Ignazio Punzi ha di recente animato due incontri di formazione dedicati alle volontarie ed ai volontari delle Caritas parrocchiali nella Diocesi di Senigallia. È formatore, psicologo e psicoterapeuta. Presidente dell’associazione L’Aratro e la Stella, ha progettato con Giuseppe Dardes il percorso di crescita umana e spirituale In viaggio verso l’Isola sconosciuta (www.isolasconosciuta.it). Supervisore di numerose équipe di educatori che si occupano di minori e disabilità, tiene corsi di formazione per educatori, insegnanti, genitori e volontari. Lo abbiamo incontrato a Chiaravalle, la scorsa settimana, nel partecipato e vivace incontro sul tema della comunità e delle relazioni.
È ancora spendibile oggi, nella Chiesa, la parola comunità?
Non solo è spendibile, ma assolutamente necessaria. La vita comunitaria all’interno della spiritualità cristiana è uno degli elementi imprescindibili, perché la nostra non è un’ascesi individuale, ma è una dimensione relazionale. La Bibbia ce lo dice bene: per la spiritualità cristiana la comunità è un luogo teologico. Gesù diceva ‘dove due o più, vi riconosceranno da come vi amerete’, cioè dalla qualità delle relazioni che viviamo. Nella spiritualità cristiana il luogo della presenza di Dio non è il tempio. Quello è presente in tutte le religioni. La presenza di Dio è dove sono le persone e la comunità. Quindi non solo è necessaria, è strutturante, non è un di più, non è un optional, è vincolante. Il cristiano si caratterizza per il fatto che incontra il Signore nella storia, il Dio in cui credeva Gesù è il Dio della storia, il Dio degli eventi, il Dio delle persone. Va incontrato nel volto dell’altro, in particolare nei fragili perché nel fragile, nello scartato, in chi è ai margini, in chi fa fatica a essere accolto, a essere visto, a essere integrato in una comunità; è lì che si presenta, è lì che si annida la potenza della vita. Questo è il proprio della comunità cristiana.
In un tempo in cui la Chiesa, così come l’abbiamo conosciuta fino a qualche anno fa, è fortemente in crisi cosa può aiutarla nel vivere questa dimensione, quasi a prescindere dalle mura parrocchiali?
Il Concilio l’aveva anticipato, Papa Francesco ha fatto esplodere il concetto di una Chiesa, come la definiva lui, in uscita. I discepoli di Emmaus scoprono la verità su quello che hanno vissuto fuori dalla città santa, fuori dal luogo dove era riunita e rinchiusa per paura la prima comunità cristiana. La scoprono per strada, incontrando e accogliendo uno straniero, un forestiero. Le persone, cioè il volto del Signore, va incontrato lì dove sono ogni giorno, non possiamo aspettare che la gente arrivi da noi, questo non funziona più. Dobbiamo avere il coraggio dell’uscita, diceva Papa Francesco e incontrare le persone lì dove sono, lì dove la vita le ha condotte, nelle loro fatiche, nel loro dolore, nelle loro gioie e fare un pezzo di strada con loro, condividere, ascoltare innanzitutto. Papa Francesco diceva che evangelizzare i poveri significa farsi evangelizzare dai poveri. Non vado all’altro per vendere un prodotto, evangelizzare significa farmi convertire dall’altro, esercitare ospitalità, ascolto, perché attraverso l’altro mi si rivela un frammento di questo Dio che è sempre eccedente, di questa vita che è sempre sovrabbondante, che non posso mai richiudere, né in un luogo, né in una dottrina, né in un’idea.
L’Evangelii Gaudium, il programma pastorale di Papa Francesco, una sorta di attualizzazione del Concilio Vaticano II, che fine ha fatto?
Credo che i tempi sono ancora troppo brevi per capire che cosa sta accadendo. Quello che è di certo è che le idee hanno bisogno di persone che le incarnino, la testimonianza di Papa Francesco deve diventare vita per noi, spetta a noi ora continuare il percorso che lui ha iniziato, altrimenti quello scritto rischia di essere una bella idea in un bel manualetto che però rimane lì. Per questi semi dobbiamo preparare continuamente un terreno fecondo perché possano fiorire in tutta la loro potenza e bellezza.
Oggi il cristianesimo è vissuto e proposto più come un’identità che divide, anziché vita che fa incontrare…
Questa postura identitaria non mi stupisce, perché stanno soffiando i venti del cambiamento e ogni cambiamento vero suscita resistenze. Non mi stupisce il fatto che la Chiesa, le comunità laiche, le nazioni, si stiano rifugiando in un’identità da difendere. È il segno che qualcosa sta soffiando. Non c’è mai stato nella storia dell’umanità un movimento così grande in cui i popoli si stanno contaminando così tanto tra di loro. I confini geografici nazionali sono così irrisori davanti a questi movimenti della storia che di fronte a tutto questo ci stiamo difendendo. E siamo dei folli, siamo degli stolti. Noi dovremmo, in tutto ciò che è movimento, che è cambiamento, cogliere il soffio dello Spirito che dà alito, che dà nutrimento alla storia e accoglierlo e assecondarlo, perché ci conduca oltre, in una fraternità che ha bisogno di gesti inediti, di forme nuove, mai comparse, di condivisione, di nuova giustizia, di nuova uguaglianza. Io credo fondamentalmente che se ci sarà un cambiamento vero per la Chiesa e per l’umanità arriveranno almeno queste tre categorie di persone. I giovani, i poveri e le donne.
A proposito di donne e donne nella Chiesa, come siamo messi?
Anche qui c’è un movimento continuo. È chiaro che i tempi delle istituzioni sono tempi lenti. Le istituzioni non sono mai state profetiche. C’è sempre qualcuno che ha cominciato, un gruppo di persone che ha creduto. E i profeti, da che mondo e mondo, sono sempre stati combattuti dalle istituzioni. Ma questo è il segno che qualcosa sta cambiando. Abbiamo bisogno di forme nuove, nel rispetto evidentemente di tutto e tutti, avendo il coraggio di incarnare oggi una prospettiva altra. Perché Dio non lo possiamo inscatolare in nessuna istituzione, in nessuna dottrina, in nessuna idea.
Siamo corpo, psiche e potenzialità spirituale. Quale di queste tre dimensioni è più in crisi?
Questa divisione è una divisione accademica. È in crisi la persona, è in crisi l’essere umano che diventa davvero tale nella misura in cui riesce a integrare queste tre prospettive: la dimensione del corpo, la dimensione della mente, della psiche, della cognizione, della razionalità e la dimensione spirituale. Questo è l’uomo biblico. Se uno riesce a integrarle, se le comunità si attrezzano perché ogni persona riesce a far incrociare queste parti di sé, direi che possiamo usare tranquillamente la parola santità. Si chiama maturità personale. È la fioritura piena dell’umano.
E anche il concetto di santità, forse andrebbe raccontato diversamente…
Penso proprio di sì!
a cura di Laura Mandolini
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