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Tag: inquinamento

Intervista all’associazione Plastic Free Marche: «Ognuno può aiutare a salvare l’ambiente»

Nuova puntata di 20 minuti da Leone di carattere ambientale e ambientalista. L’ospite è il referente regionale dell’associazione Plastic Free Onlus, Leonardo Puliti, cittadino osimano da tempo impegnato nella salvaguardia del pianeta, innanzitutto cercando di creare una rete di contatti, di volontari e di referenti che possano dedicarsi a questioni ambientaliste. All’orizzonte c’è un protocollo d’intesa con il comune di Senigallia, al centro di un incontro con il sindaco Massimo Olivetti. Riproponiamo l’INTERVISTA radiofonica, andata in onda nei giorni scorsi, con la pubblicazione dell’audio e del testo integrale. Buon ascolto e buona lettura.

Cos’è Plastic Free, quando è nata e di cosa si occupa?
Plastic Free nasce nel 2019, inizialmente solo online: si faceva attività di sensibilizzazione online, poi piano piano è aumentato il numero di referenti, di volontari e adesso siamo diventati la prima associazione in Italia come numero di iscritti, con 1.200 referenti locali, provinciali e regionali e più di 260.000 volontari. Facciamo un’attività continua, giornaliera: i clean up, le passeggiate ecologiche di raccolta rifiuti sulle spiagge, sui parchi: si unisce sia l’attività fisica a quella prettamente ambientale. Poi facciamo sensibilizzazione nelle scuole, principalmente nelle scuole primarie. Abbiamo anche il discorso del salvataggio delle tartarughe: ogni anno oltre 40 mila esemplari muoiono per l’incuria dell’uomo. Il nostro compito è quello di recuperare le tartarughe in difficoltà, curarle, riabilitarle e poi chiaramente liberarle nuovamente in mare. Un’altra attività importante per noi è quella della collaborazione con i comuni, con i quali inizialmente stipuliamo un protocollo di intesa, un vero e proprio patto che è l’obiettivo di generare benefici per il comune, per il territorio e avvicinare l’ente e i cittadini alla tutela ambientale, quello che poi abbiamo iniziato con il comune di Senigallia proprio in questi giorni.

Cos’è il riconoscimento Plastic Free?
E’ un po’ come la bandiera blu per le località balneari: qua chiaramente si parla di ambiente, è un premio dedicato ai comuni che si sono distinti adottando una serie di misure per il bene delle future generazioni. Abbiamo 3 livelli di virtuosità che noi chiamiamo 1, 2, 3 tartarughe, sempre per motivare le amministrazioni comunali di adottare sempre nuove misure più vicine, più consone all’ecosostenibilità odierna.

Qual è la direzione verso cui guidate le amministrazioni comunali per liberare un po’ il territorio della plastica e dai rifiuti in generale?
Abbiamo dei pilastri, il primo: la lotta contro l’abbandono illecito che è sicuramente il punto più difficile da combattere; secondo punto la sensibilizzazione del territorio, quindi quanto un’amministrazione fa opera di sensibilizzazione attraverso le scuole, le parrocchie, i vari eventi che organizza; la collaborazione con la nostra associazione e con il nostro referente locale; come l’amministrazione gestisce i rifiuti urbani e attività virtuose realizzate.

Una delle raccolte ecologiche in spiaggia promosse da Plastic Free Onlus
Una delle raccolte ecologiche in spiaggia promosse da Plastic Free Onlus

Perché dici che la lotta all’abbandono dei rifiuti è difficile da perseguire?
Perché i territori sono ampi, il senso civico delle persone purtroppo non è sempre adeguato, nonostante ormai qualsiasi rubrica televisiva parli di ambienti, di problematiche ambientali, purtroppo continuiamo a vedere gente che getta pneumatici negli specchi d’acqua o le cicche di sigaretta continuamente a terra, rifiuti buttati lungo le strade. Qua da noi il problema è contenuto, però ti posso assicurare che in altri contesti i problemi sono molto più gravi e le amministrazioni impegnano anche risorse importanti per contrastarle con delle telecamere di sorveglianza,. Più siamo capillari, più riusciamo a collaborare e più riusciamo a prevenire le varie problematiche. Abbiamo contatti con le amministrazioni, è un’attività estremamente importante la nostra, dovremmo cercare di potenziare l’opera preventiva perché se lavoriamo solo di repressione non andiamo lontano.

Vi state occupando di Senigallia e del territorio limitrofo, possiamo individuare alcune problematiche che sono un pochino più evidenti, più pronunciate, oppure il territorio di Senigallia è più o meno in linea con le altre zone?
Sì, sono sempre quelli i problemi, noi qua non abbiamo, per fortuna, realtà particolari, diciamo che i problemi che abbiamo a Senigallia ce li abbiamo anche negli altri comuni delle Marche. Nella fascia costiera si riversano in gran parte i bagnanti nel periodo estivo, poi ci sono le foci dei fiumi…

Di solito i punti più inquinati sono quelli?
Impegnano molto di più, però anche ripeto tra Senigallia, Ancona, San Benedetto, Pesaro, Fano non è che cambi tantissimo. Quello che posso dirti è che trovo comunque amministrazioni aperte a confronto, amministrazioni che comunque investono tempo e risorse nella tutela ambientale, amministratori preparati sulle tematiche ambientali, questo rispetto a qualche anno fa ho visto un grosso miglioramento, quindi siamo sulla buona strada. C’è poi da considerare che il problema della plastica non lo risolveremo solo con Senigallia o le Marche, ma è un problema mondiale: per questo motivo Plastifree da quest’anno ha iniziato un’importante attività anche fuori dall’Italia, siamo già presenti diversi stati e quindi l’associazione è diventata ormai internazionale. Si sta cercando di replicare la struttura creata in Italia anche nelle altre nazioni, perché se teniamo noi un comportamento corretto, ma tutti gli altri stati che si affacciano sul Mediterraneo non lo tengono, è chiaro che otteniamo poco.

L’associazione è politicizzata?
Noi lavoriamo con amministrazioni di centro-destra, di centro-sinistra, con tutte. Ognuno di noi ha un pensiero, però se si vuole fare attività in Plastic Free dobbiamo cercare di rimanere in una posizione neutrale, ascoltare e rispettare tutti e confrontarci con tutti.

Andiamo sul personale, chi è Leonardo Puliti, come si è avvicinato a questa realtà?
Io vengo dall’Università di Camerino dove ho fatto chimica, ho fatto anche una tesi in chimica ambientale, quindi diciamo che mi sono formato a livello ambientale, poi lavoro da tanti anni ormai sul settore farmaceutico, mi occupo di altro, però la mia passione per le problematiche ambientali l’ho sempre coltivata. Nel periodo Covid, che magari è stato un po’ per tutti un momento di riflessione, di pausa, ho avuto un po’ più tempo per leggere e documentarmi, ho visto che era partita questa associazione, il problema della plastica l’avevo ben chiaro e reputo sia, in questo momento, il problema dei problemi, anche se secondo me non è ben visibile a tutti, considera che ormai le microplastiche sono arrivate dappertutto, addirittura nelle arterie delle persone e quindi stanno impattando anche sulla salute umana. Ho conosciuto comunque persone serie con tanta voglia di fare, tutti volontari, poi piano piano ho iniziato come referente a Osimo perché adesso abito a Osimo, poi da lì mi è stato proposto di fare il referente regionale, prima seguivo solo le Marche e adesso seguo anche l’Umbria.

Incontro a Senigallia tra il sindaco Massimo Olivetti e i referenti di Plastic Free
Incontro a Senigallia tra il sindaco Massimo Olivetti e i referenti di Plastic Free

Un’ultima questione, quella del protocollo o perlomeno dell’incontro con il sindaco di Senigallia Massimo Olivetti, che cosa è emerso?
Era il primo incontro che facevamo con l’amministrazione comunale a Senigallia, devo dire che l’ho trovato veramente molto attento al problema della plastica e alle problematiche ambientali, nonostante lui comunque sia un avvocato, quindi non è che è cresciuto con le problematiche ambientali, però devo dire l’ho trovato veramente preparato e quindi mi ha fatto molto, molto piacere, è stato veramente gentile, ha ascoltato un po’ quello che noi facciamo e si è detto disponibile affinché nasca una collaborazione anche nella zona di Senigallia.

In caso qualcuno volesse aderire all’associazione o volesse contattarvi, quali sono i vostri riferimenti?
Basta andare sul sito www.plasticfreeonlus.it, puoi seguire lì, c’è proprio una parte dove le persone possono aderire prima come soci e poi possono chiedere di diventare referenti, nel momento in cui chiedono di diventare referenti vengono valutate le candidature e se come ho detto prima rientriamo in tutti quei parametri viene data la possibilità alle persone di iniziare un’attività come referente locale, poi abbiamo anche la pagina Facebook che si chiama Plastic Free Marche, trovate tutte le informazioni. Invito sia i giovani neolaureati ma anche persone che non hanno competenze specifiche, che abbiamo bisogno di tutti, così come il pensionato, per dare un proprio contributo alla salvaguardia del nostro pianeta.

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Polveri sottili e inquinamento, appello di Legambiente Marche: «Servono azioni incisive»

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Il traffico nella zona di ponte Portone a Senigallia

PM10, PM2.5, NO2. E ancora: TPL, ZTL, LEZ e ZEZ. No, non siamo impazziti: anzi, magari conoscete già qualche acronimo e sarebbe una cosa buona ma se così non fosse, non preoccupatevi perché ci pensa Legambiente a tradurli per noi. I primi tre acronimi sono infatti le sigle utilizzate da tempo per definire le sostanze dannose e, di conseguenza, la qualità dell’aria che respiriamo; gli altri sono invece gli strumenti per migliorarla, e che troviamo anche nel nuovo report di Legambiente dal suggestivo titolo “Mal’Aria di città 2024“, redatto nell’ambito della Clean Cities Campaign. 

Ma conosciamo meglio queste sigle. Stando alle definizioni usate dal Ministero dell’ambiente e da quello della salute, il termine PM10 identifica le particelle di diametro aerodinamico inferiore o uguale ai 10 µm. Rimangono per lunghi tempi nell’atmosfera, possono essere trasportate anche a grande distanza dal punto di emissione, hanno una natura chimica particolarmente complessa e variabile, ma soprattutto sono in grado di penetrare nell’apparato respiratorio umano e quindi avere effetti negativi sulla salute. PM2.5 indica particelle ancora più piccole e, pertanto, con capacità ancora maggiore di penetrare nel nostro organismo. Causando danni sul lungo periodo. Il biossido di azoto (NO2) è invece un gas tossico, con forte potere irritante. Una delle principali fonti di emissione è il traffico veicolare ma possiamo citare anche gli impianti di riscaldamento civili e industriali, e i processi industriali.

Bene dal report di Legambiente emerge con chiarezza che in Italia e anche nelle Marche ci sono e ci saranno parecchie difficoltà a ridurre le concentrazioni di tali sostanze nell’aria; di conseguenza sarà difficile adeguarsi agli obiettivi sulle emissioni prefissati dall’Unione europea per il 2030 o ai valori limite suggeriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Insomma la salute delle persone – da perseguirsi attraverso politiche di riduzione dell’inquinamento da smog – non sembra ancora essere al primo posto tra le priorità della politica globale, nazionale, regionale e locale. Eppure dovrebbe.

Secondo l’associazione del cigno verde, nonostante una riduzione dei livelli di inquinanti atmosferici nel 2023, le città faticano ad accelerare il passo verso un miglioramento sostanziale della qualità dell’aria. Nelle Marche va un pochino meglio perché le normative sembrano essere rispettate con i loro limiti sugli inquinanti ma di fatto siamo lontanissimi dai valori per il 2030 e nessun comune capoluogo di provincia della regione Marche raggiungerebbe oggi i nuovi obiettivi previsti dalla Commissione europea.

«Le fonti di inquinamento sono ormai ben note, così come conosciamo molte delle azioni che potrebbero ridurne le concentrazioni – dichiara Marco Ciarulli, presidente di Legambiente Marche – ma continuiamo a registrare ritardi non più giustificabili nel promuovere soluzioni trasversali».

Tra le azioni proposte da Legambiente per uscire dalla morsa dell’inquinamento, ovviamente tenendo conto delle diverse realtà territoriali, ci sono:

  • il potenziamento del TPL, il trasporto pubblico locale, a cui dovrebbero seguire anche incentivi all’uso di treni, tram, metropolitane e autobus. Anche istituire ZTL (zone a traffico limitato), LEZ (Low emission zone, zone a basse emissioni) e ZEZ (Zero emission Zone, zone senza emissioni) va in questa direzione, così come lo sviluppo di reti ciclo-pedonali, sfruttando anche la mobilità elettrica.
  • Riscaldarsi bene e meglio. Bisogna vietare progressivamente le caldaie e generatori di calore a biomassa nei territori più inquinati; negli altri invece supportare l’installazione di tecnologie a emissioni “quasi zero”, con sistemi di filtrazione integrati o esterni, o soluzioni ibride. 
  • ridurre le emissioni agricole che possono superare quelle industriali o urbane. Come? Con lo spandimento e rapido interramento dei liquami, con la promozione di investimenti agricoli verso pratiche che riducano le emissioni ammoniacali, con la copertura delle vasche di liquami e la creazione di sistemi di trattamento, soprattutto per la produzione di biometano.
  • Infine aumentare il numero di centraline di monitoraggio sull’inquinamento e sulle emissioni, in modo da garantire una copertura di tutte le aree, anche con sistemi a basso costo per una verifica costante e puntuale, quanto mai necessaria, su cui poi calibrare le politiche ambientali.

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Surriscaldamento globale, inquinamento, eventi meteo estremi: cronaca di un disastro annunciato

Una persona prova a camminare in mezzo ad acqua e fango durante l'alluvione che ha colpito Senigallia
Una persona cammina in mezzo ad acqua e fango durante l’alluvione che nel 2022 ha colpito Senigallia

In una recente intervista, il professor Pierpaolo Falco, docente in oceanografia e fisica dell’atmosfera all’Università politecnica delle Marche, ha dichiarato che «il cambiamento climatico è dovuto all’attività antropica, ovvero all’immissione di gas serra nell’atmosfera». Ovviamente non è l’unico fattore in quanto incidono anche lo scioglimento dei ghiacciai che liberano grandi quantità di gas che vanno ad aumentare la quantità di elementi nelll’atmosfera trattenendo così molti dei raggi solari che surriscaldano il globo; oppure gli allevamenti intensivi e l’agricoltura intensiva da cui vengono prodotte metano e anidride carbonica. Uno scenario grave, già noto da tempo al mondo scientifico, con cui le persone comuni, non gli addetti ai lavori dunque, hanno purtroppo ancora poca dimestichezza. Sulle conseguenze (come gli eventi estremi e le allvioni) invece ne abbiamo eccome.

Tutto questo sta avvenendo da anni e in tutto il mondo, su larghissima scala quindi. Alcuni indicatori ce lo rivelano continua il professore: tra questi ci sono la temperatura media della terra che si sta innalzando sempre di più, così come quella dei mari; il livello degli oceani, cresciuto negli ultimi dieci anni di un centimetro (e si stima di poter arrivare anche fino a 30-50-70 centimetri se si sciogliessero ancora i ghiacciai entro il 2100, con conseguenze disastrose per molte città costiere); la frequenza e intensità degli eventi cosiddetti estremi e appunto la concentrazione di gas serra nell’atmosfera.

Da qui arriva la necessità di cambiare rotta, un’esigenza ormai impellente che non è un “credo” solo di qualche fanatico ambientalista, ma un dato riconosciuto dal mondo scientifico. Realtà che deve però fare i conti con il perdurare di considerazioni politiche, economiche, industriali, sociali e anche personalistiche le quali mettono in discussione i modelli “catastrofisti” degli scienziati. Che pure non hanno dubbi: l’uomo è la principale causa del surriscaldamento globale. E se i fattori che lo causano non vengono limitati il prima possibile, gli scenari saranno ancora peggiori. Secondo Pierpaolo Falco, è possibile ipotizzare un ulteriore aumento della temperatura globale di circa 3-6 gradi entro il 2100.

Ma se l’uomo è la causa del problema, può esserne anche la soluzione. E qui, nonostante il peso maggiore l’abbiano i politici e le grandi lobbies, entriamo in gioco tutti. Innanzitutto si devono ridurre le emissioni di gas serra nell’atmosfera, il che significa usare meno l’auto, scegliere mezzi sostenibili di mobilità ma anche modelli ecocompatibili nell’agricoltura e negli allevamenti, quindi non certo quelli intensivi. Ridurre le fonti di inquinamento e limitare la produzione di certe materie, per esempio quelle plastiche: il rischio non è solo quello delle enormi isole galleggianti di rifiuti plastici (le famose sette Garbage Patch) che girano per mari e oceani grandi persino quanto il Canada o la Cina, ma quello di dover spendere altrettante risorse (economiche e non solo) per poter recuperare e smaltire correttamente i materali. Solo per fare un altro esempio, il mondo si sta buttando a capofitto nella lotta intestina per la produzione di batterie (per telefoni e altri dispositivi informatici, auto elettriche, elettrodomestici computerizzati (domotica) di cui già oggi c’è un grosso problema di accumulo e smaltimento residui inquinanti.

Insoma, le soluzioni sono indicate nei vari protocolli di Kyoto, Copenaghen e Parigi: «realizzare uno sviluppo economico sostenibile e adottare stili di vita più compatibili con le esigenze del Pianeta». Il che andrà a mitigare anche la frequenza, l’intensità e quindi i danni degli eventi meteorologici sempre più devastanti e impressionanti con cui siamo costretti ogni giorno a fare i conti in qualche angolo del mondo.

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Senigallia, acque del mare non inquinate dopo lo sblocco del fiume Misa

I lavori sul tappo di detriti alla foce del fiume Misa a Senigallia
I lavori sul tappo di detriti alla foce del fiume Misa a Senigallia

Dopo l’intervento alla foce del fiume Misa di Senigallia, l’acqua è finalmente tornata a scorrere libera fino a defluire nel mare Adriatico. Una buona notizia per la città che era da inizio agosto alle prese con un blocco totale, una barra in gergo tecnico, causato dai detriti che ostruivano il deflusso. Puntuali come sempre, non sono mancate le polemiche per le ripercussioni igienico-sanitarie, considerato ciò che è finito in mare.

Ricostruendo un po’ la vicenda, torniamo a metà estate 2022 quando l’accumulo di detriti – per lo più ghiaia, fango e rami – portati a valle dal fiume si sono fermati alla foce: la scarsa portata dovuta alle piogge carenti ha fatto sì che non riuscissero a superare alcuni ostacoli e si fermassero in alcuni isolotti che da anni si formano nel tratto finale del canale. Qualche volta vengono rimossi da una piena, ma il più delle volte rimangono fermi per mesi dato che le correnti marine li respingono all’interno del molo di levante. 

I noti isolotti si sono trasformati sempre di più in alti cumuli, tanto che non venivano superati dai detriti che successivamente giungevano a valle. Così si è formato un importante tappo: solo con l’alzarsi delle voci di protesta, l’autorità regionale ha dato il via a un intervento di messa in sicurezza del fiume. Una ruspa ha per tutto il 26 agosto spalmato i detriti – non rimossi – in modo da creare un varco per far defluire l’acqua in mare.

Dicevamo di alcune polemiche che traevano spunto dalle condizioni del fiume. Fino a pochi giorni fa si presentava di color marrone, quasi nero, emanava forti odori di materiali in marcescenza e faceva pensare a un alto rischio inquinamento. L’amministrazione comunale senigalliese, chiamata in causa dai cittadini, si è mossa con l’Arpam (l’agenzia per la protezione ambientale delle Marche) per far effettuare analisi su campioni prelevati nel fiume Misa prima del varco e poi, in seconda battuta, nelle ore successive ai lavori di scavo.

La buona notizia per i senigalliesi e per i pochi turisti che ancora rimangono è che, sia a nord che a sud della foce non sono risultate inquinate le acque del mare Adriatico: i liquidi che provenivano dal Misa, seppure maleodoranti e scuri, non hanno in alcun modo condizionato negativamente la qualità delle acque di balneazione. Una rassicurazione importante per una realtà che fa del turismo balneare la prima economia cittadina.

Goletta Verde monitora il nostro mare: cinque punti problematici, dodici i prelievi

Dodici i punti campionati dai volontari e dalle volontarie della Goletta Verde lungo le coste marchigiane tra il 18 e il 19 lugli scorsi, metà dei punti di prelievo sono stati eseguiti alle foci di fiumi e l’altra metà dei campioni sono stati prelevati a mare. Cinque in tutto i punti oltre i limiti di legge secondo il giudizio di Goletta Verde. Quest’anno la Goletta Verde, insieme alla tutela della biodiversità, mette in evidenza la lotta alla crisi climatica, il rafforzamento del sistema delle aree protette e la promozione delle rinnovabili, a partire dall’eolico offshore. Partner principali della campagna il CONOU, Consorzio Nazionale per la Gestione, Raccolta e Trattamento degli Oli Minerali Usati, ANEV, Novamont e Renexia, partner AIPE emedia partner La Nuova Ecologia.   

Il dettaglio delle analisi di Goletta Verde   

I campionamenti di Goletta Verde non si vogliono sostituire ai dati ufficiali sulla balneabilità ma vanno ad integrare il lavoro svolto dalle autorità competenti. Se, infatti, i dati di Arpa sono gli unici che determinano la balneabilità di un tratto di costa a seguito di ripetute analisi nel periodo estivo, le analisi di Goletta Verde hanno invece un altro obiettivo che è quello di andare ad individuare le criticità dovute ad una cattiva depurazione dei reflui in specifici punti, come foci, canali e corsi d’acqua, il principale veicolo con cui l’inquinamento, generato da un’insufficiente depurazione, arriva in mare. 

Sono dodici i campionamenti eseguiti dai volontari e dalle volontarie di Goletta Verde lungo la costa marchigiana tra il 18 e il 19 luglio 2022. Sei punti prelevati presso le foci dei fiumi e sei punti prelevati a mare. In totale cinque sono i campionamenti giudicati oltre i limiti di legge secondo i parametri della Goletta: quattro punti sono stati giudicati fortemente Inquinati e uno inquinato. Giudicata fortemente inquinata la foce del fiume Musone tra i comuni di Porto Recanati e Numana al confine tra le province di Macerata e Ancona; la foce del torrente Valloscura in località Lido di Fermo, tra i comuni di Porto S. Giorgio e Fermo; la foce del torrente Albula e la foce del Tronto nel comune di San Benedetto del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Inquinata invece la foce del fiume Esino in località Rocca Priora nel comune di Falconara Marittima ad Ancona. 

Cinque delle sei foci sono oltre i limiti di legge. Ciò dimostra che per prevenire l’inquinamento di natura fecale dei nostri mari dobbiamo agire presso le foci, risalendo fino all’entroterra, per individuare scarichi abusivi o non a norma. E se la depurazione riguarda tutti i comuni, tanto quelli costieri quanto quelli interni, sull’informazione ai bagnanti da parte dei comuni costieri c’è ancora molto da fare. Sono stati rilevati infatti solo in 3 punti i cartelloni di informazione sulla qualità delle acque, obbligatori per legge, mentre presso le foci monitorate solo in due casi su sei è stato individuato il cartello di divieto di balneazione

“I giudizi dei campionamenti effettuati dai volontari e dalle volontarie di Goletta Verde ci dicono quello che ormai sappiamo da anni: in tema di depurazione delle acque il tallone d’Achille delle Marche sono le foci di fiumi e torrenti – dichiara Marco Ciarulli, presidente Legambiente Marche. Cinque punti alle foci sono risultati inquinati o fortemente inquinati, con la conferma di criticità annose come quella della foce del fiume Musone. Sicuramente è migliore la situazione dei punti a mare ma questo non basta, occorre uno sforzo maggiore da parte di tutti perché la risorsa mare per le Marche è di fondamentale importanza”.  

“Ogni anno con Goletta Verde solchiamo i mari italiani illustrando i giudizi del monitoraggio delle analisi delle acque, e di anno in anno ci sono punti che migliorano ed altri che peggiorano in termini di livelli di inquinamento – afferma Federica Barbera, portavoce di Goletta Verde. Ma quello che notiamo è che, in alcune regioni, ci sono delle presenze costanti nelle liste dei punti inquinati o fortemente inquinati. Tutti ne conoscono l’esistenza ma gli interventi risolutori tardano ad arrivare. In questo le Marche non sono da meno, e quindi rinnoviamo il nostro appello a gran voce: in questo territorio, così come in tutto il Paese, occorre efficientare la rete e gli impianti di depurazione delle acque e soprattutto mettere fine agli scarichi abusivi. La manna dal cielo arriva dalle risorse del PNRR che prevedono finanziamenti alla Regione per 18,6 milioni di euro nei prossimi anni. Un’opportunità da non sprecare per tutelare tanto l’ambiente quanto il turismo e le attività economiche che si fondano sulla risorsa mare”.    

L’impianto rifiuti che fa discutere Montemarciano

Dopo l’incontro pubblico dello scorso 4 luglio, che si è tenuto presso il centro sociale a Marina di Montemarciano, cresce la preoccupazione sul progetto per l’impianto di recupero dei rifiuti che dovrebbe sorgere a breve. L’area individuata è quella tra il casello autostradale dell’A14 e la zona produttiva, industriale e artigianale alla Gabella: qui si è ipotizzata la realizzazione dell’impianto di recupero e trattamento dei rifiuti derivanti dallo spazzamento stradale e dagli arenili. La decisione definitiva spetta però all’assemblea dei sindaci della provincia di Ancona: secondo i più critici, sarebbe già stata presa, all’insaputa dei cittadini che conoscerebbero ora il progetto a cose già fatte o quasi.

Tra i più scettici c’è il gruppo di opposizione consiliare Progetto Montemarciano che si chiede a quando risalga «la candidatura del Comune per ospitare l’impianto». «L’impressione è che sia una decisione presa altrove». Numerosi i dubbi che i cittadini hanno posto durante l’incontro pubblico agli amministratori, al presidente e al direttore dell’Ata Rifiuti Daniele Carnevali e Massimo Cenerini.

Tra questi l’inquinamento e i rischi collegati al traffico: se dovesse essere confermato, l’impianto porterà con sé decine di camion al giorno per il trasporto dei materiali di risulta dello spazzamento delle strade e della pulizia delle spiagge. Il che si traduce in maggior CO2 e più rischi incidenti. Altro dubbio è la posizione: l’impianto sorgerebbe…

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