Le parole che continuano ad uccidere

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Milena Santerini - Antisemitismo

A questo link si può vedere il video prodotto in occasione del Giorno della Memoria 2021, con all’interno l’intervista a Milena Santerini: https://youtu.be/K0RDGkgx7is

Milena Santerini è docente di Pedagogia all’università Cattolica, vicepresidente della Fondazione Memoriale della Shoah, e ha il compito di “coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo”. È stata scelta per svolgere il ruolo di “coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” presso la Presidenza del Consiglio.

Partiamo dall’antisemitismo. Dal suo osservatorio, come si sta evolvendo?

L’antisemitismo per certi aspetti è mutato e per molti altri è anche aumentato, soprattutto nella forma dell’odio online. Il problema non riguarda soltanto l’antisemitismo ma un po’ tutte le forme di hate speech. C’è come una sorta di “liberazione della parola”, che viene facilitata nel web ed è intesa come facilità a cedere all’ostilità e fomentare l’odio per il diverso. Resistono anche forme di antisemitismo per così dire tradizionale, strutturato e organizzato.

Quale strategia proponete? Come si combatte l’odio?

Milena Santerini
Milena Santerini

Noi abbiamo proposto di combatterlo a livello di tutta la società. Abbiamo fatto delle proposte che riguardano sia gli aspetti normativi ma anche di formazione e di cultura, per cui si richiama in particolare il ruolo della scuola, dell’università, dello sport ma anche dei media. Siamo cioè convinti che vada fatto un grosso lavoro soprattutto sulla coscienza dei giovani, non solo informandoli su quello che è successo ma facendo capire come ci si è arrivati, ripercorrendo quella che noi chiamiamo la “piramide dell’odio”: alla base c’è un linguaggio di esclusione, di disprezzo e man mano che si sale, il discorso si fa sempre più grave fino a generare fenomeni di violenza e odio.

La pandemia come ha aggravato i fenomeni di hate speech?

Quando si vivono situazioni di disagio e crisi, si cerca sempre un colpevole, un bersaglio, un capro espiatorio. All’inizio erano i cinesi. Poi ad un certo punto, sono riemersi miti atavici di odio sopito e a farne le spese sono stati anche gli ebrei. L’uso dei social aggrava il fenomeno: tutto oggi passa dal web. Ma dal web si veicolano anche messaggi positivi.

È possibile punire gli odiatori “da tastiera”?

In gran parte devo dire che si resta purtroppo impuniti. Gli attacchi devono diventare veramente eclatanti per poter perseguire gli esecutori. Talvolta capita addirittura che le vittime stesse possono diventare colpevoli. Non sarei così ottimista. Però, attenzione: c’è un cambiamento che sta avvenendo, soprattutto a livello delle grandi piattaforme che hanno cominciato a rendersi conto che il web non può diventare quella immensa prateria in cui tutti possono dire tutto. C’è quindi una certa coscienza e responsabilità.

Quale messaggio all’indomani del Giorno della Memoria?

Dico una cosa che al momento attuale di distanziamento sociale può suonare paradossale. Spero che ci si possa sempre più e sempre meglio guardare negli occhi. Perché se ci si guarda in faccia, diventa più naturale controllare il linguaggio, lo scherzo, lo stereotipo, il pregiudizio. Oggi ci chiediamo come siano stati possibili la Shoah, i bambini bruciati, la disumanità dei campi di concentramento. È stato possibile perché quell’orrore era l’esito di un processo di esclusione e propaganda a lungo preparato. Ed è stato possibile perché la gente non vedeva il male, era qualcosa di lontano. Ecco, la vicinanza ci permette di capire quello che papa Francesco proprio in questi mesi ci sta ripetendo e cioè che tutti, nessuno escluso, siamo sulla stessa barca.

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