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Tag: pasqua

E’ ancora possibile scambiarci gli auguri di buona Pasqua?

Nella nostra vita personale, familiare e nella storia che stiamo vivendo ci sono situazioni che chiedono conto del significato delle parole che usiamo, soprattutto di quelle che esprimono un augurio. Sono proprio le parole degli auguri che corrono il rischio della retorica, dell’abitudine sociale e tra queste, in modo particolare, quelle che ci scambiamo in alcune feste religiose, come il Natale e la Pasqua, feste che per un numero crescente di persone non conservano più nella loro vita l’impatto originario, sostituito da una nuova “liturgia” con i suoi gesti, quelli dei regali,  di pranzi e cene particolari, delle vacanze…

Eppure pronunciare parole di augurio resta un gesto importante, di grande significato a cui non volgiano rinunciare, perché dà voce alle nostre speranze, dice a noi e agli altri cosa ci attendiamo dalla vita, da quello che sta accadendo nella storia.

La vita ci ha insegnato che senza speranza non è possibile condurre un’esistenza apprezzabile ai nostri occhi, investire le nostre migliori energie; la vita ci ha insegnato anche che le nostre speranze non sempre reggono all’urto di situazioni, complicate, dolorose, dove, come sta succedendo in questi tempi, l’arroganza liberticida dei potenti, l’esclusiva ricerca del profitto personale di chi detiene tante ricchezze, l’intolleranza e l’aggressività nelle nostre comunicazioni, la paura di fronte alle persone che chiedono di prenderci cura di loro…, sembrano imporsi sul desiderio, proprio degli umani, di giustizia, di libertà, di pace, di solidarietà e rendere più difficile l’azione di tanti uomini e donne di buona volontà.

Proprio per evitare la “retorica degli auguri” non voglio sottrarmi a domande che potrebbero risultare imbarazzanti: abbiamo buoni motivi, oggi, per augurarci una “buona Pasqua”? Qual “buona Pasqua” che ci auguriamo? Condivido con voi la risposta che mi sono dato a queste domande, che

La risposta l’ho riscoperta anzitutto nelle parole di Gesù in croce, quando dà speranza non solo a chi lo sta uccidendo, ma anche a noi, perché non risponde con altra violenza alla violenza che sta subendo (“Padre, perdonali perché non sanno quello che fanno”); quando dà ascolto alla richiesta di uno dei malfattori di non essere dimenticato (“ricordati di me”) almeno da lui («In verità io ti dico: oggi sarai con me nel paradiso»).

La risposta l’ho riscoperta anche nella pazienza con cui Gesù risorto incontra i suoi discepoli “in lutto e in pianto”, sconfitti nella loro speranza («noi speravamo che fosse lui che avrebbe liberato Israele»), rivolge loro parole che ridestano la speranza.

A tutti l’augurio di una “buona Pasqua”, con l’auspicio di Papa Francesco che l’anno del Giubileo che stiamo vivendo «possa essere per tutti occasione di rianimare la speranza» e che riconosciamo che «la speranza cristiana non illude e non delude», perché fondata su quel Gesù che non si è sottratto alla morte per noi, perché ci vuole bene e che, per questo, l’ha sconfitta, non solo per sé, ma anche per noi tutti, indistintamente.

+ Franco
vescovo di Senigallia

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Sabato Santo: il silenzio assordante di un grido di speranza. Una riflessione di Rosanna Virgili

In un film del 2016 Martin Scorsese, ispirandosi a un romanzo di Shusaku Endo, racconta la storia di missionari Gesuiti in Giappone nel diciassettesimo secolo. “Silence” è il titolo del film. La repressione contro i cristiani che erano cresciuti con eccezionale rapidità in quel Paese così remoto all’Occidente, era spietata da parte degli “inquisitori”. Con un semplice gesto le persone sospette venivano spinte a rinunciare alla loro fede cattolica, evitando, così, indicibili torture: calpestare l’immagine di Gesù e di Maria, sputare su un crocifisso o insultare pesantemente la Madre del Signore. Chi si rifiutava di osare un simile sacrilegio veniva messo alla prova con tecniche di rara crudeltà: appeso a un legno e bagnato con acqua bollente, sottoposto all’urto delle alte maree finché tutto il corpo non si fosse imbevuto d’acqua, oppure avvolto in una coperta di paglia e bruciato vivo.

Dinanzi a simili orrori i missionari si chiedevano se fosse giusto resistere o se fosse opportuno, invece, abiurare. Si sentivano colpevoli di quelle stragi. Dinanzi all’atroce destino di persone semplici, di quei piccoli che credevano in Lui, coloro che annunciavano il Vangelo si vedevano caricati della responsabilità di quelle insopportabili conseguenze. E allora i Padri gesuiti si trovavano a invocare disperatamente il Signore, a implorarne il Nome graffiando un Cielo muto, a querelarlo con le Sue stesse parole: “perché mi hai abbandonato?”.

Il Suo silenzio scottava più di quell’acqua bollente che gli aguzzini versavano copiosamente sulla loro pelle crocifissa. Il Suo silenzio era soffocante più di quanto non fossero le ondate dell’alta marea.

Ma c’era ancora qualcosa che faceva male sino a dar loro il sentire del morire: era la loro fede. Quella Sua assenza che bruciava come un fuoco ardente, insopprimibile, penetrante, “chiuso nelle mie ossa” come avrebbe detto il profeta Geremia (cf Ger 20,9). Sentendo le urla di quegli innocenti che andavano a morire sicuri della Grazia, certi del Paradiso, i Padri soltanto, alla certezza che Dio avrebbe esaudito la loro preghiera, aggiungevano il pungolo dell’ultima domanda: avrà udito anche il loro grido? Un gemito estremo, un’eco dell’anima che risuona a tutto campo in questo Sabato Santo.

Dove il Suo Silenzio può essere suffragio della voce potente dell’Imperatore di turno che afferma a pieni voti il suo successo: qui, sulla terra, governo Io, dominando sulla vita per mezzo della morte e non c’è posto per un altro re che, al contrario, si faccia Diacono, che voglia rendere dignità a tutti i viventi, calpestando la morte e la sua vergogna per sempre. In questo Sabato Santo dove il Suo Silenzio potrebbe rivelarsi soltanto l’assurdità di un sacrificio troppo costoso, persino scandaloso, per giustificare la consolazione di una pasqua pagata a caro prezzo.

“Piacer figlio d’affanno gioia vana, ché frutto del passato timore” scriveva Giacomo Leopardi criticando la logica retributiva del dolore, l’idea che la vera gioia possa essere pagata dalla pena passata. Altro è il Silenzio dei credenti, altro è il nostro Silenzio. Altro il Silenzio della Madre, altro il Silenzio del Padre, altro il Silenzio del Figlio. Altro il Silenzio degli innocenti e dei penitenti. Delle sorelle e dei fratelli. Dei vecchi e dei bambini. Di quelli che tra loro, in ogni parte del mondo, azzerano i confini, distruggono le guerre, cancellano la parola “nemico” e si chiamano amici. Esso nasconde l’ascolto di un grido. È il grido della terra che – devastata dall’ingordigia umana – “geme e soffre nelle doglie del parto” (Rm 8,22), nasce alla libertà, sorride a una Bellezza muova (cf Gen 1,1-2,2); è il grido della vittima che vede la sua vita riscattata dalla mano mite di un Angelo (cf. Gen 22,1-18); è il grido dei migranti davanti alla pietà del mare che da tomba si fa grembo (cf. Es 14,15-15,1); è il grido dell’abbandonata che insiste e resiste fino al ritorno dello Sposo (cf Is 54,5-14). È il grido dell’Amore, più forte della morte. A chiamare la Vita. È il Silenzio assordante di un grido di Speranza.

Rosanna Virgili

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Gli orari di apertura dei musei diocesani di Senigallia durante la pasqua 2023

Pinacoteca diocesana, palazzo vescovile, curia, Diocesi di Senigallia

Vedranno delle aperture differenziate i musei diocesani a Senigallia nelle varie giornate di questo periodo pasquale, ma l’obiettivo rimane lo stesso di sempre: accogliere turisti e visitatori nella città della spiaggia di velluto. 

Palazzo Mastai – Casa museo Pio IX sarà aperto tutti i giorni feriali, dal lunedì al sabato, con orario 9-12 e 16-18 con la possibilità di ammirare una casa museo di origine cinquecentesche che ha ospitato una famiglia della nobiltà di reggimento di Senigallia che, nel 1792, diede i natali a Giovanni Maria Mastai Ferretti, poi papa Pio IX. Nel salone d’onore “Lo splendore di Bisanzio” l’esposizione che si incentra, come recita il sottotitolo, su “Scambi d’arte tra Venezia e Costantinopoli in una tavola dipinta di Casa Mastai”. Che la mercatura sia stata per secoli la ricchezza di Senigallia ce lo ricordano infatti pure i Mastai Ferretti con la preziosa tavola dipinta da loro acquistata, se non addirittura commissionata, conservata nella loro avita dimora. Mercanti veneziani di origine cremasca, trasferitisi a Senigallia nel XVI secolo richiamati dalla famosa fiera, i Mastai con le loro mercanzie evidenziano una pagina della storia misena. 

Alla pinacoteca in piazza Garibaldi, nelle sale dell’appartamento del cardinale, al piano nobile del palazzo vescovile, sarà possibile sabato, domenica e festivi (orario 9-12/16-19; pasqua e pasquetta aperto) scoprire tanta storia ed arte proveniente dal territorio della Diocesi, dagli Appennini all’Adriatico, dal fiume Cesano all’Esino. Non solo opere pittoriche – come la “Madonna del Rosario” di Federico Barocci – ma anche manufatti plurimaterici, paramenti sacri, argenterie, mobilio e statuaria. 

In pinacoteca e a palazzo Mastai l’accesso è gratuito. Info: www.diocesisenigallia.it.

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L’annuncio che vince la paura. Gli auguri di Pasqua del vescovo Franco

«Voi non abbiate paura! So che cercate il crocifisso. Non è qui. E’ risorto, infatti, come aveva detto» (Mt 28,5-6). Queste le parole rivolte dall’angelo a Maria di Magdala e all’altra Maria, che all’alba del sabato si erano recate al sepolcro, dove Gesù era stato deposto il giorno prima. L’annuncio che Gesù non giaceva più nel sepolcro, perché risorto non aveva tuttavia dissolto del tutto i timori delle donne. L’evangelista Matteo annota che «abbandonando in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli». Anche Gesù risorto, incontrandole poco dopo, le inviterà a “non temere”.

Come interpretare questo insieme di “gioia grande e timore”? Alle due donne succede quello che accade a noi quando siamo raggiunti da una notizia tanto bella quanto inattesa e, soprattutto, insperata, tanto da temere che sia “troppo bella per essere vera”e avertiamo il bisogno di ulteriori conferme, di assicurazioni riguardo alla veridicità di quanto ci è stato comunicato o è accaduto. Maria di Magdala e l’altra Maria la conferma della bella notizia comunicata dall’angelo la riceveranno da Gesù stesso, il Maestro amato, che interromperà momentaneamente la loro corsa verso i discepoli. I gesti che le due donne compiono alla vista di Gesù («si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono») fanno pensare che il timore ha lasciato il posto alla gioia grande nel loro cuore.

Di questi tempi,quanto è accaduto nel nostro territorio e quanto sta accadendo nel mondo continua a provocare nel nostro cuore tante e grandi paure, che spesso finiscono per impedire la possibilità di gustare la gioia, la serenità, d’intravedere una speranza su cui investire le tante ripartenze nella vita, richieste da situazioni di morte, di difficoltà grandi, di sconfitte dolorose. Anche noi abbiamo bisogno che qualcuno ci venga incontro, ci inviti a non temere, a non cedere alle paure, perché porta notizie buone, che resistono alle prove della vita, che incoraggiano ancora una volta una ripartenza.

Il mio augurio, rivolto a tutti, di una “buona Pasqua” è che per ciascuno di noi ci sia una notizia che ci raggiunge, un avvenimento che irrompe nella nostra vita, persone che ci vengono incontro nel nostro cammino, che rappresentano una ragione solida per non continuare a temere per noi, per le persone che ci sono care, per gioire, essere sereni.

Alle donne e agli uomini credenti, l’augurio è che l’annuncio pasquale che Gesù non è rimasto prigioniero della morte, custodito in un sepolcro a cui recarsi come facciamo con i nostri cari defunti, ma è risorto, ha messo fuori gioco la morte con il suo il suo  carico di male, di paura, risuoni nuovamente come una buona notizia e sia riconosciuta comemotivo per assaporare una “gioia grande”. Anche in questi tempi.

+ Franco

Dialoghi sulla parola: ora in diretta la quinta e ultima puntata con il Vescovo Franco Manenti e Luigi Mossuto

Qui sarà possibile seguire la quinta e ultima puntata di “Dialoghi sulla parola”: cinque giovedì per dialogare con il vescovo Franco sui vangeli delle domeniche di Quaresima. Ogni giovedì, alle ore 21.00, in diretta sulle frequenze di Radio Duomo Senigallia (95.200 FM) e sulla pagina facebook radioduomo/vocemisena un ciclo di trasmissioni dal titolo ‘dialoghi sulla Parola’.

Nella puntata di giovedì 30 marzo sarà presente negli studi radiofonici di Radio Duomo Luigi Mossuto per dialogare con il Vescovo Franco Manenti sul Vangelo della Veglia di Pasqua.

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Dialoghi sulla parola - Verso la Pasqua

Dialoghi sulla parola, quinta e ultima puntata con il Vescovo Franco Manenti e Luigi Mossuto

Qui sarà possibile seguire la quinta e ultima puntata di “Dialoghi sulla parola”: cinque giovedì per dialogare con il vescovo Franco sui vangeli delle domeniche di Quaresima. Ogni giovedì, alle ore 21.00, in diretta sulle frequenze di Radio Duomo Senigallia (95.200 FM) e sulla pagina facebook radioduomo/vocemisena un ciclo di trasmissioni dal titolo ‘dialoghi sulla Parola’.

Nella puntata di giovedì 30 marzo sarà presente negli studi radiofonici di Radio Duomo Luigi Mossuto per dialogare con il Vescovo Franco Manenti sul Vangelo della Veglia di Pasqua.

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Speranza viva. Gli auguri di Pasqua del vescovo di Senigallia

Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in una terzina del XXV° Canto del Paradiso, nella quale Dante, sollecitato da S. Giacomo, parla della speranza:

«”Speme”, diss’io. “è un attender certo

de la gloria futura, il quale produce

grazia divina e precedente merto”».

(«E dissi: “La speranza è attendere con certezza/la beatitudine futura, il quale è il frutto della grazia/di Dio che opera nell’agire virtuoso dell’uomo»), Paradiso XXV,67-69.

Dante ci dice che la speranza è un attendere fiducioso (certo), non tanto la felicità, ma la “beatitudine futura”(quella che Dio ha disposto per ogni persona e che è sottratta all’aggressione del male che mortifica l’esistenza umana), un’attesa, frutto dell’intrecciarsi tra l’agire dell’amore fedele di Dio (“la grazia divina”) e l’agire della libertà dell’uomo.

L’intreccio ci avverte che entrambi – la grazia divina e l’agire dell’uomo – offrono un contributo decisivo alla nostra speranza: senza la grazia di Dio (l’agire del suo amore) che sollecita e accompagna il laborioso agire dell’uomo, questo subisce spesso la delusione dell’inconcludenza, del fallimento; senza l’agire laborioso dell’uomo che si apre con fiducia alla grazia di Dio, questa resta come un seme pieno di vita senza un terreno che gli consenta di portare frutto.

I racconti pasquali dei vangeli confermano tale intreccio. In questi racconti Gesù risorto trova i discepoli prigionieri della paura, senza speranza (“speravamo” confessano riguardo a lui i due discepoli, in uscita da Gerusalemme, verso Emmaus), incapaci di riconoscerlo. Il riconoscimento, grazie all’iniziativa di Gesù, che lui è vivo, consente a questo avvenimento, inatteso e, per gli stessi discepoli, improbabile, di essere reso pubblico. Se Gesù non fosse risorto i discepoli, che avevano posto in lui le loro speranze, avrebbero  continuato la propria esistenza da “disperati”, da presone senza speranza.

E se i discepoli non avessero attestato pubblicamente che Gesù di Nazareth, l’uomo crocifisso, era risorto, aveva sconfitto la morte, Gesù, con la sua parola e la sua vita, non avrebbe mai rappresentato per l’intera umanità la “speranza che non delude”.

Anche quanto sta accadendo nel mondo in questi ultimi tempi conferma la necessità dell’intreccio tra la grazia di Dio che suscita speranza e l’agire dell’uomo che si apre a questa grazia e, per questo, è in grado di attendere la “gloria futura” (la vita piena, libera dalla paura della morte) senza restarne deluso.

Abbiamo sperimentato in fretta la fragilità delle nostre speranze, quando, a fronte della pandemia che  aggrediva la nostra esistenza, quell’iniziale attestato pieno di fiducia(“tutto tornerà come prima”) ha dovuto fare i conti con un’emergenza che si è prolungata, che non è ancora del tutto superata e che non ci consente di confermare che “tutto è tornato come prima”; anche quando l’iniziale rete di collaborazione, di solidarietà e di gratitudine, si è progressivamente allentata fino a lacerarsi sotto gli strappi dell’intolleranza, delle accuse incrociate, dei sospetti.

Anche noi, in questi ultimi giorni, a fronte di una guerra che sta distruggendo non solo le case, le città, ma anche la vitadelle persone,ci troviamo a riconoscere che “speravamo”, dopo gli orrori delle guerre precedenti, di essere in grado di costruire relazioni di pace e di giustizia tra i popoli.

In questi giorni di lutti e speranze indebolite, l’augurio che rivolgo a tutti è che, celebrando la Pasqua di Gesù, l’uomo crocifisso strappato alla morte che ruba ogni speranza, ci lasciamo raggiungere dalla “grazia divina”, da Gesù stesso il Risorto, che ha sconfitto il male con tutto il suo corredo di morte, di odio, di paura e di chiusure;l’augurio che decidiamo di dare reale ascolto a quanto lui va dicendo,con la sua vita e il suo vangelo, anche a noi, gente colpita nelle proprie speranze; l’augurio che gli consentiamo con la nostra esistenza di ridare speranza alle persone che più di ogni altra la stanno perdendo o l’hanno già smarrita.

+ vescovo Franco

Papa Francesco: il 2 aprile alle 21 presiede la Via Crucis in piazza San Pietro

Papa Francesco – via Crucis 2020, Piazza San Pietro – Città del Vaticano

Papa Francesco presiederà la celebrazione della Via Crucis il 2 aprile, alle ore 21, in piazza San Pietro. Lo rende noto oggi la Sala Stampa della Santa Sede. La diretta televisiva, in mondovisione, sarà distribuita da Vatican Media ai media che ne faranno richiesta e trasmessa in diretta streaming da Vatican News. Le meditazioni e i disegni di alcuni bambini e ragazzi, tra i 3 e i 19 anni, scandiranno il tradizionale rito del Venerdì Santo. Il percorso doloroso di Gesù Cristo che si avvia alla crocifissione sul Golgota è stato interpretato erivissuto dal Gruppo Scout Agesci “Foligno I” (Umbria) e dalla Parrocchia romana Santi Martiri di Uganda, per quello che concerne le meditazioni; e dai piccoli ospiti della Casa Famiglia “Mater Divini Amoris” e della Casa Famiglia “Tetto Casal Fattoria”, per quello che riguarda i disegni. “Parole e colori restituiscono la complessità di un mondo fatto di piccole e grandi croci, ma anche di fiducia e speranza per il futuro”, si legge nella presentazione dell’iniziativa: “Chi vede litigare i propri genitori; chi non ha la forza di difendere un amico in difficoltà; chi sperimenta il senso del fallimento per una verifica andata male a scuola; chi trova coraggio nell’abbraccio rassicurante di una madre; chi sperimenta la solitudine, soprattutto dopo il diffondersi della pandemia da Covid-19; e chi riesce a scorgere il volto di Gesù nei lineamenti di uno straniero”. Il Gruppo Scout Agesci “Foligno I” si compone di 21 educatori ed educatrici, e 145 ragazzi e ragazze, tra gli 8 e i 19 anni. Aiutati anche dai rispettivi responsabili, i piccoli autori della Via Crucis 2021 hanno riflettuto sulle 14 stazioni, anche relazionandole alle proprie esperienze quotidiane. In linea con il metodo educativo e con i valori cristiani proposti dall’Agesci, il Gruppo “Foligno I” usa strumenti quali il gioco, la vita all’aperto e il servizio al prossimo per contribuire alla crescita di bambini e ragazzi.

E stette in mezzo a loro

Festeggiare la Pasqua al tempo del Covid-19

Provo a guardare con gli occhi di un bambino. Di uno di quelli che magari tutte le domeniche vengono a Messa in Parrocchia e il sabato non mancano mai al catechismo, ma anche di quelli che si vedono più raramente, che non sono “di casa” in Parrocchia. Guardo con i loro occhi, e vedo questo: forse per la prima volta la casa in cui vive è diventata Chiesa. Certo, non c’è quello strano gesto in cui il sacerdote stende le mani sul pane e sul vino e dice che sono il corpo di Gesù, ma è comparso un tavolo o un angolino (magari dove di solito teneva i giochi) in cui la sera, o al mattino, tutta la famiglia si ritrova per pregare insieme. Lungi dal mettere tutto questo sullo stesso piano dell’Eucaristia (ci mancherebbe!), ma quella casa, improvvisamente, è diventata una cappellina: quel bambino ha forse scoperto per la prima volta che il Signore lo incontra anche lì, nel suo salotto, che magari fino a un mese fa era proprio il rifugio per non andare in Chiesa. Provo ora a guardare con gli occhi di un genitore. Di uno di quelli sempre presenti, ma anche di quelli che portano il figlio a catechismo perché “devono”, che dicono di credere in Dio ma non nella Chiesa, che sostengono che Dio loro se lo pregano come, quando e dove vogliono. Guardo con i suoi occhi: vedo l’imbarazzo iniziale di mettersi accanto a tutta la famiglia per accendere una candela, o per baciare un’immagine, o per dire una preghiera insieme prima di darsi la buonanotte. Dopo questo iniziale (e comprensibilissimo) imbarazzo, vedo però balenare dentro di lui un pensiero: “ma è davvero così semplice?”. Forse, per la prima volta, avrà scoperto che il Signore del mondo, della vita e della storia è anche il Signore del suo salotto, dei suoi figli, della sua piccola abitazione, del suo oggi. Certo, né il bambino né il genitore saranno diventati più preparati, più maturi nella fede (per quello sono indispensabili le nostre comunità cristiane) ma sono assolutamente convinto che si sarà verificato un qualcosa di tanto caro a Papa Francesco: si sarà innescato un processo. Tutto questo mi affascina: è proprio vero che il Signore scrive dritto sulle righe storte, sa trarre grazia da situazioni oggettivamente sfavorevoli!Forse abbiamo fatto un passetto in avanti nel riaccostare due parole tante volte usate ma mai realmente avvicinate: Chiesa e casa. E allorachiedo al Signore che questa meravigliosa riscoperta (e siamo solo all’inizio!) della “chiesa domestica” non resti legata solo all’emergenza che stiamo vivendo, ma sia un vero punto di ripartenza per una pastorale diversa, una catechesi più vera, un annuncio più bello. Qualche giorno fa un amico sacerdote mi ha condiviso un messaggio arrivatogli da un genitore: “Giorni difficili […] l’unico momento in cui ci sembra di respirare, è quando tutti insieme ci fermiamo per una preghiera. È il momento più bello della giornata”. Se rimettessimo l’immagine di “Chiesa domestica” in soffitta una volta tornati alla normalità, allora sarà il segno più evidente che non ci avremo capito niente.

don Emanuele Piazzai