Un anno di riflessione sull’Amoris laetitia. È quello annunciato oggi da Papa Francesco prima della recita dell’Angelus, in occasione del quinto anniversario di promulgazione dell’Esortazione apostolica che ricorrerà il 19 marzo 2021. Sarà un’opportunità per approfondire i contenuti del documento, ha precisato il Santo Padre, che si concluderà il 26 giugno 2022: “Queste riflessioni saranno messe a disposizione delle comunità ecclesiali e delle famiglie, per accompagnarle nel loro cammino. Fin d’ora invito tutti ad aderire alle iniziative che verranno promosse nel corso dell’Anno e che saranno coordinate dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita”.
Il Messaggio di Papa Francesco per la 54.ma Giornata mondiale della pace, che verrà celebrata il primo gennaio 2021, ha per titolo “La cultura della cura come percorso di pace”. Praticare ed educare alla cura, scrive il Papa, è la via per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”
La cultura della cura, come “impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti”, e “disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca”, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace, per “debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente”. Lo scrive Papa Francesco nel suo Messaggio per la 54.ma Giornata mondiale della pace, che verrà celebrata il primo gennaio 2021, solennità di Maria Santissima, Madre di Dio.
“I giovani sanno avviare processi e non occupare spazi, come raccomanda il Papa. Non c’è niente di meglio che affidare un processo ai giovani”. Luigino Bruni, ordinario di Economia politica e Storia del pensiero economico all’Università Lumsa e docente di Economia politica presso l’Istituto universitario Sophia, nonché direttore scientifico dell’evento, traccia così un bilancio di The Economy of Francesco, l’evento internazionale on line che si è concluso il 12 novembre con il videomessaggio del Santo Padre. “Si sta avviando un processo che certamente andrà avanti, ma non creando grandi strutture”, spiega a proposito delle iniziative future: “Generatività è lasciare andare i figli, non pretendere di controllarli. E’ lasciarli scatenare. Tra un anno ci rivedremo ad Assisi, quando il lupo, o il virus, si sarà addomesticato”.
Come è andato The Economy of Francesco, e cosa l’ha contraddistinto rispetto ad altri eventi ecclesiali?
È andato al di là di tutte le nostre previsioni. In questi due anni, da quando abbiamo avviato il processo, abbiamo visto cosa è successo dopo il rinvio di marzo a causa della pandemia: tutta una realtà si è messa in moto nei 12 villaggi tematici, che hanno ospitato decine e decine di attività. Però in questi giorni ci siamo stupiti per la quantità e la qualità dei giovani e per l’intensità del loro coinvolgimento. Muovere così tanti giovani da ogni parte del mondo per un evento on line non è affatto semplice, vista la quantità di sollecitazioni diverse che provengono dall’ambiente digitale: vedere l’adesione, il coinvolgimento, l’ingaggio così forte da parte di giovani economisti, studiosi, imprenditori ci ha lasciato senza fiato.
È stato un evento generativo, senza padroni né appartenenze: i giovani sono come le trote, sentono subito se c’è acqua pulita. Il fatto che siano stati il Papa e San Francesco i garanti dell’iniziativa ha fatto percepire ai giovani l’autenticità e l’universalità di questa “convocazione”. Solo la gratuità può mettere in moto un processo di questo genere.
Un risultato ancora più considerevole, se si tiene conto del contesto di pandemia in cui siamo purtroppo immersi.
Ci siamo lanciati in una cosa più grande di noi: per citare una frase di don Benzi, “le cose belle prima si fanno e poi si pensano”. Mai nella storia della Chiesa c’è stato un movimento di giovani economisti, così globale e in grado di andare oltre le singole appartenenze. La Chiesa non ha mai avuto un rapporto molto sereno con l’economia, come dimostrano anche le vicende di questi giorni. Riconciliare la Chiesa con il denaro non è facile, ma non c’è un momento migliore di questo per tentare una tale impresa. In tutto questo clima di negatività, di morte, di paura, abbiamo vissuto tre giorni di luce e di speranza pazzesca, senza ingenuità e senza trionfalismi.
Se c’è un segnale chiaro che viene dalla pandemia è che l’economia va ripensata, perché la vulnerabilità del momento attuale sta peggiorando le disuguaglianze: i ricchi diventano sempre più ricchi, grazie ai loro guadagni speculativi, e i poveri sempre più poveri. Dal mondo post Covid dovrà nascere un’economia più solidale e inclusiva.
Per la prima volta, nella storia della Chiesa, hanno preso la parola migliaia di giovani economisti, imprenditori e change makers “under 35”. Cosa l’ha colpita di più ascoltandoli?
Innanzitutto la qualità, anche scientifica, dei ricercatori e degli imprenditori: sono stati presentati centinaia di progetti, segno che i giovani non sono soltanto sognatori utopici, come devono essere alla loro età, ma anche molto concreti. Basti pensare al loro appello finale in 12 punti, in cui hanno chiesto tra l’altro di introdurre Comitati etici nelle aziende, di abolire i paradisi fiscali, di rivedere la governance e il management delle imprese.
I giovani sono sognatori ad occhi aperti, con la loro tipica nota che è la positività: sono per la salute del mondo, non tanto per la malattia.
Tendono a vedere il loro lavoro, il fare impresa, come qualcosa di bello, perché è la loro vita. Non è vero che non vogliono adulti al loro fianco: li vogliono se non fanno i padroni o i prepotenti. E’ stato bello vedere giovani e Premi Nobel dialogare alla pari: i giovani hanno stima degli economisti più bravi e famosi e hanno rispetto per le competenze, perché sanno che sono il frutto buono di una vita matura o anziana.
Cambiare il paradigma economico richiede anche precise azioni politiche, oltre che la trasformazione degli stili di vita. Quante possibilità concrete hanno i giovani di oggi di essere realmente protagonisti attivi, nei luoghi dove si prendono le decisioni?
Il discorso politico più importante degli ultimi dieci anni è stato il discorso di Greta Thunberg all’Onu, ad ottobre. Siamo già in una nuova fase politica, dove i giovani sono i protagonisti delle questioni ambientali. Ci sono voluti due eventi per farci frenare: i ragazzi, che ci hanno fatto vergognare del modo in cui abbiamo consegnato loro il nostro pianeta, e il virus, con la sua carica di morte. I giovani hanno già una forza politica, soprattutto grazie alla loro padronanza del web, con la sua grande capacità di influenzare i comportamenti.
La politica non può non ascoltare le proposte dei giovani, perché le loro soluzioni sono più vicine, di fatto alla vita della gente. Anche se i politici non facessero nulla, c’è una forza intrinseca della storia: il vento soffia forte in questa direzione, chi si mette controvento finisce col mettersi fuori della storia.
«Quando passerà la tempesta ti chiedo, Dio, con vergogna, di rifarci migliori, come ci avevi sognati». Si chiude con i versi del cubano Alexis Valdés Ritorniamo a sognare. La strada verso un futuro migliore, scritto da papa Francesco in conversazione con il noto vaticanista britannico Austen Ivereigh, in uscita simultanea il primo dicembre in Gran Bretagna, Brasile, Francia, Spagna e America Latina, Germania e Italia, dove è stato pubblicato da Piemme. Il primo libro di un Papa realizzato in risposta a una crisi mondiale, quella della pandemia. Anche se, più che come Pontefice, qui Francesco si pone come «direttore spirituale dell’umanità», ha sottolineato Austen Ivereigh, nella presentazione, via Web. Il momento è cruciale: «l’ora della verità», la definisce Bergoglio.
Il Covid non lascia scappatoie. Non ci resta che attraversare la soglia. Per passare dove? Verso quale orizzonte ci affacciamo? Non c’è una risposta preconfezionata, poiché il mondo non è fatto una volta per sempre. La creazione è un processo dinamico, in cui gli esseri umani non sono spettatori passivi ma “cocreatori”. Il presente e il futuro post-virus sono una nostra scelta, come individui e come comunità. Dio, però, non ci lascia soli e – sottolinea il Papa – continua a rivolgerci la stessa esortazione fatta a Isaia: «Vieni e discutiamo. Mettiamoci a sognare».
Per scoprire come farlo, però, «è necessario che vediamo con chiarezza, scegliamo bene e agiamo in modo giusto». Pagina dopo pagina, Francesco guida il lettore in un’esperienza di discernimento articolata nei tre tempi del “vedere, scegliere, agire”, versione attualizzata del metodo conciliare del vedere-giudicare-agire. Il Pontefice si sofferma sull’attualità ferita – dagli abusi al #MeToo, dalla distruzione delle statue alle proteste per la morte di George Floyd -, in cui il Covid rappresenta il «momento Noè», «purché e quando troveremo l’Arca dei vincoli che ci uniscono, della carità, della comune appartenenza». In questa parte, il Papa svela con coraggio e generosità alcuni momenti intimi della sua biografia. Come il processo di maturazione della coscienza ecologica. O come i suoi tre Covid: la malattia da giovane, “l’esilio” in Germania e quello a Córdoba, “una vera purificazione” dopo una lunga stagione di governo nella Compagnia che «mi ha dato più tolleranza, comprensione, capacità di perdonare».
L’intera recesione, di Lucia Capuzzi, è pubblicata sul sito del quotidiano Avvenire
Il passaggio di consegne nella basilica di S. Pietro – Vaticano
“Cari giovani, cari fratelli e sorelle, non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto. Il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti, non ci vuole parcheggiati ai lati della vita, ma in corsa verso traguardi alti, con gioia e con audacia”. È l’invito che il Papa ha rivolto oggi ai giovani di Panama e Portogallo, passato e futuro della Gmg, ma simbolicamente a quelli di tutto il mondo, riuniti a Roma, nella Basilica di San Pietro, per la consegna della Croce delle Giornate mondiali della gioventù. Un passaggio avvenuto al termine della Santa Messa, celebrata nel giorno della Solennità di Cristo Re – e non come da tradizione nella Domenica delle Palme – a causa della pandemia. Nella sua omelia, il Papa ha innanzitutto chiesto ai giovani di confrontarsi con le opere di misericordia “perché esse – ha detto – danno gloria a Dio più di ogni altra cosa”. Nelle sue parole, la forte esortazione a puntare in alto, a “non vivacchiare”, ma a vivere per “realizzare grandi sogni di Dio in questo mondo”. Ma i grandi sogni nascono da “grandi scelte”, e la vita – ha proseguito – è il tempo delle scelte forti, decisive, eterne. Scelte banali portano a una vita banale, scelte grandi rendono grande la vita. Noi, infatti, diventiamo quello che scegliamo, nel bene e nel male”. Inoltre ha aggiunto: “il Papa ha reso nota una sua decisione: “Trascorsi trentacinque anni dall’istituzione della GMG, dopo aver ascoltato diversi pareri e il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, competente sulla pastorale giovanile, ho deciso di trasferire, a partire dal prossimo anno, la celebrazione diocesana della GMG dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Cristo Re”.
«La finanza “per” le persone non è un’utopia ma esiste già; ci sono ottimi esempi nel mondo e si tratta soltanto di farli conoscere e replicarli perché possano contaminare positivamente i canali di finanziamento più tradizionali». Andrea Calef, 32 anni, è un «Lecturer» (Assistant Professor) in Economics presso la School of Economics dell’University of East Anglia (Norwich, Regno Unito). Originario di Senigallia (An) dopo studi ed esperienze all’estero dal settembre 2019 tiene qui corsi su mercati finanziari e degli investimenti alternativi e svolge attività di ricerca. Da giovane accademico, ha risposto alla chiamata del Papa, «anche se mi sono chiesto se fossi la giusta persona per prendersi una tale responsabilità che papa Francesco coraggiosamente ha posto sulle spalle dei giovani. Diciamo che sono qui per spirito di servizio». Un’esperienza, nel «villaggio» che si occupa di «Finanza e Umanità» che è stata molto positiva: «Ci sono – prosegue Calef – moltissimi giovani talenti, motivati dal voler contribuire al raggiungimento del bene comune. Si è creata una comunità formata da giovani di tutti i continenti e dai diversi background culturali e professionali». Che lavoro è stato fatto? «Abbiamo cominciato da concetti elementari e definizioni, ovvero la modalità di convogliare i fondi da chi ne hanno in eccesso a coloro che ne abbisognano per finanziare i propri investimenti, giungendo alla conclusione che la finanza può avere un ruolo ed un impatto differenti rispetto agli attuali. Assieme a questo approccio teorico, abbiamo tentato di “comprendere” ed analizzare la realtà, cosa stia funzionando bene e sia buono, cosa stia funzionando male e sia cattivo, cosa possa essere migliorato e le nuove tendenze, come ad esempio il FinTech. La bussola, che utilizziamo per giudicare, è la Dottrina Sociale della Chiesa, sulla cui base poi abbiamo fatto delle proposte».
Come tutti i partecipanti all’Economia di Francesco, ho atteso febbrilmente l’inizio dell’evento online dell’Economia di Francesco. Sono stato costantemente in contatto con gli amici del mio ed altri villaggi. Siamo diventati una comunità che ha lavorato sulla strada verso Assisi.
Il primo giorno ha avuto un profondo impatto su di me, decisamente superiore a quanto mi aspettassi. Ho visto le notti insonni di lavoro di molte persone, inclusi i membri del comitato centrale, che desidero ringraziare, diventare realtà. Oggi ho seguito il seminario di Padre Benanti (Artificial Intelligence: how to address socio-economic inequality?), poiché ha tratta di un trend già esistente, che diventerà sempre più rilevante e pervasivo nelle nostre società. Sia i relatori sia i partecipanti tramite YouTube si sono posti molti quesiti etici a tal riguardo e, molto importante per me come accademico, su come preparare gli studenti a questo mondo che cambia sempre più velocemente.
Successivamente ho seguimento il seminario “Business models for a human economy: three experiences”, durante il quale concetti come una nuova “genetica imprenditoriale” (più vocazione ed empatia) sono stati esplorati.
Nei prossimi due giorni vi saranno diversi seminari assai interessanti. Difficile sceglierne uno e complicato sarà seguirli, dato che alcuni andranno in onda in simultanea. Per questioni di brevità, ne menzionerò solo tre. Dovendo operare una scelta, non sorprendentemente, attendo con curiosità il seminario del mio Villaggio (Finanza ed Umanità), intitolato “Finance and Humanity: a road towards an integral ecology”, che vedrà la prestigiosa partecipazione del Premio Nobel per la Pace, Dr Mohammad Yunus. Essendo un accademico, sono anche assai interessanto al seminario “A new education for a new economy”, che avrà il Premio Nobel per l’Economia Dr Michael Spence come principale relatore.
Sabato, invece, sarà la volta un seminario davvero promettente (ebbene sì, lo ammetto, ho ricevuto una piccola anticipazione) proposto dal Villaggio Vocazione e Profitto. E’ intitolato “Interactive conversation: Vocation and Profit Tool Box”. Ogni giorno vi è davvero qualcosa da ascoltare con attenzione.
Tutti i partecipanti all’Economia di Francesco sono estremamente impegnati ed entusiasti. Riconosciamo la rilevanza della responsabilità inaspettatamente affidataci da Papa Francesco. Come il Santo Padre spesso menziona, concepiamo questo evento come l’inizio di un processo che ci permetterà di raccogliere i frutti del nostro duro lavoro, tenendo a mente il nostro obiettivo di fornire un umile contribution al raggiungimento del bene commune.
* economista, docente di Econmia alla University of East Anglia, Norwich, Regno Unito. Senigalliese, partecipa come delegato all’evento ‘L’economia di Francesco’, in corso ad Assisi
“Il vero pericolo è che cadiamo tutti in letargo”. In occasione dell’iniziativa The Economy of FrancescoGiuseppe De Rita, presidente del Censis, mette in guardia da una concezione dello sviluppo socio-economico e politico che non tenga conto della “discontinuità”. E spiega al Sir, forte dei suoi 70 anni di osservatore delle dinamiche sociali perché i “corpi intermedi” devono recuperare vitalità, se si vuole invertire davvero la rotta: “Senza dialettica non c’è sviluppo: se tutti stiamo fermi ad aspettare un bonus, lo sviluppo non c’è. La convinzione che lo sviluppo è dato da una dialettica di soggetti, e non da un soggetto solo, è la consapevolezza che dobbiamo acquisire”.
Con l’emergenza causata dal Covid-19, l’attuale scenario socio-politico ha di certo conosciuto una discontinuità rispetto al passato. Come lo descriverebbe?
Lo sviluppo non è mai equilibrato, come dimostrano le teorie degli Anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. È un processo discontinuo, non significa mai l’andare tutti insieme verso un traguardo meraviglioso. Se non accettiamo questo, diventiamo prigionieri di una bontà d’animo che certo è un sentimento nobile e da perseguire, ma quando si trasforma in buonismo non è realistico. La Chiesa, a mio avviso, corre questo pericolo: cadere in una teoria “migliorista” dello sviluppo, quando parla di clima, di sviluppo, di economia circolare. Tutte cose bellissime, ma che si scontrano con una storia che vive momenti di discontinuità. E uno di questo è proprio il momento che stiamo vivendo e che sul piano dello sviluppo ha posto sfide profonde a cui non sappiamo rispondere. Basti pensare a come gli italiani hanno reagito al Covid: con un residuo di una vecchia cultura sociale, col bonus per tutti.
Se non accettiamo, invece, che lo sviluppo è una continua serie di squilibri, rimaniamo prigionieri del primo squilibrio che arriva, e che poi sarà seguito da un secondo, da un terzo squilibrio, e così via.
“Siamo sulla stessa barca, nessuno si salva da solo”, ripete spesso il Papa: è un messaggio che l’Italia, l’Europa, il mondo secondo lei riescono a percepire? O l’individualismo è destinato ancora una volta a prevalere?
In settant’anni di studi sui meccanismi fondamentali della cultura sociale ho imparato che lo sviluppo non è fatto da una persona sola, ma dai soggetti della società: lo Stato, il mondo dell’imprenditoria, il sindacato, gli enti intermedi. Abbiamo per troppo tempo pensato, me compreso, che lo Stato fosse il soggetto generale dello sviluppo. Col passare dei decenni ho capito che lo sviluppo è fatto da tanti soggetti, e che tutti questi soggetti danno risultati anche conflittuali: è questa lotta che porta poi a quello che chiamiamo sviluppo.
Senza dialettica non c’è sviluppo: se tutti stiamo fermi ad aspettare un bonus, lo sviluppo non c’è. La convinzione che lo sviluppo è dato da una dialettica di soggetti, e non da un soggetto solo, è la consapevolezza che dobbiamo acquisire.
E proprio di un rilancio dei “corpi intermedi” parla il Papa, nel quinto capitolo della Fratelli tutti, interamente dedicato alla politica. È la mediazione, l’aspetto da recuperare?
Quello dei soggetti intermedi è uno dei capisaldi della mia riflessione, soprattutto da presidente del Cnel. È vero, bisogna recuperarne il ruolo e il valore, ma per farlo i soggetti intermedi devono avere una loro vitalità. Non si può dire che i corpi intermedi devono essere valorizzati se poi questi soggetti non si mettono mai in gara perché aspettano una mediazione. Nel dopoguerra si scontravano due culture: una cultura, per dire così, “montiniana”, e una “pacelliana”. La prima vedeva nello Stato il soggetto generale dello sviluppo e nei corpi intermedi solo la mediazione. Poi c’era un’altra cultura, sempre sottovalutata e a volte disprezzata, che vedeva lo sviluppo come il risultato di una corsa, anche conflittuale, tra i vari soggetti che compongono la società. I soggetti intermedi, nella cultura “pacelliana”, sono soggetti a pieno titolo, dialetticamente autonomi, rispetto ai grandi disegni dello Stato.
Se vogliamo che i soggetti intermedi siano vitali, dobbiamo abituarci all’idea che la mediazione la fa la politica: i corpi intermedi devono riprendersi la dignità di soggetti dialettici che operano in proprio, e non come puri mediatori.
Papa Francesco, nella Fratelli tutti, auspica la fraternità come antidoto ad una economia globalizzata che produce solo scarti, anche umani. È la mancanza di relazione il deficit più grave del nostro tempo?
Il vero pericolo è che cadiamo tutti in letargo, e se il letargo si protrae troppo a lungo la passività finisce per prevalere. Non ci si risveglia più come prima, non si ricarica la vitalità. Nel dopoguerra eravamo tutti ex poveri che volevamo diventare ricchi: c’era una carica vitale spaventosa. Abbiamo avuto quarant’anni straordinari, e la leva di partenza era proprio la voglia di stare insieme, di recuperare la relazione. È da lì che comincia lo sviluppo: la relazione crea dialettica. Negli ultimi quindici anni, invece, abbiamo assistito ad una rottura delle relazioni, sostituite dall’ideologia del “vaffa”. Recuperare le relazioni è il primo impegno che bisogna prendersi, per recuperare la dialettica, la speranza, comune, la voglia di lavorare insieme e di non isolarsi. Di non cadere in letargo.
«The Economy of Francesco», l’evento ideato un anno e mezzo fa da papa Francesco per sollecitare giovani economisti e imprenditori a fare un lavoro di squadra per il bene comune, è finalmente realtà. Duemila di loro, provenienti da 120 Paesi, si incontrano, se pure in modalità online, dal 19 al 21 novembre, per proporre la loro economia: «Sostenibile, inclusiva, attenta agli ultimi ».
Confermata la partecipazione di papa Francesco che a chiusura della tre giorni manderà un videomessaggio. Per l’occasione il 21 novembre alle 23 (ore italiane) il monumento al Cristo Redentore a Rio de Janeiro sarà illuminato con i colori simbolo dell’Economy of Francesco: verde, marrone e giallo. «Grazie a San Francesco e a papa Francesco è nato il più vasto movimento di giovani economisti a livello internazionale. È di queste notizie che oggi la società e la Chiesa hanno bisogno», ha dichiarato il direttore scientifico Luigino Bruni
All’evento digitale si potrà assistere in diretta streaming sul portale francescoeconomy.org e avrà come base Assisi con collegamenti in diretta dai luoghi francescani. Sullo stesso portale il programma dettagliato giorno per giorno. Anche avvenire.it rilancerà alcuni degli incontri.
Previste conferenze con relatori di fama internazionale, tra cui il premio Nobel Muhammad Yunus e economisti ed esperti quali Kate Raworth, Jeffrey Sachs, Vandana Shiva, Stefano Zamagni, Mauro Magatti, Juan Camilo Cardenas, Jennifer Nedelsky, Sr. Cécile Renouard oltre a numerosi imprenditori. Tra un anno ad Assisi si terrà il primo incontro in presenza.
In tutto ammontano 9 le nuove porpore con diritto di voto in Conclave, e 4 gli ultraottantenni. Con il Concistoro del 28 novembre quindi i cardinali diventeranno 232, di cui 128 elettori, otto in più rispetto al limine massimo di 120 stabilito da Paolo VI, ma più volte superato dai suoi successori. Dopo il prossimo Concistoro i cardinali elettori creati da Papa Francesco saranno 73, rispetto ai 39 di Benedetto XVI e ai 16 di Giovanni Paolo II. Gli europei saranno 53 (di cui 22 italiani), i latinoamericani 24, gli africani 18, gli asiatici 16, i nordamericani 13, 4 i provenienti dall’Oceania. A salutare con gioia l’ingresso dei suoi nuovi confratelli, a nome di tutta la Chiesa italiana, è stato il card. Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia-Città della Pieve e presidente della Cei, ricordando che i nuovi porporati annunciati “sono frutto e dono delle nostre comunità”. “Conosco ciascuno di loro – ha proseguito il cardinale – e sono certo che sapranno vivere questa nuova responsabilità con intensità e umiltà. Il Cardinalato – ci ricorda il Santo Padre – non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. A nuovi cardinali l’amicizia e l’affetto dell’episcopato italiano, insieme al ricordo nella preghiera”.
I sei cardinali italiani. A guidare la lista dei cardinali italiani elettori è mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano e segretario del Consiglio dei cardinali che aiutano il Papa nella sua opera di riforma della Curia Romana. Recentemente, è stato nominato dal Santo Padre prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi, dopo che il cardinale Becciu si è dimesso da tale carica e ha rinunciato ai diritti del cardinalato, tra i quali figura appunto quello di entrare in Conclave. Riceverà la berretta cardinalizia anche mons. Paolo Lojudice, arcivescovo di Siena-Colle Val d’Elsa-Montalcino e segretario della Commissione episcopale per le Migrazioni della Cei, noto per il suo impegno a fianco dei rom. Ad arrivare alla porpora senza essere ancora vescovo è invece fratel Mauro Gambetti, custode del Sacro Convento di Assisi, città natale del “poverello” a cui il primo Papa della storia che ha scelto di prendere il suo nome è molto legato, come dimostra anche la decisione di firmare sulla tomba di Francesco la sua terza enciclica, Fratelli tutti, il 4 ottobre scorso. “Scherzi da Papa”, il commento a caldo del francescano dopo l’annuncio della sua nomina: “Accolgo con riconoscenza e gioia questa notizia in spirito di obbedienza alla Chiesa e di servizio all’umanità in un tempo così difficile per tutti noi. Affido a San Francesco il mio cammino e faccio mie le sue parole di fratellanza. Un dono che condividerò con tutti i figli di Dio in un percorso di amore e compassione verso il prossimo nostro fratello”. Tre, infine, i cardinali italiani non elettori: mons. Silvano Tomasi, arcivescovo titolare di Asolo e nunzio apostolico, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia – volto noto anche della televisione – e mons. Enrico Feroci, parroco a Santa Maria del Divino Amore a Castel di Leva e ex direttore della Caritas di Roma.
«Abita la terra e vivi con fede». Il versetto del salmo 37 che dà il titolo a questo libro racchiude un progetto di vita per ogni cristiano: il proposito di uno sviluppo umano integrale per migliorare il mondo che Dio ci ha affidato. Viviamo in un’epoca segnata dal disorientamento, dai timori suscitati dall’incertezza economica e lavorativa, dalla preoccupazione per le catastrofi ecologiche. Massimo Camisasca però in questo testo ci invita a leggere questo tempo come l’occasione per un nuovo slancio umanistico che impegni in primo luogo i credenti, ovvero coloro che sono capaci di sperare, e quindi di operare. Nelle sue riflessioni, il vescovo affronta le sfide più impegnative che toccano i singoli e le comunità: l’esperienza della fragilità e della malattia; le difficoltà dell’educare; la disumanizzazione del lavoro, asservito al profitto e al consumo; la povertà della proposta politica; l’accoglienza e l’integrazione dei migranti; il rapporto dell’uomo con l’ambiente. E mostra come soltanto aprendo il cuore alla trascendenza, a Dio che è Padre di tutti, è possibile costruire una città per l’uomo.
Libreria ‘Mastai’ – Senigallia
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