Verso l’Ordinazione: a colloquio con Mirco Micci

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Mirco Micci, nel giorno della sua Ordinazione a diacono

Raccontaci un po’ di te, Mirco…
C’era una volta … scherzi a parte, ho 31 anni e sono originario di Marotta, ma con radici corinaldesi (ogni corinaldese vero ci tiene a ricordarmelo!). Ho una sorella farmacista, almeno come diceva mio nonno, “una cura il corpo, l’altro l’anima” e una mamma che lavora in albergo, ma che cucina come se lavorasse in un ristorante. Le mie radici di fede invece, oltre che in famiglia, vengono dalla parrocchia di S. Giuseppe di Marotta in cui sono cresciuto, all’ombra del campanile, più che metaforicamente, quasi geograficamente. Un’altra radice profonda è quella diocesana, in particolare della Pastorale giovanile nella quale ho vissuto un tempo di servizio e nella quale penso di poter dire sia fiorita la mia vocazione sacerdotale. Tra l’eterna diatriba “mare o montagna” invece le mie radici le rinnego, scegliendo la montagna! Sono ragioniere di formazione, ma quando ho capito che i conti nella vita non tornavano, ho lasciato il lavoro in banca per lanciarmi nell’avventura vocazionale in Seminario. Ed ecco siamo ad un primo giro di boa di questo percorso, dopo quasi 11 anni dal tempo della prima intuizione vocazionale e 8 di cammino di Seminario.

Quale bagaglio esperienziale più significativo porti in vista di questo giorno?
La profonda gratitudine è anzitutto per il Signore. Porto con me le radici più profonde, a partire dalla mia famiglia, semplice, umile, imperfetta come tutte, dalla quale ho ricevuto tanto e nella quale ho sperimentato le “prime volte” dell’amore, dove ho vissuto le prime battaglie, le prime domande di senso sulla vita e da ultimo, recentemente, sulla morte e la vita eterna. Sono grato per tutto. Poi sento una gratitudine immensa per i luoghi in cui, la vita nuova del Battesimo è cresciuta e si è nutrita. A partire dalla parrocchia e dalla Pastorale giovanile e soprattutto per l’esperienza del Seminario. Difficile sintetizzarla. È stato percorso di fede e discernimento, scuola di comunione, amicizia e fraternità, esercizio di morti e resurrezioni, incubatrice di vocazione, trampolino di lancio per il ministero. E’ significativa anche l’esperienza del lavoro, che ho svolto per 3 anni, con le sue fatiche e soddisfazioni, concretezze e quotidianità. A volte penso che faccio una vita molto diversa da quella della maggioranza delle persone e sento il rischio di svolazzare nella teoria. Mi fa bene ricordare (poi se questo si vede è un altro paio di maniche) che sull’altare, ciò che diventa Eucarestia è “frutto della terra e del lavoro dell’uomo”.

Qualche giorno fa il Papa, incontrando il Seminario marchigiano, ha detto senza tanti giri di parole: “Un sacerdote può essere molto disciplinato, può essere capace di spiegare bene la teologia, anche la filosofia, tante cose, ma se non è umano, non serve”. Come risuonano in te queste parole?
E’ stato un bel regalo in vista dell’Ordinazione, questo incontro! Chiaramente quello che ci ha detto è risuonato in modo molto forte. Sull’umanità del prete si è detto tanto e c’è ancora da dire, forse nel passato è stato un terreno poco dissodato, per tanti motivi. Dire che il prete deve essere umano non significa dire che il prete deve essere sempre gentile ed educato, perfettino, lontano dalle parolacce. Certo, ci sarà pure questo. Ma l’umanità che è chiamato a vivere il prete, almeno desidero che sia così, è l’umanità bella, piena, perché redenta, perché si è lasciata amare da Dio, perché riconciliata. Se Cristo ti plasma il cuore, se veramente ti lasci lavorare da Lui, rimani in un atteggiamento di ascolto e conversione, la tua umanità lo manifesta. è fatta apposta! Dietro i tuoi gesti, quelli di un Altro, dietro il tuo amore, quello di un Altro. Ogni vocazione manifesta un tratto del volto bellissimo di Cristo. Conoscete un santo che non era umano? Poiché era cristiano veramente, era umano in modo splendido! La vera umanità, quella più bella, è la santità. Come direbbe il papa un’umanità misericordiata! In questo senso un prete poco umano non serve. Cioè non può mettersi a servizio. Ecco detto questo, mi do una pacca sulla spalla da solo, mi faccio coraggio e mi affido a Dio.

Un percorso di avvicinamento all’Ordinazione fortemente condizionato dalla pandemia: questo ‘tempo sospeso’ in cosa ti ha maggiormente aiutato, cosa ha reso invece più pesante?
“Tempo sospeso” non mi piace tanto, anche se la tentazione di viverlo così c’è. Credo sia stato un tempo diverso. Al magico “andrà tutto bene”, ho sempre preferito il biblico “tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio” (Rom 8, 28). E di sicuro mi ha fatto crescere almeno un po’ in pazienza e poco non è (in particolare il ripetuto rinvio dell’Ordinazione era diventata una barzelletta!). Un tempo, da un punto di vista comunitario, che ci ha aiutato a vedere meglio lo stato di salute spirituale delle nostre parrocchie e di questo non potremo non tenerne conto in futuro. Quello che mi ha appesantito è stata la fatica nelle relazioni, nelle organizzazioni varie e nel vivere momenti informali. Ha reso sicuramente più faticoso, ma anche fantasioso, il radicamento nell’unità pastorale che sto servendo da settembre. Niente in confronto a quello che hanno vissuto molte famiglie per via della mancanza di lavoro, prospettive, speranza, salute ecc. Alla fine posso dire di essere contento di essere ordinato dentro questo tempo così strano. Nel Signore si può vivere la gioia in qualsiasi situazione. Mi rimarrà ancora più evidente il richiamo al fatto che la storia la guida il Signore e non noi con i nostri ideali e progetti. è un invito alla sequela marchiato a fuoco, anzi, a olio nella mia vita.

a cura di Laura Mandolini