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Tag: shoà

La memoria al tempo della pandemia

27 Gennaio 2021. Ci siamo spostati qui, sulle piattaforme digitali che mentre separano i nostri volti, permettono di incontrarci sul terreno della memoria che tanto ci sta a cuore. Comune, diocesi, comunità ebraica di Senigallia, coordinati dalla ‘Fondazione Gabbiano’, si sono chiesti cosa significa celebrare il Giorno della memoria al tempo della pandemia. Perché ogni tragedia – causata o subita – ha tante assonanze che esigono di essere ascoltate. Per vivere meglio, per essere più umani.

Alle ore 18.00, in diretta attraverso diverse porte d’accesso, sarà possibile ascoltare la prof.ssa Milena Santerini, docente di Pedagogia all’Università cattolica di Milano e coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo: pare che proprio l’epidemia mondiale che stiamo vivendo abbia dato nuova linfa a vecchie e nuove nostalgie antiebraiche. E non solo.

Vittorio Robiati Bendaud, tra i più vivaci studiosi della cultura ebraica, è coordinatore del Tribunale rabbinico del Centro – Nord Italia. Far dialogare Primo Levi, Elie Wiesel e Dante Alighieri non è da tutti.

Portano il loro saluto Massimo Olivetti, sindaco di Senigallia; Franco Manenti, vescovo diocesano; Remo Morpurgo, vicepresidente della Comunità ebraica di Ancona. Interventi musicali di Antonella Vento, voce e Daniele Streccioni, fisarmonica.

Diretta streaming su canale YouTube e pagina Facebook “La Misena / Radio Duomo” e sui profili social del Comune di Senigallia. Diretta su Radio Duomo Senigallia inBlu (95.200).

La memoria che ci va di ascoltare

«Si vorrebbe esser un balsamo per molte ferite». Con queste parole si conclude il Diario scritto da Etty Hillesum, giovane ebrea olandese che il 7 settembre 1943 fu deportata ad Auschwitz dove morì, secondo un rapporto della Croce Rossa, il 30 novembre 1943. Di lei Benedetto XVI, ricordando a tutti che «la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone», disse: «Inizialmente lontana da Dio […], nella sua vita dispersa e inquieta Etty Hillesum Lo ritrova proprio in mezzo alla grande tragedia del Novecento, la Shoah. Trasfigurata dalla fede, si trasforma in una donna piena di amore e di pace interiore, capace di affermare: “Vivo costantemente in intimità con Dio”». La giovane Etty, con il suo straordinario percorso biografico, sarà il filo conduttore di una serie di eventi promossi da diversi soggetti della città di Senigallia, in prossimità della ‘Giornata della memoria’ del prossimo 27 gennaio. Da settimane, sotto il coordinamento dell’Azione Cattolica diocesana, sono al lavoro per questa iniziativa: Centro culturale ‘S. Romagnoli’ (afferente a Comnione e Liberazione), Fondazione‘Gabbiano’, Diocesi di Senigallia, Parrocchie del centro città, Comunità ebraica, Scuola di musica ‘B. Padovano’, Scuola di pace ‘V. Buccelletti’, con il patrocinio e la partecipazione del Comune di Senigallia. Soggetti che portano le loro sensibilità spirituali ed artistiche per dire che la memoria della liberazione del campo di sterminio di Auschwitz – Birkenau è un evento che interpella coscienze, comunità, saperi e passioni, fortemente interpellate nel promuovere occasioni e parole di pace. Per tutti e con tanti linguaggi.

Non ancora conosciuto come meriterebbe, il “Diario” (pubblicato in edizione ridotta e integrale da Adelphi, insieme al volume delle “Lettere”), consentediscoprireunsemediagape che, insieme ad altri, fu impiantato nel grembo insanguinato della storia del Novecento; un seme buono che può accompagnare e sostenere in modo speciale gli uomini e le donne del nostro tempo.

Etty Hillesum era nata nel 1914 in Olanda, a Middelburg, in una famiglia ebrea non praticante. Trasferitasi ad Amsterdam, si era laureata in Legge e cominciava a studiare lingue slave e a dare lezioni di russo (la lingua della madre). Era una giovane donna colta, vivace, curiosa. E molto irrequieta. Dotata di grande capacità introspettiva, all’inizio del Diario (nel1941), si descriveva con queste parole: «Io voglio qualcosa e non so che cosa. Di nuovo mi sento presa da una grandissima irrequietezza e ansia di ricerca, tutto è in tensione nella mia testa. […] Nel profondo di me stessa, io sono come prigioniera di un gomitolo aggrovigliato, e con tutta chiarezza di pensiero, a volte non sono altro che un povero diavolo impaurito.[…]A volte misento proprio comeuna pattumiera; sono così torbida, piena di vanità, irrisolutezza, senso di inferiorità. Ma in mec’è anche onestà, e un desiderio appassionato, quasi elementare di chiarezza e di armonia tra esterno e interno». Intenzionata a mettere ordine nel suo caos interiore, Etty si rivolse a un allievo di Jung – Julius Spier – ebreo, fondatore della psicochirologia (scienza che analizzando le mani studia la persona), con il quale poi visse una relazione sentimentale. Alla morte di quest’uomo, da lei battezzato «l’ostetrico della sua anima», gli dedicò queste parole: «Tu mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me […]. Ora sarò io l’inter-mediaria per tutti quelli che potrò raggiungere». Intanto la repressione per gli ebrei olandesi era diventata durissima: i nazisti cominciarono a condurli nel campo di smistamento di Westerbork, ultima tappa prima di Auschwitz. Nel luglio del 1942 Etty iniziò a lavorare in una sezione del Consiglio Ebraico, organizzazione che faceva da cuscinetto tra i nazisti e gli ebrei: poco tempo dopo domandò di essere trasferita a Westerbork per prestare assistenza alle persone in transito, tornando alcune volte ad Amsterdam anche per ragioni di salute. Era chiara in lei la consapevolezza del destino che attendeva il suo popolo.

Nel luglio del 1943 i nazisti stabilirono che la metà dei membri del Consiglio Ebraico presenti nel campo rientrasse adAmsterdam,mentrel’altrametà avrebbe dovuto restare senza poter più uscire. Etty, che pure avrebbe potuto cercare salvezza nascondendosi, scelse di restare. Mostrando la convinzione che l’umanità formi una catena i cui anelli sono saldati gli uni agli altri, Etty pensava anche a quanti sarebbero venuti dopo di lei e scriveva: «Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, sino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto da capo, e con tanta fatica».

a cura di Laura Mandolini

Etty Hillesum, il cielo dentro di lei

Amsterdam 1941-42. Una giovane donna ebrea di nome Etty Hillesum inizia a scrivere le sue memorie su una serie di quaderni. Etty è ebrea e Amsterdam, come gran parte del territorio europeo, è strangolata dal cappio nazista che preme la sua morsa con una ferocia sempre maggiore per colpire (e in seguito eliminare) ogni cittadino sgradito al nuovo ordine nazista. Etty inizia a scrivere un diario per tentare di mettere in ordine i suoi tumulti psicologici, affettivi, relazionali. Come molti altri. Poi, mab mano che la realtà cambia drammaticamente sotto i suoi occhi, si decentra da se stessa e comuincia a registrare avvenimenti grandi e piccoli, la quotidianità in cui vive, la dimensione familiare e il turbamento che serpeggia in seno alla comunità ebraica. Inizia in lei una sorta di trasfigurazione che la porterà a trovare la felicità in qualsiasi situazione, malgrado la Storia stia toccando il suo inferno più profondo. Non è ottimismo né speranza: Etty sa che morirà e che in molti stanno già morendo. Dentro di sé è tuttavia riuscita a crescere e a trovare un singolare interlocutore, molto più grande di chiunque viva in questo mondo ferito e molto più potente di qualsiasi forza presente su queste lande; qualcuno che non la lascerà mai: Dio. “Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkande e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria

non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietavano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori con il nostro atteggiamento sbagliato […] certo che ogni tanto si può essere abbattuti per quello che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia siamo sempre noi a derubarci da soli. Trovo bella la vita e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me e sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore”.

Questo scrive Etty nel suo ‘Diario’ e tante di quelle parole troveranno casa nella mostra ‘Il cielo vive dentro di me’, allestita dal 25 gennaio al 2 febbraio prossimi all’auditorium ‘Chiesa dei cancelli’ di Senigallia nell’ambito delle iniziative organizzate per la Gioranta della memoria 2020. La mostra racconta il percorso umano e spirituale della giovane donna, avviato dal’incontro con Julius Spier, psicologo e psicoterapeuta allievo di Jung, che ha sollecitato “Scoperto” Dio, Etty comincerà a rivolgersi a Lui come ad un Tu a cui chiedere, un Tu per cui dovrà impegnarsi dentro la vita, un Tu da amare per imparare ad amare ogni uomo, anche il nemico. Il 7 settembre 1943 Etty viene inviata ad Auschwitz – Birkenau, dove troverà la morte, nel novembre successivo, in una camera a gas. La sua ultima testimonianza è una cartolina che Etty ha gettato dal treno, che dal campo di prigionia in Olanda la deportava verso lo sterminio, in cui dichiara: “abbiamo lasciato il campo cantando”.

Laura Mandolini