Influenza aviaria, primo caso umano in Europa: cosa c’è da sapere?

Dell’influenza aviaria abbiamo sentito parlare per la prima volta tra il 1996 e il 97, ma in realtà è nota in Italia da oltre un secolo. Eppure ancora oggi, quando sentiamo “aviaria”, ci preoccupiamo. Perché? Innanzitutto per la notizia, confermata dal ministero della salute, dell’individuazione in Lombardia del primo caso umano di influenza aviaria mai diagnosticato sul territorio nazionale. Si tratta del ceppo A(H9N2), un virus di origine animale a bassa patogenicità riscontrato in una persona fragile con patologie pregresse.
Il paziente avrebbe contratto l’infezione durante un soggiorno in un Paese extraeuropeo dove il contatto tra l’uomo e i volatili è più frequente. Attualmente il soggetto si trova ricoverato in ospedale, mentre le autorità sanitarie hanno già attivato i protocolli di coordinamento tra la Regione, l’Istituto Superiore di Sanità e gli organismi internazionali per monitorare l’evoluzione della situazione.
Gli esperti – come il professor Andrea Giacometti, direttore della Clinica di Malattie Infettive dell’Azienda Ospedaliero Universitaria delle Marche – spiegano che il virus H9N2 è considerato molto meno aggressivo rispetto ad altre varianti come la H5N1 (quell’influenza aviaria “emersa” nel 1996), che presenta tassi di mortalità decisamente più elevati. Al momento non esiste alcun rischio di trasmissione da uomo a uomo, poiché questo specifico patogeno non ha ancora compiuto il salto di specie necessario per diffondersi tra le persone.
Il pericolo di contagio resta dunque circoscritto al passaggio dall’animale all’uomo, escludendo la possibilità che il paziente lombardo possa infettare altri individui. La letteratura scientifica indica che questo ceppo ha causato solo poche centinaia di casi a livello mondiale, confermando una pericolosità limitata per la salute pubblica generale.
La diffusione dell’influenza aviaria avviene solitamente attraverso uccelli selvatici e acquatici che possono trasmettere il virus agli animali da allevamento e, più raramente, a mammiferi o esseri umani tramite l’inalazione di particelle contaminate. L’Istituto Superiore di Sanità assicura che non vi è alcuna evidenza di trasmissione attraverso il consumo di carne, grazie anche alle rigide normative che impongono l’abbattimento e lo smaltimento sicuro dei capi negli allevamenti positivi. In Italia la sorveglianza è costante e affidata ai servizi veterinari e alla rete RespiVirNet, che analizzano ogni mutazione virale per prevenire scenari di maggiore criticità.
Sebbene i sintomi dell’infezione siano simili a quelli di una comune influenza stagionale, con febbre alta, tosse e stanchezza, la medicina dispone di terapie efficaci basate su molecole capaci di bloccare la replicazione del virus. I pazienti contagiati vengono comunque posti in isolamento come misura precauzionale standard. Nonostante la malattia sia nota in Italia da oltre un secolo, l’attenzione delle istituzioni rimane elevata per attuare programmi di prevenzione globale, con l’obiettivo di evitare che eventuali mutazioni possano trasformare un virus animale in una potenziale minaccia pandemica.
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