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Polo9 e Clementoni si mettono in gioco per affrontare meglio la malattia di Alzheimer

“Gioco e Alzheimer”. L’ennesimo azzardo del centro diurno ‘Il Granaio’ di Senigallia (della fondazione ‘Opera Pia Mastai – Ferretti’ e gestito dalla cooperativa Polo9) che negli anni, proponendo incontri dedicati alle demenze, ha svelato più di un inedito sorprendente di questa patologia, senza negarne la gravità ma offrendoci conoscenza e strumenti per affrontarla con più serenità e saggezza. Il mantra è sempre quello: ‘benessere possibile’, che più o meno significa mettere in moto servizi, risorse, professionalità e creatività per rendere meno dolorosa la quotidianità delle persone malate e di chi sta loro accanto.

L’ultima ‘trovata’ si spinge ancora più in là. Eravamo in tanti, venerdì 11 settembre scorso, all’auditorium ‘San Rocco’ di Senigallia per l’incontro di presentazione di un ‘Gioco dell’oca’ tutto particolare, pensato e realizzato a misura di persone con demenza. Anche così ci si prende gioco del morbo, perché “vale la pena – ha detto Anna Gobbetti, vice presidente della cooperativa Polo9, introducendo l’evento – provarle tutte per alleggerire la malattia”.  Dietro il tavolo dei relatori fanno bella mostra di sé due grandi scatole azzurre con stampato il disegno di un’oca pronta ad intraprendere la sfida, accanto all’eloquente scritta ‘Il percorso dei ricordi’, che è tutto un programma. E sotto le zampette arancioni sbuca un marchio di fabbrica più famoso che mai: Clementoni! La grande azienda marchigiana, che inventa, produce ed esporta giochi in tutto il mondo, si è messa in gioco in questa avventura per rendere strutturata e organizzata l’intuizione nata dalla intraprendenza delle operatrici del ‘Granaio’.


Pierpaolo Clementoni, figlio del fondatore della prestigiosa azienda e direttore del settore ricerca avanzata, racconta come “questo nuovo tassello, unico in 60 anni della loro storia, è la conferma della fedeltà ai valori a cui era legato mio padre, quando negli anni Sessanta diceva ‘il gioco è una cosa seria e non bisogna mai smettere di giocare, soprattutto da grandi’, noi vogliamo continuare con questa ispirazione e rimanere legati al nostro territorio”. Clementoni, nel tempo, ha notevolmente allargato quel ‘mai’, portando il gioco al di là dei consueti ambiti infantili e scommettendo fortemente anche sulle sue ricadute sociali, chiedendosi come un gioco possa aiutare le persone in situazioni particolari. Clementoni racconta un lato poco conosciuto ai più, quello di un costante e serio impegno di collaborazione con ospedali pediatrici, istituti di pena, strutture di riabilitazione e assistenza per gravi disabilità, ong impegnate in emergenze di vario tipo, università, centri di ricerca, ecc., nella convinzione, più che corroborata dalla scienza, che anche in questi ambiti l’attività ludica giochi un ruolo importante.

Nel campo di gioco delle demenze Clementoni non era mai arrivato, però. È stata Tamara Lapucci, responsabile delle attività sociali della stessa impresa, a raccontare le tappe della lunga collaborazione con Polo9 sfociata nella realizzazione del ‘Gioco dell’oca’, resa possibile grazie ad un finanziamento della fondazione Cariverona e alla collaborazione di tante sigle socio – sanitarie del territorio. “Ci siamo messi in ascolto di chi professionalmente è impegnato in questo ambito – ha detto – non siamo tuttologi e il nostro contributo è stato in sostanza accogliere un’attività già presente al centro diurno per rendere il gioco più bello, resistente e personalizzato, attivando verifiche per valutare coinvolgimento, soddisfazione, riattivazione di capacità cognitive e collaborazione delle persone coinvolte”.

Le fa eco Barbara Fontana, psicologa e psicoterapeuta, coordinatrice del ‘Granaio’: “I bisogni fondamentali delle persone rimangono tutti, anche se la malattia può sembrare li metta fuori gioco e l’Alzheimer, specie nella prima fase del suo percorso, non annulla completamente capacità cognitive e relazionali. Qui si gioca l’importanza e la bellezza di far sentire la persona malata ancora capace, riconosciuta, legata ad altre persone. La perdita della memoria erode gradualmente i ricordi e con questi rischiano di sparire anche senso di appartenenza ed identità; per questo ci siamo inventate un ‘gioco dell’oca’ che potesse stimolare ancora vissuti, competenze, passioni, saperi”. Non si fa a gara, non si vince niente, non c’è competizione alcuna, “il gioco – ha aggiunto Fontana – fa divertire, sorridere, normalizza l’errore e le differenze, creando benessere e serenità. Ci sono regole di funzionamento, una regia sapiente da parte delle operatrici, ci sono oggetti e grafica pensati su misura, ma è il gioco ad adattarsi alla persona, non il contrario”.

Nei video che hanno dato voce ad alcune e alcuni ospiti del Granaio alle prese con il gioco, nella testimonianza dell’educatrice del Centro diurno, Amanda Fiorani, tutto è confermato, reso esperienza vissuta: il gioco funziona! Gli sguardi, a volte lontani, altre rassegnati si riaccendono, i lineamenti si distendono, il sorriso colora i volti, ci si sorprende anzitutto di se stessi per una risposta più che sensata, un canto condiviso che torna in mente, una ricetta che riattiva gusto e palato. La vita di allora ritorna, traffica tutto il suo valore, sa dirci chi siamo, ci fa godere di belle emozioni anche nel tempo difficile della mente offuscata.

Sul lungo tabellone colorato, adagiato di fronte al tavolo dei relatori, vediamo le classiche caselle del gioco dell’oca, ritmate da quattro sezioni: indovinelli, quiz, canzoni e ricette. Il grosso dado parte, segnala dove posizionare il ‘pedone’, inizia la sfida. Comunque vada, il gioco vale la candela e se anche il traguardo può essere ancora lontano, vince la vita. In un semplice gioco fatto così, è il premio più bello che si possa desiderare.

Laura Mandolini

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