinguere i casi. L’accoltellamento a Marano riguarda l’effetto di una regressione in comportamenti gregari che cercano di far ottenere una identità all’adolescente, al minore attraverso l’esibizione di una potenza, di un volto, di un atteggiamento riguardo ai pari. È una sfida per gli educatori, è una sfida per chi amministra il territorio, è una sfida su cui bisognerebbe aprire tra tutti gli adulti che hanno un ruolo – genitori, animatori di comunità, insegnanti, parroci – una riflessione collettiva, seria, non mediatica, come avviene in alcune trasmissioni orribili e diseducative, sulla condizione di inquietudine dell’età evolutiva, quartiere per quartiere, comune per comune. Una autocoscienza collettiva su questa tendenza adolescenziale per capire come muoverci, considerando che l’allarmismo puro e semplice produce effetti boomerang, perché paralizza dal prendere una decisione adeguata, dall’assumere una responsabilità.

Per il caso di Perugia, invece, di cosa si tratta?
Questa vicenda richiede una riflessione che combina una lettura dell’inquietudine dell’adolescenza con un insieme di codici simbolici, richiami ideologici, una riproposizione di narrazioni mitologiche, superomistiche, nichiliste. In quest’uso di simboli e di progettazione stragista, nichilista, l’età tenerissima non è nuova nella storia: già a 13 anni nelle organizzazioni giovanili neofasciste si veniva coinvolti anche in atti di pedagogia della violenza estrema, i ragazzini facevano da palo, gli si davano le armi; e questo provocava in loro la percezione di un’identità, come un viatico nell’ingresso nell’età giovanile, era un modo per essere integrati nella “squadraccia” che faceva riferimento a ideologie di morte. Nel neofascismo c’è una religio mortis, che è una costante dal Novecento a oggi, da cui nasce anche la pulsione nichilista che viene poi codificata e organizzata con tutto un armamentario di simboli, di richiami ideologici, di evocazione di miti.
Come si accostano gli adolescenti a queste ideologie?
Non è un percorso spontaneo: una riserva delle ideologie di morte, delle ideologie sovversive, delle ideologie superomiste esiste e transita nei luoghi che a noi adulti sfuggono, per esempio in tutta una produzione canora che va tanto tra i giovani, queste simbologie di sopraffazione, di nichilismo vengono dette esplicitamente. C’è un’estetizzazione di queste simbologie di morte. Tutto ciò nel turbamento adolescenziale fornisce una strada, quantunque perversa e negativa, all’avere contezza di una identità. Il problema dell’età evolutiva e dell’adolescenza è quello del travaglio dell’identità. E in questo certamente gli accoltellamenti di Marano e il gruppo che preparava la strage hanno un trait d’union: nel senso che a Marano c’’è l’approdo di una dinamica che avviene spontaneamente, come riflesso in un clima generale di regressione. Qui c’è l’ingrediente, lo spazio di partenza che può essere anche accostato a quell’altro, ma c’è un lavoro su questo ingrediente, ed è il lavoro di una macchina ideologica che si esprime in diversi canali. Nel caso di Perugia il gruppo, le armi, le simbologie di morte, gli aspetti funerei. Questo non significa che meccanicamente l’attrazione per le simbologie di morte che può ritrovarsi in una parte degli adolescenti transiti direttamente nel formarsi di un’identità nichilista, però come sanno gli educatori è un passaggio, una forma che il turbamento adolescenziale può assumere.

Il tredicenne che ha tentato di uccidere la professoressa in quale dei due filoni rientra?
Il caso del ragazzino di tredici anni che ha provato a uccidere l’insegnante rientrerebbe in questo secondo ambiente, perché c’era un’elaborazione simbolica di tipo nichilista. È un tredicenne affascinato da un copione nichilista che nutre e soddisfa, in modo perverso, un suo forte turbamento adolescenziale e lo indirizza verso la violenza.
Come bisogna rispondere?
Bisogna che gli educatori tornino a riflettere sull’effetto micidiale che possono avere certe produzioni simboliche, narrative, con riferimento a un’estetizzazione della morte, facendo lievitare in senso nichilistico quello che è un normale e molto diffuso turbamento adolescenziale. Ci sono i cattivi maestri, è inutile che non ne nascondiamo. L’adolescente non va da solo a procurarsi queste cose, l’adolescente se le trova offerte. C’è una macchina mitologica che riscalda i motori e si presenta davanti a questi ragazzi. Poi c’è lo sfondo generale, quello di un imbarbarimento delle polemiche politiche, ideologiche, anche dell’intrattenimento mediatico. Oggi c’è lo spettacolo del delitto. Quando è diventata una materia di consumo la narrazione sul crimine, anche con i dettagli più orripilanti di quello che accade, cosa vogliamo? Che gli educatori colgano la salienza di quello che sta avvenendo? Che gli adulti si responsabilizzino? Sono tutti dispositivi che allontanano la coscienza e la responsabilità che ognuno di noi ha. Bisogna creare un baricentro dove una lettura responsabile e competente aiuti a fare le mosse giuste, invece che ripetere delle tautologie e dire: perché gli adolescenti compiono questi atti orribili? Perché sono immaturi. E perché sono immaturi? Perché compiono questi atti orribili. Molte delle discussioni che si fanno in pubblico e nei media televisivi hanno questa tautologia alla base. Ad esempio, di fronte a un omicidio ci si chiede: perché ha ucciso? Perché era pazzo. E perché era pazzo? Perché ha ucciso. Una volta messa a disposizione questa tautologia nessuno è responsabile di niente.
Ma cosa possiamo fare per aiutare i nostri adolescenti?
I fatti di Marano come quelli di Perugia e Bergamo sono due declinazioni di un’unica grande questione, quella della condizione dell’età evolutiva nelle nostre città, nei nostri quartieri e quindi dell’insufficienza dei processi educativi e anche della responsabilità del sistema degli adulti che non guardano le matrici di questo disagio. In questo senso si può fare molto, possono fare molto gli amministratori locali, può fare molto anche una riflessione collettiva: quante occasioni di socialità hanno oggi i ragazzi? Perché se in un contesto c’è il quartiere, l’oratorio, il giardino, la squadretta di calcio, i rapporti di vicinato, il dialogo o anche la polemica tra generazioni, c’è la strada, la piazza, queste violenze vengono già naturalmente contenute. Se invece il ragazzo vive in isolamento dentro casa, sta a guardare tutta una serie di spettacoli, ha una ridotta socialità, una compressione delle energie fisiologiche e energie vitali degli adolescenti, senza poterle esprimere in una partita di calcio o in un torneo, quando c’è una grande barriera tra i maschietti e le femminucce, che non permette di far nascere l’amicizia e la condivisione di pomeriggi amicali, la compressione della socialità va ad alimentare anche la forza di attrazione di comportamenti bullistici o gregari. Chiaramente, nel caso delle narrazioni mitologiche, superomistiche, nichiliste la questione è più delicata.
In questo caso cosa si dovrebbe fare in più?
Innanzitutto smontare in pubblico l’architettura di questa narrazione funerea e nichilista. Certe simbologie che vengono riattualizzate vanno denunciate. E poi anche in pubblico, nella polemica politica, occorre cambiare decisamente i toni e tornare a polemiche con toni civili. E poi c’è tutta una critica da fare a certe trasmissioni che esaltano le condotte aggressive. Utile anche fare l’esegesi dei contenuti nichilistici che ci sono in tutta una serie di produzioni canore del trap. Serve una riflessione pubblica su tutti questi aspetti.

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Le lacrime per Kunta Kinte e la risoluzione Onu

Ho pianto tanto per Kunta Kinte. È il protagonista del romanzo ‘Radici’ di Alex Haley, conosciuto da migliaia di persone grazie alla miniserie televisiva omonima ad esso ispirata che andò in onda sulla seconda rete della nostra tv pubblica nel 1978. Sgranavo gli occhi su quel volto color ebano, occhi tristi, spesso spaventati, in un corpo costretto e segnato da un’inquietante ‘collana’ di ferro sigillata nel suo giovane collo. Intuivo si trattasse di una storia tanto grande che avrebbe cambiato le sorti di milioni di vite. E del nostro pianeta. Kunta Kinte era un giovane uomo catturato nel villaggio di Jufureh, in Gambia (Africa), reso schiavo, venduto e trasportato ad Annapolis, negli Stati Uniti.

Mia nonna, stupita dalle mie lacrime che bagnavano praticamente ogni puntata, per consolarmi diceva che era “tutto finto, come Sandokan”, l’altro sceneggiato – allora si chiamavano così – andato in onda, con grandissimo successo un anno prima. Nonna si sbagliava. Certo, quei due erano frutto della creatività di abili scrittori, ma quella fantasia era stata nutrita da storie, una più tragica dell’altra, realmente accadute. Da grande capì che Kunta Kinte e Sandokan, oltre alla ‘K’ nel nome, avevano più cose in comune di quanto una piccola testolina potesse immaginare. La brutta storia coloniale, con annessi e connessi, di cui a quanto pare non ci siamo mai liberati.

Proprio quella storia torna alla ribalta, ma neanche tanto. Figuriamoci se in tempi di forti fibrillazioni nazionali e mondiali troviamo tempo e voglia di parlare della tratta degli schiavi. Eppure, proprio due giorni fa, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il principale organo rappresentativo e deliberativo dell’organizzazione internazionale, ha approvato una risoluzione per definire la tratta transatlantica degli schiavi provenienti dall’Africa «il più grave crimine contro l’umanità».

L’Onu non gode di buona salute, anzi, sopravvive grazie ad un accananimento terapeutico di chi non si rassegna a buttarla a mare. In molti staccherebbero volentieri la spina, ma nonostante questa crisi quasi irreversibile, iniziata da anni, la risoluzione è un importante giro di boa nella coscienza – sporca – della comunità internazionale, almeno per la sua parte più ricca e prepotente.
Che l’Africa ed il Sud del mondo abbiano cambiato passo nel rivendicare il diritto ad una storiografia giusta, non scritta soltanto dai potenti, lo si avverte da tempo, specie da quando i presunti valori occidentali stanno crollando sotto i colpi di una vergognosa arroganza bellicista che manda all’aria quel poco di convenzioni giuridiche internazionali ancora vigenti. Con quale faccia, oggi, osiamo ancora presentarci come difensori della dignità umana, portatori (se non addirittura esportatori) di valori democratici e di buona convivenza?

Le risoluzioni, ormai sappiamo anche questo, hanno sostanzialmente un  valore simbolico, non sono vincolanti e non hanno effetti concreti immediati. Questa, però, ha qualcosa di originale: incoraggia gli stati membri delle Nazioni Unite ad avviare azioni riparative per il loro eventuale ruolo nella tratta degli schiavi. Per esempio attraverso pubbliche scuse, risarcimenti, la restituzione di opere d’arte rubate durante il periodo coloniale o l’avvio di attività interne di formazione e sensibilizzazione sul colonialismo. Complimenti, i grandi promotori dell’uguaglianza tra i popoli tutti a battere le mani, unanimità garantita, finalmente una storia più giusta per tutti. Poveri illusi! Non è andata così.

Bocciature ed astensioni pesano come macigni. La risoluzione, proposta dal Ghana, è sì stata approvata da 123 paesi. Ma i tre che hanno votato contro (Stati Uniti, Israele e Argentina) e i 52 astenuti, paesi dell’UE, Italia compresa, dicono tanto. Il Regno Unito sostiene, ad esempio, di non dover pagare le conseguenze di azioni intraprese in altri tempi e da governi passati; altri tirano fuori l’esigenza di avere più tempo per studiare meglio tutta la pratica. Altri, i più, stanno tranquilli perché tanto non cambierà nulla. Ci si dimentica di tutto, figuriamoci della tratta delle africane, degli africani: si sa che certe vite valgono un po’ meno di altre.

L’idea alla base della risoluzione era quasi ingenua nella sua formulazione, complicata nella sua attuazione, ma assolutamente condivisibile: i paesi che hanno subìto colonialismo e schiavismo (si stima che tra il Cinquecento e l’Ottocento le persone catturate in Africa e portate in America come schiave siano state tra i 12 e i 15 milioni e che oltre due milioni morirono nel tragitto) ne scontano ancora oggi le conseguenze sotto forma di diseguaglianze sociali e povertà, discriminazioni e razzismo. E tutto questo dovrebbe essere riconosciuto anche nelle sedi ufficiali del vivere insieme. Quelle popolazioni, quei luoghi privati di così tante giovani vite, vivono anche oggi le pesanti eredità di quella emorragia umana senza pari nella storia.
I ‘grandi’ della Terra, però, non la pensano così, per loro è ora di voltare pagina, di guardare avanti, hanno le mani pulite, loro nemmeno c’erano a quei tempi… Pazienza se tanta ricchezza degli schiavisti di ieri e dei potenti di oggi sia stata possibile proprio grazie a quella forza lavoro gratuita, garantita per secoli nell’impunità e mille connivenze.

Aveva ragione quella bambina, Kunta Kinte meritava le sue lacrime. Quelle che all’Onu, in troppi, non hanno voluto far scendere sulle loro disumane facce.

Laura Mandolini

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A Senigallia la giornata dei missionari martiri

Il 24 marzo 2026 la Chiesa cattolica celebra la trentaquattresima Giornata dei Missionari martiri, un
momento di memoria e riflessione. Non si tratta solo di ricordare chi ha donato la propria vita per
il Vangelo, ma anche occasione per interrogarsi su cosa significhi oggi essere testimoni di fede e di
speranza in contesti di fragilità e conflitto. In diocesi potremo incontrarci la giornata di martedì 24 marzo, ore 21.00, presso la Chiesa di S. Maria Assunta a Vallone di Senigallia e sarà un tempo per fermarsi, ascoltare e pregare insieme, per fare memoria di chi ha donato tutto. Saremo con il missionario comboniano P. Gabriele Perfetti e il Vescovo Franco Manenti.

Tra il 2000 e il 2025, 626 missionari e operatori pastorali hanno perso la vita mentre servivano le
comunità sparse del mondo. Nel solo 2025 sono stati diciassette: 10 in Africa, 4 nelle Americhe, 2 in Asia e
1 in Europa. Dietro ogni numero c’è una storia unica di impegno, coraggio e fede capace digenerare frutti duraturi. Lo slogan di quest’anno, “gente di primavera”, richiama proprio questa idea: la testimonianza missionaria, anche nei contesti più difficili, è come un seme che fiorisce, portando speranza e rinnovamento.

Questa giornata non è solo memoria: è un invito a riconoscere come la testimonianza silenziosa e
coerente di chi crede può generare vita e speranza, anche nei contesti più difficili. Ci sfida a
chiederci in che modo ciascuno di noi possa portare semi di primavera nella propria comunità,
nelle piccole scelte quotidiane e nell’impegno a costruire relazioni fondate sulla dignità e sul
rispetto per ogni persona. Le comunità parrocchiali potranno inoltre approfondire il tema grazie ai sussidi preparati da Missio, con proposte per la Via Crucis e Adorazioni, strumenti utili per la Quaresima.

Per approfondire e scaricare i materiali per le comunità: www.missioitalia.it/giornata-deimissionari-martiri-2026/.

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Giornata nazionale Unitalsi a Senigallia

L’Unitalsi Senigallia, sarà presente con i suoi volontari, per la Giornata nazionale, nei giorni 21 e 22 marzo 2026, con un gazebo in Corso II Giugno (davanti alla filiale BNL) e nelle parrocchie della diocesi, per offrire un cofanetto di pasta di grano duro da 400 gr. di tipologie diverse.

Un cofanetto che può diventare dono a chi è in difficoltà, un gesto di umanità, per abbracciare un bisogno e agire, per non voltare lo sguardo. Il gazebo resterà aperto nelle due giornate dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 20.00. Sabato pomeriggio, inoltre, nel gazebo passerà i “CENERENTOLA” che saluterà tutti i bambini e poi prenderà il treno per andare a Lourdes dove aspetterà il pellegrinaggio dei piccoli
dal 23 al 30 giugno 2026. Visitando il nostro gazebo, si potrà trovare una cassettina “Posta a Bernardette” per lasciare un pensiero, una preghiera che verrà portata a Lourdes nel prossimo pellegrinaggio.

Armanda Magini – presidente Unitalsi Senigallia

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Parisa Nazari, a Senigallia per dare voce all’Iran

Parisa Nazari, ospite a Senigallia di Fidapa, sabato 14 marzo scorso, è un’ attivista iraniana che vive da anni in Italia; lontana dalla sua patria, dal suo popolo, dalla sua famiglia, ha spiegato perché ha deciso di uscire allo scoperto, di esporsi e far conoscere la lotta delle donne iraniane negli ultimi 120 anni. Non è stata una scelta facile e scontata! Probabilmente non potrà più rientrare in patria, ma tale rinuncia è stata inevitabile, perché l’unico modo per partecipare da lontano alla lotta e tener desta l’attenzione pubblica sulle violenze e ingiustizie subite dalle donne in Iran.

Il grande movimento “Donna, Vita e Libertà”, nato nel settembre del 2022, in seguito all’uccisione da parte della polizia morale iraniana di Masha Amini, che aveva osato indossare il velo senza coprire del tutto i suoi capelli, lotta pacificamente per il riconoscimento dei fondamentali diritti umani, per la democrazia e l’emancipazione di ogni donna iraniana. È una lotta antica, iniziata nel 1906, quando durante la monarchia assoluta nacque la prima scuola femminile che segnò l’avvio della liberazione femminile. Il percorso si interruppe nel 1979, con l’insediamento della Repubblica islamica che in 47 anni ha smantellato ogni tipo di conquista e di libertà.

Dai primi di gennaio del ‘26, dall’inizio della grande manifestazione nazionaleche vede in piazza donne e uomini di ogni età e condizione sociale, il regime dittatoriale agisce con efferata violenza, bloccando ogni via di comunicazione, moltiplicando la morte di inermi ed innocenti. L’attacco statunitense-israeliano dello scorso 28 febbraio sta spargendo ulteriore sangue, per lo più innocente, esacerbando il regime e mettendo a dura prova la resistenza del popolo iraniano.

Parisa Nazari ha acceso i riflettori anche sui numerosissimi prigionieri politici, sui ripetuti bombardamenti alle carceri negli orari di visita, dove si consumano massacri indicibili e del tutto celati all’opinione pubblica. In questa nuova fase è ancor più difficile reagire e manifestare, per la violenza interna ed esterna: la guerra indebolisce la società civile e di conseguenza ogni lotta per i diritti passa in secondo piano. l’Iran è una terra lacerata, ferita, dove la violenza schiaccia tutto e tuttiverso un abisso infernale.

Quale sarà il  futuro delle donne, dei bambini, di un intero popolo oppresso da decenni? Qual è il ruolo di noi tutti, società internazionale, spettatori indifferenti e silenziosi che ripongono speranza negli attacchi militari e nella potenza distruttrice delle armi? 

Federica Spinozzi

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Una domenica speciale: lupetti a Loreto

Il Branco Mowha del gruppo scout Agesci “Senigallia 2″ ha trascorso una domenica ricca di avventura e scoperta a Loreto. Siamo partiti in treno dalla stazione di Senigallia e abbiamo visto il mare Adriatico che sembrava brillare al sole. Arrivati a Loreto abbiamo visitato, con una guida, il camminamento di ronda che veniva utilizzato dai soldati per controllare la zona e proteggere la città dagli attacchi dei pirati. Per raggiungere il camminamento abbiamo dovuto salire una stretta scala a chiocciola che si snoda all’interno delle mura.
La guida ci ha fatto notare delle piccole finestre che venivano utilizzate dalle guardie per versare olio bollente sui nemici che tentavano di scalare le mura. Ci sembrava di essere in un castello medievale o in un film di pirati!

Dopo pranzo siamo andati a visitare la Santa Casa di Loreto, un luogo speciale dove le persone vanno a pregare davanti alla statua della Vergine Maria, è una meta di pellegrinaggio per i fedeli di tutto il mondo. Ognuno di noi ha scritto una preghiera che abbiamo poi lasciato nella Cappella. È stata una domenica fantastica e anche il viaggio di ritorno in treno è stato divertente in compagnia dei miei amici scout.

Davide Ciriachi – lupetto del Branco ‘Mowha’

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Giornata di preghiera e digiuno per la pace

Un momento di raccoglimento e riflessione per invocare la pace. Venerdì 13 marzo 2026 la comunità cristiana è invitata a vivere un tempo di preghiera e digiuno per chiedere il dono della pace in Medio Oriente e nel mondo intero. L’iniziativa nasce dall’appello di Papa Leone XIV, che ha invitato i fedeli a fermarsi in preghiera «per fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile». Un invito che anche la Diocesi di Senigallia ha deciso di accogliere, promuovendo un momento comunitario aperto a tutti. Per tutta la diocesi l’appuntamento è fissato venerdì 13 marzo, dalle 20 alle 21, alla Chiesa del Portone, dove i fedeli si ritroveranno per un’ora di preghiera. La serata proseguirà poi alle 21.00 al Teatro Portone con lo spettacolo “Giuseppe il misericordioso”, interpretato da Pietro Sarubbi. L’incontro sarà anche un momento di preparazione alla festa di San Giuseppe, in un clima di spiritualità e condivisione.

In questo drammatico momento, come affermato nella Nota Educare a una pace disarmata e disarmante, “il grido delle vittime giunge a noi con una forza che ci interpella direttamente; le immagini di violenza crescente ci sconcertano e chiamano a un impegno rafforzato”. Un impegno corale e consapevole che deve tradursi in gesti di prossimità e di preghiera quotidiana.

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Luca Conti, connesso profondamente alla vita

Luca Conti se n’è andato presto. Troppo. E stavolta non c’entra la sua sorprendente capacità di arrivare prima, stavolta questo finale inatteso ha sorpreso anche lui, costretto a stare fermo, lui il giramondo, da una grave malattia che l’ha stroncato ad appena cinquant’anni. ‘Sono talmente avanti che quando guardo indietro… vedo il futuro!’. Luca se la poteva permettere questa battuta. Ciò che muove le idee, la tecnologia, la curiosità, la voglia di scandagliare i saperi inediti metteva in perenne movimento la sua vivace intelligenza: voleva capire dove siamo, ma soprattutto dove stiamo andando.

Internet, la macchina meravigliosa per alcuni, infernale per altri, l’aveva in pugno pressoché da subito, quando la maggior parte dei comuni mortali brancolava nel buio. Tanto che nel 2002 fu tra i primi in Italia ad aprire un blog, Pandemia.info che , anche nel nome, anticipò qualcosa di inimmaginabile. Collaborando con molte aziende in progetti di sviluppo digitale, Luca ha scritto numerosi libri di web marketing, ha insegnato all’Università Milano – Bicocca, approfondito la rete sulle più autorevoli testate italiane ed internazionali. Le sfide dell’avvincente rapporto tra tecnologia e vita quotidiana, una su tutte quella dell’intelligenza artificiale, lo hanno spinto a ricercare, a creare nel 2017 il podcast “Equilibrio digitale”, con più di una riflessione su cosa significa usare i nuovi mezzi di comunicazione ed apprendimento senza farsi usare dagli stessi.

Cittadino del mondo digitale, ma anche viaggiatore instancabile con spesso la valigia in mano, attratto dai luoghi meno battuti dal grande turismo per conoscere da vicino ambienti, culture e storie avvincenti nella loro originalità. Era uno spasso sentirlo raccontare al rientro dalle sue traversate in giro per il pianeta. Perché Luca ritornava sempre nella sua piccola città, ne era profondamente legato, la stessa che ha servito anche come consigliere comunale, da attivista per la difesa dell’ambiente, nel desiderio di connetterla alla contemporaneità più avvincente per emanciparla da un esasperato provincialismo che sembra invece non lasciarla mai.

Il foyer del cinema ‘Gabbiano’, luogo di tante chiacchierate pre e post – film, sarà più vuoto. In quello spazio Luca c’era spesso, tra la sala e la strada, sintesi perfetta di una vita vissuta intensamente, al confine tra piccole certezze quotidiane che scaldano il cuore e la spinta indomabile, mai sopita quasi fino alla fine, a spalancare gli occhi sul mondo ancora sorprendentemente meraviglioso, nonostante tutto.

Laura Mandolini

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