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Pnrr e sanità: case e ospedali di comunità a rischio nell’area di Senigallia

Rodolfo Piazzai ospite a Radio Duomo Senigallia

Rodolfo Piazzai ospite a Radio Duomo Senigallia

Molte persone – tra amministratori pubblici, operatori sanitari, utenti e cittadini – sono a conoscenza del fatto che il 30 giugno 2026 è una data importante per tutta Italia. Entro quella scadenza i lavori finanziati con i fondi del pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza, destinati alla sanità territoriale dovranno essere ultimati e consegnati. La realtà nelle Marche, però, racconta un’altra storia: la maggior parte dei cantieri è ferma o presenta avanzamenti che oscillano tra lo zero e il 20%. A fare il punto della situazione è Rodolfo Piazzai, medico e consigliere comunale di Senigallia, ospite della trasmissione “20 minuti da Leonesu Radio Duomo Senigallia/In Blu (95.2FM). L’intervista, andata in onda nei giorni scorsi, è ancora disponibile qui grazie al lettore multimediale.

La chiacchierata con Piazzai parte da una questione demografica. Nel territorio diocesano che va da Senigallia ad Arcevia, da Chiaravalle a Mondolfo, la quota di residenti con più di 65 anni supera già il 27%, al di sopra della media nazionale che si attesta al 24%. In alcuni comuni come Arcevia si supera il 30%. E nel futuro non si invertirà la tendenza: le proiezioni indicano che tra 15 anni si potrebbe arrivare al 35% e oltre. Una popolazione anziana richiede servizi distribuiti sul territorio, prossimi alla domiciliarità, non necessariamente ospedali.

Tra le strutture al centro del dibattito sul pnrr ci sono le case di comunità – poliambulatori avanzati con medici di famiglia, specialisti e attrezzature – e gli ospedali di comunità, pensati per patologie che richiedono degenza ma non il ricovero in un reparto per acuti. Si tratta di un cambio di paradigma rispetto alla sanità ospedalocentrica: l’ospedale viene riservato solo ai casi davvero urgenti, il resto viene invece gestito il più possibile vicino a casa.

Per il territorio diocesano, il piano socio sanitario prevedeva una casa di comunità a Corinaldo – l’unica da costruire ex novo con fondi pnrr – una casa e un ospedale di comunità a Senigallia, un ospedale di comunità ad Arcevia, una casa di comunità spoke a Trecastelli e una casa e un ospedale di comunità a Chiaravalle, queste ultime da collocare in strutture già esistenti e accreditate. Piazzai ricorda però che quelle di Senigallia sono arrivate tardi: «Fino a poco più di un anno fa, nel piano sociosanitario non era prevista nessuna struttura per questo territorio. Sono comparse solo a ridosso delle elezioni regionali».

Ma le scadenze sono ormai vicinissime. «Pochissime strutture a livello regionale sono state ultimate», riferisce Piazzai. «La maggior parte avanza al 10-20%, alcune sono ancora a zero, come Corinaldo». Su oltre 35 interventi, solo 5-6 sono terminati. Un esempio emblematico è la palazzina dell’emergenza-urgenza di Senigallia: a tutt’oggi non è altro che uno scavo con i primi elementi strutturali in cemento armato, e non sarà completata nemmeno entro la fine dell’anno secondo il consigliere comunale Pd.

Le ipotesi per il futuro sono quindi due: ottenere deroghe dall’Unione europea oppure reperire fondi alternativi per portare a termine i lavori. Per la prima opzione, le indicazioni della commissione sono finora negative, e non portarli a termine sarebbe «un’assurdità». La seconda ipotesi richiede risorse che al momento non si vedono: lo Stato ha portato il finanziamento della sanità al 6% del pil, il prodotto interno lordo, il valore più basso da anni, mentre i tecnici e i principali istituti di ricerca indicano nel 7% il minimo indispensabile per un sistema sanitario pubblico efficiente. La Regione Marche potrebbe coprire il divario con fondi propri – il presidente della giunta regionale Francesco Acquaroli e il neo assessore alla sanità regionale Paolo Calcinaro lo hanno prospettato -, ma con un bilancio sanitario che assorbe già l’85% delle risorse regionali, il margine di manovra è strettissimo.

C’è però un aspetto spesso trascurato nel dibattito pubblico: anche qualora l’edificio fosse pronto, la struttura andrebbe gestita. Un ospedale di comunità richiede personale infermieristico, medici, operatori socio-sanitari, attrezzature, utenze. La spesa corrente annua supera il milione di euro, anche per una struttura di dimensioni contenute. «Il problema non è solo costruire», avverte Piazzai. «Bisogna mettere in bilancio quanto costerà tenerla aperta ogni anno. E questa voce, finora, non è stata prevista».

A rendere più complicato il quadro c’è la cronica carenza di personale sanitario. L’Italia ha meno infermieri per abitante rispetto alla media europea – quasi la metà – nonostante la preparazione dei professionisti formati oggi sia paragonabile a quella dei colleghi stranieri. Il problema dei medici è diverso: non mancano in termini assoluti, ma sempre più spesso abbandonano il servizio sanitario nazionale per il privato, per la libera professione o per l’estero, attratti da condizioni di lavoro migliori e da una maggiore valorizzazione professionale.

Sullo sfondo rimane una questione più profonda: passare da una sanità centrata sull’ospedale (come fino a pochi anni fa) a una sanità di territorio è prima di tutto una rivoluzione culturale. Significa convincere cittadini e classi politiche (oltre il solito campanilismo) che ridurre i servizi ospedalieri in periferia non è un taglio, ma una questione di sicurezza ed efficienza. Ma su questo punto si è giocata una partita politica a volte non trasparente, il che ha confuso l’elettorato.

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