Grande dibattito, più che legittimo, sulla regolamentazione dell’uso degli smartphone da parte dei e delle minorenni, considerando le ricadute psicologiche e relazionali che derivano dall’eccessiva frequentazione dei social network. Forse, a giudicare dal tenore di post e commenti da parte del ‘pubblico adulto’ viene da pensare che il divieto dovrebbe riguardare proprio questa avvilente e consistente platea digitale. Scritti spesso in un italiano improbabile, violenti, incapaci di farsi un’idea ragionata di quanto si discute, questi interventi hanno il potere di ammorbare l’aria e di mettere in vetrina la peggior versione degli esseri umani. Non ci stancheremo mai di leggere e rileggere le parole del semiotico Umberto Eco – eravamo nel 2015, figuriamoci se fosse ancora vivo – quando diceva: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Con la speranza di non far parte di queste infinta legione.
“Bravo!”, “Onore ai lottatori”, “Ce ne vorrebbero a decine per fermare questi nullafacenti”. Sono alcuni dei commenti comparsi sui social a sostegno di un’aggressione avvenuta nei giorni scorsi a San Benedetto del Tronto, ripresa in un video virale. Lo racconta un editoriale del giornale diocesano “L’Ancora”, che si interroga sul perché “un gesto di violenza viene oggi applaudito da così tante persone”, individuando la causa in “un sentimento diffuso di paura, inquietudine e insicurezza”. È intervenuto il sindaco Nicola Mozzoni, prendendo le distanze da quanto accaduto. Secondo la ricostruzione, lo stato di alterazione del cittadino iracheno coinvolto – comportamento che il giornale sottolinea “non giustifica in alcun modo” – sarebbe seguito allo sgombero di un accampamento, nel corso del quale sarebbero finiti tra i rifiuti anche zaino, documenti ed effetti personali. “Allontanare una persona senza offrirle alcuna alternativa significa, spesso, limitarsi a spostare il problema di qualche centinaio di metri”, osserva l’editoriale, che rilancia la richiesta di un commissariato in città. “La sicurezza non nasce dalla vendetta, dall’odio o dall’esaltazione dell’uomo forte di turno”, ma “da istituzioni presenti, credibili ed efficienti”. Il testo richiama le parole del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme: “La pace è anche una cultura”. “Quando la paura prende il posto dello Stato – conclude ‘L’Ancora’ – nessuno è davvero più al sicuro”.
Se la guerra è sempre una totale follia – dovremmo ormai averlo capito, tanto più quando abbiamo accumulato così tanta storia violenta – ne avvertiamo ancora di più l’assurdità quando la natura sconvolge piani e deliri di onnipotenza dei prepotenti di turno. Il terribile terremoto in Venezuela, le centinaia di morti provocate dal caldo estremo in Europa, le inodazioni nel Sud del mondo (queste, si sa, ci interessano meno), l’epidemia di Ebola nell’Africa centrale (fuori da ogni radar mediatico) rimettono in fila scelte e priorità e dimostrano tutta la stupidità assassina di chi affida alle armi l’incapacità di immaginare ed agire per un mondo pacificato, un mondo che appartiene a tutte e tutti. Avremo imparato l’ennesima lezione?
Tra le tante cose apprezzabili di Senigallia c’è anche il continuare ad utilizzare parole come ‘bagni’ o ‘stabilimento balneare’ per indicare il pezzetto di spiaggia attrezzata scelta per rilassarsi in riva al mare. In altre zone, anche della nostra regione, da tempo si usa invece la parola ‘chalet’, mutuando il francesismo di origine svizzera, così descritto dall’Enciclopedia Treccani: “chalet (šalè〉 s. m., fr. [dallo svizzero romanzo chalet «capanna di pastori», a sua volta da una voce preromana *cala «rientranza, riparo»]. – Piccola villa di forme architettoniche semplici e spesso rustiche, costruita in legno o pietra, destinata ad abitazione temporanea, per villeggiature, brevi gite, attività sportive, soprattutto in località montane”. E’ vero che la lingua è un organismo vivente, continuamente soggetta a ibridazioni, che bisogna essere aperti e pronti alle evoluzioni semantiche. Saremo antichi (o vintage!), ma gli chalet ci piace di più continuare ad associarli alle fresche e verdi montagne. I buoni, vecchi cari ‘lidi’, ‘bagni’, ‘stabilimenti balneari’ che fanno la nostra piccola, grande storia, forse non passano mai di moda. Forse.
“Dio sta preparando una grande primavera cristiana di cui già si intravede l’inizio”. Con queste parole Roberta Carta, ricercatrice di Alpha, ha concluso il suo intervento al 29° convegno nazionale di Pastorale giovanile Cei a Brindisi, presentando i dati della ricerca internazionale “The Open Generation”, condotta su quasi 25.000 teenager tra i 13 e i 17 anni di 26 Paesi. La ricerca restituisce l’immagine di una generazione “aperta, non spaventata dal soprannaturale, non cinica” e disponibile all’annuncio. Tra i dati più significativi, quello sulla percezione di Gesù: i teenager hanno di lui un’immagine ampiamente positiva – “amorevole, saggio, pieno di pace” – ma la stessa valutazione non si estende ai cristiani, descritti come “giudicanti, ipocriti, falsi”. “Siamo riusciti a comunicare ai ragazzi che Gesù è morto e che è stato crocifisso – ha osservato Carta -, ma non gli abbiamo comunicato il perché, che è risorto e soprattutto che è attivo nel mondo oggi”. Dalla ricerca, inoltre, emergono cinque priorità che stanno a cuore a questa generazione: ascoltare senza giudicare, praticare la comprensione reciproca, garantire la libertà di non essere d’accordo, costruire relazioni sicure e di fiducia, privilegiare l’autenticità. Sarà il caso di ascoltarli seriamente, questi giovani…
Non fanno più notizia i morti in mezzo al mare, nel tentativo di raggiungere altre terre. Non facciamo quasi più caso alle donne uccise da chi diceva di amarle, alla guerra che distrugge vite e futuro. Ci spaventa il disagio giovane che sempre più spesso accoltella, o si rinchiude, o si nasconde in branchi senza regole e che preferiamo non guardare. Non merita una riga di giornale chi si toglie la vita in galera, che tanto se l’è cercata. Assuefatti, disincantati. Sempre più polarizzati e arrabbiati, quasi incapaci di ascolto e di dialogo ci stiamo abituando a tutto, troppe le parole vuote e incoerenti. Ammorbati da un individualismo che toglie respiro alla vita vissuta insieme. Eppure esistono ancora donne e uomini integri, capaci di generose e giuste cittadinanze. Sono più di quanto pensiamo, non fanno notizia stavolta perché ‘semplicemente’ non saprebbero vivere diversamente, mentre donano un po’ di luce a questo stanco mondo che desidera ancora nuove primavere.
L’ennesima guerra dei nostri giorni. L’ennesima avvilente retorica, con il solito seguito di strumentalizzazioni politiche nel mediocre dibattito che nulla – o quasi – aggiunge alla comprensione di quanto accade davvero. Niente di nuovo sotto il sole, dice il Qoelet. E questo è vero anche in fatti di guerra, se addirittura raccontando quella del Peloponneso (oltre 400 anni prima di Cristo) lo storico ateniese Tucidice diceva «i contendenti cambiarono a piacimento il significato consueto delle parole in rapporto ai fatti». Ognuno la racconta a modo suo, la gerarchia delle notizie è stravolta da tempo, ma tanto ingurgitiamo tutto, l’importante è schierarsi ‘di qua o di là’ e non avere troppi problemi a casa nostra. Non è passato tanto tempo da quando leggevamo come in Iran, solo nell’arco di due giornate, l’8 e il 9 gennaio scorsi, “potrebbero essere state uccise nelle strade oltre 30mila persone”, secondo quanto scriveva la rivista Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano coperti da anonimato. Ma ce n’eravamo già dimenticati. Come per tante altre notizie, lasciate andare nell’indifferenza generale. L’autorevolezza della ‘grande’ stampa è in caduta libera, i problemi di rientro di tanti italiani da Dubai (località emiratina colpita nel delirio bellico generale) fa più audience della strage di centoquarantotto vite uccise (ma nemmeno su questi numeri abbiamo notizie certe), quasi tutte bambine e adolescenti, vittime dell’esplosione – secondo le informazioni della Mezzaluna rossa – che ha devastato una scuola femminile a Minab, nel sud dell’Iran. Sì, di nuovo stragi di innocenti, bambine e bambini che non meritano adulti, governanti, potenti fatti così.
Tornano prepotenti le sentenze senza appello: chiudetelo quel cancello. Toglietelo dal calendario quel 27 gennaio, Giorno della Memoria. Basta con l’inutile retorica nel tempo in cui, dicono, “le vittime sono diventati i nuovi carnefici”. Serrate l’entrata di Auschwitz-Birkenau, archiviate quella storia, riponetela negli archivi degli orrori. Adesso ce ne sono altri di cui occuparsi.
C’è chi si ostina, invece, a spalancare di nuovo quel cancello. Ad entrare in quella fetida storia. C’era già tutto lì dentro, c’è ancora da farci i conti. Guardiamola in faccia, raccontiamola anche stavolta. Il più grande cimitero del mondo senza morti non è in competizione con altre disumanità, non pretende predilezione a scapito di altri stermini.
Da lì i sommersi di allora hanno sguardi di pietà e umana compassione per quelli di oggi, ovunque si trovino. Chiedono di non essere rimossi e dimenticati, non per loro stessi, per loro da tempo è ormai troppo tardi. Lo chiedono per i martoriati dei nostri giorni, invocano impegni ed azioni di Bene. Il loro folle sacrificio innocente può forse ancora servire a qualcosa.
È uno statement che non lascia spazio a interpretazioni quello diffuso, domenica, dai cardinali Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago, Robert McElroy, arcivescovo di Washington, e Joseph W. Tobin, arcivescovo di Newark. Una condanna netta della politica estera dell’amministrazione Trump, misurata sui principi enunciati da Papa Leone XIV nel suo recente discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. I cardinali richiamano con forza le parole di Papa Leone al corpo diplomatico sulla “debolezza del multilateralismo” e sulle evoluzioni della diplomazia, da promotrice di dialogo a luogo di prova di forza muscolare. Nel documento si cita l’analisi del papa americano sulla guerra “tornata di moda”, mentre “si sta diffondendo uno zelo per la guerra” e “il principio stabilito dopo la Seconda Guerra Mondiale, che proibiva alle nazioni di usare la forza per violare i confini altrui, è stato completamente minato”.
Occhi puntati sulle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali. Ritorna il motto citius, altius, fortius “più veloce, più in alto, più forte”. Lo aveva ideato il domenicano francese Henry Didon e il barone Pierre de Coubertin lo accolse con favore per accompagnare la grande avventura sportiva mondiale.
Lentius più lentamente, profundius più in profondità, soavius più dolcemente: la genialità di Alexander Langer, giovane intellettuale altoatesino, europeo, ribelle al conformismo e alla mediocrità coniò la triade classica in altra versione. Un sognatore, un illuso, direbbero in tanti, oggi. Alexander Langer si impegnò per realizzare un sogno di pace, di giustizia, di rispetto della casa comune.
Langer, oggi, non c’è più. Così come rischia di sparire il suo desiderio di un mondo più bello, pacificato. La fiaccola è più fioca, incerta; i venti di guerra attentano la sua vitalità, soffocata dall’arroganza potente che uccide vite e voglia di futuro.
Si litiga su tutto. Anche gli addobbi natalizi di Senigallia non sfuggono alla conflittualità perenne che non fa trovare pace a tante persone.
Social scatenati sulle luminarie di destra e quelle di sinistra, chi grida ‘evviva’, chi allo scandalo, chi denuncia il cattivo gusto dei manufatti e chi plaude alla città scintillante di festa. Questione di gusti!
Puoi vestire la città in tanti modi e anche questi dicono come la pensi e la desideri, cosa vuoi comunicare e come vuoi farlo. Un’idea di città, sentiamo dire spesso in questo tempo di dibattito elettorale. A quanto pare anche le lucette possono essere ‘programmatiche’.
Natale, “…Veniva nel mondo la Luce vera”. Ma di quella Luce lì, da tempo, non ci interessiamo quasi più.
La commissione delle città gemellate si è svolta a Senigallia dal 31 ottobre al 1 novembre e ha coinvolto le quattro città gemellate: Senigallia (Italia), Sens (Francia), Lörrach (Germania) e Chester (Regno Unito). Commissione che ha visto una significativa partecipazione da parte delle delegazioni ufficiali di queste città.
Durante gli incontri sono stati affrontati temi che riguardano la cooperazione europea, la promozione culturale, lo sviluppo di progetti condivisi. E’ stato anche adottato in questa occasione il nuovo regolamento per la gestione dei patti di gemellaggio, amicizia e fratellanza, che definisce delle procedure chiare e amplia anche le opportunità di collaborazione con città italiane ed estere. Sempre in questa occasione si sono avviati nuovi rapporti internazionali, tra questi il patto di fratellanza con Di Kelle Gueye (Senegal), e il patto di amicizia con Zara (Croazia).
Quando sono nati i gemellaggi, stiamo parlando, se non sbaglio, degli anni 80-90, questi diedero un grandissimo impulso alla possibilità di stringere rapporti cordiali e significativi con diverse località europee ed extraeuropee. Tempo fa era molto più difficile viaggiare. La mia è la generazione che ha potuto godere dell’Interrail, recentemente ripristinato, cioè quella possibilità per i giovani maggiorenni di viaggiare in treno per l’Europa a prezzi assolutamente accessibili rispetto alla normalità dei costi.
Poi il low cost, la facilità di movimento – ora le giovani generazioni vengono dette la generazione Erasmus – il continente europeo è diventato casa comune. E questo nonostante la fatica delle istituzioni comunitarie ad accreditarsi nelle opinioni pubbliche oppure nonostante eventi di nazionalismo e populisti che minano fortemente l’identità dell’Unione Europea. I gemellaggi, allora, assumono un valore ulteriormente significativo. In tempi di confini che tornano, muri che dividono, guerre un po’ ovunque anche in Europa, i gemellaggi ci ricordano che siamo parte dello stesso pianeta. E non possiamo permetterci di perdere il “lusso” della possibilità di dialogare tra popoli, nazioni, culture.
Ne va della pace, ne va della nostra convivenza, ne va dello sviluppo a tutti i livelli, non solo del nostro paese, ma dell’intero continente europeo. Scommettere sui confini aperti è una grandissima responsabilità. Nessuno nega la fatica del vivere insieme, la difficoltà di integrare i nuovi arrivati, così come è miope non prendere in considerazione le paure di chi nel nostro paese vede l’arrivo di altre culture come una minaccia alla propria.
Qui la responsabilità politica è forte, perché è proprio della politica saper dialogare con le persone, accogliere le legittime paure e governare i processi. L’Unione europea è stata una scommessa bellissima all’indomani della seconda guerra mondiale. Che ne è di quella scommessa? Se pensiamo che la Comunità economica europea, anzi la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, la Ceca, nacque quando ancora c’erano le macerie fumanti, ci rendiamo conto della portata di quell’esperimento riuscitissimo per certi versi ma incompleto sotto altri aspetti.
Citando Manzoni ne “I promessi sposi”, oggi rischiamo di sentirci come un vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro. Così si sente l’Unione europea. In realtà questo vaso di terracotta ha molto da raccontare, ancora anche se i vasi di ferro sono belli forti, pensiamo a ovest degli Stati Uniti d’America, a est la Cina, ai tanti paesi del sud del mondo emergenti.
Allora parlare di gemellaggi non deve sembrare una forzatura: rappresentano uno strumento piccolo, ma molto significativo alla portata anche di un comune non grandissimo come il nostro, per permetterci di sperimentare, soprattutto per far sperimentare ai più piccoli, la bellezza dell’essere insieme. Nessuno nasconde le difficoltà quando si tratta di dialogare con la diversità, ma è anche bello scommetterci ancora. È bello offrire possibilità di scambio, di divertimento, di cultura, di approfondimento, di comune appartenenza. Allora plaudiamo a questo rinnovato interesse per i gemellaggi, ci auguriamo che anche nel nostro territorio, anche nella nostra città, ci siano possibilità di scambio che ci facciano risentire il gusto del dialogo.
Le parole sono stanche, strattonate, violate; la nostra stanchezza nell’ascoltare troppe prediche lanciate in ogni dove, che neanche i preti… stanchi e stanche di ipocriti appelli – di ogni colore politico – ad abbassare i toni, quando da troppo tempo è difficile difendersi da chi usa pulpiti digitali, televisivi, radiofonici per dire la propria granitica verità. “Che cos’è la verità?”, la terribile domanda che Ponzio Pilato rivolge a Gesù durante uno degli interrogatori più famosi della storia. Non leggiamo risposta nelle pagine del Vangelo di Giovanni. E forse è questa la risposta più eloquente. Conviene concentrarsi, allora, sull’intramontabile versetto, sempre in Giovanni: “Chi è senza peccato, scagli la prima pietra (…) Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani”. Ecco, cominciamo noi, più ‘grandi’ a depositare a terra le pietre. Carlo Levi paragonava le parole alle pietre. Lasciamo andare quelle arroganti, scegliamo con cura quelle da dire.
I territori palestinesi della striscia di Gaza distrutti dal bombardamenti israeliani, 17 luglio 2025. (Photo by Jack GUEZ / AFP)
Rinviata in commissione la proposta di mozione per il riconoscimento dello stato di Palestina da parte del consiglio comunale senigalliese. Nemmeno su questo punto all’ordine del giorno di una seduta in cui più volte c’è stato l’appello ad approfondire le questioni, a studiare, a lasciare l’appartenenza partitica alle spalle, a concentrarsi sui punti fondamentali del dibattito, ebbene nemmeno stavolta l’assise è riuscita a esprimere un voto unanime. Ma se il (de)merito è questo, il metodo è pure peggio.
Dopo la presentazione del testo della mozione da parte della consigliera Stefania Pagani (Vola Senigallia) in cui si è fatto appello alla necessità di pronunciarsi su gravi crisi umanitarie e su sistematiche violazioni del diritto internazionale, lasciando da parte strumentalizzazioni inaccettabili, e dopo altri accorati appelli (Bomprezzi, Pergolesi, Rebecchini, Piazzai), dai banchi della maggioranza cosa salta fuori? Solo una proposta di rinvio in commissione (Schiavoni) e una frase buttata là (Argentati) sulla Palestina guidata da Hamas. Ma chi ha mai parlato di lasciare un paese in mano ai terroristi, fermo restando che invece dell’atteggiamento terrorista del governo israeliano non ci si scandalizza in alcuni partiti? Senza poi contare l’assenza di molteplici esponenti della giunta durante la discussione e la votazione.
Questo modo di aggirare le decisioni, di assentarsi davanti alle sfide (politiche) che la cronaca internazionale ci riporta davanti agli occhi, francamente ha stancato. Cos’altro c’è da approfondire dopo decenni di violazioni, attacchi e morti, dopo decine di tentativi di dialogo falliti? Oggi chi siede sui banchi di qualsiasi istituzione e col simbolo di qualsiasi partito ha il dovere di esprimersi senza tentennamenti. Chi non ne è capace, lasci il posto. La Palestina non lo/la rimpiangerà. La storia nemmeno.
Non ci vogliono abitare più, scelgono altri luoghi digitali molto più a loro misura. I giovani, si sa, da sempre preferiscono bazzicare altrove, lontani da quel mondo adulto che sentono estraneo, se non ostile. E scorrendo, o meglio,’ scrollando’ sul più antico social network in circolazione, viene da dire che hanno ragione. Arroganza, autoreferenzialità, ignoranza spacciata per competenza, volgarità… tanti, troppi frequentano la rete così: evidentemente le loro vite dal vivo lasciano un po’ a desiderare. Cari giovani, buona navigazione su altri mari, sperando per voi e per noi, venti più propizi e tempi più sereni.
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