Il colore che assomiglia a Dio

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La visita del Vescovo in una parrocchia è sempre un momento prezioso, dove ci si ritrova intorno al Pastore, con affetto, fede e gratitudine. In questo caso poi l’occasione era veramente propizia, perché si trattava di benedire un’opera di arte sacra che parla in modo forte del mistero stesso che ci fa Chiesa, quell’Eucarestia che è ripresentazione sacramentale ed attualizzazione dell’opera salvifica di Cristo. In termini più semplici potremmo dire che queste nuove immagini ci parlano di come tutto l’amore di Dio rivelato in Gesù ci raggiunge e ci ricolma quando come comunità ci ritroviamo a celebrare insieme la s. Messa. Don Franco, sempre attento e disponibile, ci teneva ad essere presente, e noi ancor più come comunità parrocchiale desideravamo che fosse lui a dare con la sua preghiera il sigillo ecclesiale a questa opera.

Un’immagine nuova, posta lì dove una persona per tanto tempo ha celebrato e vissuto la sua fede, genera sempre sentimenti contrastanti e forti. Chi, entusiasta, ne vede subito la bellezza e la capacità di illuminare in modo più pieno la vita e la fede di una parrocchia, e chi invece deve interiorizzare meglio come questa si armonizza con l’intero complesso iconografico dell’edificio sacro. Girando questo giorni per le benedizioni delle famiglie ho trovato tanta gente che mi ha ripetuto: “Nei primi giorni ero perplesso di fronte a questo grande dipinto che colorava il fondo della chiesa, adesso, di giorno in giorno, ne sono sempre più affascinagli to”. Una signora anziana mi ha lasciato un biglietto con scritto: “Grazie per aver illuminato la mia vita e la nostra chiesa”.

Scopo dell’arte sacra non è dare solletico agli occhi per far sentire qualche emozione superficiale; e non è neanche, come pensa qualcuno, un modo per spiegare a chi non sa leggere la bibbia le storie della fede. Questa sarebbe l’artea tema religioso, che a mo’ di scenografia di fondo presenta un po’ di episodi della vita di Gesù o dei santi. Ma l’arte sacra – diversa appunto dall’arte religiosa – ha come compito di fare entrare nel mistero della fede, di attirare lo sguardo per portarci oltre l’immagine – lì cioè dove l’immagine indica – al cuore del mistero di Cristo e della salvezza da lui operata. Il suo obiettivo, per capirci, non è quello del cinema, di affascinare e “schiacciare” quasi sulla poltrona in un turbinio visivo di emozioni, ma di muovere il sentimento, insieme all’intelletto e la volontà,così che l’uomo intero si rimetta in camminoverso l’amore di Dio che lì e rivelato. Dire di fronte ad un’immagine sacra “mi piace o non mi piace” ha poco senso, è come dire, dopo aver mangiato l’ostia consacrata, se oggi mi piaceva o no il suo sapore. Di fronte a queste opere le domande giuste sono: “Mi aiuta a pregare? Durante la celebrazione sono stimolato a capire cosa sta avvenendo sull’altare? I simboli che sono raffigurati muovono la mia intelligenza verso il mistero di Cristo? I colori utilizzati risvegliano i miei sensi e li purificano in attesa dei doni che il Signore vorrà farmi, mentre il linguaggio della bellezza spinge la mia volontà a superare le barriere dell’opacità e della mediocrità per credere all’amore del Padre?”. L’arte sacra è rivelazione, cioè èsvelare e poi ri-velare, dunque velare di nuovo perché non siano date “le cose sante” in pasto alla nostra superba voracità intellettuale che vorrebbe possedere ogni cosa, invece che aprirsi ad attendere i doni della grazia.

La tecnica con cui è stato fatto questa opera ha proprio questa logica. Prima viene realizzato il disegno di fondo, poi le mani di colore iniziali vanno quasi a cancellare l’immagine originaria, così come il peccato dell’uomo tende a cancellare sempre più la somiglianza divina impressa in lui. Così venti, trenta e più strati di colore si sovrappongono, fino a che però, inaspettatamente, la luce della grazia penetra l’immagine e le ridona la sua preziosità riformando lentamente l’immagine iniziale: questa è la logica di una grazia salvifica che trasforma anche il peccato e tutto dunque trasfigura a lode e gloria di Dio.

I colori caldi della luce – giallo, arancione e rosso – propri più dell’aurora che del giorno, vo- gliono parlare di questo stadio ancora nascente dell’opera della redenzione, e richiamano anche quella prima cromatura che, stupito ed emozionato, un bambino appena nato, con ancora il velo delle palpebre sugli occhi, comincia ad intravedere. Ecco l’immagine del credente, rigenerato alla vita nuova nel Battesimo, che nei santi misteri comincia ad intravedere in sé, e attorno a sé, tutta la realtà trasfigurata dalla grazia, così come un giorno nella santa Gerusalemme del cielo non ci sarà più la luce del sole, perché l’amore di Dio avrà ormai penetrato ogni cosa. Di questa santa città ci viene ogni volta aperto l’accesso quando superiamo la nostra individualità e ci ritroviamo ad essere persone ecclesiali – cioè uomini e donne di comunione – trasformati nell’intimo da quel mistero di Comunione che è l’essenza originaria della Chiesa stessa, celebrata e vivificata in ogni s. Messa. Così rinasce e si rafforza una comunità che sa andare oltre i gusti personali, oltre le simpatie ed antipatie, che supera peccati e incomprensioni e si ritrova come sinfonia di tante note diverse, come colori di un’unica opera, come luce del mondo posta sulla montagna per illuminare il cammino di ogni uomo.

Sono certo che un’opera così nuova ed originale, seppure realizzata secondo i canoni classici della tradizione iconografica sacra, continuerà a suscitare desiderio di approfondire, dibattito, ricerca ma credo che questo sia un’ulteriore prova della sua preziosità e del dono di grazia che è stato fatto alla nostra comunità intera.

don Andrea Franceschini

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