“Balcanica”, il film di Nicola Sorcinelli ci porta sulla rotta dei migranti, con delicatezza e intensità

Attraversare la rotta balcanica e rimanere gentili, delicati. Non nascondendone la tragedia, ma restituendo i volti. Nicola Sorcinelli lo ha saputo fare nel donarci il suo meraviglioso primo lungometraggio, ‘Balcanica’, attraverso il quale ci porta nel grande flusso migratorio che da anni attraversa la penisola appena al di là del mare Adriatico e di cui non sentiamo quasi più parlare.
Al cinema ‘Solaris’ di Pesaro, al ‘Masetti’ di Fano e al cinema ‘Gabbiano’ di Senigallia siamo stati in tanti a voler percorrere un po’ di quel drammatico viaggio nel quale la sopravvivenza è un terno al lotto – non a caso i migranti chiamano la rotta ‘the game’, il gioco – perché l’azzardo del rimanere in vita è una variabile più che reale che fa i conti con confini, torture e brutalità di ogni tipo, privazione di ogni elementare diritto umano. E tutto questo in Europa, nello stesso territorio dell’Unione Europea, nella fortezza comunitaria sempre più chiusa e resa impermeabile da fili spinati, muri, dispiegamenti di sicurezza di ogni tipo. È più forte di lui, Sorcinelli non sa pensare al suo cinema se non in relazione a racconti che hanno a che fare con la libertà, il desiderio di sensibilizzare la pubblica opinione su quanto rischia di essere considerato ‘normale’ accadimento della storia. I suoi cortometraggi, premiati in più occasioni, accendono la macchina da presa su fragilità e diritti, prepotenze e solidarietà: “Colpa di mia nonna – dice sorridendo al numeroso pubblico delle tre sale coinvolte – la sua ‘invadenza’ familiare, anche nei racconti di storie di partigiani, resistenza, fascismo, solidarietà tra persone, ha permeato tanto della mia infanzia. E quando ho intrapreso questa strada professionale è stato quasi naturale raccontare anche così una dimensione che a quanto pare non smette mai di interpellarci”.

‘Balcanica’, premiato dal pubblico e dagli esercenti all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, rifugge facili scorciatoie, denuncia soprusi e indifferenza scegliendo di imprimere su tre volti racchiusi in una piccola storia l’universalità del dramma di migliaia di persone che scappano da miseria e dittature per raggiungere l’agognata sicurezza di vita. Nazar e suo figlio Jalil, musicisti afghani fuggiti dalla Kabul in cui i talebani mettono al bando anche la musica e Greta, giovane medico italiana, piena di ideali, fortemente provata dall’impotenza nel dover far fronte ad un fenomeno che supera di gran lunga le sue possibilità. “Spero che il mio film faccia riflettere e pensare, in un periodo che quasi non racconta più questa rotta di disperazione e nel quale le migrazioni sono terreno di propaganda politica ed elettorale assai efficace”. Nel film i confini non si vedono, ma li si vivono tutti: ognuno dei personaggi si trova in un limbo, in una condizione provvisoria dall’esito incerto, c’è solo tempo per tentare di sopravvivere e immaginare un futuro diverso.

Le note di una tuba risuonano per un attimo nella desolazione di un freddo altipiano serbo, tra vecchi edifici abbandonati di una guerra non tanto lontana nel tempo e che danno rifugio temporaneo a questi disperati, tragedie belliche che incrociano queste nuove guerre per la sopravvivenza. “Non eri a tempo”, Nazar rimprovera suo figlio dopo una struggente, quanto improbabile prova fatta nel rifugio di fortuna immaginando l’agognato concerto in terra italiana che mai si farà. Non siamo a tempo, ha ragione Nazar, in questa stonata e disarmonica sinfonia europea, a corto di spartiti condivisi, di coraggio e di volontà di suonare una musica all’altezza del suo progetto originario.
Laura Mandolini
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