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Tag: mafia

Il gioco d’azzardo in Italia: un affare da 157 miliardi tra interessi mafiosi e ipocrisia di Stato. Focus su Marche e Senigallia

Non si tratta solo di gioco, questo ormai è chiaro ai più. E’ un sistema economico che muove cifre da capogiro e attira, inevitabilmente, la criminalità organizzata, ma su cui lo Stato ha interessi crescenti. È questo il quadro allarmante emerso a “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia, dove abbiamo ospitato Claudia Giacomini, referente del presidio di Libera Senigallia intitolato ad Attilio Romanò. Al centro del dibattito, il nuovo dossier di Libera “Azzardomafie 2025”, che scatta una fotografia impietosa del fenomeno in Italia e nelle Marche. L’audio integrale, andato in onda nei giorni scorsi, è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

I numeri nazionali: un record inquietante

I dati sono vertiginosi e li avevamo già visti, almeno in parte, con un altro esponente di Libera, don Paolo Gasperini: nell’ultimo anno in Italia sono stati “giocati” – o meglio, persi – ben 157 miliardi di euro. Una cifra enorme alimentata da 18 milioni di italiani che tentano la fortuna. Un dato cruciale emerso dall’intervista è il sorpasso del virtuale sul fisico: di questi 157 miliardi, oltre 92 miliardi provengono dal gioco online. «Il Covid ha rappresentato una battuta d’arresto per il gioco fisico, ma ha agevolato l’avvento dell’online», spiega Giacomini, sottolineando come la tecnologia, sempre a portata di mano tramite smartphone, abbia reso l’azzardo pervasivo e privo di barriere orarie o fisiche.

L’ombra delle mafie

Dove scorre il denaro, arrivano i clan. Il report di Libera evidenzia come le mafie abbiano intuito il potenziale dell’azzardo legale e illegale per riciclare denaro e controllare il territorio. Ben 147 sono i clan censiti (dai Casalesi ai Santapaola) coinvolti nel business; 16 le regioni italiane interessate da inchieste giudiziarie; 15 le interdittive antimafia emesse recentemente.

Il focus sulle Marche: la provincia dove si gioca di più

L’intervista ha acceso i riflettori anche sulla situazione locale. Nelle Marche, nel 2024, sono andati in fumo complessivamente 3 miliardi e 813 milioni di euro. Il dato pro-capite è allarmante: ogni marchigiano (bambini inclusi) ha speso in media 2.574 euro l’anno in azzardo. Se si analizza la spesa in rapporto alla popolazione, la classifica dei capoluoghi vede in testa Ascoli Piceno, seguita da Fermo e Ancona, mentre Pesaro e Macerata chiudono la lista.

Il costo sociale e i minori a rischio

Dietro i miliardi ci sono le persone. I giocatori patologici in Italia sono 1,5 milioni, ma il dramma si allarga a macchia d’olio: per ogni giocatore problematico, si stima che siano coinvolte almeno altre 7 persone (familiari, amici, colleghi), portando il totale degli individui interessati dal fenomeno a oltre 20 milioni.
Particolarmente grave è la situazione dei minori. Nonostante i divieti, 1 milione e mezzo di studenti ha giocato d’azzardo almeno una volta e 90.000 presentano già profili problematici. «Spesso non vengono richiesti i documenti» denuncia la referente di Libera, che pone l’accento anche sull’educazione digitale dei piccolissimi: «L’uso precoce di tablet e app colorate e veloci allena il cervello alla ricerca di adrenalina, creando un terreno fertile per la futura dipendenza».

Claudia Giacomini, referente del presidio di Libera Senigallia intitolato ad Attilio Romanò
Claudia Giacomini, referente del presidio di Libera Senigallia intitolato ad Attilio Romanò

L’ipocrisia dello Stato

Uno dei passaggi più forti dell’intervista riguarda la contraddizione etica dello Stato. Da un lato incassa i proventi delle tasse sul gioco, dall’altro investe somme irrisorie per la cura delle dipendenze. Ancor più grave è la giustificazione dell’aumento dell’offerta di gioco per coprire le emergenze (come terremoti o alluvioni). «Le risorse di solidarietà non possono essere frutto di un circuito che produce usura, indebitamento e disperazione», ribadisce Giacomini citando Luciano Gualzetti della Consulta Antiusura. È un cortocircuito etico: si sfrutta la fragilità dei cittadini per pagare i danni di altre fragilità territoriali.

Le proposte di Libera e l’impegno sul territorio

Cosa si può fare? Libera avanza proposte chiare a livello nazionale: intanto uno stop alla pubblicità reale del gioco d’azzardo in tutte le sue forme, partendo da nomi, sigle, siti. Poi servirebbe una mappatura del territorio e restituire potere ai comuni di imporre distanze dai luoghi sensibili (scuole, bancomat, RSA). Per eliminare le questioni etiche, almeno alcune, non dovrebbe essere utilizzato l’azzardo per fare cassa durante le calamità.
A livello locale, il presidio di Senigallia continuerà l’opera di sensibilizzazione nelle scuole, partendo anche dalle famiglie dei più piccoli, e lavorerà in sinergia con il Sert e le istituzioni per monitorare un fenomeno che cambia pelle velocemente, ma che lascia ferite profonde nel tessuto sociale.

Per approfondire: il report completo “Azzardomafie 2025” è disponibile sul sito ufficiale di Libera: clicca qui.

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Mafie e pace, don Luigi Ciotti a Senigallia: «Lamentarsi non serve, ognuno sia responsabile»

Un appello forte e chiaro a non abbassare la guardia, data una presenza criminale che si fa sempre più silenziosa, ma che al contempo si rafforza. È questo il monito lanciato da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che è intervenuto nei giorni scorsi all’incontro “Giustizia Liberante. Il disarmo del cuore come cammino di pace”, tenutosi a Senigallia nell’ambito di Destate La Festa 2025. L’intervista, curata da Laura Mandolini, è andata in onda nei giorni scorsi su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM); potrete però riascoltarla nel file audio che accompagna questo articolo cliccando sul tasto play del lettore multimediale.

La mafia ‘normalizzata’

Per il noto sacerdote e attivista, l’attenzione nei confronti della criminalità organizzata si è pericolosamente affievolita nel nostro paese. «Siamo passati dalla percezione del crimine organizzato mafioso a qualcosa di normalizzato. È diventato una delle tante cose, così come la droga, il gioco d’azzardo, l’ecomafia, l’agromafia e l’usura». Da qui la necessità di una profonda riflessione. Le mafie si sono evolute: «Fanno meno rumore, ma sono molto più forti». La loro presenza si è estesa in particolare al nord Italia, dove si concentrano affari e poteri economici e finanziari. Ma «non c’è regione d’Italia che si possa considerare esente» dal fenomeno mafioso.

La sfida culturale

La lotta alla mafia è una battaglia secolare. Il fondatore di Libera ha evidenziato come la sola azione repressiva non sia più sufficiente. Sebbene il lavoro di magistrati, forze dell’ordine e altre istituzioni sia fondamentale, la minaccia criminale persiste perché non viene estirpata alla radice. E per farlo, ha spiegato don Ciotti, «ci vuole un grande impegno culturale, educativo e di politiche sociali». Le due dimensioni, quella repressiva e quella sociale,  devono essere parallele. «Se questa società non investe su ciò che ci indica la nostra Costituzione, che io ritengo sia veramente il primo testo antimafia, le cose non sono assolutamente sufficienti». 

Il pericolo della delega

Secondo don Ciotti, uno dei mali più pericolosi del nostro tempo è la delega: l’idea che spetti sempre agli altri, in particolare alle istituzioni, agire per il cambiamento. «Le istituzioni fanno la loro parte, e noi come cittadini siamo chiamati a fare la nostra parte», ha ammonito. La responsabilità è di tutti e il cambiamento ha bisogno del contributo di ciascuno. «Lamentarsi non serve a niente», dice criticando l’atteggiamento di chi non fa nulla ma giudica gli altri: «Abbiamo bisogno di persone che si assumano la loro parte di responsabilità».

Le mafie nella guerra

In un mondo segnato da violenza e conflitti, la storia ci insegna che le mafie prosperano nei territori di guerra. Lì trovano terreno fertile per i loro affari: dai traffici di armi al reclutamento di persone disperate. «Nei territori di conflitti e di guerre le mafie sono sempre arrivate» ha detto, aggiungendo che: «È preoccupante che mentre il conflitto in Ucraina non è ancora risolto, si tengano già grandi incontri per parlare della ricostruzione e degli affari che ne deriveranno». Lo stesso vale per Gaza dove è di poche settimane fa l’annuncio di un piano statunitense di ricostruire il territorio trasformandolo in una riviera del medioriente, a ‘guida’ americana.

Malati di pace

Per contrastare la criminalità e la violenza è essenziale dunque impegnarsi in una battaglia che parte dalla conoscenza per generare consapevolezza e conduca a scegliere da che parte stare. Non bastano le emozioni, perché «passano». Serve un’azione concreta, una continua mobilitazione che si traduca in un continuo impegno per la pace. Infine, un richiamo alla figura di don Tonino Bello: la necessità di «essere malati di pace» e di non guarire mai da questa patologia. Un percorso che inizia nei nostri comportamenti, nei nostri linguaggi e nelle nostre relazioni, «dentro i nostri territori, dentro le nostre parrocchie, dentro le nostre case» ha concluso don Luigi Ciotti.

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Vittime delle mafie, anche il presidio Libera di Senigallia presente alla 30a giornata a Trapani

Lo scorso 21 marzo una rappresentanza marchigiana di Libera si è unita alle 50 mila persone che, al fianco dei familiari di chi ha perso la vita per mano mafiosa, hanno manifestato attraversando la città di Trapani per la 30esima giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie.

Un lungo corteo di persone, rispondendo alla chiamata di Libera, ha inondato le vie della città per dire “No” alla mafia. Tanti i giovani, studenti, familiari delle vittime, associazioni e rappresentanti delle associazioni. Un impegno collettivo per non dimenticare e costruire un futuro libero da oppressioni e criminalità.

«Dobbiamo trasformare la memoria del passato in etica del presente». «Gli avversari di oggi sono corruzione, mafia, disuguaglianze e povertà». Queste sono alcune delle parole con le quali don Luigi Ciotti, co-presidente di Libera Contro le Mafie, dopo la lettura dei 1101 nomi delle vittime innocenti di mafia, ha ribadito quanto sia necessario che ognuno di noi si assuma le proprie responsabilità. E ancora, intervenendo sui confini «chiusi di fronte a un’umanità povera e oppressa», ma «permeabili ai capitali sporchi delle mafie».

Infine un monito per tutti perché possano impegnarsi ma anche attivarsi e indignarsi: «Questo non è un mondo per giovani. A parole affidiamo loro le nostre speranze per il futuro, ma nei fatti togliamo risorse all’istruzione, alla ricerca, all’università, togliamo garanzie di lavoro, che spesso è precario, neghiamo loro il diritto all’abitare. Non bastano investimenti occasionali, chiediamo alla politica il più grande investimento della storia per i giovani».

A tutte le vittime innocenti delle mafie vanno la memoria e l’impegno del presidio Libera di Senigallia, dedicato ad Attilio Romanò, uno degli oltre 1100 individui colpiti per sbaglio dalle mafie. Presidio che sarà nuovamente impegnato il prossimo giovedì 27 marzo, alle ore 18, a palazzetto Baviera, quando verrà presentato il progetto “Liberi di scegliere”. Si tratta di una rete di supporto alle donne e ai minori che si allontanano dai contesti mafiosi. All’iniziativa parteciperà don Giorgio De Checchi, coordinatore del progetto, con a fianco la Caritas di Senigallia.

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«Nelle Marche non abbiamo ancora gli anticorpi per evitare infiltrazioni mafiose» – INTERVISTA AUDIO

Ricordare chi è stato colpito dalla criminalità organizzata, offrire supporto alle famiglie delle vittime innocenti delle mafie ma anche promuovere una maggiore sensibilità per prevenire i fenomeni illeciti e le infiltrazioni. In poche parole, creare un territorio consapevole e resistente. Questo è l’impegno di Libera, una rete di associazioni, cooperative sociali, movimenti e gruppi, scuole, sindacati, diocesi e parrocchie nata nel 1995 e da allora sempre cresciuta. Cresciuta attraverso la formazione di numerosi presidi cittadini, tra cui quello di Senigallia. Che proprio ad aprile festeggia i suoi primi dieci anni di attività.
Per questo, nell’ambito di “Venti minuti da Leone” – il nuovo programma radiofonico in onda dal lunedì al sabato alle ore 13:10 e alle 20 e la domenica alle 16:50 sulla frequenza 95.2 FM – abbiamo intervistato don Paolo Gasperini, referente per la provincia di Ancona, sull’impegno che viene portato ancora oggi tenacemente avanti.

Com’è nata Libera a Senigallia?
Dopo un percorso di conoscenza di Libera e presa di contatti con le realtà locali, il 4 aprile 2014 è stato varato il presidio di Senigallia. E’ composto da persone di provenienza da mondi culturali, politici e sociali molto diversi tra loro. L’abbiamo intitolato ad Attilio Romanò, giovane vittima innocente della camorra che l’ha ucciso per sbaglio perché scambiato per un’altra persona. Qui nelle Marche c’è la zia di Attilio, così, anche per vicinanza alla famiglia, uno dei compiti di Libera, l’abbiamo intitolata a lui. Memoria e impegno per la comunità, ma anche amicizia con le famiglie delle vittime, e vicinanza durante i processi e in altri momenti.

Perché servono iniziative di memoria delle vittime e impegno contro le mafie?
C’è un’antimafia di facciata, che fa grandi proclami ma senza mettere in atto percorsi di giustizia e ricerca della verità. C’è poi un percorso di responsabilità verso la giustizia e la lotta alla mafia che significa costruire un terreno dove non ci siano situazioni di illegalità. Viene fatto a livello sociale per evitare infiltrazioni mafiose ma si trova spesso di fronte un territorio impreparato a certe situazioni.

Perché nelle Marche e a Senigallia c’è necessità della presenza di Libera?
Qui non ci sono radicamenti mafiosi seconda la direzione investigativa antimafia, quanto piuttosto dei fenomeni di pendolari, cioè persone che fanno un’azione in questa regione e poi tornano altrove; c’è poi il rischio di infiltrazioni nell’ambito degli appalti milionari per la ricostruzione post sisma nel sud delle Marche. Servirebbe un’attenzione che non ci sembra essere così forte. E poi ci sono le persone che sono qui per provvedimenti giudiziari e che hanno degli agganci. 

Siamo al sicuro rispetto a certi rischi, abbiamo gli anticorpi?
No, non abbiamo anticorpi sufficienti. Per esempio durante la crisi del 2007-2008 molte persone e imprese sono andate in difficoltà ma le banche non erogavano prestiti. I soldi però sono circolati comunque: da dove sono arrivati? C’è poi la questione del riciclaggio di denaro sporco: si acquistano beni per ripulirlo, che possono essere abitazioni, esercizi commerciali e non solo. Non ci sono prove ma dove ci sono interessi molto alti… e poi c’è il fatto che le Marche in generale sono un territorio defilato anche dalle cronache, l’attenzione qui è molto bassa. 

Che rimedi oltre alla sensibilizzazione delle persone, partendo dalle scuole?
Nelle scuole facciamo percorsi di conoscenza nell’ambito dell’educazione civica, ma la parte formativa è solo una di cui si occupa Libera. C’è la questione dei beni confiscati alle mafie, una trentina nel nostro territorio, che vengono destinati a scopi civili e sociali. A Pioraco c’è una villa, a Vallefoglia c’è un capannone che poi diventerà un emporio per alimenti da distribuire alle fasce deboli di popolazione. Ma il territorio deve essere consapevole perché stanno aumentando i beni confiscati, anche qui, segno che non siamo immuni da questi fenomeni. Non dobbiamo fare spallucce quando vediamo qualcosa di strano o sospetto: possiamo fare segnalazioni, poi le indagini le faranno le forze dell’ordine, ma dobbiamo essere preparati e informati per avere quello sguardo consapevole che può risultare molto utile, senza allarmismi o pregiudizi.

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Estate con Libera: anche nelle Marche un campo sui beni confiscati alle mafie

Riparte la stagione di E!State Liberi!, i campi di Impegno e Formazione sui beni confiscati alle mafie, con attività di impegno manuale, incontri con i/le familiari delle vittime innocenti delle mafie, associazioni locali, giornalisti e istituzioni. I campi, con i momenti di formazione e confronto alternati a occasioni di socialità e momenti ludici, sono un’opportunità per migliaia di ragazzi e ragazze di vivere a pieno il valore dell’antimafia sociale e far conoscere la bellezza dei territori coinvolti. Un’immersione nelle tante esperienze di solidarietà, protagonismo positivo e di condivisione all’insegna della lotta alle mafie e la corruzione. 

Nell’estate 2023 saranno 16 le regioni e 80 località che metteranno a disposizione oltre 3.000 posti che vedranno vivere il nostro impegno, il nostro desiderio di costruire, insieme, un paese migliore e di ricucire a doppio filo il suo straordinario senso di comunità. Da giugno ad ottobre sarà possibile partecipare a più di 150 esperienze in tutta Italia dedicate alla partecipazione di minorenni, maggiorenni, gruppi organizzati (scout, scuole, associazioni, ecc.), gruppi aziendali egruppi internazionali. Lo faremo, ancora una volta, insieme ai tanti animatori positivi dei territori in rete con Libera, cooperative sociali, associazioni, familiari delle vittime innocenti delle mafie, giornalisti e magistrati e istituzioni.

Anche Cupramontana, provincia di Ancona sarà protagonista nell’estate 2023 con 1 campo di Impegno e Formazione. Il campo si svolgerà in forma residenziale dal 9 al 16 luglio ed è rivolto a 12 maggiorenni che vorranno condividere una esperienza di incontro, di lavoro e formazione con il territorio, con i volontari di Libera Marche ed in particolare con i volontari del Presidio cittadini di Libera Ancona dedicato a Rocco Chinnici, e per conoscere la presenza di beni confiscati alla criminalità organizzata anche nelle Marche. Oltre ai giovani che raggiungeranno Cupramontana, il campo sarà anche l’occasione per molti di intraprendere un viaggio e scoprire altri luoghi ed esperienze, approfittando delle numerose proposte di Libera in tutta Italia.

Per conoscere le proposte dei campi previsti per il 2023 e prenotarne uno, è possibile consultare il sito di Libera (www.libera.it), scrivere a info@estateliberi.it o contattare  06/69770345-37-42-47. Pagina facebook:  https://www.facebook.com/estateliberi

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Al vescovo di Senigallia l’olio di Capaci nel 31° anno delle stragi siciliane a opera della mafia

Il dirigente del Commissariato di Senigallia, Agostino Licari, ha donato al vescovo Franco Manenti l’olio prodotto in un giardino a Capaci, sorto nel luogo dove il 23 maggio 1992 avvenne l'attentato mafioso
Il dirigente del Commissariato di Senigallia, Agostino Licari, ha donato al vescovo Franco Manenti l’olio prodotto in un giardino a Capaci, sorto nel luogo dove il 23 maggio 1992 avvenne l’attentato mafioso

Nell’ambito delle molteplici iniziative organizzate in occasione del 31° anniversario delle stragi mafiose di Capaci e di via D’Amelio – dove persero la vita i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Francesca Morvillo e i poliziotti incaricati della loro tutela, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Agostino Catalano, Eddie Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina ed Emanuela Loi – nonché del 30° anniversario delle stragi compiute dalla mafia a Firenze, Roma e Milano, la Polizia di Stato e la Conferenza Episcopale Italiana (Cei) hanno dato avvio a una iniziativa di valenza simbolica molto importante.

Tutto è partito dall’idea da tempo avviata dall’associazione “Quarto Savona 15” (sigla radio in uso  all’auto di scorta del Giudice Giovanni Falcone) ed animata da Tina Montinaro, vedova del caposcorta, che ha iniziato una coltivazione di un un giardino sorto a Capaci, nel luogo dove avvenne l’esplosione

Nella mattinata di lunedì 3 aprile il dirigente del Commissariato di Senigallia, Agostino Licari, ha fatto visita al vescovo della Diocesi di Senigallia, Franco Manenti, donandogli l’olio prodotto quest’anno dalla coltivazione siciliana. Iniziativa dall’alta valenza che è lo stesso vicequestore a spiegare ai nostri microfoni.

Dalla coltivazione degli alberi di ulivo è stato prodotto un olio che già lo scorso anno è stato distribuito presso tutte le Diocesi della Sicilia e quest’anno si è pensato di estendere l’iniziativa a tutto il territorio nazionale, consegnando un’ampolla contenente l’olio a tutti i vescovi delle Diocesi italiane, in occasione delle liturgie pasquali.

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Mattarella e Libera: la parte migliore di un Paese che inaugura la primavera

Un Paese, il nostro, che dimentica troppo in fretta i suoi martiri. Schiacciato in un presente infinito, impaurito da un futuro più incerto che mai, non ne vuole sapere di ricordare, cioè portare al cuore, ciò che lo rende grande proprio in mezzo alle sue contraddizioni più evidenti. Parlare di cittadinanza libera e democratica, legalità, lotta alla criminalità organizzata non è più di moda. Se non fosse per chi, con costanza, coraggio e creatività, riesce ad accendere le luci su su quanto dovrebbe starci molto più a cuore. Sergio Mattarella da una parte e Libera dall’altra sono stati i protagonisti più belli del primo giorno di primavera, il 21 marzo, in cui si ricordano le vittime innocenti delle mafie italiane.

«Sono venuto a portarvi l’apprezzamento e l’incoraggiamento della Repubblica. L’Italia guarda a voi con attenzione, solidarietà, simpatia, fiducia. Auguri». Così il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è congedato ieri mattina dai ragazzi dell’Itc Carli di Casal di Principe, salutato da un lungo e scrosciante applauso. Molti i punti del suo discorso che hanno scatenato l’entusiasmo di una platea prevalentemente di adolescenti. Specie quando Mattarella scandisce: «Dovete essere fieri di vivere in questa città che ha saputo avere questa rinascita. Ricordate sempre che siete la generazione della speranza quella cui don Diana ha passato testimone legalità». Prima di arrivare a scuola, Mattarella ha visitato il cimitero di Casal di Principe dove ha incontrato alla cappella della famiglia Diana, gli stretti congiunti del sacerdote ucciso dalla camorra, in particolare i fratelli Emilio e Marisa e consorti e figli; c’era pure Augusto Di Meo, testimone oculare del delitto don Diana.

Sono state circa 50mila, secondo gli organizzatori, le persone presenti al corteo per la XXVIII Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie, organizzato a Milano da Libera e Avviso Pubblico. Dal palco allestito in piazza Duomo ha parlato don Luigi Ciotti, presidente e fondatore di Libera. «Le mafie sono diventate moderne imprese. Ricorrono meno alla violenza diretta perché possono contare su quella bianca del capitale economico. La convivenza è dovuta a connivenza e sottovalutazione, a letture antiche che si continuano a fare sulle mafie, letture inadeguate dei fenomeni criminali che si sono evoluti assumendo forme e metodi che richiedono nuovi sguardi e nuove strategie. Allora forse la saldatura tra mafie e capitale economico richiede oggi dei nuovi paradigmi».

Laura Mandolini

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Maria Falcone: “La lotta alla mafia è anche promuovere una cultura diversa”

Maria Falcone

Maria Falcone ne è certa: “Giovanni sarebbe soddisfatto per come si sia mantenuta in questi trent’anni la memoria dolorosa per la strage, ma soprattutto per come, negli ultimi anni, le sue idee continuino a cammianare sulle gambe di tante persone”. La sorella del magistrato ucciso dalla mafia, nell’attentato alle porte di Palermo, il 23 maggio 1992, parla a trent’anni di distanza da quel giorno, che ha segnato un solco nella lotta a Cosa Nostra. E lo ribadisce con sicurezza: “Tutto quello che riguarda la lotta alla mafia oggi si rifà alle idee di Giovanni, che sono state comprese e portate avanti non solo in Italia ma a livello internazionale – aggiunge -. Sono stata spesso alle Nazioni Unite e ho notato nei convitati quanto all’italia si riconosca l’impegno antimafia nel segno di Giovanni”.

Nei giorni scorsi, in occasione della Conferenza internazionale dei Procuratori generali a Palermo, la presidente della fondazione Giovanni Falcone aveva parlato di “un’iniziativa che concorre a rimarginare la ferita inferta a mio fratello da molti esponenti della magistratura che furono protagonisti, durante tutta la sua carriera, di attacchi violenti e delegittimanti che concorsero al suo isolamento”. Per Maria Falcone, “assistere, se pure a distanza di tempo, a questa testimonianza e al riconoscimento della straordinaria rilevanza del lavoro di Giovanni da parte di una magistratura per troppo tempo ostile, mi restituisce un po’ di pace e mi fa sperare che il passato sia ormai alle spalle. Finalmente viene riconosciuta la portata delle intuizioni e dell’attività investigativa e culturale di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per anni percepiti come un problema invece che come risorse e osteggiati dalla miopia e, in qualche caso, dall’invidia di colleghi che non seppero o non vollero vedere comprendere la loro visione e la loro lungimiranza”.

Professoressa, qual è stata la sua reazione dopo la strage di Capaci?
Quando Giovanni è morto, io ero disperata non solo come sorella ma anche come cittadina italiana, perché temevo, dopo aver vissuto accanto a lui i momenti del suo lavoro per dieci anni a Palermo e dopo essere arrivati a tante vittorie come il maxiprocesso, che tutto potesse essere dimenticato. In quei giorni, il mio dolore era la possibilità che il suo lavoro anche a Roma alla legislazione antimafia e alla legge sui pentiti potesse andare perso. Con questo timore e pensiero negativo nella mente mi sono chiesta cosa potessi fare. Così il primo istinto fu quello di creare con gli amici di Giovanni una fondazione. Ho cercato di portare avanti soprattutto un’idea di Giovanni: nella lotta alla mafia non basta la repressione ma è necessaria una cultura diversa, una società diversa di nuovi soggetti giovani che dismettesse tutti gli atteggiamenti di connivenza e di mafiosità, come l’indifferenza e l’omertà. Così ho capito che potevo parlare ai giovani per superare questi atteggiamenti. In trent’anni questi passi avanti sono stati fatti. Se la memoria di Giovanni è così viva lo dobbiamo a tanti insegnanti d’Italia. Quando sono andata nelle scuole ho trovato ragazzi preparati.

Trent’anni dopo, come ricordate suo fratello e le altre vittime della strage di Capaci?
Ho notato una grande attenzione da tutti i media e la voglia di creare, in questi giorni, anche una memoria visiva attraverso la tv che parlasse agli italiani. La Fondazione dà l’opportunità a tutta la città di Palermo di partecipare. Quest’anno la manifestazione non la facciamo in un’aula chiusa per motivi di Covid, come l’aula bunker, ma al foro italico. Con la partecipazione delle scuole, delle istituzioni.Ai giovani abbiamo voluto dare una lezione di educazione civica che fosse una memoria di tutti i mortidi mafia, non solo di Giovanni, Francesca e degli agenti della scorta. Ogni scuola ha scelto una vittima della mafia e l’ha fatta studiare. Poi, ha realizzato un lenzuolo, che sarà esposto nella piazza. L’anno scorso abbiamo cominciato con i giovani anche un percorso artistico. Abbiamo puntato sulla bellezza dell’arte, come contraltare alle bruttezza della mafia con tante opere installate a Palermo, come murales. Allo Spasimo arriva un albero realizzato da un artista di Bolzano con 400 rami alla cui estremità vi saranno affissi i volti delle vittime di mafia. Abbiamo scelto, dunque, tre direttirci: la memoria condivisa di tutte le vittime di mafia, una memoria che deve essere collettiva. Quest’anno, con l’appoggio dalla Provincia autonoma di Bolzano, abbiamo voluto anche unire i due estremi del Paese, indicando la mafia non solo come un problema della Sicilia ma che riguarda tutti. E, infine, l’arte come strumento di bellezza.

Secondo lei, come è cambiata, se è cambiata, la mafia oggi?
Giovanni diceva che la mafia cambia a seconda delle esigenze del momento, ma resta sempre uguale. In questi anni abbiamo attraversato momenti difficilissimi, come il Covid e ora la guerra in Ucraina, e l’attenzione si è spostata su queste emergenze, ma non bisogna togliere spazio all’emergenza mafia. Che c’è, esiste e approfitterà di questi momenti di debolezza.

Quanto le è mancato Giovanni in questi trent’anni?
Mi è mancato tantissimo, è una mancanza materiale ma spiritualmente c’è. Lo sento sempre nei miei pensieri e non ho il tempo di pensare che lui non ci sia.

a cura di Filippo Passantino