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Tag: psicologia

L’arte dei piccoli passi: come affrontare il cambiamento

Il cambiamento è l’unica costante della nostra vita, ma spesso è proprio ciò che ci spaventa di più. Di questo abbiamo parlato a “20 minuti da Leone”: il contenitore di Radio Duomo Senigallia ha ospitato Enrico Battisti, psicologo e psicoterapeuta. L’intervista è disponibile qui grazie al lettore multimediale.

Cambiamenti grandi e piccoli

Secondo Battisti, esistono due tipi di trasformazioni: quelle discontinue (matrimoni, separazioni, cambi di lavoro o malattie) che segnano un “prima” e un “dopo”, e quelle graduali, che avvengono giorno dopo giorno. «Il cambiamento ci attraversa costantemente», spiega lo psicologo. «Spesso la difficoltà sta proprio nell’adattarsi ai grandi stravolgimenti attraverso piccoli aggiustamenti quotidiani, flessibilizzando le proprie abitudini».

La strategia

Per gestire lo stress che deriva dalle novità, un suggerimento può arrivare dal metodo Kaizen. Di origine giapponese e portato anche in ambito industriale, questo approccio si basa sull’idea dei «piccoli passi per un miglioramento continuo». Invece di puntare a stravolgimenti radicali, che spesso generano ansia e resistenza, a volte anche inconsapevole, il segreto è focalizzarsi su micro-abitudini. Vuoi fare sport? Inizia con una passeggiata di 5 minuti. Vuoi imparare a dire di no? Comincia dalle situazioni meno complesse.
«I piccoli cambiamenti sono più sostenibili ma, nel tempo, portano a risultati straordinari», sottolinea l’esperto.

Autoefficacia e sensi di colpa

L’intervista ha toccato anche il tema dell’autoefficacia, ovvero la convinzione di avere le risorse necessarie per raggiungere un obiettivo o affrontare un cambiamento. Spesso, però, ostacoli emotivi come il senso di colpa o l’eccessivo autocriticismo frenano il percorso. «In una società che ci vuole sempre attivi, dedicarsi del tempo può far sentire in colpa. È fondamentale invece fermarsi, fare il punto della situazione e accettare anche le proprie imperfezioni o gli inciampi lungo il percorso».

Che si tratti di giovani in cerca della propria strada, di adulti che affrontano nuove sfide familiari o professionali, di persone più in là con gli anni che devono fare i conti con la salute, il messaggio è chiaro: il cambiamento è una sfida per tutti, ma può essere direzionato con consapevolezza.

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Enrico Battisti relatore in un incontro (repertorio)

Cambiamenti e relazioni che fanno bene: a Senigallia è di scena la psicologia

Come affrontare i cambiamenti che, volenti o nolenti, scandiscono la nostra vita? Come migliorare le nostre abitudini senza cadere nello stress da prestazione? Sono queste alcune domande al centro di “Relazioni che fanno bene: piccoli passi per migliorarsi. Il metodo Kaizen“, il ciclo di incontri gratuiti promosso dall’InformaGiovani di Senigallia, già iniziato in biblioteca Antonelliana. Per capire il senso, la filosofia e le esigenze alla base di questo percorso, abbiamo intervistato Enrico Battisti, psicologo e psicoterapeuta. L’audio, andato in onda nella trasmissione “20 minuti da Leone” su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM), è disponibile anche in questo articolo grazie al lettore multimediale, a fianco di una sintesi degli argomenti trattati.

Il cambiamento: inevitabile, ma faticoso

Il primo incontro, tenutosi il 28 ottobre, ha affrontato la “psicologia del cambiamento”. Battisti sottolinea come sia fondamentale distinguere tra due tipi di mutamento. «Ci sono i cambiamenti discontinui – afferma – quelli che segnano un prima e un dopo: un cambio di scuola, un matrimonio, una separazione, un nuovo lavoro o una malattia. Spesso non li decidiamo, semplicemente ci accadono e scuotono il sistema». Poi ci sono i cambiamenti graduali, quelli che avvengono giorno dopo giorno, di cui quasi non ci accorgiamo. «Il punto è proprio questo – continua Battisti – di fronte ai grandi stravolgimenti, la difficoltà che le persone incontrano è proprio quella di mettere in atto i piccoli adattamenti necessari».

Gli ostacoli: abitudini e sensi di colpa

Ma cosa ci frena? Spesso, spiega lo psicoterapeuta, sono le nostre stesse abitudini. «Ci danno sicurezza, hanno funzionato finora e facciamo fatica a mollarle, anche quando smettono di essere utili». L’ostacolo più grande, però, è spesso emotivo e più profondo. «Una delle cose che sento dire spessissimo è: ‘se mi prendo più tempo per me, mi sento in colpa‘. Viviamo in un contesto sociale e culturale che spinge molto sul dovere, e questo ci blocca». Per superare questi blocchi, il primo passo è la consapevolezza: «Fermarsi, fare il punto della situazione, capire cosa funziona e cosa no».

Una soluzione: il metodo Kaizen

È qui che entra in gioco il filo conduttore del corso: il metodo Kaizen. «Questo concetto – spiega Battisti – arriva dalla cultura industriale giapponese e si fonda sull’idea del miglioramento continuo attraverso piccoli passi». Niente stravolgimenti da un giorno all’altro, dunque, che generano ansia e stress, ma un approccio più dolce. «Fare un passettino alla volta è emotivamente più sostenibile. Se voglio iniziare a fare sport, e finirà non ce l’ho mai fatta, è inutile porsi l’obiettivo di andarci tutti i giorni. Meglio iniziare con cinque minuti di passeggiata e aumentare gradualmente. Sono piccole azioni che, ripetute nel tempo, portano a risultati enormi».

Micro-abitudini e auto-efficacia

In uno dei prossimi incontri, previsto per il 18 novembre, ci si concentrerà proprio su “Micro-abitudini e auto-efficacia”. L’auto-efficacia, spiega il dottore, «è la convinzione di essere in grado di raggiungere un obiettivo. Spesso le persone non si rendono conto delle capacità che hanno, magari perché frenate da mancanza di fiducia in sé o dall’autocriticismo». L’obiettivo è quindi focalizzare i propri valori (dobbiamo cambiare per qualcosa a cui teniamo davvero) e darsi obiettivi raggiungibili e calibrati. Un esempio? «Una persona che fa fatica a dire di no, può iniziare con piccoli ‘no’ in situazioni facili, per poi arrivare a quelli più complessi sul lavoro o in famiglia». Il tutto, conclude Battisti, accettando anche gli inciampi: «Bisogna tollerare le sbavature nel percorso, accettare le proprie imperfezioni». Concetto che vale sempre questo, senza ovviamente rinunciare a migliorarsi.

Il ciclo di incontri “Relazioni che fanno bene” proseguirà fino al 9 dicembre. La partecipazione è gratuita. Per informazioni e iscrizioni è possibile consultare il sito e i canali Instagram e Facebook dell’InformaGiovani di Senigallia.

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Famiglia in controluce al mare. Sfondo: il mare con il sole al tramonto

Genitori in ascolto? Quali modelli attuare per superare i conflitti con i figli? AUDIO

E’ sempre più importante l’ascolto dell’altro, in particolare all’interno di una relazione familiare. I genitori oggi sono sottoposti a molteplici sollecitazioni e spesso si sentono disarmati e soli nel loro ruolo educativo, in un contesto sociale in rapida evoluzione di cui a volte sfuggono le dinamiche e la comprensione degli strumenti adeguati per leggerlo. Rimangono quindi con meno supporti rispetto al passato. Parte da questa considerazione la nostra intervista alla psicologa e psicoterapeuta Giuliana Capannelli, vicepresidente dell’associazione Heta di Ancona, recentemente ospite e relatrice a Barbara per un incontro dal titolo “Genitori in ascolto”. L’intervista, in onda lunedì 7 e martedì 8 aprile alle ore 13:10 e alle ore 20, sarà in replica anche domenica 13 alle ore 16:50, sempre su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) ma è disponibile in accompagnamento a questo testo grazie al lettore multimediale. Buon ascolto.

La dott.ssa Capannelli sottolinea come le tematiche spesso al centro dei conflitti nelle relazioni tra genitori e figli siano di fatto sempre quelle esistenziali, quelle di fondo del sentire umano: tematiche fondamentali come il senso della vita, la morte e la sessualità. Si manifestano in forme specifiche per ogni periodo storico. Nell’epoca attuale, spesso emergono tramite i disturbi alimentari quindi riflessi corporei di un disagio interiore o, in casi estremi, la violenza. Spesso i genitori faticano a comprendere i linguaggi e le modalità espressive dei giovani, che possono manifestare il loro disagio o la loro necessità di crescita attraverso comportamenti come l’autolesionismo o la chiusura verso l’esterno con un isolazionismo a volte estremo. 

Il conflitto non deve essere visto solo come negativo: è infatti anche un’opportunità di crescita. E’ soprattutto un momento di cambiamento per entrambe le parti coinvolte, se affrontato con la volontà di ascoltarsi reciprocamente e di imparare l’uno dall’altro. Nell’incontro si è discusso del ruolo genitoriale, se sia negli anni venuto meno e se sia necessario “riappropriarsene”. Capannelli, citando la psicoanalisi, parla di una possibile “evaporazione del nome del padre” e di una messa in discussione della funzione genitoriale e dell’autorevolezza in generale, compresa quella delle altre agenzie, non solo educative. Tuttavia, non crede né che la soluzione sia un ritorno al passato, come per esempio l’adozione di modelli autoritari, né il tentativo di diventare amici dei figli come emerso invece negli ultimi anni.

La vera sfida dell’epoca attuale è trovare una terza via, basata sull’apertura e sulla disponibilità a lasciarsi permeare reciprocamente, affinché il conflitto possa generare qualcosa di positivo. In questo consiste il percorso del coltivare legami, relazioni cioè che possono essere di riferimento per gli adolescenti ma non solo loro dato che l’insorgere di certe problematiche anche in fasce d’età prima considerate al riparo da tali fenomeni spinge a riflettere su ogni momento della crescita dei propri figli.

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La rabbia: da emozione distruttiva a sentimento nostro alleato. Come gestirla? AUDIO

Riconoscere e gestire la rabbia per poterla trasformare da emozione distruttiva a sentimento positivo, energico motore per affrontare le sfide quotidiane. Ma anche  comprendere che ruoli giochino le disuguaglianze e la frustrazione e soprattutto quale impatto abbiano le emozioni degli adulti sul mondo degli adolescenti. Sono alcuni degli obiettivi dei tre incontri che l’ufficio Informagiovani del Comune di Senigallia, in collaborazione con Ethica Center, ha organizzato per tre giovedì di aprile 2025. Relatore lo psicologo e psicoterapeuta Sammy Marcantognini che noi abbiamo intervistato, le cui parole sono in onda lunedì 31 marzo e martedì 1 aprile alle ore 13:10 e alle ore 20, oltre alla replica di domenica 6 alle ore 16.50. L’audio è disponibile anche in questo articolo, accompagnato da un breve testo.

Sammy Marcantognini ha innanzitutto sottolineato  come la rabbia sia un’emozione fondamentale e non intrinsecamente negativa, con una funzione anzi difensiva e protettiva. Il problema principale risiede nella mancanza di consapevolezza di questa emozione, che porta a una gestione disfunzionale. E spesso da lì arriva a sfociare in violenza verbale o fisica, amplificata dal contesto sociale carico di pressioni e frustrazioni, e dall’influenza del mondo virtuale. Violenza a volte diretta verso gli altri, a volte verso se stessi.

Al di là del contesto e quindi dei fattori esterni, al di là di sensibilità diverse e predisposizioni soggettive, un ruolo centrale viene giocato dalla frustrazione. I giovani, in particolare, sono più vulnerabili alle influenze esterne a causa della loro fase di sviluppo. Addirittura lo psicoterapeuta fanese arriva a sostenere come un rapporto sano con la rabbia si costruisca fin dalla prima infanzia e in gravidanza. Anche gli adulti sono influenzati dal contesto, come ad esempio l’esposizione a contenuti aggressivi nei media o alle frustrazioni nel mondo del lavoro. La chiave per una gestione sana della rabbia è quindi la conoscenza, il riconoscimento e l’ascolto di se stessi.

Sammy Marcantognini
Sammy Marcantognini

Il corpo di manda dei segnali che non dobbiamo né ignorare né è utile reprimere la rabbia: la psicosomatica insegna che può manifestarsi in altre patologie. È invece utile incanalare l’energia della rabbia verso attività non dannose, come lo sport o semplici azioni fisiche per scaricare l’energia. Non c’è una ricetta per evitare di essere influenzati dalla rabbia altrui. L’importante non è evitare la rabbia, che è inevitabile, ma gestirne la manifestazione. Ascoltare le proprie sensazioni e quelle altrui può aiutare a prevenire situazioni difficili, magari allontanandosi, respirando o cercando un contatto fisico rassicurante. Non esistono ricette pronte, ma la consapevolezza e la gestione sono fondamentali.

Oggi si osserva un abbassamento dell’età in cui si manifestano problematiche legate alla rabbia negli adolescenti, dovuto a uno sviluppo psicocorporeo precoce e a una maggiore esposizione a stimoli e conoscenze. Preoccupante è l’aumento di atti di aggressività legati alla dipendenza digitale. Anche in questo caso, molto possono fare le famiglie, dando regole, limiti ma soprattutto accompagnando i giovani a un uso consapevole dei dispositivi digitali e delle tecnologie.

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scuola, banchi, classe, insegnamento, educazione

Disagio giovanile, Lavenia (DiTe): «Educazione, dialogo e conoscenza possono prevenire tragedie come quella di Senigallia»

Bullismo e rapporto tra pari, questioni familiari, ritmo della società di oggi, aspettative e gestione delle emozioni e frustrazioni. Nella nuova puntata di “20 minuti da Leone” si parla di tutto ciò, considerando la tragica vicenda del 15enne che si è tolto la vita a Senigallia. Un giovanissimo, un adolescente che non ha trovato soluzioni. E allora cerchiamo di approfondire qual è la situazione tra isolamento ed esplosioni di violenza e quali i possibili percorsi per intercettare il disagio giovanile. Lo facciamo con il professor Giuseppe Lavenia, psicoterapeuta e divulgatore scientifico, nonché presidente dell’associazione nazionale Di.Te. Dipendenze tecnologiche, gioco d’azzardo patologico e cyberbullismo. L’intervista è in onda su Radio Duomo Senigallia (95.2 FM) mercoledì 16 e giovedì 17 ottobre alle ore 13:10 e alle ore 20, con un’ulteriore replica domenica 20 a partire dalla 16:50 (la seconda di tre interviste). L’audio integrale è disponibile in questo articolo assieme a un estratto in formato testuale.

Lei è intervenuto per circostanziare la tragedia che è successa a Senigallia in un ambito ben preciso, quello del bullismo.
Ancora non è chiara, ma sembra che ci sia dietro il bullismo ed è in fortissimo aumento: un ragazzo su tre dice di aver subito una situazione di bullismo o cyberbullismo. Dobbiamo iniziare a pensare che le parole non sono mai un gioco, possono essere armi potenti e quindi bisogna a mio avviso avviare un processo strutturato sia all’interno delle scuole, perché le scuole hanno necessità di avere programmi di educazione all’empatia, al rispetto, all’emotività. Sono qualcosa di importante e non possiamo agire solo rincorrendo l’emergenza: potremmo ridurne i casi.

Cos’è il bullismo, come si manifesta, quali caratteristiche ha?
Il bullismo è un atto ripetuto nel tempo verso qualcuno, può essere legato all’aspetto fisico o a delle caratteristiche personali, naturalmente non è un semplice atto di violenza che avviene una tantum, una volta e non si ripete, ma nel caso del bullismo tende a ripetersi nel tempo. Abbiamo una legge nazionale sul bullismo e sul cyberbullismo, ma non credo che sia la repressione la soluzione per risolvere questi casi: è l’educazione a fare la differenza. Il 40% di chi ha subito un atto di bullismo tende ad isolarsi, quindi allontanarsi dagli amici, dagli sport, dai luoghi della socialità e questo amplifica ancora il sentimento di solitudine e naturalmente più si è soli, più si ha difficoltà a esternare queste emozioni, più si può andare verso pensieri anche molto molto negativi.

Il bullismo fondamentalmente c’è sempre stato, ora non è una giustificazione, ma come mai adesso se ne parla come di un fenomeno insostenibile?
Gli indicatori della salute mentale ci dicono che i ragazzi sono in difficoltà e diventano aggressivi: il 51% dei ragazzi fa fatica a immaginare il futuro e il 70% quando lo immagina lo fa con ansia. La rabbia è il meccanismo attraverso il quale si rappresenta la depressione in età adolescenziale, quindi più ragazzi arrabbiati, più avremo esplosioni di bullismo o di aggressività o di violenza, insomma i fatti di cronaca ogni giorno ci raccontano di queste esplosioni e questo è proprio legato al concetto di benessere psicologico e di salute mentale che in Italia è molto sottovalutata. In Italia i casi di tentativi di suicidio sono aumentati nella fascia adolescenziale del 75% rispetto a prima della pandemia. La media è un tentativo di suicidio al giorno fra gli adolescenti.

Quali cause?
Non possiamo pensare che la causa esclusiva possa essere il bullismo, ma il malessere è la mancanza di desiderio da parte dei ragazzi. Stiamo crescendo ragazzi tendenzialmente isolati e depressi, abituati ad avere tutto e subito attraverso la tecnologia, incapaci molto spesso di gestire la frustrazione e le emozioni: possono apparire normali e poi abbiamo esplosioni o verso gli altri o molto spesso anche verso noi stessi. Da un lato c’è una mancanza di consapevolezza del disagio, dall’altro abbiamo ancora il pregiudizio sulla salute mentale o sul raccontare questi fenomeni, perché un ragazzo che viene preso in giro molto spesso si vergogna a raccontarlo e molto spesso, quando questo viene raccontato, può essere anche sottovalutato da noi adulti, da noi genitori.

Che strumenti hanno i genitori e le famiglie per individuare e magari comprendere certi fenomeni?
L’osservazione è uno dei primi strumenti: se vediamo che ci sono dei cambiamenti repentini, se vediamo che c’è un inizio di isolamento sociale, che il ragazzo inizia a andare con difficoltà a scuola, che fa difficoltà magari a mantenere lo sport che ha sempre praticato, allora lì dobbiamo iniziare a capire cosa sta accadendo; sta esprimendo sicuramente una difficoltà. Sono tutti i segnali che noi dovremmo vedere, ma sono anche complessi e difficili da valutare. Noi genitori molto spesso andiamo molto di fretta, siamo iperimpegnati, abbiamo una società che pretende tantissimo e quindi abbiamo molto poco tempo a disposizione a volte per i nostri ragazzi e dall’altro i ragazzi di oggi vivono in una società che è molto più competitiva, molto più complessa e anche molto più pericolosa.

Giuseppe Lavenia
Giuseppe Lavenia

Che relazione c’è con il periodo pandemico?
Sicuramente abbiamo avuto un peggioramento, consideri che due anni di un adolescente chiuso dentro una stanza non sono due anni di un adulto chiuso dentro una stanza, chi non si è potuto curare sicuramente è peggiorato; dall’altro abbiamo avuto anche una sottovalutazione di quello che è stato tutto questo periodo, non è un caso che abbiamo un aumento dei disturbi del comportamento alimentare, disturbi ansiosi, disturbi depressivi, tutti i parametri ci dicono che la pandemia è stata qualcosa che ha messo in difficoltà non solo gli adulti, ma soprattutto i ragazzi.

Come ne usciamo?
C’è bisogno di un intervento strutturale: parlare di bullismo senza parlare di benessere psicologico e senza parlare di impianti stabili dentro la scuola, non va bene, dobbiamo cercare di prevenire questi fenomeni e non attivarci quando i fenomeni sono già presenti. In Italia non abbiamo ancora lo psicologo nelle scuole: in questo momento qui qualunque sportello psicologico si apre, si riempie in pochissimo tempo. Il bonus psicologo ha avuto un 70% di domande fatte da ragazzi sotto i 30 anni, quindi vuol dire che c’è un bisogno enorme.

Questi segnali, chi li deve cogliere?
Sicuramente la famiglia è il primo interlocutore, il primo referente del ragazzo, la scuola dall’altro lato può essere qualcosa che dovrebbe educare anche di più alla parte affettiva ed emotiva, ma i nostri programmi didattici sono vecchi, abbiamo omesso completamente tutta la parte dell’educazione alla sessualità, all’affettività. Serve fare promozione della salute, promozione del benessere psicologico e questo ad ora non c’è.

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donna, disperazione, dolore, tristezza, violenza di genere, abusi

Stress, ansia, difficoltà nelle relazioni: come accorgercene e cosa fare – INTERVISTA AUDIO

donna, disperazione, dolore, tristezza, violenza di genere, abusi

Nell’ambito del programma “Venti minuti da Leone”, che Radio Duomo Senigallia/In Blu ha avviato lo scorso marzo, è emersa più volte la necessità di parlare delle persone, dei loro pensieri e paure, insicurezze, ansie. Temi che hanno degli importanti risvolti sociali: se pensiamo ai giovani, ecco che emergono difficoltà comunicative o a gestire le relazioni con il rischio poi di fenomeni di violenza; ma lo stesso accade se pensiamo al mondo degli adulti, dove i ritmi lavorativi, le problematiche di coppia o nelle relazioni genitori/figli portano a situazioni di forte stress, con varie ricadute. Per esaminare un po’ più da vicino questo mondo, per lo meno alcune difficoltà e relativi percorsi, abbiamo intervistato Daniela Sbarbati, psicologa e psicoterapeuta di Senigallia. L’intervista sarà in onda oggi – venerdì 31 maggio – alle ore 13:10 e alle 20; domani – sabato 1 giugno – agli stessi orari e infine domenica 2 a partire dalle 17:10 circa, sempre su Radio Duomo Senigallia/In Blu (95.2FM). Per ascoltarla qui basterà cliccare sul tasto play del lettore multimediale; chi vorrà potrà anche proseguire con la lettura.

Quali sono le principali problematiche psicologiche che affronti?
La maggior parte dell persone si rivolge a me per problemi di ansia, con tutte le sue declinazioni nel lavoro o sociale. Altri per attacchi di panico, difficoltà o crisi di coppia con alcuni vissuti che non riescono a essere superati; altri ancora per questioni legate alla genitorialità, difficoltà nella gestione del rapporto coi figli, di varie età, o nel gruppo dei pari. Non sono molti, ma stanno crescendo, coloro che si rivolgono a uno psicologo per crescita personale. Merito in parte anche dei social.

Come mai?
Alcuni personaggi si sono rivolti a figure come psicologi o psicoterapeuti in momenti di difficoltà, la cosa è stata propagandata attraverso i social e ciò ha permesso, soprattutto tra i giovani di sdoganare il fatto di potersi rivolgere a un esperto di salute mentale. Ciò non significa che non ci siano più pregiudizi o stereotipi: a volte c’è l’idea che si possa far da soli quando c’è un problema di salute mentale o una tristezza profonda che non va via, mentre se ho male al ginocchio vado normalmente dal medico.

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Foto da Pixabay

Quali cause principali di questi disturbi?
La mia formazione è in ottica sistemico-relazionale, significa che l’individuo è inserito all’interno di un contesto, e si fa più attenzione alla famiglia e alle relazioni particolarmente significative. Il disagio viene inserito al suo interno e letto in tal senso. Per esempio, l’ansia è molto correlata allo stile di vita che noi tutti oggi viviamo, ha quindi motivazioni di ordine sociale: andiamo di fretta, abbiamo standard elevati e chissà quali obiettivi: purtroppo lo insegniamo anche ai nostri figli fin da piccolissimi.

Altre cause?
Ogni problema che una persona porta è legato alla sua storia, al suo vissuto e alle sue relazioni. Non ci sono indicazioni generali su come si origina, ma è comunque un segnale di allarme che il nostro organismo ci manda per dirci che c’è qualcosa che non va. Con il percorso terapeutico si cerca di capire perché si attiva questo sistema che è un’emozione buona, ce l’abbiamo tutti, anche un meccanismo di difesa verso qualcosa di nuovo e sconosciuto. Diventa patologica quando inficia la qualità della mia vita e mi limita nelle relazioni sociali, nel lavoro…

Come ce ne accorgiamo?
Tendenzialmente ne è un segnale il respiro affannoso, un battito accelerato o anche una situazione di blocco che porta anche a un ritiro sociale e a non voler vedere gli altri.

L’isolazionismo di molti giovani segnalato nel periodo post pandemico è legato a questo disturbo?
Tra i disturbi giovanili c’è questa problematica del ritiro sociale. Il covid ha amplificato certe tendenze, complici anche telefonino e computer che permettono di essere connessi e a volte sostituiscono le relazioni con le persone nella loro fisicità.

Daniela Sbarbati
Daniela Sbarbati

Come prevenire questi abusi tecnologici?
Si deve lavorare in famiglia, con idee e regole chiare e condivise tra i genitori e poi da far rispettare ai figli, cosa non sempre facile. Loro ci crescono con questi dispositivi, sono capacissimi di utilizzarli fin da piccoli, ma altra cosa è la capacità emotiva e cognitiva. E’ opportuno accompagnarli nell’utilizzo prima di lasciargli uno strumento così potente nelle mani.

Gli strumenti, se non filtrati dagli adulti, possono portare i giovani verso comportamenti violenti?
Innanzitutto non vorrei generalizzare, non tutti i giovani sono così. E poi io non sono per demonizzare certi dispositivi né per vietarli anche se in alcune fasce d’età non sono davvero necessari. Però, come ogni strumento, sono utilissimi e i giovani vanno educati nell’utilizzo.Come adulti dobbiamo anche esaminare i fenomeni e cercare di capire che cosa ci dicono: a volte non siamo in grado di contenere il carico emotivo che c’è dietro a un fenomeno e teniamo anche conto che spesso stiamo offrendo loro una prospettiva di futuro che non c’è o che noi per primi non abbiamo. Queste potrebbero essere alcune motivazioni che portano un giovane alla rabbia, a smarrire alcuni valori di riferimento o al non pensare all’altro come una persona degna di rispetto.

Come si individua un percorso terapeutico? E a come funziona la fototerapia?
Un percorso psicoterapeutico è una relazione di cura, è trovare uno spazio, un contenitore per una relazione con un esperto che è il veicolo principale della cura. Ci sono vari approcci, io ne ho uno sistemico-relazionale. Sono terapeuta EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), una terapia utilizzata per superare un trauma molto difficile ed i disturbi emotivi associati. Nel mio lavoro utilizzo anche la  fotografia terapeutica, dove la fotografia è un mezzo proiettivo che veicola pensieri, emozioni, parole difficili da esprimere verbalmente. Le immagini hanno un impatto emotivo molto forte e possono portare a riconoscere quale parte di sé è stata toccata da una particolare situazione traumatica. E’ davvero molto utile.

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Salute mentale. Sip: “I disturbi psichici sono la pandemia del futuro”, servono più servizi

Una nuova pandemia, accelerata dal Covid-19 ma che rischia di diventare più insidiosa. A lanciare l’allarme, in occasione della Giornata mondiale della salute mentale che ricorre oggi, è la Società italiana di psichiatria (Sip) che quest’anno compie 150 anni: in tre anni le diagnosi di disturbi mentali sono aumentate del 30%, soprattutto tra i giovanissimi e le fasce di popolazione più fragili, e stanno per superare quelle legate alle   patologie cardiovascolari, spiegano gli psichiatri. Numeri che valgono in Italia il 4% del Pil tra spese dirette e indirette. Senza contare la diminuzione dell’aspettativa di vita di 10 anni.

Giovani e pandemia della mente. A pagare “il prezzo più alto alla pandemia di Covid-19 sono i giovani”, ha spiegato Emi Bondi, presidente Sip e direttore del Dsm dell’Ospedale Papa Giovanni XXII di Bergamo, intervenuta all’incontro promosso presso la Sala Isma del Senato in occasione dei 150 anni di fondazione della società scientifica e alla vigilia della Giornata mondiale. “L’isolamento e la rottura con il mondo reale e la società nelle sue più diverse componenti hanno contribuito all’aumento delle dipendenze da sostanze ma, soprattutto, da tecnologia, e oggi si stimano almeno 700 mila adolescenti dipendenti da web, social e videogiochi. Altri ancora sono vittime di ansia e depressione, anche queste in costante aumento”.

A rischio anche donne, anziani e ceti sociali svantaggiati. “Dopo la pandemia – le ha fatto eco Claudio Mencacci, presidente onorario Sip, direttore emerito del dipartimento di Neuroscienze, ospedale Fatebenefratelli-Sacco di Milano – i sintomi depressivi nella popolazione generale sono quintuplicati e oggi si stima che li manifesti circa una persona su tre, tanto che si ipotizzano fino a 150 mila casi di depressione maggiore in più rispetto all’atteso, con conseguenze dirette su malattie oncologiche, cardiovascolari e polmonari. A soffrire del maggior disagio mentale, oltre ai giovani, sono le categorie fragili come donne, anziani, ceti sociali più svantaggiati. Fra i disoccupati il rischio di depressione è triplo”.

La policrisi. Secondo la Sip, “è già in atto una ‘policrisi’ in cui pandemia e guerra, inflazione e turbolenze sociali stanno facendo da detonatore al disagio mentale”. Nonostante ciò, le risorse a diposizione dei Servizi di salute mentale pubblici sono in continuo calo, e sono ormai sotto il 3% del fondo sanitario nazionale, mentre l’indicazione europea è del 10% per i Paesi a più alto reddito. Diminuiti i dipartimenti di salute mentale (Dsm): dai 183 del 2015 ai 141 del 2020, mentre si stima che entro il 2025 mancheranno all’appello altri mille psichiatri a fronte di un incremento generalizzato di aggressività e violenza nei confronti di tutti gli operatori, ma soprattutto nella psichiatria, come dimostra il tragico esempio dell’omicidio di Barbara Capovani.

Tavolo tecnico e Ssn. Per la presidente Bondi, la salute mentale “deve essere un diritto per ogni cittadino e non deve più essere trascurata. Il Ssn è chiamato ad essere in prima linea per mettere in atto strategie di prevenzione e monitoraggio e per intercettare e curare il disagio mentale nelle popolazioni più fragili e a rischio”. “A questo fine il Tavolo tecnico sulla salute mentale istituito di recente al ministero della Salute – ha spiegato Giuseppe Niccolò, coordinatore vicario del Tavolo e direttore del Dsm dell’Asl Roma 5 – ha tra gli obiettivi il compito di realizzare un nuovo piano per la salute mentale che migliori la qualità dei percorsi di prevenzione, trattamento e riabilitazione per meglio rispondere ai bisogno di salute mentale della nostra società”.

Ricerca e prevenzione. Al lavoro del Tavolo tecnico si affianca il lavoro della ricerca, il futuro della psichiatria, grazie alla quale “sono stati fatti enormi passi avanti nella diagnosi precoce e nella prevenzione”, ha osservato Liliana Dell’Osso, co-presidente Sip e professore ordinario di psichiatria all’Università di Pisa. Tuttavia, ha avvertito, persiste uno stigma sui disturbi mentali “causa di intensa sofferenza soggettiva e di grave compromissione del funzionamento biologico e psicosociale”. Non riconoscerli, “significa rinunciare non solo alla terapia psicofarmacologica ma anche al riconoscimento di manifestazioni iniziali al fine di adottare strategie preventive, orientando il soggetto verso stili di vita protettivi e valorizzando i suoi punti di forza”.

Giovanna Pasqualin Traversa

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Il cambiamento: tre incontri per averne meno paura, promossi dall’Informagiovani

L’informagiovanidel Comune di Senigallia aggiunge al proprio “Contenitore Benessere” un ciclo di appuntamenti su “IL CAMBIAMENTO”.

Lunedì 5 dicembre 2022, alle ore 16.00,  si inizierà con LE PAURE DEL CAMBIAMENTO gli ostacoli che si frappongono tra noi e il cambiamento.

Il secondo incontro si svolgerà martedì 13 dicembre, sempre ore 16 ed affronterà LE FASI DEL CAMBIAMENTO con il modello di Prochaska e Di Clemente.

Il terzo incontro di questo ciclo, per promuovere il benessere sarà martedì 20 dicembre, alle ore 16, CHALLENGED:IL PENSIERO POSITIVO esercizi legati al pensiero positivo.

Gli incontri a cura del dott. Massi Patrizio, psicologo e psicoterapeuta  e  il dott. Battisti Enrico, psicologo si svolgeranno presso la sala conferenze della Biblioteca Antonelliana di Senigallia, in Piazza Manni 1.

Gli incontri sono gratuiti e aperti a tutti, si consiglia la prenotazione.
Per informazioni www.informagiovani-senigallia.it, numero verde 800211212

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Il contagio dentro e fuori

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Che il covid-19 fosse una sfida più complicata di quanto pensavamo lo abbiamo capito da tempo: alla iniziale euforia dell’uscire presto dal tunnel si è gradualmente sostituito un bagno di realtà che, in questi mesi, sfocia in stanchezza, nervosismo e tanto spesso anche in chiusura e depressione, specialmente per le persone più giovani e fragili. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Ketty Chiappa, psicologa e psicoterapeuta a contatto con le giovani generazioni.

Quali sono le trappole più frequenti delle festività?

Molto spesso sono investite di troppe aspettative. Le persone si illudono che le relazioni familiari saranno più piacevoli e che almeno per quei giorni troveranno la felicità. Queste aspettative spesso portano con sé delusione, acuiscono la solitudine e le tensioni. Una soluzione potrebbe essere di abbassare le aspettative nei confronti dell’Altro e focalizzarsi su quanto ognuno può modificare del proprio comportamento. Spesso diamo la responsabilità alle persone a noi vicine della nostra infelicità e cerchiamo di cambiare l’altro creando ulteriori conflitti.

La pandemia contagia anche le menti: dal suo punto di osservazione, cosa ha notato in questi due anni di emergenza?

Certo la pandemia ha contagiato anche le nostre menti, siamo nel bel mezzo di un trauma che coinvolge tutti. Abbiamo perso le certezze, le abitudini, la libertà. E’ aumentato il disagio psicologico, in tutte le sue manifestazioni sintomatiche, compresi i problemi relazionali di coppia e familiari. Siamo incastrati in un conflitto interiore logorante, abbiamo bisogno dell’Altro, dell’intimità, del contatto affettivo e fisico ma allo stesso tempo abbiamo paura di essere contagiati o di contagiare.

Quali sono i soggetti più a rischio?

La situazione più preoccupante riguarda bambini e adolescenti, si sono visti privati della scuola, delle attività sportive e ricreative e del contatto con gli amici. I loro corpi sono stati costretti in degli spazi delimitati e ad un semi- immobilismo che li ha portati a manifestare disturbi del sonno, alimentari, ansia, depressione, dipendenze dalle tecnologie. Hanno imparato ad accontentarsi degli incontri virtuali con gli amici, chiusi nelle loro camere, giocando con loro attraverso uno schermo, si sono adattati…

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Io non ti lascio solo

Un inno all’amicizia nelle sue mille sfaccettature

Abbiamo raggiunto Gianluca Antoni, psicologo e psicoterapeuta senigalliese autore del libro “Io non ti lascio solo”, che sta ottenendo un buonissimo riscontro a livello nazionale.

Le sue esperienze formative e lavorative hanno influito nella stesura del libro e, se sì, in che modo?

Sicuramente hanno influito perché l’aspetto psicologico del romanzo per me era un elemento molto importante da trattare. Quindi ho voluto non solo raccontare la storia di questi ragazzini che vanno alla ricerca del cane e della loro amicizia ma volevo approfondire, invece, delle tematiche psicologiche relative proprio all’affrontare il dolore e al superamento di esso, della perdita. Infatti uno dei ragazzini protagonisti, Filo, ha perso la madre e quindi deve elaborare questo lutto e abituarsi a questa grande mancanza. L’aspetto psicologico viene analizzato in maniera analitica.

Nel libro sono affrontati vari tipi di rapporti umani, come quello dell’amicizia. In che ottica sono trattate queste relazioni interpersonali?

Diciamo che il romanzo è un inno all’amicizia, in particolare quella dei due protagonisti, Filo e Rullo, che sono due ragazzini di 12 anni. Ho voluto approfondire questo rapporto che è un legame quasi di sangue, per la pelle, dove il valore dell’amicizia supera ogni cosa, anche la paura. Proprio per questa forte relazione si affronta tutto ciò che poi avverrà nel romanzo, il rischiare la vita pur di portare a casa la missione che stanno intraprendendo. Quindi ho cercato di trattare il sentimento con tutte le sue incongruenze, conflittualità, perché i due protagonisti è vero che sono molto amici ma litigano, a volte sembra che uno voglia abbandonare l’altro, che non vanno d’accordo. Ho voluto raccontare l’amicizia nelle sue mille sfaccettature.

a cura di Barbara Fioravanti

Gli effetti psicologici della pandemia sui giovani

Ansia, disturbi depressivi e dell’alimentazione fin da piccoli. Il Covid-19 non lascia indenne nessuna fascia d’età e presenta il conto sul piano della salute mentale. Anche gli adolescenti, occupati nello “struscio” nelle vie del centro e marchiati come indifferenti alla pandemia, rischiano. E grosso. Secondo Adelia Lucattini, psichiatra e psicoanalista della Società psicoanalitica italiana (Spi) e della International psychoanalytical association (Ipa), anche l’alternanza della didattica fra modalità in presenza e a distanza destabilizza e accelera la manifestazione di diverse problematiche causa di ansia. Dietro l’angolo c’è il pericolo della depressione, anche quando le restrizioni finiranno, e l’aumento del consumo di alcolici.

Ci sono differenze fra il primo e il secondo lockdown per quanto riguarda gli effetti riscontrati sui bambini?
I bambini hanno vissuto il primo lockdown come una vacanza. Non erano colpiti dal virus e non chiedevano nemmeno tanto di uscire perché stavano con i genitori. Durante la ripresa della scuola e il secondo lockdown, hanno subito conseguenze, specie i bambini al cambio di ciclo. Le insegnanti riportano che sono più agitati, angosciati e c’è un’insolita aggressività fra loro. Avvertono angoscia a casa e cominciano ad avvertire la paura di perdere i familiari. I genitori riferiscono disordini alimentari già nei più piccoli. Questo è un sintomo di ansia ma anche del cambiamento di abitudini. Inoltre si muovono poco. Tutte le ritualità e le occasioni di socialità sono fondamentali per loro.

E sugli adolescenti, che differenze si riscontrano fra i due periodi?
I ragazzi hanno aiutato gli insegnanti alle prese con le piattaforme digitali ma hanno vissuto come uno shock la comparsa del virus. Alla fine del primo lockdown si è registrata fra loro una grande agitazione e dopo preoccupazione nell’uscire. È durato poco, in estate si sono ripresi. Durante l’anno, hanno percepito il disordine nella organizzazione perché la scuola per adattarsi alle quarantene ha dovuto alternare la didattica in presenza a quella a distanza e così non hanno avuto la possibilità di organizzarsi o hanno subito repentini cambiamenti che hanno determinato instabilità emotiva. Ora tendono ad essere ansiosi, agitati o depressi. Non possono fare sport, andare a ballare, organizzare feste e gran parte delle occasioni di incontro è solo virtuale.

Diversi istituti, fra cui il Mondino di Pavia e il Bambino Gesù di Roma, rilevano un aumento di episodi di autolesionismo fra i ragazzi.
Al momento non è possibile dire se a livello nazionale gli episodi siano aumentati. Recentemente è uscito uno studio condotto durante la pandemia nel Regno Unito che rileva come lì gli atti di autolesionismo registrati dal servizio sanitario nazionale britannico siano calati del 40%. D’altro canto, però, le fondazioni e le associazioni, sempre nel Regno Unito, hanno rilevato un lieve aumento di casi. La spiegazione ipotizzata è che i giovani avessero paura di contagiarsi rivolgendosi alla sanità pubblica. Ma le analisi sono rimandate a fine pandemia. In Italia non abbiamo una messa in rete dei dati nazionali, sono stati però pubblicati due studi che si sono occupati della depressione nel nostro Paese. Il primo, condotto Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e dall’Istituto superiore di sanità (Iss) su più di 20mila persone, rileva un aumento dei livelli di ansia, depressione e sintomi da stress. L’altro, condotto dal Registro nazionale dei gemelli e dall’Iss durante la pandemia, ha rilevato su 2.700 gemelli adulti (età media 45 anni) e 848 famiglie con gemelli (età media 9 anni) disturbi depressivi nell’11% e sintomi da stress nel 14%. Quest’ultimo dato coincide con la media europea di disturbi depressivi indicata da uno studio dell’Oms del 2019. Dovranno uscire nuovi studi prossimamente ma è atteso un notevole aumento dei casi. La Società italiana di neuropsicofarmacologia prevede che, al termine della pandemia, ci saranno un 28% di disturbi post traumatici da stress e un 20% di disturbi ossessivo-ansiosi; inoltre, che il 10% delle persone che hanno avuto il Covid svilupperà una depressione importante. Partendo, quindi, da un 14% di casi di depressione, oggi, le previsioni sono di un raddoppio dei casi.

Anche i suicidi sono aumentati fra i giovani?
C’è stato un aumento dei suicidi ma è difficile ancora dire se ciò dipende dagli effetti della pandemia o da una difficoltà di rivolgersi agli specialisti e quindi ad accedere alle cure. Anche in questo caso bisogna aspettare ulteriori studi.

Come è possibile intervenire per affrontare questa situazione?
Durante il primo periodo della prima chiusura la Spi ed altre società di psicoanalisi si sono attivate per fare ascolto telefonico. Il servizio, coordinato dal ministero della Salute, è stato molto utile per tamponare le situazioni di disagio e potrebbe essere utile proseguirlo. Di positivo c’è da sottolineare anche che sono caduti molti tabù sulla malattia mentale. Nei momenti di crisi si scoprono anche delle cose buone. L’aver superato lo stigma sociale verso il disturbo mentale è una cosa positiva. Gli adolescenti hanno meno paura di chiedere aiuto anche perché fra di loro si confrontano e parlano della possibilità di rivolgersi allo psicoanalista. Oggi è strano per loro che chi sta male non chieda aiuto.

Tra i ragazzi c’è ansia di ammalarsi della variante inglese?
La paura ha cominciato a manifestarsi in maniera importante dopo il primo lockdown. C’era chi aveva paura di uscire di casa e chi invece negava esistesse il Covid. Adesso hanno molta pura di ammalarsi, hanno disturbi del sonno, fanno tamponi frequentemente, più di quanto non si dica, perché sono economicamente più accessibili. Sono preoccupati anche per se stessi non solo per i familiari.

Le risse fra giovani sono un effetto della pandemia?
No. Sono un fenomeno di devianza sociale in cui sono coinvolti degli adolescenti. La pandemia però ha cambiato il luogo in cui si danno appuntamento. Ora i giovani che partecipano alle risse escono dai loro quartieri per scontrarsi in centro dove possono essere notati. Vogliono così emergere, attirare l’attenzione mediatica oggi catturata dalla pandemia.

Anche i docenti stanno vivendo un periodo di disagio?
Certamente. Devono continuamente cambiare modalità didattica, sono stati sottoposti a un sovraccarico in termini di ore di lezione e incontri organizzativi. Hanno subito l’incertezza e hanno dovuto cambiare l’organizzazione familiare. Sono sottoposti a uno stress enorme e vivono nella paura costante di ammalarsi. Stanno vivendo un momento complicato ricevendo poca comprensione e riconoscimento. Spesso sono criticati se non sanno usare bene il computer ma va detto che non era mai stato richiesto loro. Stanno facendo un grande sforzo anche verso gli alunni che non possono seguire a distanza per formarli nonostante le difficoltà del momento. In generale nutro una grande stima della maggior parte dei docenti, i continui cambiamenti disorientano tutti, anche gli adulti.

Prevede un aumento delle dipendenze per colpa della pandemia?
L’unico dato finora certo è l’aumento dell’acquisto di alcolici. Secondo l’Osservatorio permanente su giovani e alcol c’è stato un aumento del 200%. Fin da adesso sono necessarie campagne di prevenzione, aprire centri di ascolto gratuiti e offrire la possibilità di elaborare il trauma della pandemia sia a livello individuale che collettivo.

a cura di Elisabetta Gramolini

La psiche giovane messa a dura prova dal Covid

Con il numero dei contagi che torna a salire, l’Italia si trova ad affrontare la tanto temuta “seconda ondata” di Coronavirus. L’Italia è divisa in tre zone: rossa, arancione e gialla. Ma cosa cambia per la scuola? Quali le sfide imposte dalla didattica a distanza? Quali i limiti organizzativi? Lo abbiamo chiesto a Ketti Chiappa psicologa, psicoterapeuta, Responsabile dell’Area Scuola dell’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, Gap e Cyberbullismo e da 7 anni di Consigliera membro del direttivo per l’Ordine Psicologi Marche.

“Come categoria professionale in questi mesi abbiamo spinto molto per poter entrare a far parte del Comitato Tecnico Scientifico e ci siamo riusciti. Questo ha portato lo sviluppo di un Protocollo Nazionale attraverso cui ogni scuola riceverà dei fondi per garantire supporto psicologico per studenti, insegnanti e genitori su tutto il territorio nazionale.Durante il primo lockdown, nella gestione dell’emergenza, il disagio psicologico non è stato assolutamente preso in considerazione e questo disinteresse è ricaduto soprattutto sulle fasce emotivamente più fragili della popolazione (bambini, adolescenti, anziani e persone con precedenti problematiche psicologiche). Come se nessuno fosse a conoscenza del fatto che per il buon funzionamento del nostro sistema immunitario è fondamentale mantenere il benessere psicologico. Nonostante questa mancanza da parte delle categorie politiche, dal mese di Marzo, gli psicologi di tutta italia si sono adoperati “gratuitamente” per fornire supporto psicologico online alla popolazione.

Con l’approvazione del protoccolo, ggi siamo ad una svolta molto importante per il nostro paese, che sembra iniziare a riconoscere finalmente il disagio psicologico come una problematica di salute da gestire al pari di qualsiasi malattia organica. Il ritorno alla DAD in questa situazione di semilockdown avrà molto probabilmente ripercussioni più gravi sugli adolescenti rispetto alla prima ondata di covid. Siamo di fronte ad un ripetersi del trauma già vissuto a marzo e gli effetti non potranno che sommarsi a quelli non ancora metabolizzati da molti di noi. Il trauma psicologico è una situazione in cui perdiamo il senso di sicurezza, un evento che ci destabilizza e disorienta, in cui siamo spaventati e senza punti di riferimento.Durante l’estate pensavamo di esserne fuori e invece ci ritroviamo nell’angoscia del non vederne la fine di questa situazione, con nessuna rassicurazione da parte del mondo della medicina.
Nemmeno gli adulti riescono più ad essere un punto di riferimento per gli adolescenti. Ormai è inutile dire cosa avremmo dovuto fare per arginare l’emergenza psicologica da covid, la nostra è una società che interviene sulla patologia già conclamata. Ci sono pochissimi investimenti sulla prevenzione e sulla ricerca. Spero che questa esperienza ci serva da insegnamento.

Gli adolescenti hanno bisogno di relazione, di mantenere punti di riferimento nel gruppo dei pari e negli adulti per loro significativi qual gli insegnanti. In un momento evolutivo, disorientato e confuso quale è l’adolescenza di tutto avevano bisogno, tranne che fossero privati della possibilità di frequentare la scuola in presenza.
La nostra società non si prende cura delle figure di riferimento; genitori, insegnati, educatori sono lasciati spesso da soli a svolgere una funzione complessa e sempre più faticosa. Prendersene cura sarebbe un buon modo per prevenire tante situazioni di disagio psicologico.