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Tag: luigino bruni

Ci salveranno periferie, poveri e bambini

Quelli ‘che contano’ si ritrovano a Davos per l’annuale meeting del World Economic Forum. La piccola località svizzera del Canton Grigioni è in questi giorni il centro del mondo. Sull’efficacia di eventi come quello in corso abbiamo parlato con Luigino Bruni, economista e storico del pensiero economico, docente alla Lumsa, direttore scientifico di “The Economy of Francesco” e presidente della Scuola di Economia civile.
Professore, hanno ancora una effettiva utilità appuntamenti come questi per incidere sulle questioni globali più urgenti?
La business community ha sempre avuto i suoi riti e i suoi luoghi simbolici. Davos è uno di questi, che quest’anno si caratterizza anche per una forte dimensione politica, in seguito alla crisi scatenata da Trump.
Davos serve a chi è nel club o ci vuole entrare; serve poco alle famiglie, pochissimo ai poveri, che in genere vengono peggiorati nella loro condizione da incontri come questo. Non ho mai creduto al valore di “bene comune” dei vari Davos e ci credo sempre meno.
Il meeting quest’anno ha al centro il tema “Uno spirito di dialogo”. Nel mondo, però, stanno prevalendo logiche assai contrarie: minacce, egoismi sovranisti, spregiudicatezze…
In questi anni (Ucraina, dazi …) stiamo assistendo alla fine della globalizzazione, almeno nel senso in cui l’abbiamo vista e vissuta in questo quarto di secolo. I venti, lo spirito dei tempi, soffiano verso nazionalismi e chiusure, che sono dettate quasi sempre dalla paura (di perdere centralità, consenso, privilegi …), e quasi sempre dall’ignoranza e, oggi, dalla mancanza di generosità nei confronti dei giovani e dei bambini. A Davos non vedo né lo “spirito” (nel senso dello spirito del capitalismo, di weberiana memoria), né il dialogo. Assisteremo ai soliti monologhi, presentati come dialoghi. La salvezza non viene dalle elites, non è mai venuta. Viene – se verrà – dalle periferie, dai poveri, dai bambini.
I dati forniti in questi giorni da alcune Ong sulla crescente concentrazione della ricchezza mondiale in poche mani e sull’aumento delle diseguaglianze sono impietosi. Siamo destinati ad un mondo nel quale le povertà non scandalizzano più?
Non so, vediamo cosa riuscirà a fare la Chiesa di Papa Leone. I segnali non danno molte speranze, né per la diseguaglianza, né per l’ambiente. Le diseguaglianze, quando superano una soglia, sono molto pericolose anche perché minano il patto sociale: perché, io povero, dovrei stare nella stessa società dei straricchi se da loro non me ne viene più nulla? Il patto sociale del Novecento si basava infatti sul dato di fatto che i più ricchi ridistribuivano parte della loro ricchezza ai più poveri (tramite le tasse e il lavoro). Oggi i venti vanno in direzioni diverse (meno tasse e meno lavoro), e dobbiamo inventarci, presto, nuove ragioni per il patto sociale; altrimenti un nuovo medioevo (fatto di castelli e di signorotti e di servi) può non essere lontano.
Cosa si aspetta esca da questa settimana di confronto a Davos?
Molte parole, alcuni propositi, qualche buona analisi sullo stato dell’arte del capitalismo, molti incontri, lobbying e Side events: e poco più.
Quali dovrebbero essere le questioni in cima alle agende delle classi dirigenti per migliorare le condizioni di vita nel mondo?
Certamente un impegno molto maggiore nei confronti del clima, è molto tardi ma qualcosa si può fare. E poi una grande nuova stagione di investimenti nella scuola, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: senza scuola di qualità, l’Africa, che si avvicina al miliardo di persone, quasi tutti giovani, da grande risorsa diventerà l’incubo del capitalismo. E questo non è giusto, e non dobbiamo permetterlo. Infine, dovremmo tutti capire (persino i capi di Davos) che oggi siamo entrati in una grande carestia spirituale, di cui i giovani sono le prime vittime: nel giro di un paio di generazioni abbiamo distrutto, almeno in Occidente, duemila anni di capitali spirituali, senza generarne altri. Se non ci inventiamo – religioni in primis – qualcosa di nuovo e di globale, il prossimo Covid mondiale sarà la depressione.

a cura di Alberto Baviera

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The Economy of Francesco. Bruni: “I giovani sanno avviare processi e non occupare spazi”

Una sessione dei lavori

“I giovani sanno avviare processi e non occupare spazi, come raccomanda il Papa. Non c’è niente di meglio che affidare un processo ai giovani”. Luigino Bruni, ordinario di Economia politica e Storia del pensiero economico all’Università Lumsa e docente di Economia politica presso l’Istituto universitario Sophia, nonché direttore scientifico dell’evento, traccia così un bilancio di The Economy of Francesco, l’evento internazionale on line che si è concluso il 12 novembre con il videomessaggio del Santo Padre. “Si sta avviando un processo che certamente andrà avanti, ma non creando grandi strutture”, spiega a proposito delle iniziative future: “Generatività è lasciare andare i figli, non pretendere di controllarli. E’ lasciarli scatenare. Tra un anno ci rivedremo ad Assisi, quando il lupo, o il virus, si sarà addomesticato”.

Come è andato The Economy of Francesco, e cosa l’ha contraddistinto rispetto ad altri eventi ecclesiali?

È andato al di là di tutte le nostre previsioni. In questi due anni, da quando abbiamo avviato il processo, abbiamo visto cosa è successo dopo il rinvio di marzo a causa della pandemia: tutta una realtà si è messa in moto nei 12 villaggi tematici, che hanno ospitato decine e decine di attività. Però in questi giorni ci siamo stupiti per la quantità e la qualità dei giovani e per l’intensità del loro coinvolgimento. Muovere così tanti giovani da ogni parte del mondo per un evento on line non è affatto semplice, vista la quantità di sollecitazioni diverse che provengono dall’ambiente digitale: vedere l’adesione, il coinvolgimento, l’ingaggio così forte da parte di giovani economisti, studiosi, imprenditori ci ha lasciato senza fiato.

È stato un evento generativo, senza padroni né appartenenze: i giovani sono come le trote, sentono subito se c’è acqua pulita. Il fatto che siano stati il Papa e San Francesco i garanti dell’iniziativa ha fatto percepire ai giovani l’autenticità e l’universalità di questa “convocazione”. Solo la gratuità può mettere in moto un processo di questo genere.

Un risultato ancora più considerevole, se si tiene conto del contesto di pandemia in cui siamo purtroppo immersi.

Ci siamo lanciati in una cosa più grande di noi: per citare una frase di don Benzi, “le cose belle prima si fanno e poi si pensano”. Mai nella storia della Chiesa c’è stato un movimento di giovani economisti, così globale e in grado di andare oltre le singole appartenenze. La Chiesa non ha mai avuto un rapporto molto sereno con l’economia, come dimostrano anche le vicende di questi giorni. Riconciliare la Chiesa con il denaro non è facile, ma non c’è un momento migliore di questo per tentare una tale impresa. In tutto questo clima di negatività, di morte, di paura, abbiamo vissuto tre giorni di luce e di speranza pazzesca, senza ingenuità e senza trionfalismi.

Se c’è un segnale chiaro che viene dalla pandemia è che l’economia va ripensata, perché la vulnerabilità del momento attuale sta peggiorando le disuguaglianze: i ricchi diventano sempre più ricchi, grazie ai loro guadagni speculativi, e i poveri sempre più poveri. Dal mondo post Covid dovrà nascere un’economia più solidale e inclusiva.  

Per la prima volta, nella storia della Chiesa, hanno preso la parola migliaia di giovani economisti, imprenditori e change makers “under 35”. Cosa l’ha colpita di più ascoltandoli?

Innanzitutto la qualità, anche scientifica, dei ricercatori e degli imprenditori: sono stati presentati centinaia di progetti, segno che i giovani non sono soltanto sognatori utopici, come devono essere alla loro età, ma anche molto concreti. Basti pensare al loro appello finale in 12 punti, in cui hanno chiesto tra l’altro di introdurre Comitati etici nelle aziende, di abolire i paradisi fiscali, di rivedere la governance e il management delle imprese.

I giovani sono sognatori ad occhi aperti, con la loro tipica nota che è la positività: sono per la salute del mondo, non tanto per la malattia.

Tendono a vedere il loro lavoro, il fare impresa, come qualcosa di bello, perché è la loro vita. Non è vero che non vogliono adulti al loro fianco: li vogliono se non fanno i padroni o i prepotenti. E’ stato bello vedere giovani e Premi Nobel dialogare alla pari: i giovani hanno stima degli economisti più bravi e famosi e hanno rispetto per le competenze, perché sanno che sono il frutto buono di una vita matura o anziana.

Cambiare il paradigma economico richiede anche precise azioni politiche, oltre che la trasformazione degli stili di vita. Quante possibilità concrete hanno i giovani di oggi di essere realmente protagonisti attivi, nei luoghi dove si prendono le decisioni?

Il discorso politico più importante degli ultimi dieci anni è stato il discorso di Greta Thunberg all’Onu, ad ottobre. Siamo già in una nuova fase politica, dove i giovani sono i protagonisti delle questioni ambientali. Ci sono voluti due eventi per farci frenare: i ragazzi, che ci hanno fatto vergognare del modo in cui abbiamo consegnato loro il nostro pianeta, e il virus, con la sua carica di morte. I giovani hanno già una forza politica, soprattutto grazie alla loro padronanza del web, con la sua grande capacità di influenzare i comportamenti.

La politica non può non ascoltare le proposte dei giovani, perché le loro soluzioni sono più vicine, di fatto alla vita della gente. Anche se i politici non facessero nulla, c’è una forza intrinseca della storia: il vento soffia forte in questa direzione, chi si mette controvento finisce col mettersi fuori della storia.

M. Michela Nicolais