Le parole della pace – Intervista ad Asmae Dachan

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La giornalista italo – siriana Asmae Dachan

Non avevamo ancora fatto in tempo ad ‘archiviare’ la notizia degli ultimi attentati a sfondo islamista avvenuti in Francia che la cronaca ci ributta in faccia l’ennesima follia omicida che, nella notte del 2 novembre scorso, ha colpito al cuore Vienna, in una capitale tramortita, come l’intera Europa, dalla pandemia. Viene voglia, allora, di parlare con chi vive la sua appartenenza all’islam con gratitudine, con il sorriso sulle labbra, nonostante la consapevolezza della fatica di questi tempi. Asmae Dachan è una stimata giornalista italo – siriana, nata e cresciuta nella nostra regione, tra le voci più belle e significative del giornalismo italiano. L’abbiamo incontrata.

Ogni volta che la cronaca racconta di violenze e crudeltà in nome di una falsa religione, come risuona tutto questo nella comunità musulmana del nostro territorio?
Ogni volta la tragedia di cui veniamo a conoscenza diventa anche la nostra tragedia, per due ragioni. La prima è per il dolore che come credenti e come cittadini proviamo di fronte alla notizia di un omicidio, di un attentato, di una violenza. La seconda è perché questi terroristi continuano da ormai troppo tempo ad addurre improbabili motivazioni o scusanti religiose per giustificare le proprie azioni criminali, quando non esiste e non esisterà mai una ragione religiosa per spiegare o motivare un attentato. Bisogna ribadirlo e spiegarlo ogni volta, senza mai stancarsi di farlo: nell’Islam la vita è un dono di Dio ed è solo Dio che ha il diritto di richiamare a sé la vita per cui la notizia di un criminale che commette un attentato contro civili inermi ci riempie di dolore, ci lascia basiti per l’assurda violenza del fatto e ci mortifica perché il gesto di uno o più assassini viene imputato a un’intera comunità di credenti. Per l’Islam chi salva una vita è come se salvasse tutta l’umanità e chi spezza una vita è come se uccidesse l’umanità intera.
Come può la comunità islamica marchigiana offrire possibilità di comprensione e incontro reciproci lungimiranti e positive?
La comunità musulmana nelle Marche è ben integrata, costituita sia da lavoratori, che da studenti di diverse provenienze. I fedeli musulmani sono circa il 30% dei migranti, mentre i cristiani (ortodossi e cattolici) sono il 48% – dati Istat e Orim (Osservatorio regionale per l’integrazione e la multi etnicità -. Esiste la vita reale, quella fatta di lavoro, di incontri, di studio, di impegno in cui ognuno di noi cerca di fare del suo meglio per essere un buon cittadino e, se è credente, anche un bravo fedele. Nella rosa dei nostri contatti abbiamo amici, colleghi e conoscenti diversi da noi per origine, religione o altro, che apprezziamo per le loro peculiarità, e non commetteremmo mai l’errore di imputare loro le colpe di un criminale solo perché viene dallo stesso Paese, o professa la stessa religione. Di solito la diversità ci incuriosisce, ci spinge a fare domande, a scoprire mondi inesplorati, filosofie alternative, modi differenti di vestire, cucinare, comporre musica ed esprimersi. La diversità esercita un fascino su di me e non potrebbe essere altrimenti, visto che ho scelto di fare la giornalista. Per questo credo che vivere dando sempre il meglio di sé, nel rispetto della legalità e dell’etica, sia la risposta migliore contro i pregiudizi e le paure. L’altro sa chi sei e sa di poter contare su di te perché ha percorso con te un tratto della vita. Non va sempre così perché c’è chi preferisce cullarsi nei suoi pregiudizi di conferma, nei suoi preconcetti e non aprire mai il suo sguardo, per cui finisce per condannare l’altro pur senza conoscerlo. Credo che sia davvero un’opportunità persa.
La ‘grande’ comunicazione utilizza molto spesso scorciatoie giornalistiche che non aiutano a comprendere fenomeni e prospettive: quali i corti circuiti più evidenti, le trappole semantiche più frequenti, le superficialità più colpevoli?
In generale, la stampa italiana dedica poco spazio agli approfondimenti sugli esteri e questo fa sì che se ne parli solo in riferimento a fatti di cronaca drammatici come guerre, sciagure e attentati. Se guardiamo al Medio Oriente o ai Paesi musulmani in generale, scopriamo che sui media il racconto della società civile, delle iniziative di cultura, di pace, di dialogo trovano molto raramente spazio sui nostri giornali. è come se non esistessero i giovani, le famiglie, le donne, il mondo culturale, ma solo barbuti armati e criminali. Spesso le persone cambiano sguardo quando viaggiano e incontrano quei mondi fino a quel momento sconosciuti, scoprendo che tutto sommato quelle persone ci somigliano perché hanno la stessa voglia di vivere e il bisogno di pace che hanno tutti gli altri. Entrando nello specifico del cancro del terrorismo di matrice religiosa, esiste indubbiamente un problema all’interno della comunità islamica mondiale, rappresentato da chi fa della fede un’ideologia politica e strumentalizza concetti estrapolati dai testi sacri per motivare azioni criminali. In alcune società la religione è ancora considerata un forte collante sociale e quindi, se finisce nelle mani di persone senza scrupoli, può diventare pericolosa. Non è così facile fare leva su giovani che vivono in società dove i diritti umani sono una chimera e dove mancano lavoro e prospettive o su giovani che, pur vivendo in società democratiche e pacifiche, non sentono di appartenere a quel contesto, eppure i criminali ci riescono e adescano giovani in tutto il mondo, facendone carne da macello. L’impegno del mondo del giornalismo è raccontare la realtà e non dare solo fiato ai pregiudizi. Negare che ci sia un dibattito nel mondo islamico contro il terrorismo è assolutamente falso. Sono state emesse decine di fatwa – decreti religiosi – contro il terrorismo. Consiglio, a questo proposito di leggere il libro “Contro l’isis. Le fatwa delle autorità religiose musulmane contro il califfato di Al Baghdadi” – Giorgio Pozzi Editori, ma anche i documenti firmati dalla massima autorità islamica sunnita, l’imam al Tayyeb, insieme al Papa, dove si condanna senza equivoci e senza ombra di dubbio il terrorismo. Bisogna dare voce alle iniziative di pace e raccontare l’amicizia tra i popoli per non permettere ai terroristi di monopolizzare la cronaca.

a cura di Laura Mandolini

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