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Tag: Libera

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Il gioco d’azzardo in Italia: un affare da 157 miliardi tra interessi mafiosi e ipocrisia di Stato. Focus su Marche e Senigallia

Non si tratta solo di gioco, questo ormai è chiaro ai più. E’ un sistema economico che muove cifre da capogiro e attira, inevitabilmente, la criminalità organizzata, ma su cui lo Stato ha interessi crescenti. È questo il quadro allarmante emerso a “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia, dove abbiamo ospitato Claudia Giacomini, referente del presidio di Libera Senigallia intitolato ad Attilio Romanò. Al centro del dibattito, il nuovo dossier di Libera “Azzardomafie 2025”, che scatta una fotografia impietosa del fenomeno in Italia e nelle Marche. L’audio integrale, andato in onda nei giorni scorsi, è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

I numeri nazionali: un record inquietante

I dati sono vertiginosi e li avevamo già visti, almeno in parte, con un altro esponente di Libera, don Paolo Gasperini: nell’ultimo anno in Italia sono stati “giocati” – o meglio, persi – ben 157 miliardi di euro. Una cifra enorme alimentata da 18 milioni di italiani che tentano la fortuna. Un dato cruciale emerso dall’intervista è il sorpasso del virtuale sul fisico: di questi 157 miliardi, oltre 92 miliardi provengono dal gioco online. «Il Covid ha rappresentato una battuta d’arresto per il gioco fisico, ma ha agevolato l’avvento dell’online», spiega Giacomini, sottolineando come la tecnologia, sempre a portata di mano tramite smartphone, abbia reso l’azzardo pervasivo e privo di barriere orarie o fisiche.

L’ombra delle mafie

Dove scorre il denaro, arrivano i clan. Il report di Libera evidenzia come le mafie abbiano intuito il potenziale dell’azzardo legale e illegale per riciclare denaro e controllare il territorio. Ben 147 sono i clan censiti (dai Casalesi ai Santapaola) coinvolti nel business; 16 le regioni italiane interessate da inchieste giudiziarie; 15 le interdittive antimafia emesse recentemente.

Il focus sulle Marche: la provincia dove si gioca di più

L’intervista ha acceso i riflettori anche sulla situazione locale. Nelle Marche, nel 2024, sono andati in fumo complessivamente 3 miliardi e 813 milioni di euro. Il dato pro-capite è allarmante: ogni marchigiano (bambini inclusi) ha speso in media 2.574 euro l’anno in azzardo. Se si analizza la spesa in rapporto alla popolazione, la classifica dei capoluoghi vede in testa Ascoli Piceno, seguita da Fermo e Ancona, mentre Pesaro e Macerata chiudono la lista.

Il costo sociale e i minori a rischio

Dietro i miliardi ci sono le persone. I giocatori patologici in Italia sono 1,5 milioni, ma il dramma si allarga a macchia d’olio: per ogni giocatore problematico, si stima che siano coinvolte almeno altre 7 persone (familiari, amici, colleghi), portando il totale degli individui interessati dal fenomeno a oltre 20 milioni.
Particolarmente grave è la situazione dei minori. Nonostante i divieti, 1 milione e mezzo di studenti ha giocato d’azzardo almeno una volta e 90.000 presentano già profili problematici. «Spesso non vengono richiesti i documenti» denuncia la referente di Libera, che pone l’accento anche sull’educazione digitale dei piccolissimi: «L’uso precoce di tablet e app colorate e veloci allena il cervello alla ricerca di adrenalina, creando un terreno fertile per la futura dipendenza».

Claudia Giacomini, referente del presidio di Libera Senigallia intitolato ad Attilio Romanò
Claudia Giacomini, referente del presidio di Libera Senigallia intitolato ad Attilio Romanò

L’ipocrisia dello Stato

Uno dei passaggi più forti dell’intervista riguarda la contraddizione etica dello Stato. Da un lato incassa i proventi delle tasse sul gioco, dall’altro investe somme irrisorie per la cura delle dipendenze. Ancor più grave è la giustificazione dell’aumento dell’offerta di gioco per coprire le emergenze (come terremoti o alluvioni). «Le risorse di solidarietà non possono essere frutto di un circuito che produce usura, indebitamento e disperazione», ribadisce Giacomini citando Luciano Gualzetti della Consulta Antiusura. È un cortocircuito etico: si sfrutta la fragilità dei cittadini per pagare i danni di altre fragilità territoriali.

Le proposte di Libera e l’impegno sul territorio

Cosa si può fare? Libera avanza proposte chiare a livello nazionale: intanto uno stop alla pubblicità reale del gioco d’azzardo in tutte le sue forme, partendo da nomi, sigle, siti. Poi servirebbe una mappatura del territorio e restituire potere ai comuni di imporre distanze dai luoghi sensibili (scuole, bancomat, RSA). Per eliminare le questioni etiche, almeno alcune, non dovrebbe essere utilizzato l’azzardo per fare cassa durante le calamità.
A livello locale, il presidio di Senigallia continuerà l’opera di sensibilizzazione nelle scuole, partendo anche dalle famiglie dei più piccoli, e lavorerà in sinergia con il Sert e le istituzioni per monitorare un fenomeno che cambia pelle velocemente, ma che lascia ferite profonde nel tessuto sociale.

Per approfondire: il report completo “Azzardomafie 2025” è disponibile sul sito ufficiale di Libera: clicca qui.

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La manifestazione di Libera a Trapani, 21 marzo 2025

Mafie e pace, don Luigi Ciotti a Senigallia: «Lamentarsi non serve, ognuno sia responsabile»

Un appello forte e chiaro a non abbassare la guardia, data una presenza criminale che si fa sempre più silenziosa, ma che al contempo si rafforza. È questo il monito lanciato da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che è intervenuto nei giorni scorsi all’incontro “Giustizia Liberante. Il disarmo del cuore come cammino di pace”, tenutosi a Senigallia nell’ambito di Destate La Festa 2025. L’intervista, curata da Laura Mandolini, è andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM); potrete però riascoltarla nel file audio che accompagna questo articolo cliccando sul tasto play del lettore multimediale.

La mafia ‘normalizzata’

Per il noto sacerdote e attivista, l’attenzione nei confronti della criminalità organizzata si è pericolosamente affievolita nel nostro paese. «Siamo passati dalla percezione del crimine organizzato mafioso a qualcosa di normalizzato. È diventato una delle tante cose, così come la droga, il gioco d’azzardo, l’ecomafia, l’agromafia e l’usura». Da qui la necessità di una profonda riflessione. Le mafie si sono evolute: «Fanno meno rumore, ma sono molto più forti». La loro presenza si è estesa in particolare al nord Italia, dove si concentrano affari e poteri economici e finanziari. Ma «non c’è regione d’Italia che si possa considerare esente» dal fenomeno mafioso.

La sfida culturale

La lotta alla mafia è una battaglia secolare. Il fondatore di Libera ha evidenziato come la sola azione repressiva non sia più sufficiente. Sebbene il lavoro di magistrati, forze dell’ordine e altre istituzioni sia fondamentale, la minaccia criminale persiste perché non viene estirpata alla radice. E per farlo, ha spiegato don Ciotti, «ci vuole un grande impegno culturale, educativo e di politiche sociali». Le due dimensioni, quella repressiva e quella sociale,  devono essere parallele. «Se questa società non investe su ciò che ci indica la nostra Costituzione, che io ritengo sia veramente il primo testo antimafia, le cose non sono assolutamente sufficienti». 

Il pericolo della delega

Secondo don Ciotti, uno dei mali più pericolosi del nostro tempo è la delega: l’idea che spetti sempre agli altri, in particolare alle istituzioni, agire per il cambiamento. «Le istituzioni fanno la loro parte, e noi come cittadini siamo chiamati a fare la nostra parte», ha ammonito. La responsabilità è di tutti e il cambiamento ha bisogno del contributo di ciascuno. «Lamentarsi non serve a niente», dice criticando l’atteggiamento di chi non fa nulla ma giudica gli altri: «Abbiamo bisogno di persone che si assumano la loro parte di responsabilità».

Le mafie nella guerra

In un mondo segnato da violenza e conflitti, la storia ci insegna che le mafie prosperano nei territori di guerra. Lì trovano terreno fertile per i loro affari: dai traffici di armi al reclutamento di persone disperate. «Nei territori di conflitti e di guerre le mafie sono sempre arrivate» ha detto, aggiungendo che: «È preoccupante che mentre il conflitto in Ucraina non è ancora risolto, si tengano già grandi incontri per parlare della ricostruzione e degli affari che ne deriveranno». Lo stesso vale per Gaza dove è di poche settimane fa l’annuncio di un piano statunitense di ricostruire il territorio trasformandolo in una riviera del medioriente, a ‘guida’ americana.

Malati di pace

Per contrastare la criminalità e la violenza è essenziale dunque impegnarsi in una battaglia che parte dalla conoscenza per generare consapevolezza e conduca a scegliere da che parte stare. Non bastano le emozioni, perché «passano». Serve un’azione concreta, una continua mobilitazione che si traduca in un continuo impegno per la pace. Infine, un richiamo alla figura di don Tonino Bello: la necessità di «essere malati di pace» e di non guarire mai da questa patologia. Un percorso che inizia nei nostri comportamenti, nei nostri linguaggi e nelle nostre relazioni, «dentro i nostri territori, dentro le nostre parrocchie, dentro le nostre case» ha concluso don Luigi Ciotti.

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Gioco d’azzardo, numeri in crescita: l’allarme di Libera

Un fenomeno in costante crescita che rovina vite, famiglie e relazioni. Il gioco d’azzardo patologico è il tema al centro dell’iniziativa organizzata a Senigallia dall’associazione Libera, di cui è referente don Paolo Gasperini. Con l’evento “Liberarci: due giorni insieme per non giocare con la vita”, l’associazione intende sensibilizzare la comunità su una problematica che ha raggiunto proporzioni allarmanti, con un volume d’affari che ha superato i 155 miliardi di euro nel 2024 solo nel gioco legale. E’ possibile ascoltare l’intervista sia su Radio Duomo Senigallia venerdì 29 e sabato 30 agosto (ore 13:10 e ore 20) e domenica 31 (ore 17:15 circa), sia cliccare sul lettore multimediale che accompagna questo articolo.

Gioco d’azzardo: una trappola che isola e distrugge

Il gioco d’azzardo ha la funzione terribile di isolare, strappare e deturpare le relazioni. Il parroco senigalliese sottolinea come la dipendenza da gioco sia analoga a quella da alcol o droga, con le classiche dinamiche di autoinganno, bugie e la riluttanza a chiedere aiuto. Il fenomeno colpisce trasversalmente tutte le fasce d’età e i ceti sociali, ma si sta diffondendo in modo preoccupante anche tra gli over 65. La portata economica è impressionante: secondo i dati citati, ogni italiano maggiorenne spende in media 2.000 euro all’anno in gioco d’azzardo legale. La situazione si aggrava considerando il vasto mondo del gioco illegale, un “mondo parallelo” dove si scommette su qualsiasi cosa, dallo sport all’elezione del Papa. 

Prevenzione e legislazione, un quadro a tinte fosche

L’incontro organizzato da Libera, in collaborazione con esperti del servizio dipendenze patologiche dell’AST di Senigallia, ha l’obiettivo di aprire gli occhi sulla realtà circostante. Più che ai giocatori dipendenti, che spesso non riconoscono il problema, l’iniziativa si rivolge a chi vive al loro fianco e alla società civile, affinché possa riconoscere i segnali e intervenire in maniera preventiva o quando la situazione può essere ancora recuperata.
La legislazione regionale e locale, invece di contrastare il fenomeno, sembra quasi incentivarlo. Don Gasperini critica alcune misure normative che hanno di fatto ridotto le distanze minime tra i luoghi di gioco e i centri sensibili, e aumentato gli orari di apertura, giustificando l’intervento con l’esistenza del gioco online. Una scelta che ignora la “funzione educativa” della legge e dimostra una crescente permissività.

Gli appuntamenti a Senigallia per approfondire il tema sono due: sabato 30 agosto alle 22, durante il concerto dei Musaico a Borgo Bicchia, e giovedì 4 settembre alle 21 al Circolo Arci di Borgo Molino, con un dibattito che vedrà la partecipazione di specialisti del settore.

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La giustizia riparativa scende in piazza. A Destate la festa don Luigi Ciotti e Giovanni Ricci

Giustizia liberante. Il disarmo del cuore come cammino di pace. Ci vuole del coraggio per proporre un tema di questo tipo, tanto più nel sabato a ridosso del Ferragosto, ancor di più in una città di mare. I giovani di Destate la Festa, invece, osano. E lo fanno invitando nella seconda giornata dell’appuntamento estivo della chiesa, sabato 16 agosto 2025, ore 21.30, due pezzi da novanta: don Luigi Ciotti e Giovanni Ricci.

Il primo ha fondato nel 1994 “Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie” e non si stanca di essere coscienza critica, esigente ed eloquente nell’immaginare ed agire per un Paese, il nostro e non solo, finalmente liberi dalla criminalità e dal malaffare. Giovanni è il figlio di Domenico Ricci, il carabiniere che guidava l’auto in cui viaggiava il presidente Aldo Moro, in quel maledetto 16 marzo 1978, giorno del rapimento e dell’uccisione degli agenti di scorta dello statista.

Tema più che mai spinoso quello della giustizia riparativa. Figuriamoci di questi tempi, in cui sembra che la vendetta, a tanti livelli, sia la risposta più attesa e considerata efficace per mettere le cose a posto. Ciotti e Ricci raggiungono Senigallia nell’evento che ha come filo conduttore il Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della Pace 2025, “Rimetti a noi i nostri debiti. Concedici la tua pace”.

Dalle 19.30 è aperto lo stand gastronomico. Poi, Piazza Garibaldi si animerà con un dialogo a più voci che si preannuncia interessante, capace di elevare riflessioni e possibilità di confronto di cui avvertiamo un grande bisogno.

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La manifestazione di Libera a Trapani, 21 marzo 2025

Vittime delle mafie, anche il presidio Libera di Senigallia presente alla 30a giornata a Trapani

Lo scorso 21 marzo una rappresentanza marchigiana di Libera si è unita alle 50 mila persone che, al fianco dei familiari di chi ha perso la vita per mano mafiosa, hanno manifestato attraversando la città di Trapani per la 30esima giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Un lungo corteo di persone, rispondendo alla chiamata di Libera, ha inondato le vie della città per dire “No” alla mafia. Tanti i giovani, studenti, familiari delle vittime, associazioni e rappresentanti delle associazioni. Un impegno collettivo per non dimenticare e costruire un futuro libero da oppressioni e criminalità.

«Dobbiamo trasformare la memoria del passato in etica del presente». «Gli avversari di oggi sono corruzione, mafia, disuguaglianze e povertà». Queste sono alcune delle parole con le quali don Luigi Ciotti, co-presidente di Libera Contro le Mafie, dopo la lettura dei 1101 nomi delle vittime innocenti di mafia, ha ribadito quanto sia necessario che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità. E ancora, intervenendo sui confini «chiusi di fronte a un’umanità povera e oppressa», ma «permeabili ai capitali sporchi delle mafie».

Infine un monito per tutti perché possano impegnarsi ma anche attivarsi e indignarsi: «Questo non è un mondo per giovani. A parole affidiamo loro le nostre speranze per il futuro, ma nei fatti togliamo risorse all’istruzione, alla ricerca, all’università, togliamo garanzie di lavoro, che spesso è precario, neghiamo loro il diritto all’abitare. Non bastano investimenti occasionali, chiediamo alla politica il più grande investimento della storia per i giovani».

A tutte le vittime innocenti delle mafie vanno la memoria e l’impegno del presidio Libera di Senigallia, dedicato ad Attilio Romanò, uno degli oltre 1100 individui colpiti per sbaglio dalle mafie. Presidio che sarà nuovamente impegnato il prossimo giovedì 27 marzo, alle ore 18, a palazzetto Baviera, quando verrà presentato il progetto “Liberi di scegliere”. Si tratta di una rete di supporto alle donne e ai minori che si allontanano dai contesti mafiosi. All’iniziativa parteciperà don Giorgio De Checchi, coordinatore del progetto, con a fianco la Caritas di Senigallia.

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«Nelle Marche non abbiamo ancora gli anticorpi per evitare infiltrazioni mafiose» – INTERVISTA AUDIO

Ricordare chi è stato colpito dalla criminalità organizzata, offrire supporto alle famiglie delle vittime innocenti delle mafie ma anche promuovere una maggiore sensibilità per prevenire i fenomeni illeciti e le infiltrazioni. In poche parole, creare un territorio consapevole e resistente. Questo è l’impegno di Libera, una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie nata nel 1995 e da allora sempre cresciuta. Cresciuta attraverso la formazione di numerosi presidi cittadini, tra cui quello di Senigallia. Che proprio ad aprile festeggia i suoi primi dieci anni di attività.
Per questo, nell’ambito di “Venti minuti da Leone” – il nuovo programma radiofonico in onda dal lunedì al sabato alle ore 13:10 e alle 20 e la domenica alle 16:50 sulla frequenza 95.2 FM – abbiamo intervistato don Paolo Gasperini, referente per la provincia di Ancona, sull’impegno che viene portato ancora oggi tenacemente avanti.

Com’è nata Libera a Senigallia?
Dopo un percorso di conoscenza di Libera e presa di contatti con le realtà locali, il 4 aprile 2014 è stato varato il presidio di Senigallia. E’ composto da persone di provenienza da mondi culturali, politici e sociali molto diversi tra loro. L’abbiamo intitolato ad Attilio Romanò, giovane vittima innocente della camorra che l’ha ucciso per sbaglio perché scambiato per un’altra persona. Qui nelle Marche c’è la zia di Attilio, così, anche per vicinanza alla famiglia, uno dei compiti di Libera, l’abbiamo intitolata a lui. Memoria e impegno per la comunità, ma anche amicizia con le famiglie delle vittime, e vicinanza durante i processi e in altri momenti.

Perché servono iniziative di memoria delle vittime e impegno contro le mafie?
C’è un’antimafia di facciata, che fa grandi proclami ma senza mettere in atto percorsi di giustizia e ricerca della verità. C’è poi un percorso di responsabilità verso la giustizia e la lotta alla mafia che significa costruire un terreno dove non ci siano situazioni di illegalità. Viene fatto a livello sociale per evitare infiltrazioni mafiose ma si trova spesso di fronte un territorio impreparato a certe situazioni.

Perché nelle Marche e a Senigallia c’è necessità della presenza di Libera?
Qui non ci sono radicamenti mafiosi seconda la direzione investigativa antimafia, quanto piuttosto dei fenomeni di pendolari, cioè persone che fanno un’azione in questa regione e poi tornano altrove; c’è poi il rischio di infiltrazioni nell’ambito degli appalti milionari per la ricostruzione post sisma nel sud delle Marche. Servirebbe un’attenzione che non ci sembra essere così forte. E poi ci sono le persone che sono qui per provvedimenti giudiziari e che hanno degli agganci. 

Siamo al sicuro rispetto a certi rischi, abbiamo gli anticorpi?
No, non abbiamo anticorpi sufficienti. Per esempio durante la crisi del 2007-2008 molte persone e imprese sono andate in difficoltà ma le banche non erogavano prestiti. I soldi però sono circolati comunque: da dove sono arrivati? C’è poi la questione del riciclaggio di denaro sporco: si acquistano beni per ripulirlo, che possono essere abitazioni, esercizi commerciali e non solo. Non ci sono prove ma dove ci sono interessi molto alti… e poi c’è il fatto che le Marche in generale sono un territorio defilato anche dalle cronache, l’attenzione qui è molto bassa. 

Che rimedi oltre alla sensibilizzazione delle persone, partendo dalle scuole?
Nelle scuole facciamo percorsi di conoscenza nell’ambito dell’educazione civica, ma la parte formativa è solo una di cui si occupa Libera. C’è la questione dei beni confiscati alle mafie, una trentina nel nostro territorio, che vengono destinati a scopi civili e sociali. A Pioraco c’è una villa, a Vallefoglia c’è un capannone che poi diventerà un emporio per alimenti da distribuire alle fasce deboli di popolazione. Ma il territorio deve essere consapevole perché stanno aumentando i beni confiscati, anche qui, segno che non siamo immuni da questi fenomeni. Non dobbiamo fare spallucce quando vediamo qualcosa di strano o sospetto: possiamo fare segnalazioni, poi le indagini le faranno le forze dell’ordine, ma dobbiamo essere preparati e informati per avere quello sguardo consapevole che può risultare molto utile, senza allarmismi o pregiudizi.

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Don Ciotti (Libera): “L’eredità di Borsellino è il coraggio e il dovere della verità”

“La prima e più preziosa eredità che ci ha lasciato Paolo Borsellino è il coraggio e il dovere della verità. Coraggio di guardare le cose in faccia, di seguire la voce scomoda della coscienza, di non cadere nelle ‘perniciose illusioni’ di cui parlò all’epoca del Maxiprocesso a Cosa Nostra, facendo presente quanta strada ci fosse ancora da fare”. A dirlo è don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e dell’associazione Libera – Contro le mafie, in occasione dei 31 anni dalla strage di via D’Amelio. “Paolo è stato un apostolo della ricerca della verità, un credente e un lottatore per la giustizia. Dalla sua fede abbiamo da imparare tutti, anche noi sacerdoti nel caso sia troppo debole il nostro impegno nel saldare Cielo e Terra, Vangelo e giustizia sociale – ha detto don Ciotti – . La mafia è violenza che nasce dall’ingiustizia e nell’ingiustizia prospera. Là dove i cittadini non sono eguali nei diritti e nei doveri, dove le opportunità divergono in modo inaccettabile, dove la scuola e il lavoro non sono garantiti, le mafie hanno gioco facile nell’imporre il loro potere, nel colmare i vuoti dello Stato e della politica, a maggior ragione se è una politica ‘smemorata’ o revisionista, che vorrebbe rivedere e neutralizzare il ‘concorso esterno’, strumento decisivo per combattere le mafie che hanno ucciso Paolo”. “Le mafie sono forti dove l’interesse privato diventa ingiusto o addirittura criminale – l’avvertimento -. Paolo Borsellino ci ha insegnato con la sua vita che il bene personale è conseguenza del bene comune. Che non si può essere cittadini a intermittenza o a compartimenti stagni. Che la prima mafia si annida nell’indifferenza, nella disinformazione, nella superficialità, nel quieto vivere, nel puntare il dito senza fare nulla, nel vedere il male e girarsi dall’altra parte”. L’eredità che ci ha lasciato, ha concluso don Ciotti, si “chiama impegno e responsabilità”.

A.R.

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La Colombia raccontata da Flavia Famà: a Senigallia la presentazione del suo libro

Non può non partire dalla guerriglia personale, quella vissuta a casa sua, quando Cosa nostra ha condannato a morte suo padre, l’avvocato Serafino Famà, ucciso a Catania nel novembre 1995 per non aver acconsentito alle richieste di un capo mafia. Flavia Famà era a Senigallia, sabato scorso, invitata dal Presidio locale di Libera ‘Attilio Romanò’ per presentare il suo libro  “I morti non parlano”, edito da Villaggio Maori Edizioni. Dalla sua Sicilia, passando per Roma, dove è stata intercettata da Libera, fino alla lontana Colombia. Un Paese, quello sudamericano, metafora del mondo contemporaneo, con i suoi morti – migliaia – e le tante verità taciute. Flavia lo frequenta grazie a Libera internazionale ed ai suoi viaggi di conoscenza e da quell’esperienza non se ne libera più, tanto da arrivare a scriverne un libro per farci conoscere meglio la sua travagliata, violenta storia. Il suo lavoro editoriale, ben più di una semplice ricognizione di quanto è stato ed è tutt’ora a quelle latitudini, è un invito forte ad accendere l’interesse per una realtà che chiede giustizia, anzitutto nel modo di essere raccontata e proposta alla pubblica opinione.

L’abbiamo incontrata in un’assolata domenica mattina, in una pausa marinara, prima di riprendere il viaggio con il suo libro, la sua Colombia, la sua voglia di giustizia, ovunque questa sia negata, smisconosciuta, tradita.

È qualcosa che ci riguarda. Lo dice spesso presentando il suo lavoro nel giardino di Factory Zero Zero (nella foto), perché di ‘cose nostre’, dentro quelle pagine, ce ne sono tante e tutto è molto più connesso di quanto possiamo pensare: narcotrafficanti, proprietari terrieri, multinazionali, paramilitari, governi corrotti e collusi. Nonostante la parola “pace” sia risuonata nei network di tutto il mondo nel 2016 grazie ai famosi accordi, per la popolazione la la pace, quella vera, è ancora lontana. Sono milioni le vittime: di sfollati, i desplazados, nel 2010 se ne contavano 250mila; 8 milioni dal 1985 al 2020; 120 mila i desaparecidos; migliaia i falsos positivos, cioè coloro che dopo essere spariti sono stati dichiarati morti in combattimento, pur non avendo nulla a che fare con la guerriglia. “Una delle particolarità del conflitto colombiano è la contemporanea esistenza di diversi conflitti e di vari gruppi armati, sia legali che illegali”, dice l’autrice. Con una passione contagiosa, necessaria. Quella che la lega così profondamente ad un padre, martire italiano di una giustizia ancora lontana, sempre più necessaria.

Laura Mandolini

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Pedalata della legalità, dalla Emilia Romagna alla Sicilia ed una tappa a Senigallia

Il Presidio Libera “Attilio Romanò” di Senigallia segnala il passaggio del gruppo di ciclisti provenienti dall’Emilia Romagna e diretti a Catania per la terza edizione della Pedalata della Legalità, che attraverserà Senigallia il 26 maggio p.v. alle ore 13/13:30 circa.

Il gruppo è composto da 8 ciclisti: Paolo Rivi, Danilo Ghirardini, Carlo Amarossi, Domenico Abruzzese, Cristina Siligardi, Mirko Russo, Domenico Ruini, Marco Vacondio e 4 autisti: Giordano Meglioli, Davide Mammi, Ivano Piguzzi, Luigi Zanti.

L’evento è giunto alla terza edizione ed ha lo scopo di riflettere e far riflettere sui legami fra del processo Emilia fra Nord e ‘Ndrangheta, in una chiave di attenzione, denuncia, ma anche di vicinanza ed amicizia tra Nord e Sud. Quest’anno la pedalata raggiungerà anche la Sicilia, aggiungendosi alla tappa campana e calabrese degli anni passati. Durante la tappa del 26 maggio, i ciclisti raggiungeranno il Centro Palazzolo del lungomare Alighieri, dove si fermeranno per una sosta pranzo. Vi aspettiamo, se vorrete attendere con noi l’arrivo e condividere il pranzo (portando un panino al sacco)!

La tappa del 26 maggio si concluderà a Loreto, dove i ciclisti troveranno alloggio, in un lungo viaggio sulle dueruote che inizierà il 25 maggio e proseguirà fino al 3 giugno, con la chiusura a Catania.

Presidio Libera ‘Atilio Romanò’ – Senigallia

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Estate con Libera: anche nelle Marche un campo sui beni confiscati alle mafie

Riparte la stagione di E!State Liberi!, i campi di Impegno e Formazione sui beni confiscati alle mafie, con attività di impegno manuale, incontri con i/le familiari delle vittime innocenti delle mafie, associazioni locali, giornalisti e istituzioni. I campi, con i momenti di formazione e confronto alternati a occasioni di socialità e momenti ludici, sono un’opportunità per migliaia di ragazzi e ragazze di vivere a pieno il valore dell’antimafia sociale e far conoscere la bellezza dei territori coinvolti. Un’immersione nelle tante esperienze di solidarietà, protagonismo positivo e di condivisione all’insegna della lotta alle mafie e la corruzione. 

Nell’estate 2023 saranno 16 le regioni e 80 località che metteranno a disposizione oltre 3.000 posti che vedranno vivere il nostro impegno, il nostro desiderio di costruire, insieme, un paese migliore e di ricucire a doppio filo il suo straordinario senso di comunità. Da giugno ad ottobre sarà possibile partecipare a più di 150 esperienze in tutta Italia dedicate alla partecipazione di minorenni, maggiorenni, gruppi organizzati (scout, scuole, associazioni, ecc.), gruppi aziendali egruppi internazionali. Lo faremo, ancora una volta, insieme ai tanti animatori positivi dei territori in rete con Libera, cooperative sociali, associazioni, familiari delle vittime innocenti delle mafie, giornalisti e magistrati e istituzioni.

Anche Cupramontana, provincia di Ancona sarà protagonista nell’estate 2023 con 1 campo di Impegno e Formazione. Il campo si svolgerà in forma residenziale dal 9 al 16 luglio ed è rivolto a 12 maggiorenni che vorranno condividere una esperienza di incontro, di lavoro e formazione con il territorio, con i volontari di Libera Marche ed in particolare con i volontari del Presidio cittadini di Libera Ancona dedicato a Rocco Chinnici, e per conoscere la presenza di beni confiscati alla criminalità organizzata anche nelle Marche. Oltre ai giovani che raggiungeranno Cupramontana, il campo sarà anche l’occasione per molti di intraprendere un viaggio e scoprire altri luoghi ed esperienze, approfittando delle numerose proposte di Libera in tutta Italia.

Per conoscere le proposte dei campi previsti per il 2023 e prenotarne uno, è possibile consultare il sito di Libera (www.libera.it), scrivere a info@estateliberi.it o contattare  06/69770345-37-42-47. Pagina facebook:  https://www.facebook.com/estateliberi

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Mattarella e Libera: la parte migliore di un Paese che inaugura la primavera

Un Paese, il nostro, che dimentica troppo in fretta i suoi martiri. Schiacciato in un presente infinito, impaurito da un futuro più incerto che mai, non ne vuole sapere di ricordare, cioè portare al cuore, ciò che lo rende grande proprio in mezzo alle sue contraddizioni più evidenti. Parlare di cittadinanza libera e democratica, legalità, lotta alla criminalità organizzata non è più di moda. Se non fosse per chi, con costanza, coraggio e creatività, riesce ad accendere le luci su su quanto dovrebbe starci molto più a cuore. Sergio Mattarella da una parte e Libera dall’altra sono stati i protagonisti più belli del primo giorno di primavera, il 21 marzo, in cui si ricordano le vittime innocenti delle mafie italiane.

«Sono venuto a portarvi l’apprezzamento e l’incoraggiamento della Repubblica. L’Italia guarda a voi con attenzione, solidarietà, simpatia, fiducia. Auguri». Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è congedato ieri mattina dai ragazzi dell’Itc Carli di Casal di Principe, salutato da un lungo e scrosciante applauso. Molti i punti del suo discorso che hanno scatenato l’entusiasmo di una platea prevalentemente di adolescenti. Specie quando Mattarella scandisce: «Dovete essere fieri di vivere in questa città che ha saputo avere questa rinascita. Ricordate sempre che siete la generazione della speranza quella cui don Diana ha passato testimone legalità». Prima di arrivare a scuola, Mattarella ha visitato il cimitero di Casal di Principe dove ha incontrato alla cappella della famiglia Diana, gli stretti congiunti del sacerdote ucciso dalla camorra, in particolare i fratelli Emilio e Marisa e consorti e figli; c’era pure Augusto Di Meo, testimone oculare del delitto don Diana.

Sono state circa 50mila, secondo gli organizzatori, le persone presenti al corteo per la XXVIII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzato a Milano da Libera e Avviso Pubblico. Dal palco allestito in piazza Duomo ha parlato don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera. «Le mafie sono diventate moderne imprese. Ricorrono meno alla violenza diretta perché possono contare su quella bianca del capitale economico. La convivenza è dovuta a connivenza e sottovalutazione, a letture antiche che si continuano a fare sulle mafie, letture inadeguate dei fenomeni criminali che si sono evoluti assumendo forme e metodi che richiedono nuovi sguardi e nuove strategie. Allora forse la saldatura tra mafie e capitale economico richiede oggi dei nuovi paradigmi».

Laura Mandolini

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