Mascolinità, l’uomo è in crisi: i ragazzi cercano modelli ma trovano influencer tossici

Gli adolescenti maschi di oggi sono “ostaggio” dei social media, ad alto rischio di incontrare, nel loro cammino di crescita, modelli tossici di mascolinità. È questo l’allarme lanciato da Manolo Farci, professore di studi culturali e di genere all’Università di Urbino, durante un duplice incontro svoltosi lo scorso venerdì 6 febbraio a Senigallia. Il docente, autore del libro “Quel che resta degli uomini. Sulla mascolinità” (edizioni Nottetempo), ha incontrato al mattino gli studenti dell’istituto d’istruzione superiore Corinaldesi-Padovano mentre nel pomeriggio ha parlato con il pubblico presso Factory 00, in un’iniziativa organizzata dalla libreria iobook insieme a CNA e Arci Senigallia. La nostra intervista, andata in onda lunedì 9 e martedì 10 febbraio, sarà in replica domenica 15 alle ore 16:50 sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2FM). L’audio è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.
Quando Andrew Tate diventa un eroe
L’esperienza con i ragazzi di Senigallia è stata rivelatrice. Quando Farci ha mostrato agli studenti i video di Andrew Tate – controverso influencer noto per le sue posizioni misogine – la reazione non è stata quella sperata. «Non me la sono sentita di criticarlo – ha ammesso il professore – perché ho visto nei loro occhi ammirazione. Allora ho chiesto: cosa vi piace di lui?». Le risposte sono state illuminanti: «È schietto, dice quello che pensa». «È vincente», «sa proteggere». In sintesi, Andrew Tate offre ai ragazzi una mappa – forse sbagliata, ma una mappa. «Il problema è che noi adulti non ne offriamo di alternative», sottolinea Farci.
Una generazione in cerca di punti di riferimento
Le domande dei ragazzi convergevano tutte sullo stesso nodo: come deve essere un uomo oggi? Cosa significa essere vincenti? Come affermarsi nella propria mascolinità? «Stanno chiedendo punti di riferimento – è l’interpretazione del sociologo – e mentre per le ragazze esistono decenni di femminismo ed empowerment, per i maschi c’è un vuoto. L’adesione a modelli stereotipati è ancora più forte che nelle coetanee. I ragazzi sono rimasti indietro».
Il problema dei social
Mai come oggi la misoginia e altri comportamenti “mascolini” possono raggiungere facilmente un bambino di 9, 10, 11 anni che scrolla TikTok sul divano. Le piattaforme digitali, per come sono progettate, spingono contenuti problematici con estrema facilità. Vietare i social, come hanno fatto Francia e Australia? Farci, che studia Internet da anni, è contrario: «Senza un’alternativa altrettanto stimolante, diventa solo un approccio punitivo. Bisogna entrare nel mondo dei ragazzi, non vietarlo dall’esterno». E infatti, il professore ha voluto raccontarci un aneddoto personale: quando suo nipote 13enne è scomparso nei social e nei videogiochi, ha deciso di raggiungerlo su Roblox, una piattaforma di gioco. «È stato faticoso, ma quello sforzo ha ricreato il rapporto. Lui è stato contento che io capissi il suo mondo».

Il ruolo di scuola e famiglia
Serve formazione per gli insegnanti – spesso ignari di chi sia Andrew Tate o dei codici delle sottoculture digitali – ma c’è di più: «Nella maggior parte dei casi se ne occupano docenti donne, mancano gli insegnanti maschi. E per i ragazzi devono essere gli uomini a parlare di questi temi». Il che già la dice lunga sugli stereotipi e sulla loro “resilienza”. Farci propone un modello mutuato dagli Stati Uniti: team di ragazzi poco più grandi, percepiti come fratelli maggiori, formati per andare nelle scuole. «I ragazzi ascoltano più volentieri un fratello maggiore che un professore di 60 anni». Anche le famiglie hanno un ruolo cruciale, ma devono agire in rete. «Non può essere un genitore singolo a vietare il cellulare. Deve essere una scelta condivisa, altrimenti il tentativo fallisce quando il figlio va dall’amico che gioca cinque ore al giorno».
Un panorama contraddittorio
Da un lato c’è l’ipermascolinità che dilaga – non solo nella politica internazionale con leader autocratici, ma anche nel quotidiano dei ragazzi. Dall’altro, gli scaffali delle librerie sono pieni di titoli sulla decostruzione della mascolinità, su modelli più sensibili e sulla cura rispetto agli atteggiamenti più estremi. Anche nei media tradizionali il panorama è ambivalente: trasmissioni radiofoniche o televisive approdano sui social sotto forma di clip virali (i famosi “reel”). I contenuti sono, per Farci, problematici, mentre in serie tv come “Mare Fuori” o “Skam Italia” si propongono modelli maschili nuovi, più sensibili. «Il primo passo – ha concluso Farci – è conoscere il mondo che vivono i ragazzi: ambienti, linguaggi, personaggi. Solo così possiamo entrare in connessione con loro». Da questa conoscenza e consapevolezza nasce tutto, poi da sviluppare in strategie di comunità.
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