Donne che aprono brecce

Simona Segoloni Ruta è presidente del Coordinamento delle Teologhe italiane. Sposata e madre di quattro figli, la presidente del Cti ha conseguito il dottorato in teologia dogmatica presso la Facoltà Teologica dell’Italia centrale di Firenze, è stata docente di teologia sistematica all’Istituto Teologico di Assisi per 15 anni, dove ha insegnato ecclesiologia, mariologia e teologia trinitaria.
Attualmente insegna ecclesiologia all’Istituto teologico Giovanni Paolo II e Teologia dogmatica alla Lumsa. Si dedica ad una intensa attività formativa e tiene numerose conferenze su svariati temi che hanno a che fare con la Chiesa. Ha fatto parte della commissione di studio interfacoltà promossa dalla CEI sulla sinodalità ed è autrice di numerosi studi sul tema. Ha pubblicato testi ed articoli sul tema donna, sulla maschilità di Gesù, sulla mariologia, sulla recezione del Concilio.
Il Cif – Centro italiano femminile – sezione di Serra de’ Conti – l’ha invitata nell’ambito delle iniziative dedicate ai cento anni dalla morte di suor Maria Giuseppina Benvenuti.
“Donne che aprono brecce”, questo il titolo, è stato un incontro molto interessante, utile nel quale sono risuonate parole necessarie che prendono spunto dalla straordinaria biografia della Moretta per fare i conti, anche ai nostri giorni, con l’esperienza di chiesa declinata al femminile.
«Il paradosso – ha detto Segoloni Ruta – è evidente: da una parte, le donne costituiscono la maggior parte della Chiesa. Dall’altra vivono in una condizione di marginalità e subalternità, perché non hanno spazi di parola né riconoscimento pubblico dei loro ministeri se non per una illuminata gestione ecclesiale da parte di qualche prete o vescovo di turno. Siamo in una struttura ancora molto sessista che tende ad escludere le donne dalla predicazione e dalle responsabilità».
Non rivendica nulla, Segoloni, ha un tono pacato ma ugualmente deciso nel proporci una relazione che attinge direttamente dalla Parola. «Il Vangelo non si preoccupa di giustificare l’essere umano femmina, proprio come non si preoccupa di giustificare il maschio, né mai attribuisce ruoli specifici nella chiesa le donne. Il fatto scontato è che le donne sono state discepole di Gesù esattamente come gli uomini e già questo dato, tranquillamente assodato dal punto di vista biblico e storico, sarebbe con buona probabilità una sorpresa per molti credenti e comunque molto raramente viene ribadito nella predicazione ordinaria».
Ad esempio in un brano del Vangelo di Marco si legge: “Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme”(Mc 15,40-41). «Secondo alcuni autorevoli studi – continua la presidente del Cti – qui si dipinge il volto del discepolo ideale, impersonato proprio dalle donne, tramite i tre verbi che le hanno per soggetto: “seguire” (akolouthein), usato solitamente per indicare la sequela del Gesù storico e impiegato da Marco all’inizio del suo Vangelo, nel raccontare la chiamata dei primi discepoli; “servire” (diakonein) utilizzato da Gesù per spiegare la propria missione ed indicare lo stile che avrebbero dovuto assumere coloro che avrebbero avuto responsabilità fra i credenti; “salire” (synanabainein), scelto per ripresentare il cammino fatto da Gesù dalla Galilea a Gerusalemme, fino alla croce: un cammino perfettamente coincidente con la sequela di Cristo. Negli Atti degli apostoli, inoltre, leggiamo: “Apparve a quelli che erano saliti con lui dalla Galilea a Gerusalemme, i quali ora sono suoi testimoni davanti al popolo”, passando dalla sequela di Gesù lungo l’arco della sua vicenda terrena alla testimonianza apostolica. Fra gli apostoli vanno quindi collocate anche le donne!».
In buona sostanza, dice la teologa, basterebbe, si fa per dire, leggere bene il Nuovo testamento. Di avere più coraggio, di fare pace con la storia e osare, finalmente, azioni concrete per una Chiesa cattolica davvero evangelica. Eppure in tanti, troppi, di fronte a studi e argomentazioni solide come queste gridano allo scandalo. Gesù Cristo, ha detto Simona Segoloni Ruta «aveva con sé discepole esattamente come aveva con sé discepoli. Non era interessato se fossero vergini, madri o altro, ma solo che fossero credenti. Ha avuto per loro solo parole di liberazione e di vita: niente compiti specifici, inquadramenti, pregiudizi. Gesù ha trattato le donne da sorelle, da discepole, da amiche e anche da maestre, in più di un’occasione. Questo è lo stile di Gesù».
Nella storia della Chiesa questo stile è stato un fiume carsico che ha nutrito esperienze, testimonianze e vite di tante e tanti. Quanto sarebbe più bella e liberante, attraente ed umana una Chiesa che fa dello stile di Gesù il proprio programma di vita. Farebbe bene a tutti, donne e uomini.
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