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Tag: papa

Veduta aerea del Vaticano, Roma: da piazza San Pietro la vista si estende fino al Castel Sant'Angelo e al lungotevere. Foto da Pixabay

Delegazione da Senigallia dei Cursillos di Cristianità a Roma per il Giubileo dei Movimenti

Dal 6 all’8 giugno 2025, Roma diventerà il centro mondiale dei Cursillos di Cristianità con la sesta Ultreya mondiale, un evento che riunirà cursillisti da ogni parte del mondo, animati dal desiderio di condividere la propria fede, rafforzare i legami comunitari e rinnovare l’impegno a vivere il Vangelo nella quotidianità.

Questo grande incontro internazionale, che si inserisce nel contesto del Giubileo dei Movimenti, è organizzato congiuntamente dall’organizzazione mondiale dei Cursillos di Cristianità e dal segretariato nazionale d’Italia, che da tempo lavorano fianco a fianco per dare vita a un evento all’altezza del carisma e della missione del Movimento.

L’evento si aprirà nel pomeriggio di venerdì 6 giugno presso la basilica di San Paolo fuori le Mura, con l’accoglienza dei partecipanti e l’avvio ufficiale dell’Ultreya, che culminerà in serata con la celebrazione della santa messa.

Il giorno successivo, sabato 7 giugno, la comunità cursillista si sposterà in piazza San Pietro, dove al mattino attraverserà la porta santa come segno di pellegrinaggio e rinnovamento spirituale. Nel tardo pomeriggio, la piazza si animerà con una preveglia ricca di musica, testimonianze e riflessioni, che introdurrà la solenne veglia di pentecoste presieduta dal santo Padre.

Il centro dell’Ultreya sarà domenica 8 giugno, quando, sempre in piazza San Pietro, i cursillisti si uniranno agli altri movimenti ecclesiali per l’incontro con Papa Leone XIV e la santa messa giubilare, vivendo così un momento di comunione universale che suggellerà questi giorni di grazia.

Le iscrizioni sono aperte e si effettuano tramite i coordinamenti diocesani, che raccoglieranno le adesioni e le quote, da versare al nazionale (35 euro a persona; 15 euro per i ragazzi dai 5 ai 15 anni; gratuita per i bambini sotto i 5 anni). Il kit del partecipante sarà consegnato al responsabile indicato da ciascuna diocesi.

Arianna Massi, coordinatrice del Movimento nella diocesi di Senigallia, dichiara: «A quasi sessant’anni dalla prima Ultreya mondiale, celebrata proprio in Vaticano, questo nuovo incontro vuole essere non solo un ritorno alle origini, ma anche una nuova partenza, segnata dallo spirito evangelico di unità, gioia e servizio. Sarà un’opportunità preziosa per testimoniare al mondo che Cristo vive e continua a camminare con noi, in ogni ambiente, attraverso la testimonianza viva dei cursillisti».

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Papa Leone XIV inizia ufficialmente il suo servizio alla Chiesa universale: stile e parole di pace

“Sono stato scelto senza alcun merito e, con timore e tremore, vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della vostra fede e della vostra gioia, camminando con voi sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole tutti uniti in un’unica famiglia”. E’ il biglietto da visita di Leone XIV, primo Papa nordamericano e agostiniano della storia della Chiesa, che ha iniziato ufficialmente il suo ministero petrino di Vescovo di Roma, domenica 18 maggio scorsa, dopo l’elezione dell’8 maggio scorso. Dal Conclave, ha rivelato il Pontefice, “arrivando da storie e strade diverse, abbiamo posto nelle mani di Dio il desiderio di eleggere il nuovo successore di Pietro, il Vescovo di Roma, un pastore capace di custodire il ricco patrimonio della fede cristiana e, al contempo, di gettare lo sguardo lontano, per andare incontro alle domande, alle inquietudini e alle sfide di oggi”.

Due le parole chiave dell’omelia, di puro stampo agostiniano, pronunciata in piazza San Pietro: “amore e unità”. A fare da architrave all’omelia del nuovo successore di Pietro sono state infatti due citazioni del vescovo di Ippona: la prima – “ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te” – è la frase più celebre delle Confessioni. La seconda ha a che fare con il volto della Chiesa del futuro: “La Chiesa consta di tutti coloro che sono in concordia con i fratelli e che amano il prossimo”. Il Papa ha scelto proprio queste ultime parole di Sant’Agostino per rivelare il suo “primo grande desiderio”, che vorrebbe fosse anche il nostro: “una Chiesa unita, segno di unità e di comunione, che diventi fermento per un mondo riconciliato”.
L’altra citazione emblematica dello stile del pontificato, posta a suggello finale dell’omelia a commento di un passo della Rerum novarum di Leone XIII, suona come un mandato: “Con la luce e la forza dello Spirito Santo,
costruiamo una Chiesa fondata sull’amore di Dio e segno di unità, una Chiesa missionaria, che apre le braccia al mondo, che annuncia la Parola, che si lascia inquietare dalla storia, e che diventa lievito di concordia per l’umanità”, l’identikit della comunità ecclesiale, sotto forma di auspicio: “Insieme, come unico popolo, come fratelli tutti, camminiamo incontro a Dio e amiamoci a vicenda tra di noi”.

“In questo nostro tempo, vediamo ancora troppa discordia, troppe ferite causate dall’odio, dalla violenza, dai pregiudizi, dalla paura del diverso, da un paradigma economico che sfrutta le risorse della Terra ed emargina i più poveri”, la denuncia di Leone XIV: “E noi vogliamo essere, dentro questa pasta, un piccolo lievito di unità, di comunione, di fraternità. Noi vogliamo dire al mondo, con umiltà e con gioia: guardate a Cristo! Avvicinatevi a Lui! Accogliete la sua Parola che illumina e consola! Ascoltate la sua proposta di amore per diventare la sua unica famiglia: nell’unico Cristo siamo uno”. “E questa è la strada da fare insieme, tra di noi ma anche con le Chiese cristiane sorelle, con coloro che percorrono altri cammini religiosi, con chi coltiva l’inquietudine della ricerca di Dio, con tutte le donne e gli uomini di buona volontà, per costruire un mondo nuovo in cui regni la pace”, il programma del pontificato: “Questo è lo spirito missionario che deve animarci, senza chiuderci nel nostro piccolo gruppo né sentirci superiori al mondo; siamo chiamati a offrire a tutti l’amore di Dio, perché si realizzi quell’unità che non annulla le differenze, ma valorizza la storia personale di ciascuno e la cultura sociale e religiosa di ogni popolo”.

“Pescare l’umanità per salvarla dalle acque del male e della morte”, l’immagine iniziale che ci porta sul lago di Tiberiade, dove Gesù aveva iniziato la sua missione chiamando Pietro e gli altri primi discepoli a essere come Lui pescatori di uomini. “Gettare sempre e nuovamente la rete per immergere nelle acque del mondo la speranza del Vangelo, navigare nel mare della vita perché tutti possano ritrovarsi nell’abbraccio di Dio”, la missione di Pietro anche oggi, perché anche oggi, a Pietro, “è affidato il compito di amare di più e di donare la sua vita per il gregge”, senza mai “catturare gli altri con la sopraffazione, con la propaganda religiosa o con i mezzi del potere”. “Pascere il gregge senza cedere mai alla tentazione di essere un condottiero solitario o un capo posto al di sopra degli altri, facendosi padrone delle persone a lui affidate”, il monito di Leone XIV: a Pietro, al contrario, “è richiesto di servire la fede dei fratelli, camminando insieme a loro: tutti, infatti, siamo costituiti ‘pietre vive’ (1Pt 2,5), chiamati col nostro Battesimo a costruire l’edificio di Dio nella comunione fraterna, nell’armonia dello Spirito, nella convivenza delle diversità”.  “Fratelli, sorelle, questa è l’ora dell’amore!”, la conclusione dell’omelia, subito dopo l’imposizione del Pallio e la consegna dell’Anello del Pescatore, cui ha fatto seguito l’atto di obbedienza al nuovo Pontefice da parte di 12 rappresentanti delle categorie del popolo di Dio. “W il Papa e “Papa Leone”, le ovazioni festose, unite agli applausi, che hanno salutato Papa Prevost nel suo primo giro della piazza – prima della messa – in papamobile, dall’Arco delle Campane fino a piazza Pia passando lungo via della Conciliazione tra una folla di circa 200mila persone.

M. Michela Nicolais

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Abussi sessuali nella chiesa del Perù: l’impegno del vescovo Prevost, Leone XIV, per la giustizia

Una storia di dolore e persecuzione ma anche una storia di coraggio e di lotta per la verità e la giustizia. Una storia difficile, durata anni, che ha avuto la fortuna di intrecciarsi con persone rette, che hanno avuto la forza di accogliere la verità e renderne giustizia. Tra queste persone figurano Papa Francesco e Papa Leone XIV. Siamo in Perù e questa è la storia di Paola Ugaz (nella foto in un recente incontro con il papa) e Pedro Salinas.

Nel 2015, pubblicarono “Mitad monjes mitad soldados” un libro inchiesta che ha scoperchiato gli abusi di un gruppo di laici consacrati e sacerdoti fondato in Perù. Si tratta del “Sodalizio di vita cristiana”, un movimento conservatore fondato a Lima a inizio degli anni 70 dal teologo peruviano Luis Fernando Figari. L’indagine deflagrò, emersero altri indizi che portarono anche ad un sotterraneo giro di abusi e soldi. Nel 2017, Papa Francesco arrivò in Perù e il vescovo José Antonio Eguren, uno dei membri più importanti del “Sodalitium”, lo ha ricevuto durante un evento pubblico. Paola Ugaz e Pedro Salinas protestarono: lei su Twitter, lui con un articolo. Il vescovo Eguren denunciò Salinas e l’8 aprile 2018 un giudice lo condannò per diffamazione. “Il nunzio apostolico, Nicola Girasoli, mi chiamò”, racconta Paola. “Mi disse che lui e altri vescovi – Carlos Castillo, Pedro Barreto e Robert Prevost – erano solidali con noi e stavano preparando un dossier di supporto. Ecco come ebbi le prime notizie di Prevost”. Il vescovo, futuro Papa, “pochi mesi dopo, insieme a Pedro Salinas, organizzò un incontro con le vittime del Sodalicio e i membri della Conferenza episcopale. Ma questo incontro fallì. Era troppo avanti rispetto ai tempi. Prevost decise quindi di aiutare le vittime individualmente”.

Intanto per i due giornalisti il calvario non era ancora finito. “La persecuzione contro di noi si stava intensificando e stavano cercando di metterci in prigione basandosi su bugie”. Passano gli anni e nel 2022, Paola incontra Papa Francesco a Roma. “Gli chiedo di inviare una missione in Perù per indagare su ciò che stavamo denunciando”. Otto mesi dopo, Papa Francesco inviò una missione guidata dal vescovo di Malta, Charles Scicluna, e da mons. Jordi Bertomeu, che confermò le denunce e altro ancora. Rientrati a Roma, ne informarono il Papa, il quale decise di destituire il vescovo Eguren. Era il 2 aprile 2024.

È qui che iniziarono i problemi per Prevost. “Il Sodalicio ne fu molto scontento e iniziò una campagna contro Prevost”. Qual era l’obiettivo? Paola Ugaz non ha dubbi: “far saltare le indagini su Sodalicio”.
“Nell’ottobre 2024 – prosegue la giornalista – tornammo a Roma con Pedro Salinas e incontrammo Prevost, il quale, come sempre, ci ascoltò e intervenne per porre fine alla chiusura del Sodalicio. Nel dicembre 2024, Prevost organizzò un incontro con Papa Francesco e tutto ciò contribuì alla chiusura del gruppo, avvenuta il 14 aprile 2025, una settimana prima della morte di Papa Francesco”.

Paola Ugaz e Pedro Salinas erano a Roma per seguire il Conclave e hanno potuto partecipare alla prima udienza di Papa Leone XIV con la stampa internazionale. I due giornalisti erano seduti in prima fila ed hanno potuto stringere la mano e salutare il Papa. “Gli abbiamo donato una sciarpa proveniente dalle Ande peruviane – racconta Paola -, realizzata con lana di alpaca da donne appartenenti a comunità a basso reddito che si guadagnano da vivere esportando indumenti tessuti a mano. Gli ho dato anche dei cioccolatini peruviani perché ha buon appetito. E aggiunge: “Quando ha parlato dei giornalisti incarcerati, mi sembrava che fosse un messaggio rivolto per me e per Pedro Salinas”.

“Sia Leone XIV che Francesco nutrivano un forte rispetto nei confronti del buon giornalismo, che ossigenasse le istituzioni e favorisse i cambiamenti”. “E questa è una buona notizia per il giornalismo, perseguitato in tutto il mondo”. Alla luce del suo comportamento nella diocesi e nella Conferenza episcopale peruviana, come pensi si caratterizzerà questo pontificato rispetto alla lotta contro gli abusi sessuali nella Chiesa? Paola Ugaz non ha dubbi: “Sarà una continuazione di ciò che ha fatto Papa Francesco perché ha dimostrato empatia e umanità di fronte agli abusi all’interno della Chiesa”. E conclude: “Il mio desiderio oggi è che Papa Leone XIV visiti presto il Perù”.

a cura di Maria Chiara Biagioni

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Il nuovo Papa è Leone XIV: le prime parole, il desiderio della pace, il grazie a Francesco

Robert Francis Prevost, 69 anni, è il primo cardinale nordamericano a guidare la barca di Pietro nella storia della Chiesa, con il nome di Leone XIV. Eletto nel 76° Conclave dai 133 cardinali elettori, al quarto scrutinio, alle 19.23 si è affacciato per la prima volta dalla Loggia delle Benedizioni per ricevere il saluto della folla. Il volto sereno e sorridente, il drappo rosso che abbraccia l’affaccio della Loggia, la banda che suona l’inno nazionale e lui che l’ascolta commosso in piedi.
 
“La pace sia con tutti voi!”, le prime parole del nuovo Pontefice. “Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore che ha dato la vita per il gregge di Dio”, ha detto Leone XIV, il nome scelto dal religioso agostiniano per il suo pontificato.“Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli e ogni terra segnata dalla guerra”, ha proseguito il Santo Padre: “La pace sia con voi! Questa è la pace di Cristo, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, che ci ama tutti e incondizionatamente”. “Ancora conserviamo nei nostri cuori quella voce debole, ma sempre coraggiosa, di Papa Francesco, che benediva Roma”.

Così ha ricordato il suo predecessore: “Il Papa che benediva Roma e dava la sua benedizione al mondo intero, quella mattina del giorno di Pasqua. Consentitemi di dare seguito a quella stessa benedizione:
Dio ci vuole bene, Dio vi ama tutti e il male non prevarrà! Siamo tutti nelle mani di Dio. Pertanto, senza paura, uniti, mano nella mano con Dio e tra di noi, andiamo avanti. Siamo discepoli di Cristo. Cristo ci precede. Il mondo ha bisogno della sua luce, l’umanità necessita di Lui come ponte per essere raggiunta da Dio e dal suo amore. Aiutiamoci anche noi, gli uni gli altri, a costruire ponti, con il dialogo, con l’incontro, unendoci tutti per essere un solo popolo, sempre in pace”.

“Grazie a Papa Francesco”, l’omaggio al pontificato di Jorge Mario Bergoglio: “Voglio ringraziare anche tutti i confratelli cardinali che hanno scelto me per essere il successore di Pietro e camminare insieme a voi come Chiesa unita – ha proseguito il nuovo Pontefice – cercando sempre la pace, la giustizia, cercando sempre di lavorare come uomini e donne fedeli a Gesù Cristo, senza paura, per proclamare il Vangelo, per essere missionari”. “Sono un figlio di Sant’Agostino – agostiniano – che ha detto: ‘Con voi sono cristiano e per voi sono vescovo’”, il riferimento alla sua biografia: “In questo senso possiamo tutti camminare insieme, verso quella patria che Dio ci ha preparato”. “Alla Chiesa di Roma un saluto speciale”, ha poi detto il nuovo papa, ricambiato da un fragoroso applauso. “Dobbiamo cercare insieme come essere una Chiesa missionaria, una Chiesa che costruisce ponti di dialogo, sempre aperta a ricercare, come questa piazza con le braccia aperte, tutti coloro che hanno bisogno della nostra carità, della nostra presenza, del dialogo, dell’amore”.
Con queste parole, dirette ai fedeli di tutto il mondo nel suo primo saluto, il primo papa americano ha in un certo senso già delineato il programma del pontificato. Poi, parlando in spagnolo, ha salutato in particolare “la mia amata diocesi di Chicayo, in Perù”, e il “popolo fedele” che lo ha accompagnato nei suoi ultimi viaggi da vescovo in quell’angolo del sudamerica. Il saluto del nuovo pontefice si è poi allargato “a tutti voi, fratelli e sorelle di Roma, d’Italia e di tutto il mondo”.
“Vogliamo essere una chiesa sinodale, una Chiesa che cammina, che cerca sempre la pace, cerca sempre la carità, cerca sempre di essere vicina a tutti, specialmente a coloro che soffrono”,
ha poi aggiunto rivelando altri tratti significativi del suo stile pastorale. “Oggi è il giorno della supplica alla Madonna di Pompei”, il riferimento alla festività liturgica odierna: “la nostra madre Maria, che volle sempre camminare con noi, stare vicino a noi, aiutarci con la sua intercessione e il suo amore”. “Preghiamo insieme per questa nuova missione, per tutta la Chiesa, per la pace nel mondo, e chiediamo questa grazie speciale di Maria, nostra madre”, l’invocazione finale, prima della recita di Maria, insieme a tutta la piazza, e la sua prima benedizione “Urbi et Orbi”, con la concessione dell’indulgenza plenaria.

M. Michela Nicolais

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Conclave. Foto Vatican Media/SIR

Il conclave, l’eredità di papa Francesco e il profilo del nuovo pontefice dopo Bergoglio

Gli occhi del mondo tornano a essere puntati sul Vaticano perché mercoledì 7 maggio inizia il conclave con 133 cardinali lettori che dovranno scegliere il nuovo successore al soglio pontificio dopo la scomparsa di Papa Francesco, il papa venuto dalla fine del mondo avvenuta lunedì 21 aprile scorso. Nel pomeriggio la processione dei cardinali si muoverà dalla Cappella Paolina alla Sistina, dove avverrà poi il giuramento con la mano sul Vangelo e poi dall’arciviescovo Diego Ravelli verrà pronunciato l’extra omnes, l’invito a far uscire tutti coloro che non sono chiamati al voto. Così inizieranno le votazioni. Già dal tardo pomeriggio dovrebbe esserci una prima fumata dal comignolo e sarà quello il segnale che è stato o non è stato eletto il nuovo papa. Dei 133 cardinali elettori, l’80% circa è stato creato da papa Francesco con un’importante rappresentanza asiatica anche se in pochi credono che sarà di quel continente il successore di Bergoglio.

Qual è il profilo che dovrebbe o forse meglio dire dovrà avere il nuovo pontifice, il 267° papa nella storia? Un costruttore di ponti, un uomo vocato al dialogo, un pastore, volto di una chiesa samaritana in tempi in cui si parla tanto, tantissimo, troppo di guerra (la terza guerra mondiale a pezzi come la chiamava papa Francesco e il riaccendersi delle ostilità tra India e Pakistan ne è la prova di fatto) ma anche di profonda polarizzazione tra le parti e questo interessa un po’ tutti i paesi, dall’America all’Europa, dove il dialogo ha spazi sempre più ristretti. Chissà se anche nel conclave sarà così.

Senza scadere nel toto papa, ci si interroga sul cammino futuro della chiesa: diversi elementi significativi sono stati tracciati da papa Francesco nel suo programma di apertura e modernizzazione. La chiesa deve fare conti con se stessa, con alcuni scandali che non sono rimasti legati al passato (si pensi alla questione degli abusi) ma anche con alcune aperture che non sono state ben viste da tutti (quel chi sono io per giudicare rivolto alla comunità gay è solo uno dei temi su cui la chiesa dovrà fare chiarezza al suo interno).

Di certo papa Francesco ha lasciato non solo dei temi importantissimi su cui la chiesa si deve ancora esprimere senza esitazioni, e l’assemblea sinodale di aprile è un esempio lampante di questo esitare, ma lo stesso cambiamento non sarà immediato, a meno di segnali importanti che possano arrivare dal conclave. Lo dice anche il vescovo della diocesi di Senigallia Franco Manenti: in una recente intervista a Laura Mandolini a Radio Duomo ha parlato dell’eredità di Bergoglio e della prospettiva del cambiamento.

«Penso che l’eredità pastorale che papa Francesco ci lascia sia quella contenuta nell’Evangelii Gaudium che è un po’ il testo programmatico, cioè la consapevolezza che il Vangelo è una buona notizia per tutti ed è una buona notizia che alimenta la speranza di tutti, a non disperare. Questo mi pare sia il lascito prezioso. Lascito reso ancora più prezioso dal modo con cui papa Francesco ha testimoniato questa buona notizia con parole e gesti tra loro strettamente connessi, tanto da fare di papa Francesco un maestro perché testimone, lui stesso ha testimoniato con le sue parole e la sua vita la bellezza di una notizia che dà speranza alle persone, a tutte, in modo particolare quelle che erano a corto, in deficit di speranza».

«Mi viene da dire che quel testo è un testo molto impegnativo per la chiesa perché papa Francesco chiede alle comunità cristiane una conversione pastorale non di facciata ma addirittura appunto un cambiamento e dettaglia anche gli ambiti i luoghi e le cose da cambiare, rivalutare, ripensare tutta la vita della comunità cristiana. Io sono del parere, ma non solo nei confronti di papa Francesco, che non bisogna perdere la spinta al cambiamento, con la consapevolezza non è un cambio rapido, deve essere radicale, incisivo ma ha bisogno di tempo, ha bisogno dei suoi tempi».

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Se la salute del Papa ci dice come siamo messi.

Ne possiamo parlare perché è una storia finita bene. Il Papa si è ripreso velocemente, ha iniziato serenamente la Settimana santa, presiederà alle celebrazioni dei giorni più importanti della liturgia cristiana. Che bella notizia! Eppure rimane un amaro in bocca per come è stata raccontata la sua fragilità, nei grandi media come nei discorsi ‘da bar’.

Sui siti delle testate italiane più diffuse è apparsa subito, impietosa, la fotografia che ritrae la sofferenza di Bergoglio alla fine dell’udienza in piazza San Pietro, mercoledì scorso. Stava male e si vedeva, ma la riproposizione ostinata di questa immagine conferma l’avvilente stile comunicativo dei nostri giornali: tutto ‘sparato’ a mille, specialmente quando il pezzo immortalato è da novanta. Non si tratta di omettere la realtà, ma di andare oltre, di rispettare la dignità del dolore altrui, di qualunque persona si tratti. Storia vecchia e a quanto pare sempre nuova, tanto più moltiplicata dalle centinaia piattaforme di diffusione mediatica.

Ma non basta. Grandi firme come anonimi commentatori, tutti a discorrere del dopo Francesco: i timori di chi lo apprezza nel chiedersi che fine farà la sua eredità pastorale, gli auspici di chi non vede l’ora che si faccia da parte, per non dire peggio, le valutazioni politiche di un conclave evocato, evidentemente, un po’ troppo di fretta. Ennesimo spettacolo avvilente del giornalismo e della comunicazione di massa! È come se proprio non ce la facciamo più a cogliere l’essenza di un fatto per quello che è, rispettandone tempi, spessore e volti.

Una sgrammaticatura. Ha usato questa definizione Giorgia Meloni commentando l’infelice ricostruzione storica della strage di Via Rasella, durante l’occupazione nazista di Roma, da parte del presidente del Senato La Russa. Una parola adatta alla continua manipolazione comunicativa, dove le regole della scrittura saltano bellamente e ci va bene così, tanto tutto si dimentica in fretta.

Mentre si parla di come usare l’intelligenza artificiale, conviene chiedersi che uso fare di quella naturale, quella senza aggettivi, quella che se ce l’hai la devi custodire e trafficare bene. Quella di cui avvertiamo un terribile, grande bisogno.

Laura Mandolini

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Papa Francesco

10° anniversario del pontificato di papa Francesco: Tv2000 gli dedica lo speciale “La Chiesa che vorrei”

In occasione del decimo anniversario del pontificato di papa Francesco che fu eletto il 13 marzo 2013, venerdì 10 marzo Tv2000 trasmetterà dalle 20.55 una serata speciale intitolata “Francesco – La Chiesa che vorrei”. L’appuntamento, condotto da Gennaro Ferrara, ripercorrerà le parole, le decisioni, i gesti attraverso i quali il Papa, in questi anni, ha riportato al centro dell’attenzione internazionale i temi della giustizia sociale, della pace e della cura del creato e ha indicato la strada per quel processo di cambiamento che la Chiesa, le comunità cristiane, ogni singolo credente sono chiamati a vivere da protagonisti.

Non solo, dunque, una serata televisiva di memoria, ma anche e soprattutto una serata di prospettiva e di futuro, che metterà a fuoco tre temi centrali della pastorale di Francesco: la prossimità della Chiesa ai più poveri, l’impegno per la fratellanza universale, l’attenzione all’ecologia integrale.

Ospiti della trasmissione il card. José Tolentino de Mendonça, prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, Enrico Mentana, direttore Tg La7, Antonella Sciarrone Alibrandi, sotto-segretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione e Andrea Monda, direttore de “L’Osservatore Romano”. Interverranno anche il card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Cei, la scrittrice Edith Bruck e la conduttrice Licia Colò. Durante lo speciale anche un videomessaggio di Andrea Bocelli.

A.B.

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Papi per un’unica Chiesa: Ratzinger e Bergoglio, diversità e comunione

Con la scelta di vivere nel monastero Mater Ecclesiae in Vaticano, a poca distanza da Santa Marta dove risiede il Papa regnante, il Papa emerito ha continuato a offrire il suo servizio per il bene della Chiesa “nascosto al mondo”, come lui stesso ha dichiarato di voler fare, attraverso la preghiera, il silenzio, la mitezza e la discrezione, sostenendo il ministero del suo successore in un rapporto di fraterna amicizia e stima spirituale, oltre che obbedienza, attraverso visite, chiamate telefoniche e presenze agli avvenimenti più importanti, come il primo Concistoro di Papa Francesco o l’apertura della Porta Santa di San Pietro per l’inizio del Giubileo. Prima ancora di sapere chi sarebbe stato il suo successore, congedandosi dai cardinali durante l’ultimo discorso loro rivolto nella Sala Clementina, Benedetto aveva detto: “Tra voi, tra il Collegio Cardinalizio, c’è anche il futuro Papa al quale già oggi prometto la mia incondizionata reverenza ed obbedienza”.

Memorabile rimane il primo incontro tra il nuovo Papa e il Papa emerito a Castelgandolfo, dopo che il 28 febbraio le immagini dell’elicottero papale che aveva trasportato Ratzinger dal Vaticano a quella che fino ad allora era la residenza estiva dei papi (tradizione poi interrotta da Bergoglio) avevano fatto il giro del mondo. Seduti l’uno davanti all’altro, risaltava visibilmente un grosso scatolone bianco che Ratzinger ha consegnato al suo successore: un messaggio esplicito a continuare a dipanare i “dossier” aperti durante otto anni di pontificato, un gesto carico di fiducia nelle capacità del Papa argentino venuto “dalla fine del mondo” di continuare a governare la barca di Pietro, anche quando sembra sull’orlo di essere travolta da una tempesta. È il caso ad esempio degli abusi, che Papa Ratzinger per primo ha cominciato a contrastare efficacemente durante il suo pontificato. Quattro mesi dopo il summit mondiale sulla pedofilia in Vaticano, convocato da Bergoglio nel febbraio 2019, è uscito un libro dal titolo inequivocabile: “Non fate male a uno solo di quei piccoli. La voce di Pietro contro la pedofilia”, in cui per la prima volta, nero su bianco, il Papa emerito e il Papa argentino chiedono insieme “perdono” per quelle nefandezze che Ratzinger, nella sua celebre omelia del Venerdì Santo 2005, aveva annoverato tra la “sporcizia della Chiesa”.
Al suo ingresso in basilica per il suo primo Concistoro, il 22 febbraio 2014, papa Francesco dopo aver percorso in processione la navata si è diretto verso il Papa emerito e lo ha abbracciato: è la prima cerimonia pubblica in basilica in cui sono presenti i due Papi, e la prima uscita pubblica di Ratzinger dopo la rinuncia al pontificato. Nel Concistoro dell’anno seguente, il Papa emerito ha replicato, su invito del Papa regnante. Dopo il Concistoro del 2016, i cardinali insieme a Francesco sono saliti su pullman per andare a trovare Benedetto al monastero Mater Ecclesiae, evento che si è ripetuto anche nel Concistoro del 2017. Il 13 ottobre 2018, invece, alla vigilia della canonizzazione di Paolo I e Oscar Arnulfo Romero, è stato Francesco a andare a trovare Benedetto nella sua dimora immersa nei Giardini vaticani. Sono le 11,10 della festa dell’Immacolata quando, l’8 dicembre 2015, Papa Francesco apre la Porta santa di San Pietro. Subito prima, nell’atrio, ha salutato il papa emerito Benedetto XVI: si sono abbracciati ancora una volta, hanno scambiato qualche parola. Ratzinger è stato così il primo pellegrino a varcare la porta santa.

La speciale sintonia tra i due papi, del resto, è testimoniata anche dalle innumerevoli citazioni di Joseph Ratzinger da parte di Francesco: nei documenti magisteriali, è eguagliato solo da Paolo VI. Il Pontefice attualmente regnante ha sempre definito il Papa emerito “un nonno in casa”, lasciando intendere così di aver fatto tesoro dei suoi consigli, in tutti gli incontri informali tra i due. Tutto il contrario della lettura mediatica dominante, che è solita usare gli schemi della contrapposizione polare, strumentale di volta in volta a corroborare le proprie posizioni e ad alimentare un’informazione gridata e schiacciata su uno schema binario di stampo ideologico, a scapito dei reali contenuti di ciò che viene raccontato. “Il Papa è uno, Francesco”, ha spiegato Ratzinger in un’intervista al Corriere della Sera: “L’unità della Chiesa è sempre in pericolo, da secoli. Lo è stata per tutta la sua storia. Guerre, conflitti interni, spinte centrifughe, minacce di scismi. Ma alla fine ha sempre prevalso la consapevolezza che la Chiesa è e deve restare unita. La sua unità è sempre stata più forte delle lotte e delle guerre interne”. Parole, queste, che rimandano al grande impegno a rafforzare la comunione ecclesiale che ha caratterizzato tutto il pontificato di Benedetto XVI, fino all’ultimo giorno del suo ministero petrino: “Rimaniamo uniti, cari Fratelli” – aveva detto nel suo ultimo discorso ai cardinali il 28 febbraio 2013 – in questa unità profonda dove le diversità – espressione della Chiesa universale – concorrano sempre alla superiore e concorde armonia e così serviamo la Chiesa e l’intera umanità”.

Maria Michela Nicolais

Il vescovo Franco presiede una S. Messa di suffragio del Papa emerito Benedetto XVI

SENIGALLIA – La diocesi di Senigallia comunica che mercoledì 4 gennaio 2023, alle ore 18.00, il vescovo diocesano Franco Manenti presiederà presso la Chiesa della Maddalena, in via Cavallotti, a Senigallia una S. Messa in suffragio del Papa emerito Benedetto XVI.

La chiesa senigalliese vuole unirsi ai sentimenti di cordoglio e preghiera espressi nel mondo intero per la scomparsa di Joseph Ratzinger, riconoscendo in lui una guida generosa e umile della Chiesa universale.

 Ogni parrocchia è inoltre invitata a celebrare una messa di suffragio in questi giorni secondo le indicazioni della Conferenza episcopale italiana, avendo cura di informarne i fedeli.
La Chiesa in Italia, in particolare, gli è riconoscente “per l’impulso dato alla nuova evangelizzazione”, si legge nel comunicato dei vescovi italiani, in cui si ricorda l’esortazione, rivolta in occasione del Convegno ecclesiale nazionale di Verona, a portare “con rinnovato slancio a questa amata Nazione, e in ogni angolo della terra, la gioiosa testimonianza di Gesù risorto, speranza dell’Italia e del mondo”. I vescovi, infine, invitano le comunità locali a riunirsi in preghiera e a celebrare la messa in suffragio del Papa emerito Benedetto XVI.

Benedetto XVI: il papa del Magistero

Per antica tradizione i papi si suddividono in politici e spirituali. Divisione che non regge, evidentemente. Guardando all’eredità di Joseph Ratzinger – Benedetto XVI, uno dei grandi protagonisti di questo avvio di millennio, lo potremo definire il Papa del Magistero. Un deposito ricchissimo, di cui sinteticamente possono risaltare tre passaggi. Il primo è la definizione e comprensione del Vaticano II. Il 22 dicembre 2005, a conclusione del suo primo anno di pontificato, nel tradizionale discorso alla Curia, ultimo Papa ad avervi partecipato, ci consegna una fondamentale, breve, chiarissima, ficcante, mite e ferma definizione del Concilio.

La parola – chiave è: ermeneutica della riforma. Spiega la dinamica, e la proietta nella vita della Chiesa contemporanea, ovvero nel “litigio” tra conservatori e progressisti, che circostanzia con chiarezza e di cui vede il limite strutturale di fronte invece alle sfide radicali dell’evangelizzazione, che lo stesso Concilio ha indicato.

Il secondo tema è l’interlocuzione con la cultura, in particolare quella occidentale, i grandi dialoghi non a caso in tre luoghi emblematici, Westminster (17 settembre 2010), il collegio dei Bernardins a Parigi (12 settembre 2008), il parlamento tedesco (22 settembre 2011). Benedetto XVI risalta come l’ultimo grande intellettuale europeo. Sono contributi fondamentali che vengono incontro ad un deficit, il grande deficit che accompagna il processo di globalizzazione e di crisi anche bellica della stessa, appunto nella sua radice occidentale. Pone, Benedetto, la questione della verità e circostanzia la formula “etsi Deus daretur”, lanciata a Subiaco, il 1 aprile 2005, declinata nella cultura, nella vita civica, civile ed istituzionale e proposta come orizzonte di senso e di speranza. Ma qui emerge anche l’elemento dialettico, il conflitto. Questo dialogo solleva grandi e trasversali, financo impensati consensi, ma anche chiusure e opposizioni. Si vede a Ratisbona, un discorso che genera un colossale e planetario malinteso. Fomentato, perché il dialogo, questa idea che il cristianesimo è un elemento costitutivo dell’identità e dello sviluppo culturale mondiale, in un atteggiamento non certo di egemonia, ma di cooperazione, era proprio alla base di quell’intervento (12 settembre 2006). Ecco allora un altro brusco stop: Benedetto XVI è costretto a rinunciare alla visita alla Sapienza (17 gennaio 2008), ma il discorso che invia è un grande documento di umanesimo contemporaneo.
Per questa strada siamo al terzo tema, ovvero la rinuncia.

È consapevole delle forze che mettono in discussione, sotto attacco, la Chiesa stessa. Certo – si veda la meditazione del Venerdì Santo 2005, poche settimane prima dell’elezione – alla Chiesa serve un processo di purificazione. Benedetto XVI lo porta avanti con chiarezza e decisione, ma in un quadro profondamente conflittuale.

Di qui l’idea di un appello a forze nuove, ovvero l’atto della rinuncia (11 febbraio 2013), un grande atto di riforma, nella coerente continuità dello stesso istituto petrino, che compendia la grande cultura teologica e la profonda cifra spirituale di Benedetto. Segno della profonda vicinanza all’Italia e in concreto dell’amicizia con l’allora presidente della Repubblica è proprio Giorgio Napolitano una delle pochissime persone cui la decisione fu comunicata in anteprima, come ha documentato lo storico Alessandro Acciavatti. La rinuncia al pontificato in realtà è la continuità di un impegno di servizio, di testimonianza. E di fedeltà al Papa, all’unico Papa. Ha dato così l’esempio per sostenere un pontificato, quello di Francesco, che ha rilanciato, con energia nuovo, la radicalità del richiamo evangelico.

Francesco Bonini

“Signore, ti amo!”: le ultime parole di papa Benedetto XVI prima di spirare

Foto Roberto Monaldo / LaPresse 28-09-2011 Città del Vaticano Vaticano Papa Benedetto XVI, Udienza Generale Nella foto Benedetto XVI in p.zza San Pietro Photo Roberto Monaldo / LaPresse 28-09-2011 Vatican City Pope Benedict XVI, General Audience In the photo Pope Benedict XVI

“Signore, ti amo!”. Sono state queste le ultime parole di Benedetto XVI. Lo ha confermato il direttore della Sala Stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, rispondendo alle domande dei giornalisti. A raccogliere le ultime parole del Papa emerito è stato un infermiere, alle 3 del mattino circa del 31 dicembre, cioè alcune ore prima della morte, avvenuta alle 9.34, quando ancora Joseph Ratzinger non era entrato in agonia. “Benedetto XVI – ha raccontato commosso il suo segretario, mons. Georg Gänswein, a Vatican news – con un filo di voce, ma in modo ben distinguibile, ha detto, in italiano: ‘Signore ti amo!’ Io in quel momento non c’ero, ma l’infermiere me l’ha raccontato poco dopo. Sono state le sue ultime parole comprensibili, perché successivamente non è stato più grado di esprimersi”.

Joseph Ratzinger, papa emerito Benedetto XVI

Abusi, l’ennesima burrasca della Chiesa

Joseph Ratzinger, papa emerito Benedetto XVI
Joseph Ratzinger, papa emerito Benedetto XVI

Stavolta c’era di mezzo il papa emerito, Benedetto XVI e quindi l’eco è stata ancor più dirompente. L’ennesimo rapporto sugli abusi da parte di uomini di chiesa su minori, la scorsa settimana, ha aperto uno squarcio sulla chiesa tedesca, in particolare quella di Monaco di Baviera, guidata per alcuni anni da Ratzinger. Cambiano i luoghi, cambiano le voci ma la sostanza è sempre quella: una chiesa cattolica profondamente lacerata da questi drammi, insabbiamenti, reticenze. E oggi sono i giorni della vergogna e della richiesta di perdono.

C’è volontà di capire, tanto che come precedentemente in Francia, sono gli stessi vescovi a chiedere le commissioni di inchiesta. Ed in molti si chiedono se non sia il caso di promuovere iniziative del genere anche nel nostro Paese. Ormai è chiaro che non si tratta più di ‘casi isolati’, ma di una vera e propria crisi generalizzata che chiede, anzi, urla profondi cambiamenti.

Il Sinodo universale – e quindi anche italiano – è un tentativo di risposta a questa domanda di coerenza a tutti i livelli…

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Gesualdo Purziani