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Tag: papa francesco

Il conclave, l’eredità di papa Francesco e il profilo del nuovo pontefice dopo Bergoglio

Gli occhi del mondo tornano a essere puntati sul Vaticano perché mercoledì 7 maggio inizia il conclave con 133 cardinali lettori che dovranno scegliere il nuovo successore al soglio pontificio dopo la scomparsa di Papa Francesco, il papa venuto dalla fine del mondo avvenuta lunedì 21 aprile scorso. Nel pomeriggio la processione dei cardinali si muoverà dalla Cappella Paolina alla Sistina, dove avverrà poi il giuramento con la mano sul Vangelo e poi dall’arciviescovo Diego Ravelli verrà pronunciato l’extra omnes, l’invito a far uscire tutti coloro che non sono chiamati al voto. Così inizieranno le votazioni. Già dal tardo pomeriggio dovrebbe esserci una prima fumata dal comignolo e sarà quello il segnale che è stato o non è stato eletto il nuovo papa. Dei 133 cardinali elettori, l’80% circa è stato creato da papa Francesco con un’importante rappresentanza asiatica anche se in pochi credono che sarà di quel continente il successore di Bergoglio.

Qual è il profilo che dovrebbe o forse meglio dire dovrà avere il nuovo pontifice, il 267° papa nella storia? Un costruttore di ponti, un uomo vocato al dialogo, un pastore, volto di una chiesa samaritana in tempi in cui si parla tanto, tantissimo, troppo di guerra (la terza guerra mondiale a pezzi come la chiamava papa Francesco e il riaccendersi delle ostilità tra India e Pakistan ne è la prova di fatto) ma anche di profonda polarizzazione tra le parti e questo interessa un po’ tutti i paesi, dall’America all’Europa, dove il dialogo ha spazi sempre più ristretti. Chissà se anche nel conclave sarà così.

Senza scadere nel toto papa, ci si interroga sul cammino futuro della chiesa: diversi elementi significativi sono stati tracciati da papa Francesco nel suo programma di apertura e modernizzazione. La chiesa deve fare conti con se stessa, con alcuni scandali che non sono rimasti legati al passato (si pensi alla questione degli abusi) ma anche con alcune aperture che non sono state ben viste da tutti (quel chi sono io per giudicare rivolto alla comunità gay è solo uno dei temi su cui la chiesa dovrà fare chiarezza al suo interno).

Di certo papa Francesco ha lasciato non solo dei temi importantissimi su cui la chiesa si deve ancora esprimere senza esitazioni, e l’assemblea sinodale di aprile è un esempio lampante di questo esitare, ma lo stesso cambiamento non sarà immediato, a meno di segnali importanti che possano arrivare dal conclave. Lo dice anche il vescovo della diocesi di Senigallia Franco Manenti: in una recente intervista a Laura Mandolini a Radio Duomo ha parlato dell’eredità di Bergoglio e della prospettiva del cambiamento.

«Penso che l’eredità pastorale che papa Francesco ci lascia sia quella contenuta nell’Evangelii Gaudium che è un po’ il testo programmatico, cioè la consapevolezza che il Vangelo è una buona notizia per tutti ed è una buona notizia che alimenta la speranza di tutti, a non disperare. Questo mi pare sia il lascito prezioso. Lascito reso ancora più prezioso dal modo con cui papa Francesco ha testimoniato questa buona notizia con parole e gesti tra loro strettamente connessi, tanto da fare di papa Francesco un maestro perché testimone, lui stesso ha testimoniato con le sue parole e la sua vita la bellezza di una notizia che dà speranza alle persone, a tutte, in modo particolare quelle che erano a corto, in deficit di speranza».

«Mi viene da dire che quel testo è un testo molto impegnativo per la chiesa perché papa Francesco chiede alle comunità cristiane una conversione pastorale non di facciata ma addirittura appunto un cambiamento e dettaglia anche gli ambiti i luoghi e le cose da cambiare, rivalutare, ripensare tutta la vita della comunità cristiana. Io sono del parere, ma non solo nei confronti di papa Francesco, che non bisogna perdere la spinta al cambiamento, con la consapevolezza non è un cambio rapido, deve essere radicale, incisivo ma ha bisogno di tempo, ha bisogno dei suoi tempi».

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Piazza San Pietro formato ‘mondo’: l’ultimo viaggio di Papa Francesco

Il cardinale Giovanni Battista Re non aveva un compito facile. Non dev’essere semplice occuparsi di un funerale del genere, tanto più a 91 anni, ancor di più di fronte a decine di ‘big’ mondiali e oltre 170 delegazioni provenienti da ogni dove. Bastava una parola di troppo, un’omissione, una sottolineatura inopportuna (tutto ciò, ovviamente, ad insindacabile giudizio delle orecchie chiamate in causa) per spostare immediatamente l’attenzione dal senso più vero delle esequie ad un presunto manifesto politico papale.

E invece c’è riuscito! In un’omelia chiara, semplice e appassionata, il Decano dei cardinali ha ripercorsa la bellezza di un magistero originale, coraggioso. Il primato dell’evangelizzazione, per il cardinale, è stato la guida del suo pontificato, “misericordia e gioia del Vangelo” le due parole chiave dei dodici anni di Bergoglio sul soglio di Pietro, che “in contrasto con quella che ha definito la cultura dello scarto, ha parlato della cultura dell’incontro e della solidarietà”. “Filo conduttore della sua missione è stata la convinzione che la Chiesa è una casa per tutti; una casa dalle porte sempre aperte”, ha sottolineato Re: “Ha più volte fatto ricorso all’immagine della Chiesa come ospedale da campo dopo una battaglia in cui vi sono stati molti feriti. Una Chiesa desiderosa di prendersi cura con determinazione dei problemi delle persone e dei grandi affanni che lacerano il mondo contemporaneo; una Chiesa capace di chinarsi su ogni uomo, al di là di ogni credo o condizione, curandone le ferite”. Quasi un album fotografico che ci ha portati, tra gli altri, a Lampedusa, Lesbo, Iraq, al confine tra Messico e Stati Uniti. Ci ha ricordati la fraternità violata da denunciare e quella da costruire, il dialogo interreligioso portato ai massimi livelli, l’abbraccio sincero a tante persone, perché ogni volto è espressione del Volto.

Piazza San Pietro, per qualche ora, è stata sintesi del mondo. I popoli e chi li governa, i fedeli e la gerarchia ecclesiastica, le parole e la Parola. Al centro, l’umile bara dell’uomo che li ha chiamati a raccolta per l’ultimo, commovente saluto. Il libro del vangelo, posto sopra il feretro, è anche stavolta sfogliato e animato dal vento. Soffia lo Spirito, continua ad alitare su quelle parole eterne. Quasi a dire sta a voi, umili e potenti, accogliere questa forza rivoluzionaria di profonda libertà. C’è una civiltà di Bene da ricercare sempre, immaginare e costruire.

Poi verso S. Maria Maggiore, sulla papa mobile di sempre abitata in modo diverso, bianca di una luce che sa di Resurrezione. Per dirci ancora “sono con voi, attraverso ancora le vostre strade, non smetto di donarvi il mio sorriso di Speranza”. “Caro Papa Francesco, ora ti chiediamo di pregare per noi”. E per questo mondo in cerca di pace.

Laura Mandolini

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Da Lampedusa in poi: l’originale atlante dei viaggi di papa Francesco

“Faccio questi viaggi per visitare le comunità cattoliche e anche per entrare in dialogo con la storia e la cultura dei popoli, con quella che è la mistica propria di un popolo”. Così Francesco, il papa che all’inizio del pontificato aveva dichiarato di non voler viaggiare molto, di ritorno dal viaggio dalla Mongolia ha spiegato il senso dei suoi viaggi apostolici, iniziati nel 2013 con il viaggio altamente simbolico a Lampedusa, che poi ne avrebbe richiamato un altro a Lesbo e un altro ancora a Marsiglia. “Quando parlo di periferia, parlo di confini”, aveva dichiarato Bergoglio da cardinale in un’intervista rilasciata a Cárcova News, rivista popolare prodotta in una villa miseria argentina: “Normalmente noi ci muoviamo in spazi che in un modo o nell’altro controlliamo. Questo è il centro. Nella misura in cui usciamo dal centro e ci allontaniamo da esso scopriremo più cose e, quando guardiamo al centro da queste nuove cose che abbiamo scoperto, da nuovi posti, da queste periferie, vediamo che la realtà è diversa.Una cosa è osservare la realtà dal centro e un’altra è guardarla dall’ultimo posto”.

Tema, questo, ripreso anche nell’Evangelii gaudium, il suo documento magisteriale programmatico, e reso tangibile con la scelta – senza precedenti nella storia della Chiesa – di aprire la Porta Santa del Giubileo della misericordia a Bangui, durante il viaggio nella Repubblica Centrafricana.Scelte controcorrente, come l’indimenticabile immagine di Auschwitz, all’interno della Gmg di Cracovia, quando il 29 luglio 2016 ha attraversato – da solo e in silenzio, primo papa a non pronunciare una parola, avviandosi su una vettura elettrica al Blocco 21 per sostare in preghiera silenziosa davanti al muro dove i nazisti compivano le fucilazioni, dopo aver salutato 12 superstiti e reso omaggio alla cella di padre Massimiliano Kolbe. Un silenzio orante che ha parlato più di mille parole, e che ha evocato la sosta anch’essa silenziosa al muro di Betlemme, che divide ebrei e palestinesi, un fuori programma del viaggio in Terra Santa. Ferite aperte, quelle delle divisioni tra i popoli, come in Corea, a Sarajevo, Bosnia Erzegovina, in Sri Lanka o in Azerbaigian. E in Messico, a Ciudad Juarez, al confine con gli Stati Uniti, dove ha detto messa a 80 metri dalla barriera di filo spinato: muri che diventano ponti, per la capacità di Bergoglio di toccare le ferite della gente e di indicare strade per risanarle.

a cura di M.Michela Nicolais

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La comunicazione si fa annuncio: l’originale stile di un Papa dal linguaggio semplice e profondo

La guerra mondiale a pezzi, i pastori con l’odore delle pecore, Chiesa in uscita, globalizzazione dell’indifferenza, la cultura dello scarto, la Chiesa ospedale da campo, cristiani da salotto: sono alcune delle espressioni di Papa Francesco, entrate nell’immaginario collettivo. Un Papa che con le parole, rafforzate dai gesti, e con il suo stile ha rivoluzionato la comunicazione. Ne parliamo con Adriano Fabris, professore di Filosofia morale e di Etica della Comunicazione all’Università di Pisa.

Professore, quale è stata la rivoluzione che ha compiuto Francesco nella comunicazione?
Distinguerei tre aspetti sul modo in cui Papa Francesco si è relazionato al mondo della comunicazione. Il primo aspetto è come Papa Francesco stesso comunicava. Il secondo aspetto collegato a questo è come gestiva i media. Il terzo aspetto è come ha riflettuto nei suoi documenti sui media e sugli sviluppi comunicativi.
Partiamo dal primo aspetto…
Papa Francesco aveva una comunicazione estremamente diretta. Possiamo subito dire, nel bene e nel male. Perché a volte proprio questo carattere diretto della sua comunicazione gli ha creato qualche grattacapo. Era in ogni caso un grandissimo vantaggio, perché questa comunicazione diretta riusciva a creare subito un collegamento, a gettare un ponte con le persone. Diretta vuol dire una comunicazione che trasmetteva la parresia, trasmetteva il fatto che quello che uno diceva lo pensava e quello che uno pensava lo diceva. Questa veridicità era chiaramente un elemento attrattivo, nel senso che creava immediatamente fiducia, dava credibilità. Questo stile comunicativo di Papa Francesco era lo stile di chi rendeva testimonianza alla verità e lo faceva in maniera diretta, poi con il suo carattere, con il suo stile, quindi con le parole semplici che tutti potevano comprendere. Importanti anche i silenzi. Perché si comunica anche con il silenzio e Papa Francesco ha comunicato in molti casi proprio con la concentrazione, la riflessione, il silenzio, la sua presenza, il prendere sopra di sé, silenziosamente, il dolore suo personale e il dolore del mondo. Sempre in questo ambito di comunicazione diretta, c’è la comunicazione attraverso i gesti. C’è tutta una dimensione di non verbale che Papa Francesco ha praticato nella sua comunicazione, che bucava e che coinvolgeva. Abbiamo in mente tanti esempi, a me quello che ha colpito recentissimamente è proprio il fatto che nonostante la fatica, la stanchezza, le raccomandazioni dei medici, a Pasqua il Papa ha fatto il giro di piazza San Pietro, ha preso i bambini, li ha baciati, li ha benedetti. Sono gesti che parlano e che danno il segno di una fede, di un impegno e di una carità fino in fondo.
Per il secondo aspetto cosa ci può dire?
Non si può essere ingenui, oggi: quando si comunica, lo sappiamo benissimo, si rischia di essere stritolati dai meccanismi della comunicazione. Tanto più se non si ha padronanza del mezzo. Ebbene, Papa Francesco è riuscito a far passare il messaggio cristiano attraverso il mezzo, senza farsi assorbire dal mezzo. Pensiamo ad esempio all’utilizzo del mezzo televisivo. Non solo ha partecipato alle trasmissioni di A Sua immagine, ma ci è andato direttamente. Ha usato anche in maniera ovviamente consapevole, forte la parola. E l’ha usata tanto più nell’ultimo periodo, proprio quando non aveva voce per poter dire le cose più essenziali. La stessa padronanza del mezzo l’ha dimostrata nell’utilizzo delle tecnologie della comunicazione. Anche se era certamente un Papa social, anche se questo era un po’ fuori rispetto al suo orizzonte però è stato presente.
Sul terzo aspetto, Papa Francesco come ha riflettuto sulla comunicazione?
Qui abbiamo tutta la serie dei Messaggi per le Giornate mondiale delle comunicazioni sociali. Inizialmente si concentrano sulla comunicazione giornalistica, soprattutto sulla necessità di una comunicazione veritiera, una comunicazione credibile, una comunicazione affidabile, una comunicazione che non abbia paura di dire la verità. Poi, progressivamente è diventata sempre di più una riflessione sulle nuove tecnologie nell’ambito della comunicazione, dove questi temi della verità, della credibilità, della testimonianza sono stati applicati in maniera veramente molto utile e intelligente all’ambito e dei social, soprattutto, e dell’intelligenza artificiale. Questi sono i tre aspetti a mio avviso importanti per cui Papa Francesco ha effettivamente dato un corso agli sviluppi comunicativi con indicazioni molto precise, dimostrando consapevolezza rispetto a quello che sta avvenendo oggi.
Ha portato una rivoluzione comunicativa con il suo stile?
Questo sicuramente. Una rivoluzione che però porta con sé anche la consapevolezza che non si può buttare via quanto è stato acquisito e sperimentato nel passato: voglio dire la tradizione cristiana è una tradizione che fa uso da sempre delle modalità comunicative per l’annuncio. Tutto quanto è stato acquisito di buono all’interno di questa tradizione non può essere abbandonato: la capacità di una parola che getta ponti, la capacità di uno scritto che rimane e che dice cose che devono restare, la capacità di gestire le immagini, anche di utilizzare i social. La rivoluzione di Papa Francesco è una rivoluzione vera, non è la rivoluzione delle tecnologie che cercano sempre un aspetto nuovo, una novità commercializzabile che sostituisca l’ambito precedente. C’è una rivoluzione che tiene conto di questi sviluppi e che cerca di renderli integrati e integrabili con quanto di buono la tradizione comunicativa ci ha tramandato.
L’uso di tante espressioni che ricollegano a un’immagine rendono anche più semplice capire il concetto da parte di tutti?
Sicuramente. È un altro degli aspetti della sua comunicazione diretta. Espressioni come “pastori con l’odore delle pecore” colpiscono l’’immaginazione, rimangono nella mente e penetrano profondamente nella memoria e nella coscienza. Da questo punto di vista, la capacità comunicativa di Papa Francesco era decisamente competente. Quello che vorrei sottolineare è la sua capacità di produrre nuovamente immagini significative che potessero essere condivise da tutti. Noi veniamo da un periodo in cui sembrava avessimo paura di utilizzare le immagini soprattutto in relazione alle tematiche religiose, si parlava di demitizzazione. Bisognava arrivare all’essenza, togliere l’involucro mitico, immaginifico, rispetto a quella che è la verità dell’annuncio. Una impostazione del genere è andata poi assolutamente in controtendenza ed è stata sconfitta da questo abbondare di immagini che troviamo nel nostro contesto comunicativo odierno e quindi Papa Francesco si è reso conto che era necessaria una vera e propria “rimitizzazione”. Che le immagini non erano qualche cosa di culturalmente collocato e comprensibile solo in ambiti circoscritti, ma che parlavano a tutti gli esseri umani perché erano immagini dell’umanità, d’altra parte, nei Vangeli Gesù quante immagini usa che non sono circoscritte all’ambito del suo tempo e alla cultura della sua epoca? Su questa linea si è mosso anche Papa Francesco, rimitizzando il discorso, rilanciando immagini che potevano davvero parlare a tutti: a persone di varie culture e tradizioni che in ogni caso riuscivano a capirle.
Ha usato anche parole spagnole italianizzate.
Sì, certo, Francesco sosteneva che per inculturare la fede bisogna essere in grado anche di trasmetterla in dialetto. Quello che importa, e questo è un elemento del suo approccio e del suo stile comunicativo anche per quanto riguarda l’annuncio cristiano, è che non bisognava porsi in una lingua universale, asettica, globale o globalizzata, perché poi questa lingua universale, asettica, globale, globalizzata nessuno la riconosceva come propria, sembrava qualche cosa di astratto e di calato dall’alto. La testimonianza parte sempre da chi è inserito in un contesto, ha i piedi per terra, nel fango del luogo in cui si trova a operare e quindi parla anche la lingua di quel luogo e questa lingua viene compresa, è il miracolo della Pentecoste. Viene compresa da tutti e tutti riconoscono che questa lingua, pur radicata nella particolarità dell’esperienza di chi la parla, è una lingua vera, perché è la lingua in cui si esprime credibilmente chi sta parlando.

a cura di Gigliola Alfaro

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Quel giorno in cui papa Francesco incontrò i familiari dei deceduti alla ‘Lanterna azzurra’

C’è un incontro speciale che lega le Marche, la diocesi di Senigallia in particolare, a Papa Francesco.
Come in un abbraccio, Francesco ha accolto in udienza i parenti di Emma Fabini, 14 anni; Eleonora Girolimini, 39 anni; Asia Nasoni, 14 anni; Mattia Orlandi, 15 anni; Daniele Pongetti, 16 anni; Benedetta Vitali, 15 anni, morti nella discoteca ‘Lanterna azzurra’ di Corinaldo nella notte dell’8 dicembre 2018.
Ad accompagnarli c’erano il vescovo di Senigallia, Franco Manenti e l’allora vescovo di Fano Armando Trasarti. Ripercorriamo, all’indomani della morte del pontefice, l’articolo scritto da Emanuela Campanile e pubblicato sul sito Vaticanews.

“La data coincide con la Festa dell’Immacolata, sottolinea il Papa e il luogo della tragedia, aggiunge ancora il Pontefice, si trova in una zona non lontana dal Santuario dedicato alla Vergine di Loreto. Ecco allora l’invito a pregare insieme l’Ave Maria per Asia, Benedetta, Daniele, Emma, Mattia ed Eleonora, nella certezza che Lei “sicuramente li ha accompagnati all’abbraccio misericordioso del suo Figlio Gesù”: Voglio – vogliamo – pensare che lei, come Madre, non abbia mai staccato il suo sguardo da loro, specialmente in quel momento di confusione drammatica; che li abbia accompagnati con la sua tenerezza. Quante volte l’hanno invocata nell’Ave Maria: “Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”! E anche se in quegli istanti caotici non hanno potuto farlo, la Madonna non dimentica le nostre suppliche: è Madre. Sicuramente li ha accompagnati all’abbraccio misericordioso del suo Figlio Gesù.

Francesco lo dice, non entra “nel merito delle cause che hanno determinato gli incidenti in quella discoteca” ma si unisce “con tutto il cuore” alla sofferenza dei familiari delle vittime e al loro “legittimo desiderio di giustizia”. Vuole offrire “una parola di fede, di consolazione e di speranza” per una tragedia “insopportabile senza l’aiuto di Dio”: So che in tanti, ad iniziare dai vostri Vescovi, qui presenti, dai vostri sacerdoti e dalle vostre comunità, vi hanno sostenuto con la preghiera e con l’affetto. Anche la mia preghiera per voi continua, e la accompagno con la mia benedizione.

La gratitudine del Papa è rivolta ai presenti per aver voluto condividere con lui il dolore che li affligge e la preghiera, ma l’incontro di oggi, per Francesco, deve aiutare a superare il rischio dell’oblio: Vi ringrazio di essere venuti a condividere anche con me il vostro dolore e la vostra preghiera. Ricordo che allora, quando accadde la tragedia, ne fui scosso. Ma col passare del tempo – e purtroppo col susseguirsi di tante, troppe tragedie umane – si rischia di dimenticare. Questo incontro aiuta me e la Chiesa a non dimenticare, a tenere nel cuore, e soprattutto ad affidare i vostri cari al cuore di Dio Padre.

E guardando al dolore dei presenti, Francesco descrive la tragedia di perdere un figlio, con l’assenza delle parole: Quando noi perdiamo papà o mamma, siamo orfani: c’è un aggettivo. Orfano, orfana. Quando nel matrimonio si perde il coniuge, chi rimane è vedovo o vedova: c’è un aggettivo anche per questo. Ma quando si perde un figlio, non c’è aggettivo. La perdita di un figlio è impossibile da “aggettivare”. Ho perso il figlio: ma cosa …? No, no: non sono né orfano, né vedovo. Ho perso un figlio. Senza aggettivo. Non c’è. E questo è il grande dolore vostro”.

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Il papa da rileggere: breve viaggio nelle parole di un pontificato senza confini

I gesti sono importanti, tanto. Ma anche le parole, perché creano storia, pensiero, suggeriscono conversioni e danno solide basi a scelte faticose. Papa Francesco ci ha proposto quattro encicliche (Lumen Fidei, Laudato sì, Fratelli tutti, Dilexit nos) e sette esortazioni apostoliche (Evangelii gaudium, Amoris Laetitia, Gaudete et Exsultate, Christus vivit, Querida Amazonia, Laudate Deum, C’est la confiance), un unico magistero che ha come filo rosso l’annuncio gioioso del Vangelo al mondo, con “parresia” e senza fuggire nessuna delle sue sfide: dalla secolarizzazione alla globalizzazione dell’indifferenza, dalla “cultura dello scarto” alle “colonizzazioni ideologiche”, dalla “terza guerra mondiale a pezzi” ai conflitti tra le religioni. In dodici anni di pontificato ha tracciato un percorso che, fin dall’Evangelii gaudium, il suo documento programmatico – che ogni diocesi dovrebbe ritirare fuori dai polverosi scaffali, dimenticata troppo in fretta – proprio per di “avviare processi, più che occupare spazi”, nell’ottica di una “Chiesa in uscita” raffigurata come “ospedale da campo” per le ferite, grandi e piccole, dei viandanti che incrociamo per strada.

Altro tema centrale del magistero di Bergoglio, quello della cura e del rispetto per il creato, oggetto della sua seconda enciclica, Laudato sì, che ha suscitato vasta eco anche in ambito non cattolico e ha lanciato un grido d’allarme – in anticipo rispetto alle agende delle organizzazioni internazionali e dei governi, anche perché stiamo assistendo a tutti i livelli ad una pericolosa inversione di marcia – su temi scottanti per la stessa sopravvivenza dell’uomo sul pianeta, come l’emergenza climatica e il riscaldamento globale, trattati poi nell’esortazione apostolica dedicata all’Amazzonia. Temi, questi, rilanciati nell’esortazione apostolica “Laudate deum”, dopo i fallimenti degli Accordi di Parigi e l’’immobilismo indifferente della comunità internazionale nei riguardi di un questione, il cambiamento.

Nella sua terza enciclica, Fratelli tutti, firmata ad Assisi, Papa Francesco propone la terapia della fraternità ad un mondo malato, mentre c’era il Covid, dimenticato in fretta anche questo: tra le richieste, una “governance globale” per le migrazioni, tema portante del pontificato, per affrontare il quale fin dai suoi primi documenti magisteriali aveva indicato un percorso molto esigente, formulata attraverso quattro verbi da declinare: “accogliere, proteggere, promuovere e integrare”. In quella dedicata alla famiglia, Amoris Laetitia, il Papa raccoglie invece i frutti del Sinodo indetto in due tempi su questo tema, preceduto da una consultazione che ha reso protagonista tutte le Chiese locali. “La società mondiale stia perdendo il cuore”, l’affermazione centrale della sua ultima enciclica, “Dilexit nos“.
Una “Magna Charta” della pastorale giovanile, esortata a cambiare – insieme alla Chiesa – partendo dalle critiche dei giovani, per diventare, da ora in poi, “pastorale giovanile popolare”. È Christus vivit, esortazione rivolta ai giovani a conclusione del Sinodo a loro dedicato. “La gioventù non esiste, esistono i giovani”, il punto di partenza per affrontare questioni come gli abusi, le migrazioni, la sessualità, la questione femminile, i pericoli della Rete, la famiglia, il lavoro. “Non aver paura” della “santità della porta accanto”, l’imperativo che fa da sfondo alla terza esortazione apostolica di Papa Francesco: i santi non sono solo quelli già beatificati e canonizzati, ma il “popolo” di Dio, cioè ognuno di noi, chiamato a vivere la santità come un itinerario fatto di “piccoli gesti” quotidiani. E alla “piccola via” di Santa Teresa di Lisieux, una delle sante più conosciute in tutto il mondo, dichiarata Dottore della Chiesa da San Giovanni Paolo II nel 1997, è dedicata l’esortazione apostolica “C’est la confiance”. La fiducia in Dio e nell’umanità più bella di cui abbiamo tutti un gran bisogno.

a cura di Laura Mandolini

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La veglia diocesana in memoria di papa Francesco; diretta video dei funerali al ‘Gabbiano’

SENIGALLIA – La Chiesa di Senigallia esprime il suo profondo dolore e cordoglio per la morte di papa Francesco.  E sente l’esigenza di manifestare al Signore della vita la gratitudine per avere avuto in dono un pastore così coraggioso, umile, vicino ai desideri più profondi e più belli di ogni persona, autorevole e incessante voce di pace, di promozione della dignità umana, testimone instancabile di una Chiesa libera ed evangelica.

Il vescovo Franco invita la comunità diocesana ad una veglia di preghiera in memoria del Pontefice, giovedì 24 aprile 2025, alle ore 21.00, nella Chiesa dei Cancelli di Senigallia. Al ‘grazie’ si unisce inoltre l’invocazione per affidare al Signore l’anima di un padre e pastore che ha amato senza misura. Nell’anno del Giubileo, dedicato alla Speranza, sarà il versetto di San Paolo ai Romani, “La speranza non delude” ad accompagnare questa meditazione che ci fa vicini nel dolore e rafforza la fiducia nello Spirito che mai abbandona il suo popolo, l’intera umanità.

Inoltre, sabato 26 aprile prossimo, alle ore 10.00, per chi vuole sarà possibile seguire in diretta video, al cinema ‘Gabbiano’ di Senigallia, i funerali di papa Francesco da Piazza San Pietro, in Vaticano.

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Udienza con papa Francesco per i familiari di padre Matteo. La sorella: «Una grande forza da quell’incontro»

Durante l’Angelus del 21 aprile 2024 (QUI il video), nella celebrazione della giornata mondiale di preghiera per le vocazioni, papa Francesco ha esposto un messaggio profondo e significativo. Il tema scelto per questa giornata vocazionale, “Chiamati a seminare la speranza e a costruire la pace”, invita tutti a riscoprire la Chiesa come una comunità ricca di carismi e vocazioni al servizio del vangelo. Il papa ha espresso il suo desiderio che la comunità preghi per coloro che spendono la loro vita al servizio del vangelo.

Nella sua riflessione, papa Francesco ha approfondito l’immagine del buon pastore: “non solo che lui è la guida, il capo del gregge, ma soprattutto che pensa a ciascuno di noi, e ci pensa come all’amore della sua vita. Pensiamo a questo: io per Cristo sono importante, lui mi pensa, sono insostituibile, valgo il prezzo infinito della sua vita. E questo non è un modo di dire: lui ha dato veramente la vita per me, è morto e risorto per me. Perché? Perché mi ama e trova in me una bellezza che io spesso non vedo.”

Alla fine del regina coeli, in un momento di profonda riconoscenza, papa Francesco ha espresso il suo cordoglio per la morte di padre Matteo Pettinari, giovane missionario della Consolata originario della diocesi di Senigallia, “conosciuto come il missionario instancabile” nel suo servizio missionario di primo annuncio del vangelo in Costa d’Avorio. La sua testimonianza di generosità è stata un esempio per tutti, e il papa ha invitato i fedeli a pregare per la sua anima, sottolineando l’importanza della missione ‘ad gentes’ e del servizio ai più vulnerabili.

Grazie a una lettera di Francesca Pettinari, sorella di padre Matteo, in cui lo ringraziava per la preghiera e il ricordo durante il regina coeli, la famiglia Pettinari e alcuni amici di padre Matteo hanno avuto la grazia di incontrare papa Francesco in un’udienza privata. Questo evento, realizzatosi lo scorso sabato 3 agosto 2024, ha suscitato grande emozione in un’atmosfera di profonda intimità, familiarità e comunione. Per questa occasione è stato elaborato un libretto sulla vita e sulla missione di padre Matteo a modo di regalo, offerto al santo padre. 

Francesca, é grazie a te se avete potuto incontrare il santo padre. Come hai pensato di scrivere? E cosa ti ha lasciato l’incontro con papa Francesco?
Questa è una domanda che a me provoca ancora molto dolore in quanto io avevo piacere di incontrare il santo padre affiancata da Matteo. Purtroppo non è stato possibile averlo vicino fisicamente. L’idea è nata dal fatto che, nel momento in cui ho appreso la notizia, sono passati giorni in cui molte persone ci sono venute a rendere le condoglianze, chi fisicamente, chi ha mandato un messaggio o un telegramma, o solamente con una preghiera. In questi giorni di sgomento ho percepito tanta voglia di fare ma anche tanto smarrimento, anche perché “da dove iniziare?”, “Come iniziare?”. E allora mi è venuto in mente che l’unica persona che materialmente ci poteva aiutare anche solo con un suo sguardo o una sua benedizione era il santo padre, così ho pensato di scrivere questa lettera. In quel momento non ero lucida nel pensare e nello scrivere nel modo corretto e allora mi sono fatta aiutare da mia cugina Paola, la quale ha scritto ciò che avevo nel cuore. Secondo me lei è stata illuminata, perché l’ha scritto molto bene. Quando poi ho ricevuto la chiamata dalla casa pontificia, in cui la segretaria mi comunicava che potevamo incontrare il santo padre in un’udienza privata, mi si è riempito il cuore di gioia, mi balzava fuori dal petto. È stato un momento molto emozionante, e alzando gli occhi verso il cielo ho detto “Qui c’è lo zampino di Matteo” e ancora una volta l’ho ringraziato. L’incontro con papa Francesco mi ha lasciato una grande forza, una grande conversione del cuore e una grande fede.

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Due mamme delle Grazie raccontano la Giornata mondiale dei bambini, con le loro figlie

L’esperienza alla Giornata mondiale dei bambini a Roma con Papa Francesco è stata emozionante per noi genitori e bambini. Abbiamo la fortuna di avere una catechista moderna e presente, con tanta voglia di fare; quando Daniela ha informato noi genitori che si sarebbe svolto il primo incontro mondiale dei bambini col Santo Padre e ci ha proposto di partecipare alle due giornate, abbiamo pensato che sarebbe stata un’esperienza stupenda per le nostre figlie, proprio una settimana dopo la loro Prima Comunione.

Le bambine erano emozionate già dai preparativi, pensare di andare a Roma da Papa Francesco già era motivo di festa. Arrivati a Roma abbiamo trovato tante persone disponibili e coinvolte nell’organizzazione dell’evento. Tutto è stato semplice, il nostro gruppo formato da 7 bambine e 6 genitori è stato unito, in mezzo a tanta gente si respirava un’aria di cura, di rispetto e di condivisione tra di noi. Poter incontrare bambini, più o meno coetanei, provenienti da più di cinquanta paesi del mondo, poter ascoltare dalla loro voce le diverse esperienze di vita, li ha indubbiamente arricchite e ha fatto apprezzare loro ciò che hanno e che a volte danno per scontato.

La prima giornata allo Stadio Olimpico è stata impegnativa per i bambini, per il caldo e per le 6 ore rimaste sedute. Abbiamo apprezzato gli ospiti all’evento , i bambini che hanno cantato, i cantanti famosi, i ragazzi che hanno ballato in uno spettacolo con una mongolfiera e soprattutto la disponibilità e la capacità di arrivare in modo semplice e genuino di Papa Francesco a tutti noi.Ha ribadito più volte ed in modo efficace l’importanza della parola PACE.

Hanno pernottato insieme per cui si sono dovute adattare alle necessità e abitudini altrui. Piazza San Pietro era gremita di gente, la stanchezza di aver dormito poco si è fatta sentire. Abbiamo apprezzato le parole del Santo Padre, come di nuovo fossero a misura di bambino e ci ha stupito quanto fosse in grado di catturare la loro attenzione, ha parlato della S.S. Trinità ed ha fatto recitar loro l’AVE MARIA, ribadendo l’importanza della PACE. Hanno avuto la fortuna di ricevere la “Seconda Comunione” nel luogo più spirituale al mondo. 

Per noi genitori è stato impegnativo, coinvolgente e impagabile vedere la felicità negli occhi delle nostre bambine e per il rapporto che hanno potuto consolidare con le amiche/compagne di scuola e catechismo. Sono tornate a casa stanche fisicamente ma col cuore pieno di gioia per l’esperienza vissuta, noi genitori altrettanto.

Agnese e Romina

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L’abbraccio del Papa all’Azione Cattolica, che ricambia molto volentieri

Anche l’Azione Cattolica di Senigallia era in piazza San Pietro giovedì 25 aprile 2024, in Vaticano, per l’incontro dell’Azione cattolica italiana con Papa Francesco, all’inizio dell’assemblea nazionale dell’associazione laicale che ogni tre anni rinnova i suoi i responsabili, ad ogni livello.

Adulti, ragazzi e giovani hanno stretto un forte abbraccio corale al Papa, alla loro associazione, ai tanti desideri di pace, espressi in modo eloquente proprio nella Festa della Liberazione. “Grazie per questo abbraccio così intenso e bello, che da qui vuole allargarsi a tutta l’umanità, specialmente a chi soffre”. Questo il suo saluto agli oltre 50mila soci dell’Azione Cattolica, provenienti da tutte le diocesi. “L’abbraccio è una delle espressioni più spontanee dell’esperienza umana”, ha ricordato Francesco: “La vita dell’uomo si apre con un abbraccio, quello dei genitori, primo gesto di accoglienza, a cui ne seguono tanti altri, che danno senso e valore ai giorni e agli anni, fino all’ultimo, quello del congedo dal cammino terreno. E soprattutto è avvolta dal grande abbraccio di Dio, che ci ama per primo e non smette mai di stringerci a sé, specialmente quando ritorniamo dopo esserci perduti, come ci mostra la parabola del Padre misericordioso”. “Cosa sarebbe la nostra vita, e come potrebbe realizzarsi la missione della Chiesa senza questi abbracci?”, si è chiesto il Papa, che ha proposto ai presenti una riflessone su “tre tipi di abbraccio: l’abbraccio che manca, l’abbraccio che salva, l’abbraccio che cambia la vita”.

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Papa Francesco: per la prima volta scrive le meditazioni della Via Crucis

Sarà il Papa, per la prima volta dall’inizio del pontificato, l’autore dei testi delle meditazioni della Via Crucis di venerdì prossimo, 29 marzo, al Colosseo. Il tema delle meditazioni – informa la Sala Stampa della Santa Sede – è: “In preghiera con Gesù sulla via della Croce”. Si tratterà, a quanto si apprende, di una Via Crucis “molto meditativa: un atto di preghiera, un momento spirituale con Gesù al centro”. Più che sull’attualità, le meditazioni saranno quindi “molto incentrate su Gesù, sul modo in cui lui vive quei momenti. Da lì, lo sguardo si allarga al mondo della sofferenza”. “Accompagnare Gesù sulla via della Croce e nella preghiera”, l’intenzione di fondo delle meditazione scritte da Papa Francesco, nell’Anno della preghiera da lui indetto in vista del Giubileo. Finora, i testi della Via Crucis erano stati affidati dal Santo Padre a persone singole o a gruppi. L’anno scorso, le meditazioni del tradizionale rito al Colosseo erano state tratte dalle testimonianze incontrate nei viaggi apostolici.

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L’incontro di papa Francesco con i vescovi marchigiani, in Vaticano per la visita ad limina

Papa Francesco ha invitato i vescovi delle Marche a “trasmettere la Sua Benedizione a tutti i fedeli marchigiani, con particolare attenzione ai sacerdoti e diaconi”. Lo ha fatto ieri mattina incontrando e accogliendo “molto cordialmente”, per due ore, gli 11 arcivescovi e vescovi che guidano le 13 diocesi marchigiane. Il dialogo, fa sapere Conferenza episcopale marchigiana “si è svolto senza discorsi introduttivi, ogni presule ha brevemente presentato al Papa la sua Diocesi, soffermandosi sulle difficoltà ed i punti di forza delle nostre Chiese ed indicando degli interrogativi che sorgono spontanei da un tale realtà”.

“Papa Francesco – rifierisce la Cem – ha risposto alle domande, incoraggiando il cammino comune delle Chiese Marchigiane, solidarizzando con i nostri problemi, in particolare la complessa ricostruzione materiale e soprattutto sociale dopo terremoto, pandemia ed alluvione”. “Ha confermato i vescovi nella coscienza del compito complesso di traghettare la Chiesa marchigiana, da un passato di tradizione e fede vissuto soprattutto nelle piccole parrocchie, ad un futuro molto diverso in cui appaiono molte nuove sfide”. Tra le principali: – scrive ancora la Cem – la trasmissione della fede alle nuove generazioni, la formazione e crescita delle famiglie cristiane, le fatiche e le sfide del mondo del lavoro e delle nuove e vecchie povertà. Non è mancata anche una riflessione sui temi della accoglienza delle situazioni di fragilità morali e familiari”.

Conferenza episcopale marchigiana

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