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Autore: Laura Mandolini

Perdiamo tutti

“Bravo!”, “Onore ai lottatori”, “Ce ne vorrebbero a decine per fermare questi nullafacenti”. Sono alcuni dei commenti comparsi sui social a sostegno di un’aggressione avvenuta nei giorni scorsi a San Benedetto del Tronto, ripresa in un video virale. Lo racconta un editoriale del giornale diocesano “L’Ancora”, che si interroga sul perché “un gesto di violenza viene oggi applaudito da così tante persone”, individuando la causa in “un sentimento diffuso di paura, inquietudine e insicurezza”. È intervenuto il sindaco Nicola Mozzoni, prendendo le distanze da quanto accaduto. Secondo la ricostruzione, lo stato di alterazione del cittadino iracheno coinvolto – comportamento che il giornale sottolinea “non giustifica in alcun modo” – sarebbe seguito allo sgombero di un accampamento, nel corso del quale sarebbero finiti tra i rifiuti anche zaino, documenti ed effetti personali. “Allontanare una persona senza offrirle alcuna alternativa significa, spesso, limitarsi a spostare il problema di qualche centinaio di metri”, osserva l’editoriale, che rilancia la richiesta di un commissariato in città. “La sicurezza non nasce dalla vendetta, dall’odio o dall’esaltazione dell’uomo forte di turno”, ma “da istituzioni presenti, credibili ed efficienti”. Il testo richiama le parole del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme: “La pace è anche una cultura”. “Quando la paura prende il posto dello Stato – conclude ‘L’Ancora’ – nessuno è davvero più al sicuro”.

L’Unitalsi marchigiana a Lourdes. Da Senigallia, insieme al vescovo Franco, tanti pellegrini

L’Unitalsi marchigiana è in pellegrinaggio a Lourdes, nel sud-ovest della Francia. Questa sera (11 luglio 2026) e per le prossime quattro sere su Tv Centro Marche (canale 10) dopo il telegiornale delle 19,30 andrà in onda lo speciale “In viaggio con l’Unitalsi Marche” con le immagini del lungo viaggio in treno, di pellegrini e volontari, partito giovedì scorso, tardo pomeriggio 9 luglio, da San Benedetto con soste anche ad Ancona e Senigallia. Saranno proposte interviste e immagini dei pellegrini in alcuni momenti di incontro e di spiritualità nel santuario mariano di Lourdes, ai piedi dei Pirenei.

56 sono i pellegrini di Senigallia (sia in treno sia in aereo) accompagnati dal loro vescovo Franco Manenti, dall’assistente regionale dell’Unitalsi don Stefano Conigli, dal vicario generale della diocesi di Senigallia don Aldo Piergiovanni, da don Mauro Baldetti parroco di Ostra Vetere, da don Luciano Guerri parroco di Serra de’ Conti e da don Giuseppe Bartera, direttore dell’Ufficio diocesano della pastorale del turismo e pellegrinaggi.

Stamane il vescovo Franco ha celebrato la S. Messa dalla Grotta del santurio che è possibile vedere collegandosi a questo link www.youtube.com/live/HZMIKNRhgyg?is=Zn6hZUTGYAriV1bX
Grande commozione, infine, nell’apprendere ch Papa Leone domenica 27 settembre p.v. celebrerà la Messa a Lourdes, sul prato davanti alla Grotta, nel programma del suo viaggio apostolico in Francia dal 25 al 28 settembre.

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La rete ‘Associazione per Ucraina’ lancia la campagna ‘Voce ai comuni’ contro i crimini russi

È stata lanciata il 6 luglio scorso la campagna nazionale “Voce ai Comuni – Basta silenzio sui crimini russi”, promossa da NAU – Network Associazioni per Ucraina, la rete che riunisce le associazioni ucraine e pro-Ucraina attive sul territorio italiano. L’iniziativa nasce da un’urgenza drammaticamente attuale: solo negli ultimi giorni la Russia ha colpito l’Ucraina con oltre 2.550 droni, più di 1.730 bombe aeree guidate e 179 missili, causando oltre 55 vittime civili e più di 200 feriti. Tra le vittime, bambine di 2 e 5 anni, morte insieme alle loro madri negli attacchi su Sumy e Kryvyi Rih.

La campagna chiede a ogni Comune italiano — attraverso le associazioni della rete NAU presenti sul territorio — di adottare una mozione o un ordine del giorno che condanni pubblicamente questa escalation di attacchi russi contro la popolazione civile ucraina. Un gesto istituzionale che le comunità ucraine residenti in Italia, spesso silenziose ma sempre più preoccupate, chiedono da tempo.

Nelle Marche, l’associazione Insieme Per Ucraina ODV ha già inviato una PEC ai presidenti dei Consigli Comunali di 25 città della regione: Ancona, Falconara Marittima, Fabriano, Osimo, Fermo, Macerata, Civitanova Marche, San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, Fano, Pesaro, Porto Recanati, Loreto, Montemarciano, Senigallia, Chiaravalle, Urbino, Vallefoglia, Corridonia, Potenza Picena, Porto San Giorgio, Grottammare, Sant’Elpidio a Mare, Castelfidardo, Tolentino e Recanati.

Perché se noi restiamo in silenzio, chi grida per loro? Le comunità ucraine in Italia vivono, lavorano e contribuiscono ogni giorno ai nostri territori. Molti sono anche cittadini italiani. Chiedono solo che le istituzioni più vicine ai cittadini non restino a guardare in silenzio mentre in Ucraina si continua a morire sotto le bombe. La campagna, coordinata a livello nazionale da NAU, prevede l’invio di richieste analoghe da parte delle associazioni della rete in tutta Italia entro il 15 luglio prossimo. Le risposte ricevute dai Comuni saranno raccolte e rese pubbliche nelle prossime settimane.

Andriy Podolskyy
Presidente, Insieme Per Ucraina – IPU (Odv)

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La spesa militare continua a crescere, denaro pubblico sottratto a servizi e sicurezza vera

Il nuovo Rapporto dell’Osservatorio Milex sull’influenza indebita dell’industria militare sulla politica, a cinque anni dal precedente, restituisce un’immagine allarmante della situazione non solo per il livello ormai raggiunto dalla spesa militare italiana, ma per l’assenza pressoché totale di meccanismi di controllo su come quei fondi vengano spesi. Le risorse destinate all’industria degli armamenti crescono senza sosta, mentre non sono stati introdotti strumenti di verifica e trasparenza che dovrebbero impedire che questa mole di denaro pubblico finisca per alimentare soprattutto il profitto degli interessi del complessi militare-industriale-finanziario, più che una reale strategia di sicurezza collettiva. È questo il dato più preoccupante: non solo si spende di più, ma si spende peggio, senza che la politica se ne assuma la responsabilità.

Proprio in questa opacità si misura il peso crescente che l’industria militare esercita sull’agenda politica della difesa in Italia. Le scelte di bilancio non nascono da un’analisi condivisa delle minacce reali, ma vengono trainate da interessi economici che spingono verso l’aumento della spesa come risposta quasi automatica e senza alcune riflessione nei confronti di ogni tensione internazionale. Non a caso, nei prossimi giorni il vertice Nato di Ankara confermerà questa tendenza: più fondi, più produzione, più armi, con la promessa retorica(mai discussa, dimostrata o verificata) che tutto ciò possa rendere l’Europa più sicura.

Le minacce, intanto, si moltiplicano e cambiano volto: accordi che si creano e si sciolgono, fronti che si spostano, azioni militari che portano a contraccolpi negativi anche a grande distanza. Ma siamo davvero così in pericolo secondo questa prospettiva meramente “sicuritaria”? Qui sta il primo errore del dogma insensato del riarmo: individua la minaccia in un nemico esterno, ipotetico, che un giorno potrebbe attaccarci, e ci prepara solo a subirne l’urto o a rispondere colpo su colpo.

Ma un pericolo futuro e astratto non si disinnesca accumulando armi: si disinnesca affrontando le cause che lo generano. E mentre ci si prepara a un attacco che forse non arriverà mai, ogni giorno, concretamente, migliaia di persone muoiono per inquinamento, per fame, per mancanza di lavoro, per cure che non possono permettersi. Questa è la minaccia reale, quotidiana, già in corso: non un nemico alle porte, ma la disuguaglianza che lasciamo crescere indisturbata. Non è un caso che a inizio anno il Bulletin of Atomic Scientists abbia spostato ancora l’Orologio dell’Apocalisse verso la mezzanotte: non per un attacco imminente, ma perché la politica continua a non affrontare i problemi reali (gli arsenali nucleari in crescita, il clima impazzito, le disuguaglianze globali) preferendo investire in armi anziché nella loro soluzione. Poi c’èun secondo errore, di metodo: la storia degli ultimi venticinque anni dimostra che armi e aumento delle spese militari non hanno mai risolto o scongiurato un conflitto, lo hanno solo prolungato, esacerbato o spostato altrove. Rispondere a minaccia militare e armata con altra minaccia violenta non produce sicurezza, produce escalation.

In tanti percepiamo come la Pace sia oggi più urgente che mai, ma serve chiarezza su cosa la renda reale, giusta e realizzabile. Come ha detto, instancabile, Papa Leone XIV la pace dev’essere “disarmata e disarmante” e non può dimenticare gli ultimi: lo ha ripetuto anche in questi giorni a Lampedusa. Il riarmo (è sempre il Papa che lo ha sottolineato con forza) non è una forma di difesa della patria: mette in pericolo chi sta dall’altra parte, minacciato dalle armi che produciamo, ma anche gli stessi cittadini che si dice di voler proteggere, perché ogni escalation aumenta il rischio per tutti.

E ogni euro speso in armi è un euro sottratto a chi muore oggi, non domani.

È questa la ragione per cui stiamo lavorando con passione per la campagna “Un’altra difesa è possibile” che chiede istituzioni per la difesa civile, non armata e nonviolenta: un’idea di sicurezza fondata su corpi civili di pace capaci di intervenire nei conflitti riducendo le minacce invece di alimentarle, e su un uso delle risorse pubbliche che dia sollievo alle fragilità del mondo invece di ingrassare il profitto di pochi. E con tante iniziative stiamo rilanciando la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare che ha già superato le 14mila adesioni, con il sostegno di tanti volti noti e conosciuti: un segnale chiaro che un’altra idea di sicurezza, e di pace, è possibile. Già oggi.

Francesco Vignarca
coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo

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Inaugurata a Serra de' Conti la nuova "casa Franco Perticaroli", luogo dedicato alle fragilità, all'inclusione e alle relazioni

Inaugurata a Serra de’ Conti ‘Casa Perticaroli’, dove abitano abilità diverse e tanta umanità

A Serra de’ Conti, dentro ‘Casa Perticaroli’, luogo dedicato a persone con disabilità, abitano diverse storie. Qui si incrociano tante vite. Il sorriso, unico e prezioso, di Franco – deceduto nel 2019 e a cui la casa è dedicata – accoglie nell’originale targa posta all’entrata chi, per motivi diversi, varcherà la soglia di un luogo che fa più bella la comunità serrana e non solo.
Trova ospitalità la vita di chi abiterà in queste ariose ed accoglienti stanze, ancora più abilitato a mettere in gioco, ogni giorno, il proprio desiderio di autonomia e relazioni. I giorni di quanti, a dispetto di chi ci vorrebbe tutti performanti e ‘meritevoli’ di stare al mondo, donano volontariamente tanto del loro tempo per condividerne uno ritmato diversamente, in esperienze e progetti dove la dignità di ogni persona è custodita e rilanciata.
Avranno la porta aperta, in questa armoniosa dimora, imprenditori, filantropi, vicini di casa, professionisti dai mestieri più diversi, che in diverse occasioni si sono già lasciati coinvolgere in un progetto capace di stimolare idee, donare speranza e farci sentire più famiglia umana.

Numerose le istituzioni presenti, sabato 4 luglio mattina, per il taglio del nastro, espressione di tanti livelli di governo. Il messaggio, letto dal presentatore Sandro Apolloni, della ministra per la disabilità, Alessandra Locatelli, i saluti dell’assessore regionale delle Marche alla sanità e ai servizi sociali Paolo Calcinaro, quelli del presidente della Provincia di Ancona, Daniele Carnevali; il sindaco di Serra de’ Conti, Silvano Simonetti. In platea, gli assessori regionali Giacomo Bugaro e Tiziano Consoli, i consiglieri regionali Corrado Canafoglia e Maurizio Mangialardi, alcuni esponenti della giunta municipale di Senigallia, il vescovo diocesano Franco Manenti. La politica era presente, segno di attenzione e sensibilità, ma al contempo stimolo ulteriore affinché ciò che spetta di diritto a cittadini e cittadine non sia delegato quasi soltanto alla società civile, molto spesso più capace ed agile nell’intercettare le esigenze dei più fragili per dar loro risposte concrete. E poi le voci di chi, a diverso titolo (imprese, esercito, istituti bancari, associazioni filantropiche) ha messo più di una risorsa affinché la casa, nel tempo record di appena 10 mesi, diventasse realtà.

Inaugurata a Serra de' Conti la nuova "casa Franco Perticaroli", luogo dedicato alle fragilità, all'inclusione e alle relazioni
Inaugurata a Serra de’ Conti la nuova “casa Franco Perticaroli”, luogo dedicato alle fragilità, all’inclusione e alle relazioni

Antonello Verdini, imprenditore locale, ha regalato il terreno sul quale sorge la struttura e non ha dubbi: «Donare ha un valore inestimabile» e grazie alla sua generosità qualcuno ha dato seguito ad un sogno così bello. Sonia Sdogati, presidente dell’associazione ‘Il giardino dei bucaneve’, a cui è affidata la gestione della casa, c’ha creduto da sempre, è lei il cuore convinto e ostinato dell’intero progetto. Proprio quest’anno, Lorena, Patrizia, Melissa, Sandro e Stefania, vista la scadenza del relativo contratto di affitto, avrebbero dovuto lasciare l’appartamento in cui hanno sperimentato tanta autonomia. Sonia, insieme a dei folli visionari come lei, tutt’altro che sprovveduti, hanno visto in questa ‘minaccia’ l’opportunità di osare altro. Questa loro intraprendenza è stata accolta, il progetto di vita insieme non solo non sarebbe finito, ma avrebbe trovato un nuovo slancio, nuove prospettive. Giuseppina Campolucci, responsabile dell’Ufficio politiche sociali dell’Ambito territoriale 8, ripercorre nell’occasione questa bella storia che nasce da lontano: «Siamo stati i primi, nella Regione Marche, a credere nei percorsi di autonomia possibile delle persone con disabilità; questo territorio ha dimostrato di avere una marcia in più, perché capace di far lavorare insieme tanti soggetti e diverse sigle, espressione di una comunità che ha scelto di camminare per non lasciare indietro nessuno».

Inaugurata a Serra de' Conti la nuova "casa Franco Perticaroli", luogo dedicato alle fragilità, all'inclusione e alle relazioni
Inaugurata a Serra de’ Conti la nuova “casa Franco Perticaroli”, luogo dedicato alle fragilità, all’inclusione e alle relazioni

Martina è la figlia di Franco. Sua sorella Claudia (assente in questa occasione per motivi di salute) e la loro madre Maria Luisa, hanno da sempre condiviso la straordinaria dedizione del loro congiunto per le esigenze delle persone più fragili. A lei è toccato dare voce alle mille emozioni di una famiglia in cui lo spirito di Franco vive più che mai e che da oggi ha la sua residenza anche in queste stanze: «Oggi inauguriamo non solo una casa – ha detto – ma un segno vivo e tangibile di come è fatto il Bene comune. Il bene ricevuto è stato ridonato…». Poco più in là, dietro il palco, il sorriso di Andrea Puerini, molto più di un imprenditore edile dalle mani d’oro, infaticabile ed esperto lavoratore al servizio fin da subito di questa impresa, a suggellare un traguardo che ci fa tutti più umani.

Laura Mandolini

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Papa a Lampedusa. Mons. Damiano: “Non accorgersi dei migranti è tradire il Vangelo”

“Un segno di attenzione e di continuità” nei confronti di una comunità “che da sempre si è distinta per l’accoglienza”. Così mons. Alessandro Damiano, arcivescovo di Agrigento, riassume il significato della visita del Papa, che il 4 luglio 2026 si articolerà in tre tappe. Le ripercorriamo, alla vigilia di una giornata che, 13 anni dopo la visita di Papa Francesco, si preannuncia già storica. 

Papa Leone arriva a Lampedusa 13 anni dopo Papa Francesco, che aveva scelto l’isola come mèta del suo primo viaggio apostolico. Che significato ha per i lampedusani questa visita?
La visita di Papa Leone XIV a Lampedusa rappresenta un segno di attenzione e di continuità. Attenzione nei confronti della comunità isolana, che da sempre si è distinta per l’accoglienza, e continuità nei confronti di una scelta profetica compiuta da Papa Francesco tredici anni fa scegliendo Lampedusa come meta del suo primo viaggio apostolico. 
Il cimitero, la Porta d’Europa e il Molo Favaloro sono le tappe che scandiscono la visita. Che tipo di itinerario disegnano?
Il Santo Padre inizierà la sua visita pastorale percorrendo i viali del Cimitero di Lampedusa e soffermandosi dinanzi alle sepolture dei migranti. Sarà la prima tappa della breve vista all’isola. Un pensiero e una preghiera rivolti a coloro che non ce l’hanno fatta, ai tanti uomini, donne e bambini che, in cerca di una vita migliore, hanno trovato la morte. Si tratta anche di un riconoscimento alla pietà di una comunità che mai si è sottratta al dovere di dare degna sepoltura a chi ha trovato la morte in mare, esempio condiviso da tutti gli altri Comuni della provincia di Agrigento. La seconda tappa prevede, invece, l’incontro con coloro che sono riusciti ad arrivare a Lampedusa. Dinanzi alla Porta d’Europa e nei pressi del Molo Favaloro – che proprio in quell’occasione sarà dedicato a Papa Francesco – Leone XIV incontrerà rispettivamente una famiglia approdata a Lampedusa e oggi pienamente integrata e un gruppo di migranti in transito, ospiti dell’hotspot dell’isola. La terza tappa, infine, sarà l’incontro con la comunità e la Celebrazione Eucaristica allo stadio, sintesi dell’intera visita. Nella preghiera, “una nell’unico Cristo”, la Chiesa pellegrina sulla terra si unirà alla liturgia celeste nell’unico rendimento di grazie.
Tredici anni fa Papa Francesco denunciava la “globalizzazione dell’indifferenza”, in un Mediterraneo diventato un cimitero. Cosa è cambiato, da allora?
Purtroppo, rispetto a 13 anni fa, poco è cambiato. E il Santo Padre, oltre a denunciare – in continuità con il suo predecessore – la “globalizzazione dell’indifferenza”, ha denunciato anche la tentazione della “globalizzazione dell’impotenza”. Abituarsi all’idea che nulla potrà cambiare o non considerare le tante persone che continuano a perdere la vita e di cui nessuno parla (tranne in alcune occasioni) è tradire il Vangelo e non accorgersi del dramma di intere popolazioni. Il Papa lo ha ribadito durante il suo recente viaggio in Spagna e alle Canarie, invitando la Chiesa a non ignorare alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana.
Gli abitanti di Lampedusa si sono sempre distinti per la loro generosità nell’accoglienza dei migranti. Quale situazione troverà Papa Leone?
La comunità di Lampedusa si è sempre distinta per l’accoglienza. La posizione geografica dell’isola ha sempre favorito questo aspetto tipico della comunità. Nella storia dell’isola, le persone che riuscivano ad approdare e a sostare prima di riprendere il viaggio avevano la possibilità di ristorarsi e di essere accolti, a prescindere dalla provenienza e dal credo religioso. Tutto questo è avvenuto fino a pochi anni fa. Negli ultimi anni l’accoglienza è stata istituzionalizzata. I migranti in transito non incontrano più di fatto la comunità, ma il personale preposto per i vari passaggi che – nell’arco di poco più di un giorno – permettono loro di raggiungere centri di accoglienza dislocati altrove. Papa Leone incontrerà una comunità dedita al lavoro e segnata da esperienze di accoglienza e drammi incancellabili nella mente e nel cuore.
Molti giovani non hanno vissuto la visita di Papa Francesco, e rischiano di essere travolti da una narrazione soltanto negativa sui migranti. Cosa si aspettano da Papa Leone?
Il rischio di essere travolti da una narrazione negativa sui migranti purtroppo esiste. E un certo modo di trasmettere le notizie – soprattutto quando in fatti di cronaca sono coinvolte persone straniere – purtroppo lo alimenta. Credo che i giovani e con loro l’intera Chiesa agrigentina, si aspettino da Papa Leone un incoraggiamento a custodire i valori che hanno reso bella la nostra terra: l’accoglienza, la disponibilità a mettersi in gioco, la generosità. Questi valori hanno permesso a molti di vivere l’esperienza del passaggio dei migranti, non come un’invasione, ma come un’occasione per lasciarsi incontrare da Dio.
Cosa dirà al Papa? C’è un auspicio che porta nel cuore per questa visita?
Al Papa dirò grazie a nome della Chiesa di Agrigento. La sua visita a Lampedusa sarà un ulteriore segno di speranza perché ricorda al mondo intero che la Chiesa continua ad accompagnare l’umanità e a indicare il Vangelo come via per venire fuori dalle tentazioni dell’indifferenza e dell’impotenza. 

a cura di M. Michela Nicolais

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Caccia libera tutti: l’approvazione in Senato del decreto sull’allargamento dell’attività venatoria

Il 23 giugno 2026 sarà una data da ricordare: un monumento alla vergogna e al disprezzo per la vita in toto. Di solito i monumenti vengono eretti per ricordare personaggi o eventi importanti che costituiscono l’onore per una nazione. Invece il 23 giugno 2026 la maggioranza del Senato ha scolpito una vera e propria vergogna, dando il licet al DDL1552 sulla caccia, un provvedimento (chiamiamolo così, perché di solito si provvede per il bene – se teniamo conto dell’ etimo di “provvedimento” ) che è un vero e proprio atto di violenza nei confronti della natura in toto, ampliando il potere dei cacciatori, liberi di sparare pressoché dappertutto, trasformando l’intero territorio nazionale (e, quindi, anche Senigallia e tutte le realtà turistiche e non) in un immenso poligono di tiro dove i fruitori,  invece di usare pistole che puntano ad un bersaglio manufatto e finto, punteranno e spareranno ad animali, che vedranno sempre più restringersi, grazie a quanto viene concesso ai cacciatori il cui numero si amplierà sempre di più, il loro spazio vitale, espropriando i cittadini della libertà di spazi a loro destinate senza il rischio di beccarsi qualche pallottola. Che vagando nell’aere (uso un classicismo per dire aria) che prenderanno il posto di uccelli e di farfarfalle e di api (anche queste in forte diminuzione), daranno alla volta celeste il colore e il sapore del macabro, invece che riportarci il profumo dei fiori e del mare. E, ripeto,  potrebbero colpire chiunque, anche il “geniale” uomo che è sempre ancora  quello della pietra e della fionda (per richiamare il grande Quasimodo) pronto ad uccidere nella sua presunta superiorità rispetto alle altre creature con armi sempre più perfezionate e alla portata di tutti quelle che le vogliono usare.

Difatti è già stato detto dal ministro competente che l’ “allargata” libertà venatoria creerà problemi di sicurezza e aumenterà la violenza (come se non ce ne fosse già abbastanza in questo mondo). E tutto ciò è ancor più grave perché non si è per nulla considerato il grandioso gesto di papa Leone XIV che ha benedetto gli animalisti che lottano per la tutela di tutte le creature; non si sono ascoltate le Sue sante parole, ossia che la Santa Sede “non mancherà di promuovere il rispetto e la tutela del creato”. Parole sante , non solo perché pronunciate dal Santo Padre, ma perché finalmente non si legge il verbo “valorizzare” che spesso (anzi, direi, quasi sempre) ha assunto il significato di distruzione attraverso l’opera , molte volte devastatrice della Vera Bellezza che è la Natura nelle sue varie componenti in quanto opera di Dio, da parte dell’uomo. E questo anche nel rispetto di sant’Agostino, al cui ordine il papa appartiene (e che rientra, dico sant’ Agostino, nella serie di letture nell’ambito dell’ iniziativa culturale in programma a Senigallia dal 24 al 26 luglio 2026) che secondo il grande interprete del Vescovo di Ippona, il teologo servita, padre Martin L. Lintner “Gli animali hanno un soffio divino”.

Queste parole, rilasciate qualche anno fa in un’ intervista alla testata cattolica “Avvenire” costituiscono un’espressione è davvero bella e significativa (e il pontefice , essendo un agostiniano non può non condividerla). E ancora, sempre il teologo servita, sempre citando sant’ Agostino dice che gli animali sono esseri senzienti, hanno in sé “il soffio divino e fanno parte del piano della salvezza, anche loro riflettono un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio . È significativo – dice sempre il teologo servita – che Agostino parli chiaramente di amore nei confronti degli animali”. E per quale motivo ? “Perché (…) anche volendo bene ad un animale ci possiamo orientare verso Dio e sperimentare qualcosa della grandezza di Dio”. E poi , sempre lo stesso padre Lintner affermava che bisogna integrare queste dichiarazioni con l’amore e il rispetto della flora e della fauna selvatica. Quale miglior oppositore al Ddl 1552 sulla caccia (decreto denominato spara tutto) troviamo se non in Sant’Agostino e nel suo interprete teologo? Chi uccide gli animali (o non se ne prende cura) va contro il disegno provvidenziale di Dio. E mentre c’è chi “spara” (proiettili e nefandezze varie),  io invece continuo a sperare. E prima che il decreto in questione passi alla Camera, invito ancora il sindaco e la giunta di Senigallia ad intervenire. Inoltre che anche i cittadini di Senigallia veramente amanti della natura facciano arrivare il loro “mi oppongo” a questo decreto, che danneggerebbe molto il turismo di Senigallia, città che vive essenzialmente di questo attraverso i vari canali comunicativi. E che anche la Chiesa locale si esprima. In nome del ricordato Sant’Agostino;  in nome di san Francesco, affiche’ l’anno a Lui dedicato acquisti autentico e fattivo valore. E in nome di quello che dice la Bibbia in una più moderna interpretazione di alcuni versetti della Genesi: tra tutti gli esseri viventi esiste una comunione profonda. Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci distingue (come dice il parroco della Chiesa di Cesano , don Andrea, che ha accolto nella proprietà della Chiesa la colonia di cui sono responsabile).

E alla fine una speranza: che il sindaco, Massimo Olivetti, in occasione della manifestazione culturale “Io leggo forte” inviti il pontefice ad onorare la serata dedicata alle letture degli scritti di Sant’Agostino. È un sogno perché l’agenda del papa è piena di impegni e iniziative. Ma alcune volte i sogni possono diventare realtà.

Mirella Verde

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Casca la terra, tutti giù per terra

Se la guerra è sempre una totale follia – dovremmo ormai averlo capito, tanto più quando abbiamo accumulato così tanta storia violenta – ne avvertiamo ancora di più l’assurdità quando la natura sconvolge piani e deliri di onnipotenza dei prepotenti di turno. Il terribile terremoto in Venezuela, le centinaia di morti provocate dal caldo estremo in Europa, le inodazioni nel Sud del mondo (queste, si sa, ci interessano meno), l’epidemia di Ebola nell’Africa centrale (fuori da ogni radar mediatico) rimettono in fila scelte e priorità e dimostrano tutta la stupidità assassina di chi affida alle armi l’incapacità di immaginare ed agire per un mondo pacificato, un mondo che appartiene a tutte e tutti. Avremo imparato l’ennesima lezione?

La povertà chiede attenzione: intervista al delegato regionale Caritas, Simone Breccia

Guerre, inflazione, aumento del costo della vita, tensioni commerciali globali e trasformazioni tecnologiche stanno alimentando un clima di incertezza permanente. In questo contesto di permacrisi, la povertà tende sempre più a consolidarsi, trasformandosi da fenomeno eccezionale e temporaneo a condizione di «strutturale normalità» per una quota crescente della popolazione. Si tratta di circa 5,7 milioni di persone appartenenti a oltre 2,2 milioni di famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per accedere a uno standard di vita dignitoso. Questo e tanto altro emerge dal Rapporto nazionale di Caritas italiana: ne abbiamo parlato con il delegato regionale Caritas Marche, Simone Breccia.

Quali sono gli elementi più significativi che emergono dal rapporto nazionale Caritas 2026 sulla povertà?
Il quadro che emerge dal Rapporto mostra la presenza, nel nostro paese, di una povertà che ha ormai una dimensione strutturale e radicata e non più episodica o transitoria. Le povertà riguardano oggi il 10% della popolazione che vive in Italia e questo dato consolidato non vede purtroppoun’inversione di rotta. Si evidenziano inoltre sfide trasversali che aggravano la povertà: discriminazione, aumento del costo della vita, difficoltà di accesso a beni essenziali e servizi sociali,povertà energetica e dei trasporti.  Il report raccoglie i dati di oltre 282.000 persone ascoltate dai volontari e operatori all’interno dei centri d’ascolto diocesani, vicariali e parrocchiali, un dato in enorme crescita negli ultimi anni +48% rispetto al 2015 quando erano circa 190.000. Oggi la rete Caritas in Italia incontra i “poveri cronici” – persone seguite da 5 o più anni, spesso segnate da una profonda solitudine e dalla rottura dei legami familiari – ma anche nuove forme di disagio. Una, purtroppo, è la povertà ereditaria, giovani e bambini figli di persone che già vent’anni fa si rivolgevano a noi, segno che l’ascensore sociale non funziona più.Un’altra è rappresentata dal fenomeno del “lavoro povero”: il 24% di chi si rivolge oggi alla Caritas ha un’occupazione, ma il reddito non basta a coprire l’aumento del costo della vita (utenze, spese, affitti, ecc.), in particolare per le famiglie numerose,per chi ha contratti precari e/o sottopagati o pensioni basse.

Il prossimo autunno la Caritas marchigiana pubblicherà un report relativo alle attività dei Centri di ascolto distribuiti sul territorio regionale: anticipando qualche dato, ci sono degli elementi della nostra realtà che trovano riscontro nel report nazionale?
Il Rapporto presenta i dati di 15.622 persone ascoltate nelle Caritas marchigiane, il 5,5% del totale, ovvero oltre il doppio considerando che i cittadini marchigiani sonoil 2,5% della popolazione nazionale. Non voglio dire che è un dato allarmante ma sicuramente preoccupante.Se da un lato, infatti, il dato è frutto di una struttura molto articolata, ai centri diocesani presenti in tutte le 13 diocesi si aggiungono numerosi punti d’ascolto parrocchiali e interparrocchiali rivolti alla popolazione in difficoltà, è altrettanto vero che il fenomeno ha una rilevanza numerica doppia rispetto al dato nazionale.Inoltre il 40% delle persone incontrate presenta 3 o più ambiti di bisogno ovvero il 10% in più rispetto a quanto registrato a livello nazionale.  La povertà viene letta come condizione multidimensionale: non basta aumentare il reddito, serve anche intervenire su casa, salute, istruzione, servizi sociali, energia, trasporti, accesso digitale e protezione contro la discriminazione. In molte di queste aree il dato regionale risulta superiore rispetto a quello italiano, il 12% per quanto riguarda l’occupazione, il 10% per i problemi abitativi, il 5% infine per quanto riguarda i problemi di salute e familiari. Infine, possiamo notare che il livello di istruzione non è sufficiente per allontanare la povertà. Il 40% delle persone che si sono rivolte ai nostri centri ha almeno un diploma professionale, un dato più alto del 9% rispetto al dato nazionale.

Come valuti l’attenzione dei tanti soggetti istituzionali (vicini e lontani) rispetto al tema della povertà?
È complicato dare una risposta unicaad una realtà che varia da contesto a contesto, l’attuale struttura è troppo frammentata: non basta garantire singoli servizi se questi non sono collegati tra loro. Dobbiamo domandarci perché la forbice si sta continuando ad allargare invece di restringersi, il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale non diminuisce segno che le azioni sono stati finora insufficienti. Non basta la politica dei bonus, serve un approccio più coordinato, strutturale e sostenuto nel tempo che non si riesce a garantire nei vari territori. Diventa centrale il passaggio da interventi frammentati a percorsi integrati e personalizzati.

E nel mondo del volontariato ecclesiale, quali consapevolezze e “competenze” sono maggiormente necessarie oggi per affrontare in modo sensato e profetico questo tema?
La presentazione di questi dati è un’occasione per convertire lo sguardo e animare le nostre comunità. “Partire dai poveri per costruire comunità” è il titolo di un opuscolo Caritas che quest’anno compie 20 anni e non è solo un invito per ognuno di noi e per la nostra comunità cristiana ma piuttosto il metodo e lo stile che dovremmo cercare di portare avanti ogni giorno seguendo il Vangelo. La Caritas c’è per “stare accanto” alle persone, testimoniare loro l’amore di Dio, mettersi in ascolto e al loro fianco nel tentativo di ricostruire legami e prospettive. Aldilà dei servizi, camminiamo con le persone: il nostro compito principale è la semina della relazione e della speranza. Abbiamo infine il dovere di rifuggire la delega ad occuparci degli ultimi al posto della comunità, da soli, senza un coinvolgimento o una responsabilizzazione delle istituzioni e della società.

a cura di Laura Mandolini

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L’Unione europea rinnega i suoi valori: il brutto giorno del ‘sì’ al regolamento su rimpatri

Il 17 giugno scorso rischia di essere ricordato come un brutto giorno per la sorte dei diritti umani dei più fragili. Proprio nella settimana in cui si celebra la Giornata mondiale dei rifugiati, il 20 giugno e in molte città si tengono iniziative per attrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, il Parlamento di Bruxelles ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri con una procedura d’urgenza. E con una maggioranza schiacciante: 418 favorevoli contro 218 contrari e 30 astenuti. È il frutto della convergenza tra i conservatori moderati del Partito popolare europeo e i raggruppamenti della destra radicale, con l’aggiunta di voti liberali e sparsi. L’approvazione è stata celebrata dal coro ritmato “Rimandiamoli indietro”. L’estrema destra si trova legittimata e confermata nella validità delle sue posizioni sull’argomento.
La Conferenza dei vescovi europei, in un lungo e articolato commento, ha espresso “profonda preoccupazione” per l’indebolimento della protezione dei diritti fondamentali e della dignità di persone vulnerabili. Il prolungamento della possibilità di detenzione, che potrà arrivare a trenta mesi, anche per i minori, l’istituzione di hub di “rimpatrio” in paesi terzi, le accresciute possibilità di perquisizione domiciliare, il sequestro di apparecchi elettronici e altri effetti personali: tutto questo suscita gli interrogativi dei vescovi. Caritas Europa, a sua volta, ha evocato il rischio di accresciuta stigmatizzazione e criminalizzazione dei migranti, incluse le famiglie. Molte Ong e associazioni di tutela dei diritti umani si sono pronunciate nello stesso senso. Le norme introdotte in effetti avvicinano l’Ue, un passo dopo l’altro, all’impostazione delle politiche migratorie dell’esecrato Donald Trump.
Gli hub di “rimpatrio”, che rimpatrio non è, perché si tratta di spedire i migranti indesiderati in luoghi lontani, con cui non hanno nessun legame, e la subordinazione degli accordi commerciali con i paesi in via di sviluppo alla collaborazione nei rimpatri, rivelano il ritorno di una mentalità neocolonialista: l’Ue intende approfittare della sua forza economica per piegare paesi più deboli e dipendenti all’accettazione delle sue politiche. Anche da questo punto di vista, gli Usa di Trump non sono molto lontani. Senonché, come è già avvenuto più volte negli ultimi anni, l’Ue si esporrà ai ricatti dei suoi riluttanti alleati: non potrà fiatare sul mancato rispetto della democrazia o dei diritti umani in quei paesi, per non vederli ritrattare la loro collaborazione sul dossier migranti. Di nuovo, l’abbandono dell’aspirazione dell’Ue a diffondere valori democratici al di là delle sue frontiere, in nome della priorità assoluta della repressione dell’immigrazione indesiderata, richiama la logica di The Donald.
Anche prescindendo da considerazioni ispirate a valori etici, le nuove norme sono irrazionali e controproducenti, per almeno due ragioni. In primo luogo, adottando nella sostanza la visione e le soluzioni dell’estrema destra, la indurranno ad alzare ancora di più il tiro. La stessa concorrenza a destra conduce a esasperare i toni. I recenti disordini scatenati in Irlanda del Nord dalla destra unionista e cavalcati da Musk suggeriscono dove si arriva se si accetta l’idea che l’immigrazione sia una minaccia per l’ordine sociale: se un immigrato fa qualcosa di male, tutti sono colpevoli e vanno puniti. La disumanità legalizzata attizza una violenza incendiaria e indiscriminata.
Per la stessa ragione, i cittadini incattiviti non distingueranno facilmente immigrati irregolari, semiregolari o legali: quelli che i governi dell’Ue stanno facendo entrare con discrezione, perché le loro economie ne hanno bisogno, famiglie comprese. Finito l’orario di lavoro, questi immigrati si raduneranno in qualche luogo, si renderanno visibili in piazze, parchi, luoghi di ritrovo. S’insedieranno nei quartieri popolari. Faranno code per accedere ai servizi pubblici. Riesce difficile credere che gli elettori europei, nutriti di pregiudizi e ostilità, diventeranno buoni vicini dei nuovi arrivati. Non basterà raccontare che questi immigrati sono regolari per scacciare la xenofobia. L’integrazione diventerà ancora più difficile che in passato. Piegata dal sovranismo, l’Ue sta apparecchiando un futuro plumbeo per i suoi cittadini.

Maurizio Ambrosini

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Casette di montagna… al mare

Tra le tante cose apprezzabili di Senigallia c’è anche il continuare ad utilizzare parole come ‘bagni’ o ‘stabilimento balneare’ per indicare il pezzetto di spiaggia attrezzata scelta per rilassarsi in riva al mare. In altre zone, anche della nostra regione, da tempo si usa invece la parola ‘chalet’, mutuando il francesismo di origine svizzera, così descritto dall’Enciclopedia Treccani: “chalet (šalè〉 s. m., fr. [dallo svizzero romanzo chalet «capanna di pastori», a sua volta da una voce preromana *cala «rientranza, riparo»]. – Piccola villa di forme architettoniche semplici e spesso rustiche, costruita in legno o pietra, destinata ad abitazione temporanea, per villeggiature, brevi gite, attività sportive, soprattutto in località montane”. E’ vero che la lingua è un organismo vivente, continuamente soggetta a ibridazioni, che bisogna essere aperti e pronti alle evoluzioni semantiche. Saremo antichi (o vintage!), ma gli chalet ci piace di più continuare ad associarli alle fresche e verdi montagne. I buoni, vecchi cari ‘lidi’, ‘bagni’, ‘stabilimenti balneari’ che fanno la nostra piccola, grande storia, forse non passano mai di moda. Forse.

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Rapporto Caritas 2026: cresce la cronicità del disagio. È record di assistiti e anziani

“Sempre più poveri, sempre più a lungo”: così Caritas italiana descrive, in una frase significativa, il volto odierno della povertà in Italia, che vede aumentare negli anni la cronicità e intensità dei bisogni, la solitudine tra gli anziani e, per i lavoratori e le famiglie, la difficoltà di arrivare a fine mese. È quanto emerge dal Report statistico nazionale 2026 sulla povertà in Italia di Caritas italiana presentato il 16 giugno, a Roma. I dati raccolti nel 2025 dalla rete dei centri di ascolto fotografano un Paese in cui la povertà ha ormai perso il carattere dell’eccezionalità per assumere i contorni di una “strutturale normalità”. In dieci anni, dal 2015 al 2025, il numero di persone accompagnate dalle Caritas è cresciuto del 48%, con un incremento particolarmente marcato nel Nord Italia (+61,8%), che oggi concentra la quota più elevata di assistiti. Sebbene si registri una flessione dei “nuovi poveri” (37,6%), a preoccupare è il radicamento del disagio: il numero delle persone sostenute è cresciuto dell’1,7% rispetto al 2024, raggiungendo la cifra record di 282.539 persone assistite dalle Caritas su tutto il territorio italiano. Spiccano alcuni dati: negli ultimi dieci anni il numero di over 65 incontrati è cresciuto del 191%; la dichiarata condizione di solitudine è passata dal 23,8% al 32.9%; i bisogni sanitari sono aumentati del 69,4% e quelli delle persone con disabilità sono addirittura a tre cifre: +102,6%. Perfino chi ha un impiego non se la passa bene per via del caro vita e della perdita di potere d’acquisto dei salari: tra chi si rivolge alla Caritas i lavoratori poveri tra i 35-44enni sono il 31,7%.

Raggiunto il 12% delle famiglie in povertà assoluta. Nel 2025 l’aiuto della rete Caritas ha raggiunto circa il 6 per mille dei nuclei familiari residenti in Italia e il 12% delle famiglie in povertà assoluta. Secondo l’Istat un residente su 10 vive in povertà assoluta, ossia circa 5,7 milioni di persone. Il contesto economico nazionale è segnato da una sorta di crisi permanente: nonostante una lieve flessione del rischio di povertà generale (22,6%), cresce la quota di chi vive in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, passata dal 4,6% al 5,2%. A pesare è soprattutto l’erosione del potere d’acquisto: tra il 2019 e il 2024, le retribuzioni reali in Italia sono calate dell’8%, il dato peggiore tra i principali Paesi europei.

L’emergenza anziani e il peso della solitudine. Uno dei dati più allarmanti riguarda l’invecchiamento della povertà. In soli dieci anni, il numero degli over 65 incontrati dalla Caritas è esploso, segnando un +191%. Se nel 2015 rappresentavano il 7,7% dell’utenza, oggi sono il 15,4%. Questo fenomeno si intreccia con la solitudine: le persone che vivono sole sono passate dal 23,8% al 32,9% del totale degli assistiti. Tra chi si rivolge alla Caritas, quasi un utente su tre è un nucleo familiare composto da una sola persona. La solitudine agisce come moltiplicatore del bisogno: il 59,9% delle persone sole sperimenta forme di povertà multipla, cumulando difficoltà economiche, sanitarie e abitative.

Lavoratori poveri e famiglie con minori. Avere un impiego non è più una garanzia contro l’indigenza. Il fenomeno dei “working poor” è raddoppiato in un decennio: se nel 2015 gli occupati tra gli assistiti erano il 13,3%, oggi rappresentano il 24%. La vulnerabilità colpisce duramente le fasce centrali dell’età lavorativa, raggiungendo il 31,7% nella fascia d’età 35-44 anni e il 31% tra i 45 e i 54 anni (nel 2015 il fenomeno riguardava solo il 13,3% degli utenti). Le famiglie con figli restano però il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% degli assistiti convive con figli minori, il che significa che circa 147.000 nuclei familiari supportati comprendono bambini e ragazzi in condizioni di ristrettezza economica.

Salute e casa, i diritti negati. Il Report evidenzia un rafforzamento preoccupante dei bisogni sanitari (+69% in dieci anni). La povertà genera “inequità di salute”: il 16,1% degli assistiti presenta fragilità croniche o disabilità, e quasi il 10% della popolazione italiana ha rinunciato a cure specialistiche per motivi economici o liste d’attesa. La sofferenza mentale appare come la condizione più critica: il 78,7% di chi soffre di disturbi psichici cumula tre o più ambiti di bisogno.

La vulnerabilità abitativa coinvolge invece il 34,9% delle persone seguite. Oltre alle 24.000 persone incontrate in condizione di totale mancanza di dimora (“senza casa” e “senza tetto”), cresce la platea di chi, pur avendo un’abitazione, fatica a sostenere affitti e utenze (11,8%).

Le risposte della rete Caritas: 4,8 milioni di prestazioni nel 2025. Di fronte a questa complessità, la rete Caritas ha erogato nel 2025 oltre 4,8 milioni di prestazioni, con una media di 17 interventi per assistito, concentrati principalmente su beni materiali, alloggio e ascolto. Questi dati, ha commentato mons.Benoni Ambarus, arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico e neo presidente di Caritas Italiana , “nascono dall’ascolto quotidiano e ci chiedono di essere comunità più attente, capaci di riconoscere le ferite, custodire i legami e non lasciare sole le persone”. Il direttore di Caritas italiana don Marco Pagniello ha ribadito invece la funzione del Report come strumento politico e sociale: “Di fronte a povertà sempre più croniche, solitudini crescenti, lavoro povero e difficoltà abitative, occorre costruire percorsi, alleanze e responsabilità condivise”.

Patrizia Caiffa

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La freccia mancata

Nel mondo, vicino e lontano, ci sono tanti di quei problemi che questa piccola riflessione potrebbe sembrare un lusso. E forse è così, ma si sa che dai piccoli segnali, spesso, si possono capire tante cose. La banale domanda è: perché è così complicato mettere la freccia quando, guidando, si decide di cambiare direzione? Senza essere ossessivi, fateci caso: quasi più nessuno usa quel comodo aggeggio vicino al volante, così facile da usare e così prezioso per la sicurezza stradale. Cosa impedisce di alzare il ditino e accendere la lucetta intermittente che dice le nostre intenzioni di guida? Più che la direzione, la freccia mancata segnala un bel ‘faccio come mi pare’. Neanche consumasse carburante…

Papa in Spagna: “migranti esame di coscienza per l’Europa”

“Qui giungono tante vite ferite, spogliate di quasi tutto, ma mai della loro dignità. Qui il Vangelo ci strappa dal posto comodo dello spettatore e ci pone di fronte al fratello che arriva. Ci chiede se abbiamo saputo riconoscere Cristo in coloro che sbarcano segnati dalla paura, dalla fame e dalla violenza, dopo il deserto, la notte e il mare”. Comincia con queste immagini, prese dal mare e pronunciate da quello che molti chiamano “il molo della vergogna”, l’intenso discorso rivolto da Leone XIV, a Gran Canaria, alle realtà di accoglienza dei migranti, radunate nel Porto di Arguineguìn.

“Il successore di Pietro non può disinteressarsi di questi approdi”, spiega il primo Pontefice della storia a raggiungere le Isole Canarie. Subito dopo il suo discorso depone una corona di fiori nell’Oceano Atlantico, come omaggio alle vittime di una delle rotte del mare più pericolose. “La Chiesa non può ignorare queste acque, né alcun luogo dove la fame, la sete, la violenza, la paura o l’esilio continuano a ferire la dignità umana”, esordisce Leone citando l’Anello del Pescatore che porta in mano, emblema della missione della Chiesa. “Mafie che trafficano nella disperazione, trafficanti che riducono in schiavitù donne e bambini e l’indifferenza di molti che permette i poveri siano inghiottiti dallo sfruttamento o dall’oblio”. Sono i “mostri che si aggirano in questi mari”, e che anche oggi, come nel linguaggio biblico, possono essere “immagine di minaccia, oscurità e caos”. “La Chiesa non può rimanere muta di fronte a coloro che sono abbandonati alle sue acque”, ripete Leone XIV ringraziando per le testimonianze ascoltate poco prima, che hanno ricordato “ciò che la Caritas, le parrocchie e tante persone fanno ogni giorno”, perché “la misericordia inizia con piccoli gesti”. “Ogni vita umana è una benedizione di Dio”: “nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla”. Così il Papa si rivolge a Blessing, una vittima della tratta, che per ragioni di sicurezza non ha potuto essere presente di persona. “La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male”, il messaggio inviato a Blessing e a tutte le donne che, come lei, sono vittime della tratta e dello sfruttamento: “Il tuo corpo non appartiene a chi si è approfittato di te; i tuoi giorni non appartengono a chi ha voluto incatenarli alla paura! La tua vita appartiene a Dio e conserva una dignità che nessuno può strapparti”.

 “Non siete numeri, né fascicoli”, le parole indirizzate a tutti i migranti: “Voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità, ma voglio anche dirvi che la vostra vita deve essere protetta. Non consegnate la vostra esistenza a chi la mercanteggia. Non credete a chi promette paradisi facili, in cambio del vostro corpo, del denaro, del silenzio o della vostra libertà. Quelle false promesse sono canti delle sirene, sono industrie di morte”.

Ma il compito più esigente, per Leone, riguarda tutti noi: “Il vostro dramma deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo; per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali; per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi; per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.  “Anche la Chiesa deve lasciarsi interpellare”, perché “l’accoglienza del migrante non può essere qualcosa di secondario, né venire delegata solo ad alcuni volontari”.

“Non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute”, le indicazioni politiche del discorso, riservate a “chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”. “Ogni barca che arriva non porta solo migranti”, ha denunciato Leone XIV: “porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita? La dignità umana esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra”.

“Non possiamo abituarci a contare i morti. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera”, il monito di Leone: “Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare: il diritto di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza violenza, senza che la terra diventi inabitabile, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri, senza che le armi distruggano il futuro dei bambini. Oggi, qui, in riva al mare, ogni vita che arriva ci chiede che cosa resta della nostra umanità”. “Nel mondo cessino le guerre”, l’auspicio nell’omelia della messa nello stadio di Gran Canaria, iniziata con un invito a “pregare insieme per i fratelli e le sorelle che hanno perso la vita in mare”. “Abbracciare la croce” e “coltivare una spiritualità eucaristica”, la consegna per i vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi, le religiose, i seminaristi e gli operatori pastorali, incontrati nella cattedrale di Sant’Anna a Las Palmas.

Maria Michela Nicolais

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‘San Vincenzo de Paoli’ Marche: formazione per il volontariato con persone detenute

La Società di San Vincenzo De Paoli – Settore carcere e devianza – ha promosso nelle ultime settimane due importanti appuntamenti formativi rivolti ai volontari impegnati nell’accompagnamento delle persone private della libertà: la visita formativa del 13 aprile nelle strutture del territorio pesarese e l’incontro online del 4 giugno dedicato alla giustizia penale minorile. Due momenti complementari che confermano l’impegno della San Vincenzo nel costruire una presenza competente, attenta e profondamente umana accanto alle fragilità. La giornata del 13 aprile ha rappresentato una tappa significativa del percorso di formazione regionale. Il gruppo dei volontari ha visitato tre realtà che operano quotidianamente nel reinserimento sociale di adulti e minori.
Casa Paci, comunità di accoglienza attiva dal 1991, ospita detenuti in permesso premio o inseriti in misure alternative. Qui il lavoro educativo si intreccia con la vita quotidiana attraverso ascolto, responsabilizzazione e sostegno, offrendo un punto di ripartenza a chi sta ricostruendo la propria storia.
La seconda tappa ha riguardato la Casa Circondariale di Pesaro – Villa Fastiggi, che ospita una sezione dedicata ai condannati per reati di natura sessuale e l’unica sezione femminile delle Marche. La visita ha permesso ai volontari di confrontarsi con la complessità del trattamento penitenziario e con la sfida di mantenere una prospettiva educativa anche nei contesti più difficili.
Nel pomeriggio il gruppo ha incontrato la cooperativa L’Imprevisto, attiva dal 1996 con comunità terapeutico‑educative per minori e giovani adulti inviati dal Tribunale per i Minorenni. Un luogo dove educatori e ragazzi lavorano insieme per rimettere ordine nelle storie, dare nome alle ferite e immaginare un futuro diverso.

Il secondo appuntamento formativo si è svolto il 4 giugno in modalità online, nell’ambito del progetto nazionale Scegliamo Bene. L’incontro, dal titolo “Minori e Giustizia: educare, custodire, accompagnare”, ha approfondito il funzionamento del sistema penale minorile e il ruolo della comunità educante. Dopo i saluti introduttivi, Antonella Caldart, responsabile nazionale del Settore Carcere e Devianza, ha richiamato l’importanza di una cultura della legalità fondata sull’inclusione, sulla responsabilità educativa e sulla valorizzazione delle opportunità di recupero. Il dott. Nicola Petruzzelli, Direttore dell’Istituto Penale per i Minorenni “Fornelli” di Bari, ha illustrato i principi costituzionali che guidano il sistema penitenziario minorile, soffermandosi sull’articolo 27 della Costituzione e sulla finalità rieducativa della pena. Ha inoltre sottolineato il ruolo del volontariato come sostegno morale e materiale ai giovani detenuti.
Il dott. Gabriele Cinti, referente dei corsi di formazione per volontari carcerari della San Vincenzo, ha approfondito gli strumenti del sistema penale minorile: il Centro di Prima Accoglienza, le misure cautelari, la funzione educativa degli Istituti Penali Minorili e la messa alla prova, che presenta tassi di recidiva significativamente inferiori rispetto al sistema degli adulti. A seguire, don Francesco Mazzoli, cappellano dell’Istituto Penale Minorile di Acireale, ha portato la propria testimonianza pastorale, ricordando che il volontario è chiamato a incontrare la persona e non il reato. Ha evidenziato il valore del tempo condiviso, della continuità della presenza educativa e del dialogo interculturale e interreligioso, oggi centrale negli istituti minorili.

Entrambi gli appuntamenti hanno ribadito che la formazione non è un semplice supporto, ma una condizione essenziale per essere una presenza affidabile accanto alle persone private della libertà.
La Società di San Vincenzo De Paoli continuerà nei prossimi mesi il proprio impegno formativo, convinta che una comunità educante esiste solo se continua a imparare. Il percorso formativo sarà replicato in diverse città della Puglia tra ottobre e novembre 2026, in modalità mista: incontri in presenza e sessioni da remoto, così da permettere la partecipazione anche a chi risiede fuori regione. È possibile iscriversi al prossimo ciclo formativo oppure richiedere di essere informati sulle future attività online promosse dal Settore Carcere e Devianza della Federazione Nazionale Italiana Società di San Vincenzo De Paoli ODV e dal Coordinamento delle Marche. Per informazioni e iscrizioni: ssvpcm@outlook.it – WhatsApp 3501766581.

Gabriele Cinti
Referente corsi di formazione per volontari carcerari
della Società della San Vincenzo de Paoli ODV

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