Denise, vittima di mafia come sua madre Lea Garofalo. Nel Paese che non ne parla quasi più
Di quelle morti che dovrebbero, se non fermare un intero Paese, quanto meno scuoterlo in profondità. Vincono invece il torpore civico, le inutili diatribe politiche, le distrazioni perpetue. C’è troppo dolore di questi tempi, meglio pensare ad altro. La morte di Denise Cosco , però, non è ‘catalogabile’ nella sola drammatica scelta personale di porre vita alla propria vita. Dice tanto di chi siamo, di cosa siamo diventati e di quanto l’attenzione e l’impegno condiviso per contrastare in ogni modo la criminalità organizzata, sia in caduta libera, eccetto alcune rare e preziose eccezioni. Sintomatico come, sempre in questo Paese, una mente lucida ed informata come quella di Roberto Saviano sia sbeffeggiata da poteri, media, intellettuali indifferenti, se non complici, dei tanti modi del malaffare. O l’impegno di associazioni come Libera, siano spesso derubricati in mobilitazioni di ‘anime belle’ che non sanno come gira il mondo. Di mafie, praticamente, non parla più nessuno, eppure i tentacoli del crimine strutturato continuano ad ammorbare vite, imprese, progetti. Ovunque. Hanno cambiato metodo e forma, ma sono più attivi che mai, solo che non ci interessa quasi più!
Denise Cosco non ha retto e ha scelto di morire alla stessa età, 35 anni, nella quale la madre Lea Garofalo, testimone di giustizia, è stata uccisa dalla ‘ndrangheta nel 2009. Il 20 novembre arriva con Denise a Milano. Trascorrono alcuni giorni, che servono a Cosco, il suo compagno, per convincere Lea che può fidarsi di lui, che è sinceramente interessato al futuro di Denise. Nel pomeriggio del 24 novembre Carlo fa in modo di separare madre e figlia e conduce Lea in un appartamento che si era fatto prestare per portare a compimento il suo piano di morte. In quella casa di Piazza Prealpi, Lea viene uccisa intorno alle 19.00. Ma il padre di Denise non si accontenta di averla assassinata, il corpo viene dato alle fiamme insieme a 50 litri di acido e lasciato bruciare per quasi tre giorni, perché non ne rimanesse traccia. Quando Denise non vede rientrare sua madre, comincia a sospettare. Con il passare delle ore, convinta che sua madre non l’avrebbe mai abbandonata, si convince che dietro quella sparizione ci sia la mano assassina di suo padre, affiliato a potenti ‘ndrine. Chiede aiuto, è determinata a scoprire la verità, racconta tutto ai Carabinieri. Sarà lei, Denise, la testimone chiave del processo che scoprirà tutta la verità sul destino di Lea. Scriveva Lea nel suo diario: “So solo che la mia vita è stata sempre niente, non glien’è mai fregato niente a nessuno di me, non ho mai avuto né affetto né amore da nessuno, sono nata nella sfortuna e ci morirò. Oggi però ho una speranza, una ragione per cui vivere e per andare avanti, questa ragione si chiama DENISE, ed è mia FIGLIA. Lei avrà da me tutto quello che io non ho mai avuto da nessuno”.
“È morta una giovane donna coraggiosa e sofferente. Il coraggio e la sofferenza hanno rappresentato i due estremi dentro ai quali si è mossa l’intera vita di Denise, i due piani della bilancia che a lungo ha provato, con tutte le sue forze, a tenere in equilibrio. Oggi però qualcosa, in quel fragilissimo equilibrio, si è spezzato per sempre. Qualcosa si è spezzato dentro la sua anima inquieta e sensibile. E qualcosa si sta spezzando anche dentro di noi”. A parlare è don Luigi Ciotti, presidente di Libera, appresa la drammatica notizia della morte di Denise.
“Per me è un giorno triste ma la forza me l’hai data tu, mamma. Se è successo tutto questo è stato solo per il mio bene”, queste le parole di Denise nel giorno dei funerali di sua madre. Quella forza si è affievolita, ha ceduto alla disperazione. Drammatico monito per un Paese, in tante sue parti colluso, indifferente, rassegnato; distante da una storia, tutt’altro che conclusa, che chiede ancora impegno, indignazione e giustizia.
P.s: vale la pena recuperare dall’archivio dei film disponibili su RaiPlay il bellissimo ‘Lea‘, diretto da Marco Tullio Giordana ed interpretato da Vanessa Scalera.
Laura Mandolini
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