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Tag: storia

Senigallia, torna il rombo dei motori d’epoca: rievocazione sullo storico circuito

Le persone di Senigallia e dintorni si preparano a fare un tuffo nel passato grazie alla 21esima rievocazione storica del celebre circuito motoristico cittadino, una manifestazione iscritta al calendario nazionale ASI e organizzata con passione dal club Motori d’Epoca locale. Intervistato ai microfoni di Radio Duomo Senigallia, il vicepresidente del club Umberto Principi ha svelato i dettagli di un fine settimana straordinario, il 20 e 21 giugno. L’AUDIO dell’intervista, in onda venerdì 19 giugno alle ore 13:10 e alle 20, sabato 20 alle 20 e domenica 21 alle 17:15, è disponibile anche qui.

L’edizione di quest’anno si distingue per una speciale sinergia interregionale. Nella giornata di sabato, i partecipanti marchigiani partiranno alla volta di Todi per unire le forze con i club del Lazio e dell’Umbria, proseguendo poi verso Pergola per una visita ai celebri bronzi dorati, prima di rientrare in sede per l’attesissima sfilata serale di auto e moto storiche in piazza del Duca.

La giornata di domenica rappresenterà il vero fulcro dell’evento con la riproposizione del tracciato originale che, tra il 1928 e il 1955, vide sfrecciare campioni leggendari del calibro del pilota osimano Luigi Fagioli, noto come “l’osimano volante”. I veicoli in gara, tutti rigorosamente con almeno venticinque anni di età, si cimenteranno in tre giri del circuito storico affrontando prove cronometrate e di abilità su brevi distanze a velocità controllata, per garantire la massima sicurezza.

Tra i gioielli automobilistici più attesi spicca un’Alfa Romeo 256 “Torpedino” appartenuta al celebre pilota Rabitti, che tornerà a ruggire sull’asfalto marchigiano guidata dal suo attuale proprietario insieme al nipote dello storico asso del volante.

I motori d’epoca ripercorreranno quasi fedelmente lo storico anello stradale che un tempo entusiasmava migliaia di spettatori, un tracciato che partiva dalla strada statale Adriatica in zona Cesano e si snodava attraverso via Rossini fino all’altezza dell’ospedale, per poi prendere via Cellini e inerpicarsi in salita verso Scapezzano lungo strada Berardinelli. Il punto più spettacolare e iconico del percorso rimane la mitica “curva del Cavallaro”, una stretta svolta a gomito dove piloti e centauri eseguivano autentiche evoluzioni, prima di lanciarsi nella veloce discesa di strada della Marina e raggiungere il traguardo.

Durante l’intervista, Principi ha ricordato che questa rievocazione rappresenta anche il recupero di un importante frammento di storia urbanistica e politica del territorio. Negli anni Sessanta, infatti, esisteva il progetto concreto per la costruzione di un vero e proprio autodromo semi-permanente a Senigallia, un’opera moderna che avrebbe affiancato la neonata autostrada senza intralciare il traffico cittadino e che ricevette persino promesse di finanziamento statale dall’allora ministro Corona. Tuttavia, la cronica instabilità dei governi dell’epoca fece tramontare l’iniziativa, lasciando che altre realtà, come Imola, realizzassero strutture analoghe e superassero Senigallia; una perdita che oggi, a causa della forte antropizzazione del territorio, è impossibile colmare, rendendo lo sforzo dei soci del Club Motori d’Epoca ancora più prezioso per mantenere viva la memoria collettiva.

Falegnameria Oberdan Gregorini in via Tarducci, anni '20 del Novecento. Foto: Archeoclub di Corinaldo

Quando la campagna era un mondo a parte e il lavoro un affare di famiglia: una mostra a Corinaldo racconta la società tra ‘800 e ‘900

Una fotografia non ritrae soltanto un volto o un mestiere. Ferma il tempo. Cattura un’insegna, uno scorcio di facciata, un brano di manifesto strappato. Da tutto questo si può ricostruire un intero mondo che non c’è più. Ne è convinto Raoul Mancinelli, giornalista e saggista, che ha curato il catalogo della mostra “Economia e società. Il lavoro dei corinaldesi tra ‘800 e ‘900“, visitabile al teatro Goldoni di Corinaldo fino a giugno. Su Radio Duomo Senigallia (95.2 fm) è andata in onda la sua intervista, oggi disponibile anche qui.

La mostra è promossa dall’Archeoclub di Corinaldo. Da anni raccoglie e valorizza materiali e fotografie d’epoca legate alla storia del comprensorio della valle del Misa-Nevola. L’esposizione si concentra sul mondo del lavoro in un arco temporale di grandi trasformazioni sociali, politiche, industriali ed economiche: quello in cui l’Italia periferica iniziava, con fatica e ritardo, ad affacciarsi alla modernità industriale.

Il racconto si concentra sull’economia mezzadrile, che nelle Marche dell’Ottocento rappresentava molto più di un semplice rapporto contrattuale tra proprietario e coltivatore. Era un sistema che strutturava la vita nella sua interezza. Che coinvolgeva tutti i componenti della famiglia. Chi voleva emigrare doveva chiedere il permesso al padrone, perché sottrarre un membro alla famiglia significava sottrarre braccia alla terra. Allora la logica familiare permeava ogni ambito della vita e dell’economia locale. Dall’artigianato al commercio, tutti i settori ruotavano attorno all’agricoltura e questa dettava i ritmi, i vincoli, persino le gerarchie.

Raoul Mancinelli
Raoul Mancinelli

Uno degli aspetti più significativi che Mancinelli mette in luce riguarda la frattura tra mondo rurale e urbano. A Corinaldo, nella seconda metà dell’Ottocento, solo un quarto della popolazione risiedeva nel centro abitato. Il resto viveva in campagna e accedeva raramente ai servizi del paese: si andava in città la domenica per la messa, dal medico in caso di malattia, dal padrone per necessità. Il mercato settimanale era il solo momento che univa le due realtà, il luogo in cui si comprava e si vendeva, certo, ma anche il principale spazio di socialità condivisa.

Proprio da quella frattura nacque la tradizione cooperativistica di Corinaldo. Si proponeva esplicitamente di includere i mezzadri e i piccoli coltivatori, fornendo servizi a categorie tradizionalmente ignorate o respinte. Promossa dal cento più agiato e dal clero locale con una spiccata vocazione solidaristica, diventa il primo ponte strutturato tra la città e la campagna. Nel dopoguerra quella tradizione si consoliderà con la cantina sociale e la stalla sociale, esperienze che hanno lasciato un segno duraturo nell’identità del territorio.

Cosa si è perso in questa trasformazione secolare? La risposta di Raoul Mancinelli è: la dimensione comunitaria, familiare, di prossimità che teneva insieme persone e generazioni. Il mondo iperconnesso ha prodotto un paradosso: siamo più vicini a chi è lontano e più lontani da chi ci sta accanto. Eppure qualcosa si era guadagnato. La disuguaglianza sociale, pur tornando oggi a crescere, ha conosciuto nel ‘900 una significativa compressione.

Tutto questo viene raccontato senza tante parole in una mostra – “Economia e società. Il lavoro dei corinaldesi tra ‘800 e ‘900 – che è stata inaugurata lo scorso 18 aprile. Rimarrà visitabile fino al 21 giugno al teatro Goldoni di Corinaldo. L’iniziativa è promossa dall’Archeoclub di Corinaldo. Il catalogo è curato da Raoul Mancinelli.

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Ospiti a Radio Duomo Senigallia Daniele Onori, Andrea Celidoni e Leonardo Marcheselli, autori della rassegna “Musica e parole: tre decenni di canzoni, storie e curiosità a Senigallia e dintorni”

Senigallia, un tuffo tra musica d’autore, memoria storica locale ed eventi internazionali

Se le mura della biblioteca Antonelliana potessero cantare, probabilmente intonerebbero “Dimmi quando quando quando”. Ma a farlo, a partire da sabato 14 marzo alle ore 17, sarà il maestro Andrea Celidoni, accompagnato dalla narrazione ironica e puntuale di due volti noti della comunicazione locale: Leonardo Marcheselli e Daniele Onori. Prende infatti la rassegna “Musica e parole: tre decenni di canzoni, storie e curiosità a Senigallia e dintorni”, un ciclo di tre incontri che promette di trasformare la memoria collettiva in uno spettacolo multisensoriale. E noi potevamo non intervistarli? Per chi volesse ascoltare la nostra intervista, ecco il lettore multimediale.

Dicevamo di questa rassegna che sarà molto diversa da una conferenza polverosa: il trio (che scherzosamente si autodefinisce di «boomers») ha messo a punto un format che fonde la musica dal vivo con la storia nazionale e internazionale ma anche con la “microstoria” cittadina.

Il primo appuntamento, quello di sabato 14 marzo, sarà interamente dedicato agli anni ’60. Si parlerà della Senigallia regina del turismo (storicamente la “numero uno” in Italia, persino prima di Cortina d’Ampezzo), dei trionfi televisivi a Campanile Sera che incollarono milioni di italiani davanti allo schermo, e di quella volta che Renata Tebaldi interruppe le vacanze per ritirare il Leopardo d’Oro. «Vogliamo affascinare i giovani e far ricordare ai meno giovani come eravamo», spiegano Marcheselli e Onori, coppia già collaudata dall’esperienza radiofonica proprio a Radio Duomo con “Vade Retro”. «Racconteremo perché Rocky Roberts portava sempre gli occhiali scuri e come i ‘musicarelli’ di Gianni Morandi facevano sognare le piazze».

La locandina della rassegna “Musica e parole: tre decenni di canzoni, storie e curiosità a Senigallia e dintorni”

La rassegna non si fermerà alla leggerezza. Nei successivi incontri del 18 aprile e del 16 maggio (sempre in biblioteca Antonelliana a partire dalle ore 17), il racconto toccherà i chiaroscuri degli anni ’70, con le radio libere, l’alluvione del ’76 e le lotte sindacali, fino ad arrivare agli anni ’80, tra la Vigor Senigallia che si ferma a un passo dalla storica promozione in C1 e l’avvento della disco music. 

Il cuore pulsante sarà la narrazione di quei tempi a cura di Leonardo Marcheselli, accompagnata dalla chitarra di Andrea Celidoni, che interpreterà i successi di Battisti, Mogol e i grandi classici internazionali tradotti in italiano. E Daniele Onori? Sarà compito suo svelare i segreti che si celano dietro i testi e le melodie che hanno segnato un’epoca, arricchendo il racconto con molte curiosità.

L’ingresso è libero, senza prenotazione, con un accorato invito alla condivisione tra generazioni: un’occasione per chi quegli anni li ha vissuti di «tornare a casa» e per chi non c’era di scoprire perché Senigallia, oggi come allora, continua ad avere un fascino unico sulla ribalta nazionale.

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La rievocazione storica della Chiave di Cichino a Roncitelli di Senigallia

L’associazione “La Chiave di Cichino” rivitalizza il borgo di Roncitelli tra cultura, storia e tradizioni

Il borgo di Roncitelli, frazione di Senigallia, è in fermento grazie all’impegno dell’associazione culturale “La Chiave di Cichino”, fondata lo scorso febbraio con l’obiettivo di dare nuova linfa al paese. Abbiamo incontrato il presidente Giancarlo Galli per scoprire le iniziative che stanno animando l’estate roncitellese, culminando con la tanto attesa ripresa della rievocazione storica. L’intervista, in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), è disponibile anche qui grazie al lettore multimediale.

Nata circa un anno e mezzo fa, l’associazione di promozione sociale è cresciuta rapidamente, passando da 26 soci iniziali a 75. È un’associazione senza scopo di lucro, che si occupa di promozione culturale, spiega Galli, ricordando che sfrutta i locali dell’ex scuola elementare messi a disposizione dall’amministrazione comunale. Tra i suoi scopi anche il contrasto allo spopolamento dei centri interni e la valorizzazione delle sue peculiarità e tradizioni.

Un inverno di corsi, un’estate di eventi

Durante i mesi invernali, l’associazione non è rimasta inattiva, organizzando con successo corsi di ginnastica posturale, yoga, violino, cucito e ballo, molti dei quali tenuti gratuitamente da residenti del luogo. L’estate si preannuncia altrettanto vivace. Si è già tenuto l’evento “Teatro sotto le stelle” e il 26 luglio sarà la volta del saggio degli allievi del corso di violino, seguito dalla proiezione di una vecchia commedia locale. L’8 agosto sarà un giorno importante con la commemorazione degli 80 anni dalla liberazione di Roncitelli, anche da un punto di vista fotografico e bandistico.

Il ritorno de “La Chiave di Cichino”: un tuffo nel medioevo

Il clou dell’estate sarà la ripresa de “La Chiave di Cichino”, la rievocazione storica interrotta circa 10-12 anni fa per mancanza di persone e fondi, rivela Galli. Anche se in maniera più leggera, verrà riproposta il 31 agosto. L’evento rievoca un fatto storico del 1355, quando il vescovo Ugolino consegnò a Cichino, capitano di giunta, la chiave del castello di Roncitelli. La serata prevede due cortei storici e sarà possibile degustare piatti tipici. Non mancherà un mercatino con i giochi di una volta, per far divertire i più piccoli e riscoprire le tradizioni.

Un centro di documentazione storica: preservare la memoria

Uno dei progetti più significativi è il trasferimento e la riapertura del centro di documentazione storica degli ultimi cent’anni di Roncitelli. Inizialmente ospitato in una casa privata, il centro raccoglie documenti e fotografie che testimoniano la ricca storia del borgo.

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Il professor Ettore Baldetti a Radio Duomo Senigallia

Il percorso di Federico II contro il papa attraverso le Marche: nuova ricerca del prof. Baldetti

Nuova ricerca, nuova pubblicazione e nuovo incontro con il professor Ettore Baldetti. Dopo lo studio sul reale tracciato della via Flaminia per Senigallia e Ancona, il referente della Deputazione di Storia Patria per le Marche interverrà venerdì 28 febbraio, a Serra de’ Conti, presso la sala multimediale del locale Museo delle Arti Monastiche, sul percorso che l’imperatore Federico II di Svevia fece attraverso le Marche nell’estate del 1240.

Agli inizi di agosto del 1240, Federico II, nato a Jesi nel 1194, alla guida del suo esercito ha infatti attraversato le Marche dall’ascolano fino ai confini settentrionali. Lo scopo era punire il papa che lo aveva scomunicato per la seconda volta. Passò attraverso una trafila di centri assoggettati o alleati, come Macerata, Jesi, Cagli e Urbino, per assediare Ravenna, dove giunse il 15 agosto. Il percorso e il ritorno nella città natia, tramandato da memorie considerate delle fantasie, invece è oggi documentato da una ricerca del prof. Ettore Baldetti che Radio Duomo/Voce Misena ha già intervistato in occasione dello studio sulla via Flaminia

Lo studio di Baldetti, già apparso nella rivista storica “Marca/Marche”, 22 (2024), è riedito in una monografia arricchita di prefazione e appendice documentaria, intitolata “Federico II Hohenstaufen di Svevia. La nascita a Jesi e il transito nelle Marche del terzo imperatore venuto «di Soave» (Par. III, 119)” e distribuita altresì dalla libreria UBIK di Senigallia. 

La percorrenza è documentata nelle lettere federiciane già edite nel 1859 nell’ “Historia diplomatica Friderici Secundi” e quindi nei “Regesta Imperii”. Le città delle Marche fedeli a Federico II – anche per l’azione del figlio Enzo, re di Sardegna e vicario imperiale nella Marca – erano Macerata, Jesi, Cagli e Urbino. Dovendo evitare Ancona, città papalina, e la guelfa Senigallia, il percorso più breve passava proprio per Macerata e Jesi, punti d’arrivo di due tappe di circa 35 km, percorribili dall’esercito in una giornata ciascuna. Il tragitto proseguiva poi verso il castello filoimperiale di Montesecco di Pergola, aggirando il potente comune di San Lorenzo in Campo, sede di uno dei tre vicariati della Marca, tribunali pontifici zonali; e lambiva quindi il Cagliese in direzione di Urbino.

In questo tratto, da Jesi doveva quindi necessariamente inoltrarsi lungo la cosiddetta “strada della Contessa”, un percorso rurale romano-antico fra Acquasanta di Jesi e San Fortunato di Serra de’ Conti, fino ad arrivare nella zona del feudo monastico di Barbara e degli insediamenti di Montale di Arcevia e Farneto di Serra de’ Conti. Insediamenti che furono oggetto in quell’anno di un’incursione di soldati federiciani proprio per assicurare il sicuro passaggio dell’esercito imperiale. 

Queste informazioni e tanti altri dettagli saranno al centro dell’incontro di venerdì 28 febbraio, nella sala multimediale del locale Museo delle Arti Monastiche di Serra de’ Conti. Inizio ore 21.

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Fabrizio Chiappetti

Anche un senigalliese nella redazione di “Modernism”: il riformismo religioso che guarda al futuro

Lo scorso 7 novembre, nella biblioteca Antonelliana di Senigallia, si è tenuto un partecipato incontro per il decennale di “Modernism”, una rivista di “storia del riformismo religioso in età contemporanea” di cui si occupa in prima persona un noto cittadino di Senigallia, Fabrizio Chiappetti, docente, giornalista, storico e studioso che abbiamo intervistato nella puntata di “Venti minuti da Leone” in onda mercoledì 20 e giovedì 21 novembre alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre che domenica 24 a partire dalle ore 16:50 (la seconda di tre interviste). L’audio integrale è disponibile anche in questo articolo assieme a un estratto testuale: basterà cliccare sul tasto “riproduci” del lettore multimediale per ascoltare le sue parole.

Partiamo subito da alcune informazioni su di te e su come ti sei approcciato a questa rivista Modernism.
Dopo il liceo, ho studiato filosofia, a Bologna, mi sono laureato nel ‘98, poi ho continuato a studiare facendo un dottorato. Sono diventato un insegnante di italiano, storia e geografia alla scuola media ma ho continuato a mantenere amicizie e legami con alcuni ambienti universitari a Bologna e Urbino, dove ho conosciuto la Fondazione Romolo Murri di cui adesso sono consigliere di amministrazione. 

Di cosa si occupa la Fondazione Romolo Murri?
Parto da un aneddoto. Ho conosciuto don Lorenzo Bedeschi, un grande studioso di storia contemporanea, docente dell’Università di Urbino, ma soprattutto uno storico del mondo cattolico. L’ho conosciuto a Senigallia perché l’amico Franco Porcelli, instancabile animatore della cultura di questa città, organizzò un incontro alle Grazie. Mi piace ricordarlo perché tra poco quel luogo sarà anche finalmente riaperto e restituito alla fruizione di tutti. Nel chiostro piccolo del Convento delle Grazie organizzò un incontro con don Lorenzo Bedeschi e il sottoscritto su un prete modernista, uno degli ultimi grandi eretici per la Chiesa Cattolica, che è stato Ernesto Buonaiuti. Bedeschi è stato il promotore del primo centro studi in Italia del modernismo, nato negli anni sessanta prevalentemente per raccogliere la documentazione su un pezzo di storia del cattolicesimo italiano del novecento. Poi il centro si è trasformato in fondazione Romolo Murri che ha raccolto l’eredità di Bedeschi sia in termini di studi, di interessi scientifici, ma anche e soprattutto in termini documentari. 

Che cos’è il modernismo? 
E’ stato un fenomeno religioso, anche sociale e anche culturale, che ha interessato il mondo cattolico fra otto e novecento. È stato il tentativo di creare un dialogo con la modernità, con le espressioni più mature della cultura moderna, quindi con il progresso scientifico, tecnologico, l’avanzamento dello studio della storia, delle scienze umane, un dialogo che andasse appunto a fecondare quelle parti della teologia, dell’esperienza religiosa che invece erano rimaste arroccate ad una dimensione dogmatica e ad un ancoraggio culturale che ricordava più la chiesa medievale che una chiesa disposta a dialogare con il mondo moderno. Molti studiosi hanno visto nel modernismo, a torto o a ragione, una sorta di anticipazione di quello che poi è stato il concilio vaticano II. 

Sei reduce da un incontro a Senigallia in cui hai presentato “Modernism”: che tipo di pubblicazione è?
Questa è una delle emanazioni della Fondazione di Urbino, una rivista che vuole avere una caratura di livello internazionale, con una dimensione europea e un carattere accademico perché siamo convinti che questa dimensione del dialogo fra aree culturali diverse, talvolta anche materie e metodi diversi, sia un arricchimento reciproco per tutti.

E il riformismo religioso? E’ un tentativo di avvicinarsi al presente, di eliminare alcune posizioni che forse non erano più al passo a quei tempi o è un tentativo della Chiesa di salvarsi, di riuscire a come dire ad avere ancora un po’ di influenza sulle persone, di avere ancora un po’ un ruolo, una parte nella società odierna?
Credo che sia stato, e sia, un po’ l’uno e un po’ l’altro. Ma forse la cosa che mi piace sottolineare è il carattere del coraggio, non bisognava, e dico ancora, non bisogna aver paura della scienza storica o della critica testuale applicata ai testi sacri, perché? Perché comunque quella parte ineffabile della verità e quindi quella che parla al nostro spirito sarà sempre al riparo da qualsiasi critica o contestualizzazione, però quello che dico adesso, che magari può apparire banale e scontato, non lo era in passato, si temeva davvero che questo tipo di confronto andasse verso un appiattimento, una degradazione della verità, di quello che la tradizione definisse il depositum fidei, cioè la fede non può essere declassata, tra virgolette, ad un oggetto di studio. Chi proponeva una visione coraggiosa di riforma aveva questo orizzonte, chi non lo voleva era esattamente quello che stavi dicendo tu adesso, cioè la convinzione che per mantenere una sorta di presa sulla società bisognava utilizzare i metodi moderni, gli strumenti moderni anche di comunicazione, ma evitando di scendere veramente nel confronto e cercando piuttosto di riportare alle proprie convinzioni, ai dogmi, la grande maggioranza della popolazione.

Il numero del 2023 della rivista "Modernism": "Modernizzazione e riformismi nell'Islam (1870-1949)" Ed. Morcelliana
Il numero del 2023 della rivista “Modernism”: “Modernizzazione e riformismi nell’Islam (1870-1949)” Ed. Morcelliana

Il prossimo numero di Modernism sta per uscire. Quando e di che cosa si occupa?
Uscirà spero alla fine di novembre per i tipi di Morcelliana, un editore di Brescia. Sarà dedicato al cattolicesimo del dissenso fra gli anni ‘70 e ‘80, perché questi due decenni sono stati caratterizzati da importanti dibattiti, anche da drammatiche lacerazioni del mondo cattolico, pensando ad alcune storiche battaglie, per esempio sull’aborto o sul divorzio. Poi ancora l’impegno in politica, la questione del voto che andava automaticamente alla Democrazia Cristiana, quando anche però c’erano dei fermenti che nascevano dal dopo concilio e che invece pensavano, interpretavano il cattolicesimo in una ottica diversa, se vogliamo più schierata sinistra. E poi il dibattito sul nucleare e il disarmo. C’è il ritratto di un’Italia che pensiamo di conoscere però c’è una complessità che vale la pena di ripercorrere. 

E nel futuro?
In preparazione ci sarà un bel numero nel 2025. Quello del 2024 sta per uscire sul dissenso cattolico, nel 25 ci sarà un bel numero dedicato alla donna e alla questione femminile nella chiesa contemporanea, quindi sarà un numero con molte voci, molti documenti.

Tu che ruolo hai all’interno di questa rivista?
Il mio ruolo è discutere nelle riunioni di redazione e mi occupo di leggere e di schedare dei libri che ci sembrano interessanti per l’argomento scelto. In passato ho anche pubblicato dei saggi all’interno della rivista, spero di poter tornare presto a scrivere. Io nasco in questo senso come uno studioso di Ernesto Buonaiuti, questo gigante del primo novecento: i miei contributi sono stati orientati alla conoscenza di quest’uomo ed al suo retroterra filosofico.

Dove si può trovare la rivista Modernism?
Sul sito di Morcelliana, si può sia fare un abbonamento alla versione digitale, sia ordinare singolo numero, ma si può ovviamente ordinare in qualsiasi libreria.

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Sergio Anselmi

Senigallia e l’omaggio a Sergio Anselmi a 100 anni dalla nascita

A cento anni dalla nascita e a 21 dalla sua scomparsa, Senigallia sta proprio in questo periodo rendendo omaggio a Sergio Anselmi, attraverso un programma di iniziative cominciato a giugno e che proseguirà fino al 6 dicembre. In questa nuova puntata di 20 minuti da Leone parleremo di questo calendario di eventi ma soprattutto dell’importanza della figura di Anselmi come storico locale e come accademico riconosciuto a livello nazionale. Lo faremo con la professoressa Ada Antonietti, direttrice del Museo di Storia della Mezzadria di Senigallia intitolato proprio a Sergio Anselmi, del quale ha raccolto un po’ il testimone culturale. In questo articolo è riportata solo una (lunga) parte dell’intervista mentre l’audio integrale è possibile ascoltarlo sia cliccando sul tasto “riproduci” del lettore multimediale sia sintonizzandosi sulla frequenza di Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) mercoledì 13 e giovedì 14 novembre alle ore 13:10 e alle ore 20. Un’ulteriore replica sarà infine in onda domenica 17 a partire dalle ore 16:50 (la seconda di tre interviste consecutive). 

Partiamo da un ricordo di Sergio Anselmi dal punto di vista umano, lasciando in questo momento da parte l’aspetto più accademico, l’aspetto più intellettuale.
È una domanda molto difficile perché dare una visione definita di una personalità complessa come quella del professore Sergio Anselmi non è semplice. Perciò vorrei ricordare che nonostante sia morto ormai nel 2003 quindi da molto tempo, viene ricordato da molte persone con molto affetto, con molta stima come se l’avessero lasciato il giorno prima. Ma perché questo? Perché Sergio Anselmi era un uomo dal carattere certamente non facile, però era un uomo rigoroso, intransigente, che sapeva ascoltare le persone e sapeva, soprattutto, anche stare insieme alle persone.

Ci racconti qualche episodio.
Basti ricordare una cosa che può sembrare banale ma che in realtà non lo è. Accanto ai suoi molteplici impegni di studio, di insegnamento, soprattutto d’estate amava nel tardo pomeriggio andare nella libreria del suo amico libraio Fabrizio Marcantoni, poi si sedeva su uno dei tavolini di una pizzeria che una volta c’era lì davanti e lì si fermavano tante persone proprio con il piacere di fargli le domande, anche molto semplici, sul perché di una vicenda storica, sull’etimologia di un nome o anche sulla soluzione di tante curiosità. Era da tutti stimato, le sue spiegazioni non erano mai banali, era uomo dall’ampia cultura, dall’ampia visione dei fatti e delle vicende e non si accontentava mai della risposta semplice, andava sempre al fondo delle cose.

Quindi un punto di riferimento per tanti cittadini, ma anche per il territorio regionale che ha studiato a fondo partendo addirittura dal Medioevo fino a metà del Novecento: perché è importante la sua opera? E’ attuale ancora oggi?
Il professore è stato riconosciuto come uno degli storici più importanti della regione Marche, è un personaggio di levatura internazionale per il quale anche la Regione ha inteso approvare una legge che istituisce la celebrazione del suo centenario perché è stato un intellettuale che ha intanto fatto conoscere le Marche al di fuori dei confini regionali. Si è occupato del periodo storico che per la regione Marche coincide con il passaggio da una economia agricola a una economia legata alla piccola impresa, nascono anche i cosiddetti distretti industriali. In questo contesto il professore riesce a realizzare un’idea che aveva ormai da molti anni, quella di conservare questa tradizione di un’economia agricola con particolare riferimento all’agricoltura mezzadrile: ha realizzato un museo demo-etno-antropologico tra i più importanti d’Italia. 

L’opera di Sergio Anselmi è importante non solo perché analizza il passato e lo sviluppo economico della regione Marche ma anche perché riesce a identificare i caratteri fondanti del mondo contadino e della cultura marinara: la “regione Adriatica” un po’ riassume questo concetto.
Ha portato avanti nella sua opera bibliografica sia la ricerca sul mondo rurale, contadino, agricolo, ma anche sul mare Adriatico inteso come via vai di imbarcazioni, scambi di merci e uomini tra le due sponde, con particolare poi attenzione al ruolo che nel corso delle vicende storiche hanno avuto Venezia, Trieste, Ancona e anche Senigallia: uno dei libri curati da Sergio Anselmi che riguarda Senigallia ha come titolo “Una città Adriatica” e a questo studio va legata anche l’associazione degli Amici del Molo che lui ha contribuito in maniera determinante a far conoscere, permettendo di conservare anche attraverso pubblicazioni fatte insieme e per gli Amici del Molo, le conoscenze e le tradizioni della cultura marinara. Poi tra gli altri temi è importante, ne cito uno, il formarsi dei territori locali.

Ada Antonietti
Ada Antonietti

Oggi siamo un po’ alla fine di questo programma di iniziative per il centenario della sua nascita, in realtà è partito a giugno. Com’è andata finora e cosa prevede nei prossimi appuntamenti?
L’organizzazione vede come protagonisti il Comune di Senigallia, la Regione Marche, il Museo di Storia della Mezzadria e l’Associazione per la Storia dell’Agricoltura Marchigiana. Abbiamo inteso ricordare tanti aspetti della personalità e anche della produzione letteraria del professore Sergio Ansermi partendo da un incontro che c’è stato l’8 giugno “Parlando di Sergio” e di Sergio hanno parlato tanti suoi collaboratori nell’università o anche nella rivista “Proposte e ricerche. Economia e società nella storia dell’Italia centrale” o anche in alcune ricerche che ha portato avanti. Abbiamo voluto che ne dessero un ricordo anche i suoi familiari e questo è stato l’incontro successivo; poi ci sono stati tre incontri nei quali il professore è stato in qualche modo protagonista dei temi trattati. E’ stato molto bello che alcune persone che lo avevano avuto come professore nell’istituto magistrale di Senigallia, in cui insegnava storia e filosofia, o all’università di Ancona o a quella di Urbino o lo avevano conosciuto anche durante la militanza politica del professore all’interno del Partito Socialista – si è allontanato nel 1977 definitivamente dalla vita politica attiva – oppure lo avevano conosciuto anche agli amici del Molo, lo hanno voluto presentare la loro testimonianza, dando un ricordo di grande stima e di grande affetto. E’ riuscito benissimo così come tutti gli incontri, in verità, sono stati molto seguiti: ci auguriamo la stessa cosa accada per gli ultimi tre.

Appuntamenti che si svolgeranno a partire dal 16 novembre…
Sì, partiamo già da sabato 16 novembre un incontro con un relatore di grande prestigio, il professore Franco Amatori, forse il più autorevole esperto della storia dell’impresa in Italia, che riprende in qualche modo quelle che avevamo cominciato a organizzare per nove anni di seguito, poi abbiamo interrotto, le cosiddette “lezioni Anselmi”; questa sarà la ripresa di una tradizione cioè sarà la decima lezione Anselmi. Il sabato successivo, 23 novembre, sarà una giornata anche questa molto interessante perché collaboratori, amici, ricercatori si sono impegnati a scrivere dei nuovi saggi su temi che già a suo tempo Anselmi magari aveva consigliato, su cui aveva fatto scrivere: adesso uscirà un libro che accoglie e contiene i saggi scritti proprio per ricordare Sergio Anselmi nel centenario. Un omaggio di amici, allievi, colleghi. Questi due incontri si svolgeranno nell’auditorium San Rocco la mattina alle 9.30; poi cambiamo sede e andiamo alla rotonda dove venerdì 6 dicembre alle ore 21 ricorderemo l’ultima produzione del professore Sergio Anselmi che diciamo dal ‘96 in poi si cimenta con enorme successo nella narrativa storica e pubblica con la casa editrice Il Mulino quattro libri di racconti storici. Il primo di questi libri, che esce nel ‘96 ed è stato ripubblicato tre volte, si intitola “Storie di Adriatico” e da questo libro l’attore e doppiatore Luca Violini leggerà un racconto diciamo in uno spettacolo di radioteatro e accompagnato alla fisarmonica, organetto e percussioni da Roberto Lucanero.

E poi?
Non è finito qui perché probabilmente in quella giornata avremo modo di presentare anche due pubblicazioni che rientrano in queste celebrazioni del centenario: abbiamo fatto anche la ristampa di una cartella con libro di commenti e stampe, “Sedici stampe senigalliesi”, quelle che il professore pubblicò per il comune di Senigallia nell’arco di circa venti anni, per informare i suoi concittadini sulla importanza e il ruolo della loro città. L’altra pubblicazione, questa è direi nuova nei contenuti e più ricca, è una nuova guida, sarebbe l’ottava, del Museo di Storia della Mezzadria. L’ultima è uscita nel ‘97: questa è arricchita da molti contenuti, oltre che dalla descrizione dei 30 ambienti e percorsi di visita sui temi della mezzadria che costituiscono l’importante museo intitolato nel 2004 a Sergio Anselmi.

Facciamo qualche passo indietro: come ha conosciuto il professor Sergio Anselmi e come è nata la vostra collaborazione che poi è durata per tanti anni praticamente fino alla sua scomparsa?
Ho conosciuto il professore Anselmi in modo del tutto casuale: io già ero docente di italiano e latino al liceo scientifico di Senigallia, a metà anni ‘70, lui era assessore alla pubblica istruzione e cultura. C’era una riunione di docenti di diverse scuole al palazzetto Baviera, allora sede appunto dell’assessorato, e mio padre, il maestro Walter Antonietti, mi chiese di accompagnarlo. Quando Sergio Anselmi seppe che io ero laureata e insegnavo italiano e latino, che quindi potevo avere delle competenze utili per i tanti disegni culturali che lui già aveva in mente, come l’apertura del museo, mi chiese se magari potevo riguardare alcuni testi che lui aveva già scritto. Io accettai e da lì mano a mano mi inserì in tante sue iniziative culturali e queste poi hanno portato anche a essere la segretaria di redazione della rivista “Proposte e ricerche”, a essere la curatrice dell’editing di pressoché tutte le sue pubblicazioni e di partecipare anche alla sua avventura con l’Università di San Marino dove anche lì curai l’editing dei quaderni del Centro di studi storici sanmarinesi. E’ stato poi anche uno dei motivi per i quali potei scrivere diversi articoli che poi il professore pubblicò in tanti suoi libri che ha curato, e per cui il comune di Senigallia affidò a me la gestione del museo alla sua scomparsa nel 2003. Oggi sono 20 anni alla guida di questa realtà.

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Il professor Ettore Baldetti a Radio Duomo Senigallia

«La via Flaminia non passa per Fano, ma per Senigallia». Lo studio del prof. Ettore Baldetti – AUDIO

Puntata dal carattere storico-culturale quella di “20 minuti da Leone” incentrata su un interessante studio con autore il professore Ettore Baldetti, in passato docente al liceo Medi di Senigallia e oggi socio deputato della Deputazione di Storia Patria per le Marche. Un impegno continuo dunque nella conoscenza e valorizzazione della storia. In questo caso di storia locale, ma con rilevanza nazionale: riguarda l’antica Roma, riguarda l’antica Sena (Senigallia) e riguarda la “viabilità” nell’epoca della battaglia del Metauro con i cartaginesi di Asdrubale sconfitti dagli eserciti romani. L’intervista – di cui è presente in questo articolo l’audio integrale – sarà in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) lunedì 7 ottobre e martedì 8 alle ore 13:10 e alle ore 20 con un’ulteriore replica domenica 13 alle ore 16:50.

Professore, a che ipotesi è giunto con uno dei suoi ultimi studi?
L’arrivo a Senigallia, antica Sena, dell’originaria Flaminia, è un argomento che mi ha appassionato fin dagli studi universitari. Sono andato a trovare monsignor Alberto Polverari, lo storico di Senigallia, e poi ho frequentato l’università di Bologna, laureandomi con il professor Nereo Alfieri, docente di topografia dell’Italia Antica. Tra loro c’era una contesa storiografica proprio sulla via Flaminia. Il problema della collocazione del tratto finale della Flaminia è rimasto insoluto nel mio bagaglio professionale, per cui ho voluto dopo decenni dare una mia ipotesi sull’argomento. 

L’ipotesi molto suggestiva è che la via Flaminia passasse per Senigallia, anziché a Fano: da dove nasce l’idea?
Tutto muove da un’opera fondamentale di Gerhard Radke, uscita nel 1961 poi tradotta da Gino Sigismondi in “Vie pubbliche romane”. Si sosteneva che la via Flaminia arrivasse a Senigallia, passando per Camerino e per la valle del Misa. Mentre sulla scorta della più antica attestazione letteraria, quella di Cicerone, la Flaminia passava per Ancona. E poi abbiamo l’unico stradario ufficiale dell’impero romano, cioè l’itinerarium provinciarum Antonini Augusti, con il tragitto che, da Nocera Umbra, passando per Treia e Osimo, arriva ad Ancona e in quell’opera viene definito via Flaminia. L’altro itinerario, quello che passa appunto ancora oggi per il Furlo, Fossombrone e Fano, c’è, ma non ha nessun nome. 

Innanzitutto ricordiamo che la via Flaminia è una via consolare che collegava Roma con la parte nord dell’Italia, si può dire così?
Con la parte nord-est. I romani hanno realizzato questa strada proseguendo nella conquista verso nord-est. Erano arrivati ad Otricoli (Terni) alla fine del IV secolo, a Narni (Terni) nel 299, quindi all’inizio del III secolo avanti Cristo. Poi hanno realizzato la famosa vittoria nella Battaglia delle Nazioni di Sentinum nel 295 e nel 283 fondano la prima colonia delle Marche, cioè Sena Gallica. Che poi non si chiamava ancora Sena Gallica, perché Gallica si chiamerà solo in seguito per distinguerla dalla Sena della Toscana, Siena, per tre secoli si è chiamata Sena. 

Qual è l’ipotesi al momento più accreditata? 
Nel libretto che noi presentiamo, intitolato “Ipotesi sull’originaria Via Flaminia per Ancona e Sena”, che poi distribuiremo in omaggio ai primi dieci che ne faranno richiesta alla redazione di Radio Duomo/La Voce Misena, l’attuale Flaminia io la definisco Flaminia imperiale, cioè sarebbe la Flaminia realizzata o meglio ristrutturata da Augusto, l’imperatore Augusto, nel 27 avanti Cristo, che parla appunto del restauro della Flaminia fino a Rimini. I romani si erano spinti verso nord-est, erano giunti praticamente a Sena nel 283. Nel 232, nel territorio che era stato strappato ai Galli Senoni a seguito della battaglia del Sentino, proprio il console Gaio Flaminio Nepote aveva imposto la ripartizione del territorio conquistato, l’Ager Gallicus, le attuali marche settentrionali e la Romagna meridionale, in piccoli fondi per i piccoli proprietari. Questa riforma è andata in porto. La via Flaminia viene realizzata tra il 223 e il 220, dopo che Gaio Flaminio Nepote nel 225 sconfigge i Galli Insubri della pianura padana. Quindi realizzare una strada, un’arteria dell’importanza della Flaminia non aveva una rilevanza solamente militare, ma anche economica per appunto assicurare una comunicazione di derrate alimentari, di manovalanza con la madrepatria. Quindi come si può pensare che il capoluogo, quantomeno la città più importante, la prima colonia dell’Ager Gallicus, cioè Sena, non venisse collegata e invece si faceva passare la strada più a nord, ai confini col territorio gallico, Galli che erano stati sconfitti ma non sottomessi del tutto, in una zona pericolosa e quasi disabitata, dove non c’erano città intermedie già presenti per assicurare l’assistenza ai viandanti, ai soldati? È una cosa assurda.

Ha altre basi oltre a questa deduzione?
Naturalmente ho altri indizi. Secondo il Radke, ipotesi che si riprende nel mio studio, Fano e Fossombrone vengono collegate nel 177 avanti Cristo, cioè praticamente quando il console che poi ha dato il nome a questa opera, cioè Tiberio Sempronio Gracco, crea questa bretella tra Nocera, secondo quello che io ipotizzo, e Rimini. In teoria questo tratto si dovrebbe chiamare via Sempronia, da cui Forum Sempronii, cioè Fossombrone, che si trova proprio al centro del tragitto. Se andiamo a vedere la distanza tra Fossombrone e Nocera Umbra e tra Fossombrone e Rimini, vediamo che c’è una differenza di soli dieci chilometri. Spostando appunto il centro di 5 chilometri troveremmo proprio il centro geometrico, che però sarebbe all’altezza di Acqualagna, cioè all’imboccatura del furlo, una zona alluvionata. Con il senso pratico romano, invece di costruire quel forum all’ingresso delle gole, lo hanno costruito immediatamente dopo le gole, cioè nell’attuale Fossombrone. Andando a fare un confronto con le grandi strade, le vie pubbliche del III secolo, piena età repubblicana, erano solo 19, come l’Appia e l’Aurelia, che sono le uniche due vie con più di 100 miglia e quindi confrontabili con la Flaminia, queste vie hanno nel punto mediano, quasi al centro geometrico, il forum dedicato al fondatore. Oltretutto queste vie collegavano le città più importanti a quelle portuali, quindi non si vede perché invece la Flaminia dovesse andare così a inoltrarsi in una zona desertica e pericolosa, saltando Ancona e Sena. Ecco questa è una delle ragioni. Poi se andiamo a vedere il punto mediano, anche Sena Gallica rispetto al forum Flammini, che sarebbe il nome che fondatore ha dato il nome al foro, che sarebbe non Foligno ma San Giovanni Profiamma, vicino Foligno, beh la distanza fra i due è di 164 km da Roma, di San Giovanni, e 166 da Senigallia, due chilometri, significa che anche diciamo così la distanza chilometrica che poi si ritrova anche nella distanza in miglia romane, ci dà ragione e conferma questo dato. 

Altri indizi le arrivano dalla toponomastica medievale…
Sì, oggi noi possiamo chiaramente leggere i libri, le pubblicazioni scritte e compilate, curate da don Ruggero Benedicetti, di migliaia di documenti ravennati precomunali o altomedievali. In tutti questi documenti che riguardano i possessi ravennati nel territorio romagnolo marchigiano, quindi proprio nel cuore della Flaminia attuale, solamente due citano il nome Flaminia e per Bargni di Serrungarina, che non è lungo il Metauro, ma è all’interno, pochi chilometri più a nord, quindi semmai è un raccordo, un diverticolo, non è la Flaminia principale. E a nord di Fano non ci sono altre attestazioni della Flaminia sulla documentazione altomedievale, mentre invece a sud è un fiorire, ce ne sono decine qui nel senigalliese, ma anche lungo l’Esino, anche lungo il Sentino, che parlano di Flaminie. Quindi cosa significa? Che la zona a nord di Senigallia ebbe un altro destino, cioè fu un intervento augusteo sceso dall’alto, verticistico, che però non andò ad incidere nella toponomastica e nell’uso popolare dei nomi delle strade.

Uno scenario davvero suggestivo perché rivoluzionerebbe tutto quello che si è sostenuto fino ad oggi.
Sì, infatti. Ma qual è, diciamo così, l’importanza di questa nuova ipotesi rispetto alla battaglia del Metauro? Il punto è questo, Asdrubale, il fratello di Annibale, nel 207 stava scendendo dalla pianura padana con un esercito per portare aiuto e soccorso al fratello che aveva sbaragliato più volte gli eserciti romani, ma che era a corto di uomini e quindi aveva bisogno di rinforzi. Se i due eserciti si fossero uniti, sarebbe stato un vero incubo e quindi la battaglia del Metauro è considerata una delle più importanti, se non la più importante del periodo repubblicano dagli storici romani. Ora i romani attendevano Asdrubale a Senigallia e questo è un dato riportato sia soprattutto da Livio sulla scorta delle fonti più antiche. Bene, se Asdrubale avesse avuto la possibilità con un’arteria di deviare verso l’interno della valle del Metauro perché c’era già la Flaminia e quindi inoltrarsi verso Roma, sarebbe stato un pericolo per Roma. Sicuramente i romani non avrebbero atteso a Senigallia, quantomeno non solo a Senigallia, avrebbero disposto un esercito anche sul basso Metauro. Questo ci dimostra che probabilmente la Flaminia lungo la bassa valle del Metauro ancora non c’era. Semmai c’era solamente questa bretella che però non era la strada più importante: la vera strada era quella appunto che passava per Senigallia. 

Quindi il tracciato attuale sarebbe stato, come dire, in qualche modo imposto dall’imperatore Augusto…
Sì, poi da quel momento tutte le vie, le strade intermedie, i raccordi che noi chiamiamo diverticoli tecnicamente, si chiameranno Flaminie. Non c’è solamente la Flaminia, diciamo, principale, ma tutte le altre si chiameranno Flaminie, a eccezione però di quelle che si trovano a nord del Cesano, quantomeno non ci viene confermato dalle testimonianze. 

Questa ricerca del professor Baldetti si trova in biblioteca ed è acquistabile anche presso la libreria Sapere Ubik di Senigallia, ma i più fedeli ascoltatori di Radio Duomo Senigallia potranno avere una copia omaggio delle dieci che metteremo a disposizione con le varie repliche. Questa puntata, come sapete, sarà in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) lunedì 7 ottobre e martedì 8 alle ore 13:10 e alle ore 20 con un’ulteriore replica domenica 13 alle ore 16:50. Quindi in totale cinque messe in onda, per cui ci saranno in totale dieci copie omaggio grazie all’autore Ettore Baldetti che ringraziamo per i primi dieci ascoltatori che vorranno presentarsi qui a Radio Duomo Senigallia o perlomeno contattarci tramite i canali social o via mail a redazione@vocemisena.it.

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Marina Mancini durante una presentazione del libro "I fratelli Leopardi: ricordi senigalliesi" (Metauro edizioni, 2024)

I fratelli Leopardi a Senigallia: INTERVISTA a Marina Mancini, autrice di un libro sui “vip” nella dinamica città dell’800

Torna l’appuntamento con la rubrica “Venti minuti da Leone” e lo fa con una nuova intervista di carattere culturale e storico. L’ospite di oggi è Marina Mancini, storica dell’arte e insegnante, nonché autrice del libro “I fratelli Leopardi: ricordi senigalliesi” (Metauro edizioni, 2024). Potrete ascoltarla alle ore 13:10 e alle 20 di oggi, mercoledì 18, e domani, giovedì 19 settembre, con un’ulteriore replica domenica 22 a partire dalle ore 16:50. L’audio integrale è disponibile anche in questo articolo dove trovate un estratto della “chiacchierata” con l’autrice.

Come nasce questo libro?
Nasce dalla curiosità di saperne di più di questo nipote senigalliese dei marchesi Baviera. Avevo letto della parentela di Giacomo Leopardi e sono andata a indagare sulle tracce del poeta in città. Ciò mi ha portato a scoprire una serie di intrecci, con personaggi, luoghi ed eventi della Senigallia dell’800.

Chi è Marina Mancini?
Sono storica dell’arte e insegno questa bellissima materia che mi spinge a un lavoro di divulgazione e valorizzazione di questo territorio. Mi sono appassionata della storia della nostra città, dei monumenti, delle opere d’arte e delle famiglie nobili. La ricerca è partita dalla famiglia Baviera e dal tesoro del palazzetto con gli stucchi del 1560 di Brandani.Tra le altre cose, sono stata tra i fondatori di Radio Duomo molti anni fa.

Ti sei occupata quindi dei passaggi dei fratelli Leopardi a Senigallia…
Si, sono i primi decenni dell’800, quando Senigallia, vuoi per il teatro vuoi per la fiera, era molto dinamica ed era molto attrattiva, portando in città tante persone illustri ma anche merci pregiate e particolari. Una città all’avanguardia anche per i primi bagni elioterapici.

Che collegamento quindi tra gli stucchi di Brandani e i componimenti di Leopardi?
Non posso dire con certezza che Giacomo Leopardi si sia ispirato agli stucchi del Brandani ma possiamo immaginare la sua meraviglia quando, contrariato del fracasso della fiera, si è rifugiato nella dimora degli zii. Lui conosceva i classici. Come non pensare al dialogo tra Ercole e Atlante con la critica alla società coeva? O al componimento per le nozze della sorella Paolina che, pur essendo precedente al primo viaggio documentato di Giacomo a Senigallia, in realtà ha dei punti di contatto con la lunetta nella sala della Roma repubblicana a palazzetto Baviera con la vicenda della giovane Virginia.

Come si è sviluppato il tuo lavoro di ricerca?
Innanzitutto mi sono approcciata all’archivio della famiglia Baviera, poi a quello di casa Leopardi dove ho trovato delle lettere che Tommaso Baviera, il cugino di Giacomo, si scambiava con i fratelli Leopardi, come quella del 1836 sul fatto che quell’anno non si tenne la fiera per via della peste, con danno economico per la famiglia che affitta abitazioni e magazzini ai commercianti, oltre alla vendita del grano. Grano che viene ricordato negli stucchi stessi, dove compiano stralci vegetali come le spighe di grano.

Pio IX c’entra in questa storia?
Si interseca con queste vicende delle famiglie Baviera e Leopardi: la madre di Pio IX è stata madrina di una delle figlie di Romualdo Baviera, zio di Giacomo Leopardi. Al futuro pontefice, tramite il segretario di Stato Ercole Consalvi di cui ricorre il centenario della morte, ricorreva Leopardi per un incarico alla biblioteca vaticana che lo affrancasse dal paese natìo.

Un intreccio di storie che si possono leggere tramite le varie librerie in cui è possibile richiedere il libro “I fratelli Leopardi: ricordi senigalliesi”, disponibile anche on line su Metauro Edizioni. Per quanto riguarda le presentazioni, dopo gli appuntamenti di Pesaro e Recanati, ci sarà un appuntamento il 29 settembre alla rocca roveresca di Senigallia, poi al museo Nori de’ Nobili a Trecastelli.

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Corinaldo, scoperta in zona Nevola una nuova tomba con numerosi oggetti, databiole intorno al VII secolo a.c.

Corinaldo, il sottosuolo “regala” altri tesori in zona Nevola: riscoperta una nuova tomba

Corinaldo, scoperta in zona Nevola una nuova tomba con numerosi oggetti, databiole intorno al VII secolo a.c.

Nel 2018 la scoperta di una tomba picena relativa a un personaggio di alto livello. Nel 2024 un nuovo ritrovamento permetterà di valorizzare ancora di più l’area Nevola, a Corinaldo, dove è stato recentemente rinvenuta una nuova tomba principesca databile al VII secolo a.C. E’ il risultato dell’ultima campagna di scavi portata avanti dall’Università di Bologna (Dipartimento di Storia Culture Civiltà) in accordo e collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Ancona e Pesaro Urbino.

Il lavoro ha permesso di riscoprire una fossa quadrangolare di notevoli dimensioni contenente oltre 150 oggetti e posta all’interno di un grande fossato circolare del diametro originario di 30 m. Particolarmente rilevante è la presenza di un carro a due ruote e di un prestigioso set di oggetti in bronzo, fra cui spiccano un elmo e numerosi contenitori finemente decorati. L’insieme dei reperti rimanda all’ambito del banchetto, con fascio di spiedi e ascia in ferro per il trattamento delle carni e cospicuo vasellame per contenere e servire cibi e bevande.  

Dopo il  “Principe di Corinaldo” dunque un nuovo capitolo potrebbe riscrivere la storia della comunità picena che viveva nell’area Nevola, con una necropoli, di cui è già stata indagata e parzialmente esposta una prima tomba. Le nuove acquisizioni confermano l’importanza del sito di contrada Nevola, specie per la ricostruzione storica del popolamento più antico del territorio. 

Soddisfatta e fiduciosa l’amministrazione comunale corinaldese che spera di poter far riemergere altri tesori dal sottosuolo per poter valorizzare ancora di più l’area. Nel cui futuro si inizia a stagliare una vera e propria area museale.

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Corinaldo, scoperta in zona Nevola una nuova tomba con numerosi oggetti, databiole intorno al VII secolo a.c.

Un viaggio nella storia per scoprire chi abitava Mondolfo e Marotta

Gli abitanti di Mondolfo nell’Italia che cambia” è questo il titolo del volume che sarà presentato nel complesso monumentale di Sant’Agostino sabato prossimo 10 febbraio 2024 a Mondolfo. Uscito nella prestigiosa collana dei Quaderni del Consiglio della Regione Marche il libro, scritto da Sergio Anniballi col patrocinio del Comune, si inserisce nel lavoro di ricerca condotto dall’Archeoclub d’Italia sulla storia del Comune rivierasco.

Il percorso storico che segna l’evoluzione del Comune di Mondolfo, dall’Antico Regime sino alla società appena di ieri, diventa il leitmotiv per fornire una ricchissima mole di dati, soprattutto in relazione agli abitanti di Mondolfo e Marotta, del loro lavoro, del loro stato civile e tanto, tanto altro ancora. Ricerca certosina e puntuale quella che il socio Archeoclub Sergio Anniballi – autore di vari saggi – ha potuto realizzare, ricca di commenti e ulteriori informazioni fondamentali per comprendere situazioni e dinamiche nella storia di medio e lungo periodo. Una fonte inesauribile per la ricerca, una lettura per chi vuol comprendere ieri ed incamminarsi sul domani.

Ad intervenire, alle ore 16.30, saranno il Presidente del Consiglio Regionale delle Marche Dino Latini e con lui il Sindaco di Mondolfo Nicola Barbieri, il Consigliere con delega alla cultura Even Mattioli e l’Autore del quaderno. L’evento è a partecipazione libera.

Per informazioni: www.castellodimondolfo.it .

A.B.

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Villa Torlonia a Senigallia, agosto 2023

Senigallia: dopo la petizione anche una proposta per salvare la storica Villa Torlonia

Villa Torlonia a Senigallia,  agosto 2023
Villa Torlonia a Senigallia, agosto 2023

Non c’è solo una petizione on line a testimoniare l’attaccamento della città a villa Torlonia; ora arriva anche una proposta di revisione del progetto di riqualificazione che potrebbe mettere d’accordo sia la proprietà alle prese con l’idea di demolire e ricostruire, sia la comunità senigalliese che vorrebbe salvare almeno il nucleo storico dell’edificazione e con essa la memoria di ciò che fu.

Ma andiamo per ordine. Lo scorso febbraio si è venuti a sapere del disegno urbanistico su villa Bonaparte Torlonia: l’antica residenza senigalliese situata in via Raffaello Sanzio (FOTO in alto allo stato attuale, Ndr), risalente al primo ventennio dell’Ottocento, dovrebbe essere abbattuta per volontà di una società immobiliare romana proprietaria dell’edificio che vi vorrebbe costruire un complesso residenziale. A tal proposito sono state ottenute dalla Soprintendenza dei beni culturali e ambientali e dall’amministrazione comunale le autorizzazioni a procedere. La levata di scudi di un gruppo di cittadini ha per il momento permesso una pausa di riflessione se non altro per informare di ciò che la villa ha significato per la città.

Durante l’ultimo periodo prima dell’abbandono è stata la sede di un convento, quello delle Suore della Carità, ultime custodi; precedentemente fu proprietà della famiglia di Leopoldo Torlonia (sindaco di Roma nonché sindaco onorario di Senigallia e Pesaro, il cui fratello era il consuocero del re di Spagna). Ma più indietro nel tempo, l’edificio fu legato alla famiglia di Luciano Bonaparte, come ricordano Riccardo Marletta e Elena Bonazza, due studenti di Senigallia che hanno approfondito l’argomento: «Luciano e la moglie Alexandrine de Bleschamp ebbero un rapporto privilegiato con Senigallia. Quest’ultima vi abitò fino alla fine dei suoi giorni, nel 1855, dopo essere divenuta la zia del nuovo imperatore di Francia, Napoleone III. Luciano Bonaparte, fratello dell’imperatore Napoleone, fu attivo già durante i moti rivoluzionari francesi del 1789, al seguito di Robespierre, entrò a far parte del Consiglio dei Cinquecento e, dopo il colpo di stato nel 1799, facilitò l’impresa politica del fratello. In seguito, dopo la sua esperienza di ambasciatore in Spagna, Luciano Bonaparte ruppe temporaneamente i contatti con Napoleone stesso, in quanto non aveva rispettato gli ideali repubblicani che stavano alla base della sua ascesa al potere. Il minore dei fratelli Bonaparte morirà nel 1840 nel feudo di Canino, nel viterbese, dopo aver vissuto una vita all’insegna dell’impegno politico e degli interessi nel campo dell’archeologia e della scienza».

Dunque un passato rilevante per un’abitazione che ora è al centro di un progetto di profonda trasformazione: la società immobiliare prevede la sua demolizione e la realizzazione al suo posto di un complesso residenziale che un gruppo di cittadini vorrebbe evitare, non tanto per una possibile speculazione edilizia, quanto per salvaguardare quella memoria storica che legò Senigallia alla Francia dei Napoleone. Da qui la petizione sulla piattaforma Change.org indirizzata al sindaco di Senigallia Massimo Olivetti, al vicesindaco Riccardo Pizzi e a tutte le associazioni culturali della città.

Al fianco dei due studenti si sono poi schierate altre personalità cittadine come Ettore Baldetti, Gabriela Osti Solazzi, Leonardo Badioli, Franco Porcelli e Nino Bucci che hanno portato avanti un altro aspetto. Nell’ottica di salvaguardare la residenza napoleonide senigalliese di Villa Torlonia, «vero luogo della memoria europea», i firmatari della petizione hanno avanzato una “proposta di revisione progettuale, la quale, «senza far perdere alla proprietà privata alcuna disponibilità abitativa, fa guadagnare alla società immobiliare dei volumi edilizi e alla collettività un nuovo centro di attrazione storico-turistica». La nuova proposta, inviata al sindaco di Senigallia, mira a salvare dalla distruzione quella porzione centrale di Villa Torlonia, riferibile nella sua componente strutturale originaria al possesso di Luciano Bonaparte corredata dalle artigianali palificazioni per la legatura dei cavalli, da un tavolino marmoreo adornato con scacchiere e da un’antica fontana, presenti nel retrostante cortile alberato.

Secondo Leonardo Badioli, Ettore Baldetti, Nino Bucci, Riccardo Marletta, Gabriela Osti Solazzi e Franco Porcelli è possibile attuare il salvataggio della porzione della villa «a costi pressoché azzerati, fruendo di eventuali contributi pubblici, senza precludere alcuna disponibilità abitativa alla società immobiliare proprietaria». Questa perderebbe alcuni parcheggi ma avrebbe a disposizione «nuovi volumi edilizi da gestire in proprio o mettere eventualmente a disposizione della collettività anche tramite una convenzione per uno spazio museale: potrebbe ospitare, oltre ad ambienti didattico-rievocativi sui napoleonidi nel senigalliese durante i moti risorgimentali e il pontificato di Pio IX, anche un museo civico» in cui far convogliare «preziosi cimeli locali altrimenti per lo più destinati a fuoriuscire da Senigallia, per essere accolti in altri musei o nel mercato antiquariale». I proponenti auspicano un contatto veloce con la proprietà prima che venga iniziato l’iter demolitorio.

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Villa Torlonia a Senigallia, agosto 2023
Villa Torlonia a Senigallia, agosto 2023

Tina Anselmi, un’idea di giustizia nata dalla Resistenza.

Nel giorno della Festa della Liberazione Rai1 propone il film tv dedicato a Tina Anselmi. Partigiana, sindacalista, deputata e prima donna ministro della Repubblica italiana. La storica Alba Lazzaretto su “La voce dei Berici” traccia i contorni di questa “gigante” della politica italiana, alla quale si devono molte leggi sulla parità nel lavoro tra uomini e donne, il varo del Servizio sanitario nazionale e l’inchiesta sulla loggia P2 che ha fatto luce sua una delle trame italiane più intricate e oscure.

Chi era la giovane Tina Anselmi?
Una ragazza di paese nel cuore del Veneto bianco. In città, a Castelfranco, vi era una presenza notevole di socialisti, ma fuori le mura, nelle campagne, erano in prevalenza cattolici. Lei cresce al confine tra questi due mondi, nell’osteria della nonna, l’unico luogo con una stufa sempre accesa in inverno che le permetteva di studiare al caldo. La nonna era una figura interessantissima: vedova da giovane, madre di tre figli, ha preferito emanciparsi dalla famiglia del marito e avviare un’attività tutta sua.

Cosa ha inciso nella sua formazione giovanile?
La forte religiosità della nonna, il catechismo, l’Azione cattolica. L’assistente don Luigi Piovesan le farà da guida spirituale durante la Resistenza. Ma anche alcuni esempi di menti libere: il padre socialista, che aveva la tessera firmata da Matteotti e periodicamente veniva maltrattato pubblicamente dai fascisti, e l’anarchico Pacifico Guidolin, fratello della sua maestra e fondatore di una scuola popolare.

Un evento cruciale per la sua vita è l’impiccagione dei martiri del Grappa, il 26 settembre 1944 a Bassano.
Vedere i morti impiccati e discuterne in classe – frequentava le magistrali dalle canossiane a Bassano – la convince a entrare nella Resistenza, sostenuta anche dall’ambiente cattolico di allora, vivace e popolare, non appiattito sul regime. Le due diocesi in cui vive, peraltro, erano le uniche in Veneto rette da due vescovi che non erano in buoni rapporti con il fascismo: Rodolfi a Vicenza e Longhin a Treviso. A parlarle della Democrazia Cristiana per la prima volta fu padre Mario Meneghini, un frate carmelitano cacciato da Venezia per le sue prediche antifasciste. I capi partigiani che frequenta vedevano nella Resistenza l’occasione di una nuova giustizia sociale. E la Dc era il partito che se la poneva come obiettivo senza rivoluzioni.

Come arriva alla politica?
Dall’attività sindacale, soprattutto in favore delle donne e in particolare delle lavoratrici nelle filande, che immergevano le mani continuamente nell’acqua bollente. Viene eletta per la prima volta alla Camera nel 1968, si impegnò a fondo in molti progetti di legge: ne presentò come prima firmataria 54, ne firmò ben 475; non era una parlamentare che stava a scaldare la sedia.

Come si collocava tra le correnti Dc?
La chiamavano “la Tina vagante”, non era inquadrabile in nessuna corrente, anche se era molto amica di Moro e potremmo definirla “morotea”. Era aperta ad un alleanza con il Psi perché la Dc non fosse condannata a governare e per liberare i socialisti dall’egemonia del Pci. Moro venne ucciso per queste idee e, poco prima di venire rapito, le disse: “Non si sa in quale abisso stiamo cadendo”.

Con l’inchiesta sulla loggia P2 la Anselmi guardò a lungo in quell’abisso.
Dovette interrogare tutti i compagni di partito, scoprì che molti erano implicati nella P2 e ricattabili. La sua relazione al Parlamento venne pronunciata in un aula semi deserta. Anni dopo le chiesero che fine avevano fatto gli iscritti alla P2 e la sua risposta fu: “Se non sono morti sono ancora tutti lì”.

Come finì la sua carriera politica?
Nel 1992 la Dc la candidò a Conegliano per mettere nel “suo” collegio di Castelfranco, blindatissimo per merito di Tina, Bernini, “il doge”, potentissimo presidente della Regione che aveva iniziato a ricevere i primi avvisi di garanzia. Tina non venne eletta e si ritirò dalla politica. Stava per esplodere l’inchiesta Mani pulite. E le mani di Tina, pulite lo furono sempre, come la sua coscienza.

a cura di Andrea Frison

La locandina della mostra itinerante promossa dall’Istituto Gramsci Marche “1922. L’occupazione fascista delle Marche”

Anche a Senigallia fa tappa la mostra itinerante sul fascismo promossa dall’istituto Gramsci Marche

La locandina della mostra itinerante promossa dall’Istituto Gramsci Marche “1922. L’occupazione fascista delle Marche”
La locandina della mostra itinerante promossa dall’Istituto Gramsci Marche “1922. L’occupazione fascista delle Marche”

Farà tappa anche a Senigallia l’evento “1922. L’occupazione fascista delle Marche”, mostra itinerante promossa dall’Istituto Gramsci Marche in collaborazione con il ministero dei Beni Culturali, la regione Marche, il Circolo Gramsci “Carlo Mengucci” Senigallia e l’Anpi. Dopo aver preso posto a Tolentino e Jesi, l’esposizione vedrà una nuova e temporanea sede alla galleria Expo-ex di Senigallia, dal 1° al 6 marzo 2023, dalle 17,30 alle 19,30. Lascerà poi la spiaggia di velluto per portarsi a Fossombrone, Fano ed infine Ancona.

La mostra è un evento culturale perché non espone solo dei documenti di archivio, ma insieme a immagini fotografiche e sintesi storiche ricostruisce le tappe fondamentali che hanno portato alla definitiva fascistizzazione della regione marchigiana prima della marcia su Roma del 28 ottobre 1922. In aggiunta, in ogni città visitata è presente una sezione documentale dedicata alle vicende locali.

Il progetto si è avvalso della raccolta e rielaborazione, secondo criteri scientifici, dei documenti provenienti dagli archivi delle Questure di Macerata, Ancona e Pesaro, ora riversati presso l’Archivio di Stato delle rispettive province e presso l’archivio di Stato di Roma, nonché della consultazione di collezioni private.
Info: istitutogramscimarche.it/3725/1922-loccupazione-fascista-delle-marche/.

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campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau

Giorno della Memoria, le iniziative a Senigallia e vallata

campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau
Foto: Pixabay.com

Sono diversi gli appuntamenti nella vallata tra Senigallia e Arcevia per celebrare venerdì 27 gennaio 2023 il Giorno della Memoria. Momenti e spunti di riflessione che passano attraverso incontri, proiezioni, spettacoli, letture e testimonianze sull’olocausto, la Shoah, sulle leggi razziali e su quel periodo buio del nazifascismo.

Senigallia prende corpo la maggior parte delle iniziative per il Giorno della memoria grazie anche a un comitato ad hoc nato ufficialmente lo scorso anno e composto da Comune di Senigallia, Comunità ebraica di Ancona, Diocesi di Senigallia e Scuola di Pace ‘V. Buccelletti’. La tradizionale celebrazione nella sinagoga senigalliese è stata anticipata a giovedì 26 gennaio 2023,  per rispettare il sabato ebraico (che inizia nel tramonto del venerdì). Alle 18 gli interventi di Amos Zuares – Comunità ebraica di Ancona; Massimo Olivetti – sindaco di Senigallia; Franco Manenti – vescovo diocesano. Seguirà una lettura di Salmi. Sarà poi Paride Dobloni, storico della Shoah, a proporre “Anna Frank. Quando la storia di una bambina diventa la nostra storia”. La conclusione è affidata all’Istituto comprensivo Senigallia –Marchetti, con un intervento musicale dal titolo ‘Cara Anna’. La mattina del 27 gennaio, alle ore 11 nell’aula magna del liceo scientifico “Medi” si terrà l’incontro promosso dall’ANPI di Senigallia con lo scrittore Salvatore D’Antona, che presenterà il romanzo “Perla” (edizioni “L’orto della cultura”, 2016) sulla storia di una maestra di pianoforte rumena sopravvissuta al lager di Auschwitz-Birkenau. Il pomeriggio del 27 gennaio si apre alle 15.45 con il film ‘Anna Frank e il diario segreto’ di Ari Folman, al cinema ‘Gabbiano’ (posto unico 5 euro). Alle 17.30, il grande schermo farà spazio alla proiezione del documentario ‘Siamo qui, siamo vivi’. È un film di straordinaria importanza che racconta la storia dei Giusti e dei salvati nel Convento del Beato Sante di Mombaroccio (Pu): in questo luogo infatti trovarono rifugio centinaia di persone in fuga dalle persecuzioni e dalla violenza, oppositori politici, ebrei, perseguitati dal regime. Qui, però, ad un certo punto anche l’esercito tedesco decide di posizionare un suo comando. Frati francescani, rifugiati e soldati tedeschi si trovano tutti sotto lo stesso tetto, nei giorni più violenti della Seconda Guerra mondiale. Una convivenza dagli esiti sorprendenti e inattesi che abbiamo potuto conoscere grazie alla ricerca del giornalista pesarese Roberto Mazzoli, raccolta nel libro ‘Siamo qui, siamo vivi’. Da quelle pagine è nato questo documentario che verrà presentato in prima visione a Senigallia. All’evento partecipano Daniele Ceccarini – regista; Arman Julian – produttore; Emanuele Petrucci, sindaco di Mombaroccio (Ingresso libero). La sala cinematografica darà poi spazio ad alcuni lavori realizzati dalle scuole cittadine (V classi della primaria, scuole medie, biennio delle superiori) coinvolte nelle attività proposte dal Comitato ‘Giorno della Memoria’ in occasione della proiezione del film ‘Anna Frank e il diario segreto’: il foyer del ‘Gabbiano’ diventa un vivace e colorato spazio espositivo di disegni, riflessioni, scrittura. Le voci dei giovani autori ci porteranno nel vivo delle attività che hanno dedicato alla famosa autrice del Diario. Alle 21.15, al cinema ‘Gabbiano’, il film ‘Le vele scarlatte’ di Pietro Marcello (posto unico 7 euro). Sempre a Senigallia domenica 29 gennaio, alle 21, Benedetta Tobagi, storica e scrittrice di grande sensibilità e bravura, presenterà all’auditorium ‘San Rocco’ di Senigallia il suo libro ‘La resistenza delle donne’, in un evento promosso in collaborazione con la sezione ANPI di Senigallia. L’autrice restituisce una sorta di ‘album di famiglia’ della Repubblica, in cui sono rimesse al loro posto le pagine strappate o sminuite che vedono protagoniste le donne nella più ampia lotta per la libertà. In occasione del giorno della memoria al Teatro Nuovo Melograno andrà in scena sabato 28 gennaio alle ore 21 e domenica 29 alle ore 17.30 “La Luna è come una grande lanterna”, uno spettacolo che accompagna lo spettatore nella surreale messa in scena che la propaganda nazista imbastì per risultare pulita agli occhi del mondo, mentre i bambini e i ragazzi sopravvivevano in una situazione di estremo pericolo ogni singolo istante, cercando un barlume di normalità in un mondo che inesorabilmente scendeva nelle tenebre più totali. E’ la storia vissuta a Terezín, campo di concentramento a 60 km da Praga, un ghetto pieno di bambini e ragazzi. Tra il 16 agosto e l’11 settembre 1944, tutti prigionieri del campo dovettero collaborare alla realizzazione del filmato. Finito il film, la maggioranza fu deportata per morire ad Auschwitz. Informazioni e prenotazioni: 366.9537527 o prenotazioni.nuovomelograno@gmail.com. La rassegna senigalliese terminerà sabato 4 febbraio, alle ore 17 all’auditorium ‘San Rocco’ dove verrà presentato ‘Il campione e la bambina’, il libro scritto da Paolo Mirti e promosso in collaborazione con gli ‘Amici della bici’ di Senigallia. Il campione è un famoso ciclista che ha già vinto il Giro d’Italia e il Tour de France, Gino Bartali: nascondendo nel sellino della sua bicicletta documenti falsi, diventa il postino degli ebrei. La bambina è Lea, una tredicenne ebrea costretta a inventarsi un’altra identità per sfuggire ai campi di sterminio. L’autore ne parlerà con il giornalista Matteo Massi.

Anche Arcevia celebra il 27 Gennaio 2023, Giornata della Memoria con due appuntamenti: il primo alle ore 17 sarà “Cuori della Memoria – La Shoah raccontata ai bambini”, attività didattica per bambini 7/9 anni; alle 21 invece “Storie degli Internati Militari Arceviesi”, a cura di A.N.P.I. Arcevia e con il patrocinio del Comune di Arcevia. 

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Foto: Pixabay.com

Due gli appuntamenti a Corinaldo per celebrare la Giornata della Memoria: venerdì 27 gennaio al Teatro Goldoni ci sarà la proiezione di “Jojo Rabbit”. Il film del 2019 narra le vicende di Jojo, seguace del regime nella Germania nazista, che cambia il suo modo di vedere il mondo quando scopre che sua madre nasconde una ragazza ebrea in soffitta. Sono previste due proiezioni: alle 9.30 riservata alle scuole e alle 21.15 aperta al pubblico. La proiezione è organizzata in collaborazione con Altrove Cinema Nomade. Domenica 29 gennaio si torna a teatro alle ore 17 per lo spettacolo “La bottega dei fili” della Compagnia Acchiappasogni – Teatro dei Bottoni. Lo spettacolo, adatto a bambini dai 5 agli 8 anni, è ispirato al racconto “La shoah spiegata ai più piccoli” di Paolo Valentini e Chiara Abastanotti edito da Becco Giallo. La storia è quella di una sarta che cuce abiti da sposa in tranquillità e armonia. L’arrivo in città di un nuovo sindaco-generale, tirannico e crudele, sconvolge il lavoro della sarta, esiliata e privata dei suoi attrezzi di lavoro, destinati ad essere fusi per produrre nuove forbici fedeli al sindaco stesso. Cosa succederà agli aghi, alle spille e ai bottoni? Lo spettacolo utilizza una tecnica mista di messa in scena, teatro d’attore e teatro di figura. L’utilizzo di oggetti animati, pupazzi, caratteri, consente di trattare un argomento doloroso, come quello della Shoah, con delicatezza e poesia, attraverso immagini metaforiche. Tutti gli appuntamenti sono ad ingresso gratuito. Info e prenotazioni: 338-6230078.

A Serra de’ Conti la cittadinanza è invitata a partecipare all’incontro pubblico presso il “Posto delle Parole”: venerdì 27 gennaio, alle ore 21, proiezione di documentari d’epoca e testimonianze. «Ricordare deve diventare un bisogno, oggi più che mai, per nutrire la pace e la giustizia» è il monito dell’amministrazione comunale serrana che ha promosso l’evento per il Giorno della memoria 2023.

Infine a Trecastelli, sempre in occasione del Giorno della Memoria, è stato organizzato un evento “Letture tratte dagli scritti di Primo Levi” che si svolgerà online, a cura di Alessio Messersì. Sarà trasmesso dal Villino Romualdo alle ore 11.15 in live streaming sulla pagina Facebook della biblioteca comunale Trecastelli. L’evento si aprirà con i saluti istituzionali del sindaco Marco Sebastianelli e sarà rivolto agli studenti di alcune classi della scuola primaria e della secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo “Nori De’ Nobili”. La mattinata sarà un momento per commemorare le vittime dell’Olocausto. Tutta la cittadinanza è invitata a collegarsi e a partecipare.

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