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Racconti da un’arena, seconda puntata: lo “stonato” canto di Natale di Matteo Oleotto

Che fine ha fatto Zoran, il ‘nipote scemo’ raccontato con grande originalità da Matteo Oleotto? Se lo chiedevano in molti, il film d’esordio del regista friulano aveva creato più di un’attesa, anche se lui – ci ha confessato – temeva la sua seconda volta. Una scrittura così fa affezionare a chi la propone perché racconta con sorniona e straniante ironia la buffa condizione umana in cui magari capita di riconoscersi. Dopo tredici anni l’attesa è finita e Oleotto, nel frattempo impegnato in fiction tv ed altri progetti, è tornato con ‘L’ultimo schiaffo’, secondo suo lungometraggio.

Una strampalata favola natalizia come questa non poteva che essere raccontata nel bel mezzo dell’estate, tanto è lontana dall’edulcorata retorica delle feste comandate. L’arena ‘Gabbiano’ ha accolto Oleotto e l’attrice Rossana Mortara con entusiasmo, lo ‘schiaffo’ di questo suo lavoro ha lasciato il segno nel numeroso pubblico dell’arena. Ci ha portati in quel di Cave del Predil, Friuli Venezia Giulia, perso come i protagonisti di questa commedia nera troppo schiaffeggiati dalla vita, eppure così testardi da non voler mollare la presa su quanto invece sfugge molto spesso dalle loro mani. Oleotto ha una predilezione per i perdenti, anche questo lo rende decisamente controcorrente, di questi tempi: “E’ la storia di un gruppo di ‘bastonati’ che tentano, ogni giorno, di restare a galla, cercando di vincere il proprio senso di inadeguatezza: vorrebbero tutti qualcosa in più dalla vita, sì, ma nessuno sembra avere la forza necessaria per riuscirci. O, almeno, per crederci a sufficienza..”.

Uomo di confine, è nato a Gorizia, Oleotto fa della sua provenienza geografica un punto di osservazione sul mondo. E nei suoi film questa geolocalizzazione dà un di più di sfumature difficilmente riscontrabili altrove. Anche in questo è decisamente fuori sincrono col tempo attuale: “Il territorio è un personaggio del film. Io mi ci muovo senza fermarmi davanti a un confine. Una cosa naturale per me. Vedo le diversità come ricchezza e mi piace raccontare un posto abitato da più sensibilità e culture, cosa che rende questa terra interessante. Per girare “Zoran” ho scelto il confine italo-sloveno, mentre per questo film ne ho voluti addirittura tre di confini, un caso più unico che raro. Girando in macchina si vede questa cosa, genti diverse ma allo stesso tempo molto simili”.

Due fratelli ‘quasi orfani’ – la mamma soffre di demenza ed è in una casa di riposo, il padre non c’è più – sbarcano il lunario aspettando l’evento che dia la svolta alla loro faticosa esistenza tra gente di montagna, ognuno alle prese con le proprie disgrazie, un villaggio sospeso quasi nel nulla: “Un paesino che conosco da sempre, un’ex paesino minerario che vent’anni fa, trent’anni fa aveva 15.000 abitanti e adesso ne ha 200. Tu arrivi, ci sono queste case che ospitavano un sacco di gente e adesso non c’è più nessuno. E poi la neve: in tutto il mondo, quando la neve cade dà quella sensazione di grande pace. Invece lì, in quel posto neanche la neve, diciamo, aiutava ad ammorbidire i giorni”.

Si accendono le luci, in arena, ma si fa fatica ad andarsene da Cave del Predil. Si vorrebbe rimanere ancora un po’ accanto a Jure e Petra, i fratelli in cerca di riscatto, alla loro tenera goffaggine, per tentare di trasformare quel sonoro, ultimo schiaffo nella prima di tante morbide carezze.

Laura Mandolini

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