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Fotografia e intelligenza artificiale, tra tecnica evoluta e realtà percepita – AUDIO

Persona che utilizza uno smartphone e app social

Foto di Edar, tratta da Pixabay.com

L’avvento delle tecnologie basate sull’intelligenza artificiale (o super-intelligenza perché sa meno di falso) sta condizionando anche la produzione artistica. In particolare la fotografia. Lo fa ponendo interrogativi profondi sul valore della creatività e sulla natura stessa delle immagini. Ai microfoni di Radio Duomo Senigallia (95.2 fm), il fotografo e membro del gruppo «Visioni di Frontiera» Massimo Renzi ha offerto una riflessione sul rapporto tra lo scatto tradizionale e le nuove possibilità offerte dai software generativi. L’AUDIO, andato in onda nei giorni scorsi, è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

L’evoluzione delle tecniche non solo ha ridotto i tempi di produzione, ma ha trasformato radicalmente il modo di concepire la fotografia. Ma non in tutti: per chi ha iniziato la propria carriera nell’era della chimica e dei processi manuali, il passaggio al digitale ha rappresentato un po’ la stessa sfida, con nuovi strumenti che agevolavano il lavoro ma che in qualche modo hanno influenzato autori e autrici. Il passaggio dalla camera oscura ai programmi di elaborazione digitale ha impresso un’accelerazione procedurale enorme. Oggi siamo davanti a un’ulteriore passaggio di questo genere.

«Con Photoshop – spiega Renzi – ho iniziato ad apprezzare il fatto di poter fare in dieci minuti davanti al computer ciò che prima facevo in due-tre ore di camera oscura. Ora con l’intelligenza artificiale la stessa correzione la faccio in 30 secondi semplicemente lanciando un comando». Il fotografo senigalliese però ha precisato come nel proprio percorso l’intervento rimanga di natura sottrattiva o correttiva, finalizzato a far emergere ciò che è stato pensato e percepito al momento dell’inquadratura.

Il dibattito si sposta quindi dal piano tecnico a quello concettuale quando si considera la capacità dei software di creare immagini interamente sintetiche. L’utilizzo di algoritmi generativi non priva l’opera a prescindere di un valore espressivo, poiché secondo Renzi l’arte si misura sulla capacità di trasmettere un’idea o un’emozione, prescindendo dallo strumento adottato. Tuttavia, la creazione ex novo segna una discontinuità storica con la tradizione della ripresa diretta.

Massimo Renzi
Massimo Renzi

Questa trasformazione incide sulla fruizione da parte del pubblico. Storicamente la fotografia è nata per registrare il reale, mantenendo nel tempo un legame di probabilità con la verità visiva. Qualcosa però è cambiato: l’accessibilità degli strumenti generativi come appunto “l’intelligenza artificiale” ha alterato il patto implicito con l’osservatore. «Io dico che la fotografia è morta», ha affermato il fotografo, riferendosi alla percezione di chi guarda. «Oggi guardiamo le fotografie come se guardassimo una qualsiasi altra immagine. Quindi non è più una probabilità di realtà, ma è una residua possibilità di realtà».

In questo nuovo scenario, la legittimazione dell’opera non si affida più alla presunzione di autenticità del supporto, ma all’onestà intellettuale di chi scatta/produce, alla sua autorevolezza e al contesto di fruizione. Nonostante il progressivo miglioramento degli strumenti, alle persone rimangono diverse armi per comprendere se un’immagine sia fasulla o fortemente alterata.
Non c’è bisogno di attendere un presidente americano Trump con sembianze e atteggiamenti divini: l’analisi di contenuto e dettagli, la coerenza di luci e ombre e un po’ di buon senso sono ancora elementi utili per distinguere la ripresa reale dalla totale manipolazione o creazione ex novo, lasciando alla cultura critica dell’osservatore il compito di decodificare il messaggio visivo.

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