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Tag: don emanuele piazzai

Il segno della piena del fiume Misa a Pianello di Ostra durante l'alluvione del 15 settembre 2022

Ascolto, iniziative con i residenti e reti sociali: così è ripartita Ostra nel post alluvione – INTERVISTA AUDIO

Il segno della piena del fiume Misa a Pianello di Ostra durante l'alluvione del 15 settembre 2022
Il segno della piena del fiume Misa a Pianello di Ostra durante l’alluvione del 15 settembre 2022

Come si è risollevata la comunità ostrense dopo la terribile alluvione del 15 settembre 2022? Quali le problematiche sociali e individuali ancora in essere, nonostante siano passati circa 18 mesi dal disastro? E quali gli strumenti che le persone hanno o hanno sviluppato nel corso di questi mesi per poter ripartire? Sono alcune delle domande che abbiamo posto non al sindaco della città, ma a don Emanuele Piazzai, vicario parrocchiale di Ostra nonché direttore diocesano e regionale per l’ufficio catechistico.

Nell’intervista, realizzata da Carlo Leone per Radio Duomo Senigallia/In Blu e che vi proponiamo anche in versione testuale su queste pagine de La Voce Misena, il viceparroco ha sottolineato l’aspetto sociale come elemento fondamentale per fornire le risposte che la comunità chiedeva nel post alluvione; altra risorsa “chiave” è stata l’ascolto che la Diocesi ha messo in campo, ma non solo, per non far sentire abbandonate le persone a loro stesse.

Per riascoltare l’intervista, basterà cliccare sul tasto play del lettore multimediale.

In che situazione ci troviamo dopo un anno e mezzo dall’alluvione del settembre 2022?
Come viceparroco di Ostra e non di Pianello ho vissuto la realtà alluvionale come un vicino di casa. Sicuramente ciò che ho visto spiccare sopra tutte le problematiche e le difficoltà è l’enorme numero di persone scese in campo per dare una mano. E’ stata davvero una bella sorpresa, sia a livello immediato che nelle settimane seguenti.

I giovani in questo hanno avuto un ruolo centrale…
Ci siamo organizzati, anche con ragazzi molto giovani delle scuole superiori o studenti universitari, per andare nelle zone colpite dall’alluvione e provare ad aiutare concretamente chi stava soffrendo e ripulendo le proprie abitazioni.

Trovare soluzioni abitative per gli sfollati era “la questione” da risolvere nell’immediato.
La fatica più grande allora era stata proprio la ricerca di abitazioni, ma lo è anche adesso: in questo senso il lavoro non è mai terminato. Questo discorso vale soprattutto per coloro che ancora non sono riusciti a sistemare la propria casa o non sono ancora in una condizione di sicurezza. Il territorio infatti non offre tante case disponibili.

Ma a livello psicologico? Come stanno le persone, cosa pensano?
Posso testimoniare che c’è ancora tanta paura ogni volta che la situazione meteorologica si fa più importante o preoccupante. Le persone hanno attacchi di panico, crisi di ansia quando la pioggia inizia a farsi più insistente o il livello del fiume inizia a innalzarsi. Se ogni volta che piove forte, devo stare con l’angoscia di non sapere come va a finire, certamente penso a soluzioni alternative.

Che genere di soluzioni?
Beh, soprattutto le famiglie giovani, quelle meno “ancorate” al territorio ostrense, pensano di andarsene, di trasferirsi altrove. Si guardano intorno. «Se posso, vado via» è la frase che mi ripetono più spesso. Ed è un grande dispiacere, anche per il rischio spopolamento di questa zona.

Nonostante i lavori che si stanno realizzando per mettere in sicurezza la vallata?
Si, è una questione psicologica, ogni volta che si ripropone una situazione di difficoltà o anche solo un po’ più impegnativa. Non si può vivere sempre con l’ansia. E ovviamente riguarda un po’ tutti. Chi è qui da tanto tempo pensa però che questa sia casa sua e tende a rimanere, mentre chi è qui da meno tempo comincia a valutare altre scelte. Una questione di prospettiva futura. Sicuramente l’unione, il sentirsi una comunità di persone, è stata l’arma vincente delle zone colpite dall’alluvione. E ancora oggi lo si avverte benissimo.

Quali misure sono state messe in campo per superare il difficile momento dell’alluvione e le sue conseguenze? Quale il ruolo della Diocesi?
Da parte della Diocesi c’è stata un’importante risposta messa in atto dalla Caritas che qui ha stabilito il suo quartier generale, la sua sede operativa. Non è stata solo una cosa pratica, ma ha dato la sensazione ai cittadini di non sentirsi soli. Così come è stata apprezzata tantissimo la visita del vescovo Franco Manenti, che ha dato sollievo a molte persone e famiglie alluvionate: un momento tanto importante quanto semplice perché si è trattato di ascoltare le persone, senza dire chissà che frasi o fare chissà che promesse.

E dopo l’emergenza?
Non sentirsi dimenticati è sempre il nocciolo del post emergenza, di qualunque emergenza. Importante è stata la scelta della pastorale giovanile di celebrare la giornata mondiale della gioventù a livello diocesano a Pianello di Ostra, per cui tutti i giovani sono stati invitati qui quando solitamente si teneva a Senigallia. Un grande segno di vicinanza. E poi la promozione dello spettacolo “E’ appena l’aurora”, scritto assieme ai giovani partendo proprio da quella speranza dopo il disastro. E’ stata un’occasione molto bella, organizzata dai giovani di Ostra, Casine e Pianello per rimettere al centro il cammino insieme. Di fatto si è compreso che, dopo l’alluvione, sarebbe iniziata una fase forse ancora più problematica e duratura di quella emergenziale. L’attenzione ai giovani e alle piccole realtà è adesso una scelta vincente perché ora si affrontano le questioni insieme, si cammina insieme. Concretamente.

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E stette in mezzo a loro

Festeggiare la Pasqua al tempo del Covid-19

Provo a guardare con gli occhi di un bambino. Di uno di quelli che magari tutte le domeniche vengono a Messa in Parrocchia e il sabato non mancano mai al catechismo, ma anche di quelli che si vedono più raramente, che non sono “di casa” in Parrocchia. Guardo con i loro occhi, e vedo questo: forse per la prima volta la casa in cui vive è diventata Chiesa. Certo, non c’è quello strano gesto in cui il sacerdote stende le mani sul pane e sul vino e dice che sono il corpo di Gesù, ma è comparso un tavolo o un angolino (magari dove di solito teneva i giochi) in cui la sera, o al mattino, tutta la famiglia si ritrova per pregare insieme. Lungi dal mettere tutto questo sullo stesso piano dell’Eucaristia (ci mancherebbe!), ma quella casa, improvvisamente, è diventata una cappellina: quel bambino ha forse scoperto per la prima volta che il Signore lo incontra anche lì, nel suo salotto, che magari fino a un mese fa era proprio il rifugio per non andare in Chiesa. Provo ora a guardare con gli occhi di un genitore. Di uno di quelli sempre presenti, ma anche di quelli che portano il figlio a catechismo perché “devono”, che dicono di credere in Dio ma non nella Chiesa, che sostengono che Dio loro se lo pregano come, quando e dove vogliono. Guardo con i suoi occhi: vedo l’imbarazzo iniziale di mettersi accanto a tutta la famiglia per accendere una candela, o per baciare un’immagine, o per dire una preghiera insieme prima di darsi la buonanotte. Dopo questo iniziale (e comprensibilissimo) imbarazzo, vedo però balenare dentro di lui un pensiero: “ma è davvero così semplice?”. Forse, per la prima volta, avrà scoperto che il Signore del mondo, della vita e della storia è anche il Signore del suo salotto, dei suoi figli, della sua piccola abitazione, del suo oggi. Certo, né il bambino né il genitore saranno diventati più preparati, più maturi nella fede (per quello sono indispensabili le nostre comunità cristiane) ma sono assolutamente convinto che si sarà verificato un qualcosa di tanto caro a Papa Francesco: si sarà innescato un processo. Tutto questo mi affascina: è proprio vero che il Signore scrive dritto sulle righe storte, sa trarre grazia da situazioni oggettivamente sfavorevoli!Forse abbiamo fatto un passetto in avanti nel riaccostare due parole tante volte usate ma mai realmente avvicinate: Chiesa e casa. E allorachiedo al Signore che questa meravigliosa riscoperta (e siamo solo all’inizio!) della “chiesa domestica” non resti legata solo all’emergenza che stiamo vivendo, ma sia un vero punto di ripartenza per una pastorale diversa, una catechesi più vera, un annuncio più bello. Qualche giorno fa un amico sacerdote mi ha condiviso un messaggio arrivatogli da un genitore: “Giorni difficili […] l’unico momento in cui ci sembra di respirare, è quando tutti insieme ci fermiamo per una preghiera. È il momento più bello della giornata”. Se rimettessimo l’immagine di “Chiesa domestica” in soffitta una volta tornati alla normalità, allora sarà il segno più evidente che non ci avremo capito niente.

don Emanuele Piazzai