Ritorno come viaggio. L’Odissea di Nolan, un film per riflessioni estive

Il grande tema del nòstos, il ritorno, da cui tra l’altro viene il termine nostalgia, è il centro focale del recente film di Christopher Nolan, già record di incassi. Di questi ritorni non abbiamo altro che frammenti, a parte proprio l’Odissea attribuita ad Omero -e non tutti sono d’accordo- che narrano i viaggi dopo la distruzione della città, importante snodo marino che permetteva l’accesso e l’uscita dal Mar Nero, e quindi fondamentale per i traffici del tempo.
Siamo intorno al 1200 prima di Cristo, in un contesto storico di cui oggi abbiamo un po’ più di chiarezza. Dobbiamo dire che il film, nelle sue quasi tre ore -una vera odissea al buio e seduti su comode poltrone- è assai aggiornato sulla realtà storica del periodo: la presenza, ad esempio, dei Popoli del mare, ondate di invasori ancora misteriosi (tra le ipotesi Filistei, Sardi e Siculi, forse Sicani, Etruschi) si avverte in alcuni dialoghi, anche se non sappiamo se all’epoca essi fossero già chiamati così. E, a proposito delle nostre moderne distinzioni tra epoche, fa un po’ sorridere sentir parlare di era del bronzo da personaggi del film, perché quella definizione prenderà piede molti secoli dopo.
Ma a parte questi salti temporali Odissea riporta alla nostra attenzione un motivo costantemente presente nel nostro immaginario: il viaggio. Un viaggio diverso da quello turistico, perché non è solo un percorso reale attraverso le terre d’oriente o d’occidente, ma un cammino interiore alla ricerca, secondo qualcuno, di qualcosa che è già stato nostro. Il Ritorno, in poche parole. Non alla patria geografica, Itaca nel caso di Ulisse-Odisseo (questo il suo vero nome), ma alle tracce di un evento originario. Come ha scritto in “Le cure domestiche” una delle più grandi autrici d’oggi, Marilynne Robinson, “il suo vagabondare poteva essere semplicemente un esilio”. Perché, troviamo scritto più avanti, “il primo evento di cui abbiamo conoscenza fu un’espulsione, e l’ultimo si spera sia una riconciliazione e un ritorno”.
Il ritorno di Ulisse non si ferma a Itaca. Anche Dante ne era convinto. Eppure il Fiorentino non conosceva l’Odissea, e aveva letto di Ulisse solo attraverso scrittori come Orazio, Cicerone, Ovidio e Seneca. Una lettura indiretta che gli aveva però rivelato il senso profondo: non ci si può fermare, mai.
Il che non vuol dire abbandonare l’altro alla solitudine, ma continuare il viaggio insieme. E questo ci è suggerito dal film di Nolan, che ci mostra un finale con l’eroe che sì, non si ferma, ma che porta con sé l’amata consorte: un atto di notevole coraggio mediatico, visti i tempi. Quello che cercava Dino Campana, uno dei grandi poeti del Novecento, e che trovò alla fine dentro di sé, in una solitudine che era anche nostalgia di un altro, e di Altro. Un po’ come uno dei suoi modelli, Rimbaud, che aveva cercato in Africa una nuova strada, sperando, invano, di essere dimenticato dal sazio e annoiato occidente.
E se vogliamo fare della canzone una dimensione culturale degna di grande attenzione, allora vedremo che il tema del viaggio viene da molto lontano: dai vagabondi per scelta che salivano sui treni per spostarsi da un luogo ad un altro a cui tanto devono Arlo Guthrie, Pete Seeger e Bob Dylan ai pellegrini incontrati da Franco Battiato e che gli hanno ispirato tante sue profonde composizioni, come “Invito al viaggio”, “I treni di Tozeur”, “Nomadi”.
C’è qualcosa che va oltre la ragione d’occidente, in quel desiderio di un viaggio non turistico alla ricerca del vero silenzio e della vera voce. Non solo miglia e miglia, ma anche condivisione nello stare, per accettarsi nel profondo e accettare l’altro con cui continuarlo, quel viaggio. Come l’Ulisse di Nolan.
Marco Testi
‘Odissea’ è in programmazione all’arena cinematografica estiva ‘Gabbiano’ di Senigallia.
Per conoscere date e orari, www.cinemagabbiano.it
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