Il ‘Gabbiano’ si è fatto in quattro: gli incontri con attori, registi, sceneggiatrici e produttori

SENIGALLIA – Il ‘Gabbiano’ di Senigallia ha calato un eccezionale poker di proposte in appena otto giorni, ospitando nelle due sale da tutto esaurito, attori del calibro di Alessandro Borghi, Pierfrancesco Favino, Riccardo Scamarcio, registi collaudati come Giovanni Veronesi e l’esordiente Niccolò Gentili, insieme a Lisa Nur Sultan, tra le più apprezzate sceneggiatrici italiane, il produttore Maurizio Piazza. Quattro titoli che più diversi non si può, ma legati a doppio filo dalla voglia di proporre racconti capaci di indagare il presente, far sorridere sulla fatica e la bellezza dell’amore, metterci di fronte a cosa può rappresentare, anche oggi, fare i conti con la spiritualità e le tante forme di potere.
Borghi scatena fans, manco a dirlo. Stavolta, in “Serpenti” è alle prese con un personaggio che l’ha profondamente coinvolto: “Ho provato a radicarmi nella realtà più reale che potessi costruire. Abbiamo cercato di fare un personaggio che non voleva essere comico, ma che poi ha fatto anche ridere, mentre fa riflettere sulla la capacità di ascoltare gli altri per davvero. Un tipo che ci fa innervosire con il suo atteggiamento, la sua arroganza, seppure ci accorgiamo che qualcosa di sensato c’è anche in lui”. Quasi un passaggio di consegne, con tutt’altro registro e impostazione, a ‘Dov’è la Fiesta?’, il film delle 6 che sabato mattina, ancora una volta, ha richiamato il numeroso pubblico dell’alba. Qui si ride tanto! “Il mio film – dice il regista Niccolò Gentili, presente in sala con la sceneggiatrice Lisa Nur Sultan – tratteggia con leggerezza e profondità “uno spaccato di vita dei trentenni di oggi, tra precarietà, paure e voglia di trovare il proprio posto nel mondo”. Con ‘Serpenti’ condivide la domanda di fondo di cosa serva per vivere meglio questo tempo, in una strampalata odissea burocratica vissuta dal protagonista. È Gentili a dire “è originale questa assonanza: se nel film dei fratelli D’Innocenzo vediamo un uomo “volontariamente” impantanato in un’assurda e grottesca macchina burocratica, nel mio film il nostro eroe ci si ritrova per caso, proprio mentre ce la mette tutta per dare chance alla sua vita e ad un colpo di fulmine che sembra promettere bene”.
Il cinema lo fa, parafrasando una celebra battuta cinematografica, perché quando è fatto bene sa dire cose di noi, a noi, con tutti i colori del vivere e del narrare. Nel singulto di una fragorosa risata come in una lacrima che, magari subito dopo, bagna una forte emozione difficile da trattenere. Il ‘Gabbiano’ crede profondamente in questa potenza straordinaria della settima arte, continua ad inoltrarsi in percorsi culturali avvincenti, riuscendo anche nella non facile impresa di portare da queste parti, protagonisti, autori ed autrici di questo livello.
Giusto il tempo per una gustosa colazione in arena e si continua nella mattinata del sabato, decisamente speciale, con la proiezione di ‘Dio ride’. Veniamo catapultati nella drammatica vicenda di fra Leopoldo, in quel Seicento della Controriforma che contrappone l’autenticità evangelica alla spietatezza dell’Inquisizione, il temibile tribunale ecclesiastico a difesa della presunta ortodossia cattolica. Giovanni Veronesi e Pierfrancesco Favino arrivano nelle due sale, ancora una volta stracolme ed in fibrillazione, che all’accensione delle luci faticano a smaltire tutta l’intensità di una storia fatta e raccontata così. Si piange per davvero, ci si lascia coinvolgere di fronte a drammi di fede, lotte di potere, ricerca di coerenza, paure, coraggio, voglia di giustizia, poesia e tenerezza.
C’è anche tempo per ridere, osiamo pensare, insieme a Dio e alla folla, via via crescente che ascolta le strampalate e convincenti prediche di fra Leopoldo – Favino, a discapito delle chiese ‘ufficiali’ sempre più deserte. Ride diversamente anche Veronesi, dopo decine di film dalla comicità a ‘buon mercato’. Non teme di confessarlo a voce alta: “Questo è un film sincero – dice – ci ho creduto profondamente. Ho spesso mentito, nella vita, i miei lavori sono stati commissionati dall’esterno, dal botteghino. Con “Dio ride” no, ho abbassato le difese: è un’opera sincera, a cuore aperto”. Favino, come al solito, entra con tutto se stesso nel personaggio, si interroga in profondità, si chiede in cosa consista “la semplicità di un uomo di fede fatto così, cosa implichi il potere per essere davvero al servizio delle persone, qual è la responsabilità personale e sociale chiamata in causa ogni volta che un attore dà vita ad una storia”. Domande toste, necessarie, specie in tempi di incertezze e grandi sfide comunitarie. Senza facili risposte, senza l’arroganza di verità imposte, divisive o false umiltà.
È lo stesso cinema che non ama scorciatoie, preferisce attivare domande e riflessioni condivise anche dentro una sala quello che anima ‘I figli della scimmia’, presentato al ‘Gabbiano’ dal produttore Maurizio Piazza e dal protagonista, un superbo Riccardo Scamarcio che dà volto ad un padre messo quotidianamente di fronte alla grave disabilità di suo figlio: “Non è per niente facile fare i conti con un tema così – ha detto l’attore – che mette a dura prova l’esperienza più profonda della genitorialità; ho tanto amato questo personaggio, me lo porto ancora nel cuore. Lui cerca di vivere al meglio un’esistenza alla quale nessuno può essere preparato, con le sue contraddizioni ma con la voglia di accogliere quanto accade: a volte si tratta ‘semplicemente’ di stare accanto”. Il cinema sa dirci anche questo, ci porta dentro la vita ed il Gabbiano lo sa!
Laura Mandolini
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