Il “mito ritrovato”, Francesco Trevisani a Jesi: la bellezza ritorna alla luce
“Venere e Adone morente con amorini” (particolare), dipinto di Francesco Trevisani (1656-1746), Collezione Intesa Sanpaolo
Dal dialogo virtuoso tra la Fondazione Cassa di Risparmio di Jesi e Intesa Sanpaolo è nato un progetto espositivo che va ben oltre la semplice mostra: “Francesco Trevisani. Il mito ritrovato”, allestita a Palazzo Bisaccioni, è una raffinata operazione di tutela e valorizzazione di un patrimonio artistico privato che torna finalmente a disposizione della collettività.
Il percorso espositivo, curato da Roberta Angalone con apparati didattici di Sara Tassi e Beatrice Ruggeri, riporta in scena il ciclo mitologico del grande pittore seicentesco Francesco Trevisani, cinque imponenti tele appartenenti alle collezioni Intesa Sanpaolo, già commissionate nel Settecento da una nobile famiglia senigalliese, gli Augusti.
Dopo secoli di passaggi, restauri e spostamenti, le opere si trovano oggi a Jesi, in uno spazio capace di restituirne la piena leggibilità e la potenza narrativa. Il progetto, inoltre, non si limita all’allestimento: durante l’intero periodo dell’esposizione, le tele sono restaurate in itinere, consentendo al pubblico di assistere a un vero e proprio “cantiere della bellezza”, in cui l’arte si mostra nella sua dimensione più fragile e viva.
Il percorso storico delle cinque opere costituisce esso stesso una narrazione affascinante, segnata da passaggi di proprietà, vicende familiari e mutamenti urbani. Documenti conservati presso l’Archivio Storico Comunale di Senigallia (Fondo Augusto Arsilli) attestano con certezza che i dipinti furono venduti nel 1753 dal conte senigalliese Agostino Augusti – verosimilmente anche il committente – al signor Giuseppe Serra, in occasione della tradizionale Fiera di Senigallia. In un secondo momento, i quadri vennero poi acquistati dalla nobile famiglia Baviera, entrando a far parte delle decorazioni di Palazzo Baviera di via Arsilli, dove adornavano un sontuoso salone noto come il Camerone. Qui il marchese Alessandro Baviera li descrisse allora come “cinque grandi quadri parietali, copie del Veronese”, espressione che ne rivela la magnificenza e l’impatto scenografico. Quel piano nobile, abitato da Romualdo Baviera e da sua moglie Eleonora Antici, zia di Giacomo Leopardi, era considerato un autentico scrigno di arte e raffinatezza.
Dopo il terremoto del 1930, che distrusse parte dell’appartamento, le tele furono con ogni probabilità trasferite altrove, trovando ospitalità nel più celebre Palazzetto Baviera in piazza del Duca. In seguito, il ciclo fu acquistato dalla Banca Popolare di Senigallia, che scelse di conservarlo presso la sala conferenze dello stesso Palazzetto Baviera, rendendolo visibile alla cittadinanza. A partire dal 1989, infine, l’intera serie trovò nuova dimora nel Palazzo Marcolini di Corso II Giugno, sede della Banca, dove fu sottoposta a un accurato restauro prima dell’attuale collocazione nelle collezioni Intesa Sanpaolo.
A inaugurare la serie dei restauri è stato il dipinto “Venere e Adone morente con amorini” (olio su tela, 235 x 176 cm), prima opera a ritrovare la sua originaria luminosità. Il racconto ovidiano della dea innamorata e del giovane cacciatore ferito a morte da Marte si traduce, nel linguaggio morbido e struggente di Trevisani, in una scena di intensa umanità. Venere tenta di trattenere l’amato, mentre gli amorini, testimoni silenziosi, sostengono il corpo esanime: il dolore diviene pittura, la tragedia si fa gesto, e la luce si posa sulle figure come una carezza che addolcisce il destino.
Con “Il mito ritrovato”, Jesi si fa custode di un dialogo tra passato e presente, dove il restauro non è soltanto recupero materiale, ma atto d’amore verso la memoria. Le tele di Trevisani tornano così a parlare, testimoniando la continuità di un linguaggio artistico capace di unire storia e bellezza.
Marco Pettinari
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