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La povertà chiede attenzione: intervista al delegato regionale Caritas, Simone Breccia

Guerre, inflazione, aumento del costo della vita, tensioni commerciali globali e trasformazioni tecnologiche stanno alimentando un clima di incertezza permanente. In questo contesto di permacrisi, la povertà tende sempre più a consolidarsi, trasformandosi da fenomeno eccezionale e temporaneo a condizione di «strutturale normalità» per una quota crescente della popolazione. Si tratta di circa 5,7 milioni di persone appartenenti a oltre 2,2 milioni di famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per accedere a uno standard di vita dignitoso. Questo e tanto altro emerge dal Rapporto nazionale di Caritas italiana: ne abbiamo parlato con il delegato regionale Caritas Marche, Simone Breccia.

Quali sono gli elementi più significativi che emergono dal rapporto nazionale Caritas 2026 sulla povertà?
Il quadro che emerge dal Rapporto mostra la presenza, nel nostro paese, di una povertà che ha ormai una dimensione strutturale e radicata e non più episodica o transitoria. Le povertà riguardano oggi il 10% della popolazione che vive in Italia e questo dato consolidato non vede purtroppoun’inversione di rotta. Si evidenziano inoltre sfide trasversali che aggravano la povertà: discriminazione, aumento del costo della vita, difficoltà di accesso a beni essenziali e servizi sociali,povertà energetica e dei trasporti.  Il report raccoglie i dati di oltre 282.000 persone ascoltate dai volontari e operatori all’interno dei centri d’ascolto diocesani, vicariali e parrocchiali, un dato in enorme crescita negli ultimi anni +48% rispetto al 2015 quando erano circa 190.000. Oggi la rete Caritas in Italia incontra i “poveri cronici” – persone seguite da 5 o più anni, spesso segnate da una profonda solitudine e dalla rottura dei legami familiari – ma anche nuove forme di disagio. Una, purtroppo, è la povertà ereditaria, giovani e bambini figli di persone che già vent’anni fa si rivolgevano a noi, segno che l’ascensore sociale non funziona più.Un’altra è rappresentata dal fenomeno del “lavoro povero”: il 24% di chi si rivolge oggi alla Caritas ha un’occupazione, ma il reddito non basta a coprire l’aumento del costo della vita (utenze, spese, affitti, ecc.), in particolare per le famiglie numerose,per chi ha contratti precari e/o sottopagati o pensioni basse.

Il prossimo autunno la Caritas marchigiana pubblicherà un report relativo alle attività dei Centri di ascolto distribuiti sul territorio regionale: anticipando qualche dato, ci sono degli elementi della nostra realtà che trovano riscontro nel report nazionale?
Il Rapporto presenta i dati di 15.622 persone ascoltate nelle Caritas marchigiane, il 5,5% del totale, ovvero oltre il doppio considerando che i cittadini marchigiani sonoil 2,5% della popolazione nazionale. Non voglio dire che è un dato allarmante ma sicuramente preoccupante.Se da un lato, infatti, il dato è frutto di una struttura molto articolata, ai centri diocesani presenti in tutte le 13 diocesi si aggiungono numerosi punti d’ascolto parrocchiali e interparrocchiali rivolti alla popolazione in difficoltà, è altrettanto vero che il fenomeno ha una rilevanza numerica doppia rispetto al dato nazionale.Inoltre il 40% delle persone incontrate presenta 3 o più ambiti di bisogno ovvero il 10% in più rispetto a quanto registrato a livello nazionale.  La povertà viene letta come condizione multidimensionale: non basta aumentare il reddito, serve anche intervenire su casa, salute, istruzione, servizi sociali, energia, trasporti, accesso digitale e protezione contro la discriminazione. In molte di queste aree il dato regionale risulta superiore rispetto a quello italiano, il 12% per quanto riguarda l’occupazione, il 10% per i problemi abitativi, il 5% infine per quanto riguarda i problemi di salute e familiari. Infine, possiamo notare che il livello di istruzione non è sufficiente per allontanare la povertà. Il 40% delle persone che si sono rivolte ai nostri centri ha almeno un diploma professionale, un dato più alto del 9% rispetto al dato nazionale.

Come valuti l’attenzione dei tanti soggetti istituzionali (vicini e lontani) rispetto al tema della povertà?
È complicato dare una risposta unicaad una realtà che varia da contesto a contesto, l’attuale struttura è troppo frammentata: non basta garantire singoli servizi se questi non sono collegati tra loro. Dobbiamo domandarci perché la forbice si sta continuando ad allargare invece di restringersi, il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale non diminuisce segno che le azioni sono stati finora insufficienti. Non basta la politica dei bonus, serve un approccio più coordinato, strutturale e sostenuto nel tempo che non si riesce a garantire nei vari territori. Diventa centrale il passaggio da interventi frammentati a percorsi integrati e personalizzati.

E nel mondo del volontariato ecclesiale, quali consapevolezze e “competenze” sono maggiormente necessarie oggi per affrontare in modo sensato e profetico questo tema?
La presentazione di questi dati è un’occasione per convertire lo sguardo e animare le nostre comunità. “Partire dai poveri per costruire comunità” è il titolo di un opuscolo Caritas che quest’anno compie 20 anni e non è solo un invito per ognuno di noi e per la nostra comunità cristiana ma piuttosto il metodo e lo stile che dovremmo cercare di portare avanti ogni giorno seguendo il Vangelo. La Caritas c’è per “stare accanto” alle persone, testimoniare loro l’amore di Dio, mettersi in ascolto e al loro fianco nel tentativo di ricostruire legami e prospettive. Aldilà dei servizi, camminiamo con le persone: il nostro compito principale è la semina della relazione e della speranza. Abbiamo infine il dovere di rifuggire la delega ad occuparci degli ultimi al posto della comunità, da soli, senza un coinvolgimento o una responsabilizzazione delle istituzioni e della società.

a cura di Laura Mandolini

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